La poesia di Mahmoud Darwish

Pubblicato il 19 marzo 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Mahmoud Darwish: la terra è estensione dell’anima

di Laura Cantelmo

La poesia di Mahmoud Darwish, il poeta che più di ogni altro, nell’area arabo-orientale, viene identificato come cantore della Resistenza palestinese, sfugge a definizioni semplificatorie. Le sue opere, tradotte in più di venti lingue (ma raramente in italiano) sanno splendidamente emanciparsi dalla figura di aedo cui lo ha chiamato la sua terra e a cui certa critica l’ha confinato e tuttavia restano nel cuore del suo popolo come segno d’amore e inestinguibile grido della propria disperazione. Il deserto, i profumi, i fiori fanno rivivere nei suoi versi la Palestina: «Una nuvola nella mano mi ferisce:/ non chiedo altro/ alla terra/ che questa terra: gli odori/ del cardamomo e della paglia/ fra il cavallo e mio padre.»1 Una vita marchiata a fuoco dalla storia del suo territorio, benché il poeta riconoscesse come unica patria la poesia, «una patria di parole». La sua vicenda umana ebbe inizio nel 1941 in un villaggio della Galilea, poi cancellato dalla guerra del 1948 che sancì la nascita dello Stato di Israele, precipitando i palestinesi nella nakba, la catastrofe. La fuga in Libano con la famiglia sarà seguita dal ritorno clandestino in patria, come narra il poeta «Il viaggio del ritorno avvenne di notte: strisciavamo pancia a terra…Dopo tanta fatica mi ritrovai in un certo villaggio. Che delusione! Non era il mio…Non capivo…come fosse accaduto che l’intero mio mondo fosse sparito»2 Al posto del villaggio era sorto un insediamento ebraico. Il senso di smarrimento e di perdita si radicò nell’animo del poeta, che da allora e per sempre si sentirà “infiltrato” nel suo paese. Ciò verrà aggravato dai periodi di detenzione a causa dell’attività politica nel Partito comunista e nell’OLP.

Il forzato nomadismo lo portò sino a Parigi, negli Stati Uniti e infine a Ramallah, in Palestina e ad Amman.. È propria della psicologia dello sradicato l’esigenza di un’identità precisa. Mancando di passaporto, se non dietro autorizzazione israeliana, nella sua condizione di straniero in patria Darwish afferma con determinazione la propria essenza di “arabo” collocandosi all’interno di una realtà molto più ampia comprendente una lingua, una cultura, una religione. Non a caso la poesia “Carta d’identità”avvalora la sua fama come aedo del suo popolo. L’arabo sfida con fierezza il burocrate che lo interroga: “Scrivi: sono un arabo;/ la mia carta porta il numero cinquantamila./…/ Le mie radici si sono ancorate qua,/ prima del nascere del tempo/ …/ Scrivi: sono un arabo;/ avete rubato la vigna dei miei nonni/ e la terra che coltivavo/…/ Attenzione!/ Guardatevi/ dalla mia collera / e dalla mia fame.” 3

La questione dell’idioma come elemento identitario permettere il superamento della dimensione “politica” dell’opera di Darwish – «Non ci si può rappresentare l’essere senza aver trovato un linguaggio…dove c’è il linguaggio lì c’è la storia »4 dice egli stesso citando Heidegger. Come arabo, Darwish tende a coniugare il ritmo, la forma epica e liri.ca costitutivi della sua tradizione con la poesia “occidentale” che sente maggiormente affine – Lorca, Neruda, Bréton, Char, T.S.Eliot e l’amatissimo Dereck Walcott. Ma la tensione principale è indirizzata alla definizione di una estetica personale partendo da una domanda: «Da dove viene la poesia?/ Dall’acume del cuore o dal primitivo senso/ dell’ignoto?» 5..Lo si vede allora alla ricerca di un proprio mito «che nasce dalla costruzione di un poema…che trasforma il linguaggio concreto in linguaggio poetico.» 6 scaturito dall’esigenza di dar forma a una narrazione mitica, alternativa a quella dell’Altro (l’israeliano), che nella propria Genesi ha cancellato quanto di non ebraico in essa esisteva. Una forma di forzata subalternità culturale derivante dalla negazione della cultura palestinese da parte dell’invasore che Darwish vuole superare. Assumendo quindi il ruolo del cantore” troiano”, descrive la distruzione della “città” dal punto di vista degli sconfitti, pur nella convinzione che la sua e quella del suo popolo sia solo una sconfitta e non una resa.

Per il poeta il superamento dell’asfittica dialettica tra il sé e l’Altro all’interno di un unico momento storico diviene un meta ineludibile: creare il proprio mito ampliando il concetto di Patria e aprirsi “sull’universo umano” a partire dalla realtà quotidiana presente. Nel trasformare in metafora della condizione umana la propria terra, la sua scrittura si discosta gradualmente dal piano realistico a quello metafisico con un linguaggio intensamente simbolico in cui prevale la dimensione onirica. Come cittadino del mondo al centro di un viaggio incessante, come moderno Ulisse, il poeta si “apre” alla storia e all’umanità nel suo complesso: «Come la finestra di casa/ mi apro su ciò che voglio/ Sulla mia immagine che fugge da se stessa/[…] Mi apro sul corteo dei profeti antichi/ che a piedi nudi salgono verso Gerusalemme»7 Sin dall’inizio della penetrazione sionista in Palestina a fine Ottocento, avvenuta senza reale consapevolezza da parte degli arabi e con la connivenza degli inglesi, era toccato alla poesia di interpretare l’inquietudine popolare, facendosi veicolo della memoria. Nella fase della diaspora, la Palestina assume sempre più una funzione metastorica – è il Paradiso perduto, la terra che oggi rivive l’esodo degli arabi dall’Andalusia nel 1492. La forma poetica iniziò a quel tempo a privilegiare il verso libero, evolvendosi dagli schemi della tradizione classica che vedeva una prevalenza della rima baciata,.

L’opera Undici astri sull’epilogo andaluso (1982), rievocando insieme alla gloria araba di Granada la poesia degli arabi andalusi prima della Reconquista spagnola, canta il rimpianto per un’epoca di tolleranza nella civile convivenza delle tre religioni monoteiste entro un’estesa area, che per Darwish è divenuta il principale riferimento storico-geografico e culturale, quella del Mediterraneo. E tuttavia non è l’epica di tradizione classica la forma scelta da Darwish. La dimensione tragica dei suoi versi si coagula nella ricerca di un linguaggio atto a creare una forma di “epopea lirica” i cui protagonisti perseguono una ricerca individuale come «creature marginali, che si interrogano sulla loro esistenza.» . Con la crisi della funzione profetica del poeta di tradizione pre-romantica «Il poeta non rappresenta né una causa, né un popolo, né un gruppo; rappresenta solo se stesso»8 .Era il 1996 ed era passato il tempo in cui i poeti palestinesi erano ritenuti depositari di un progetto rivoluzionario.

Benché le sue posizioni politiche restino immutate, le delusioni assommate in tanti anni di trattati disattesi da Israele e di disaccordo con la direzione politica palestinese lo allontanano dall’impegno attivo, pur restando immutato l’attaccamento alla terra d’origine, cantata come l’innamorata – «I tuoi occhi sono una spina nel cuore/ lacerano, ma li adoro/../Le tue parole come la rondine/ volarono via da casa mia/ volarono anche la nostra porta/ e la soglia autunnale/ inseguendo te,/ dove si dirigono le passioni» (“Un innamorato dalla Palestina, 1966) oppure come terra madre, oggetto di struggente nostalgia : «Bramo il pane di mia madre/ il caffè di mia madre/ il tocco di mia madre.// Cresce in me l’infanzia/ giorno dopo giorno/ ed amo la mia vita» (“Per mia madre”)9. Ancorché incentrato su tematiche legate all’identità espresse da alcune parole chiave come “straniero”, “ assenza”, “nome” e a simboli, come “tenda” e “cavallo”, lo stile si fa più visionario, ricco di antitesi e di ossimori che denotano la sua profonda inquietudin. Centrale appare la categoria di “straniero”, che non si limita a definire l’Altro, la “vittima vittoriosa” che abita il territorio natale del poeta – diverso dal nemico, il quale è pur sempre un uomo che ha una voce ed ha diritto ad esprimersi – lo straniero è dentro di noi: «O straniero, sono io lo straniero, e tu sei/ della mia carne, straniero.»10L’ambivalenza di questa categoria compare nel riferimento alla storia d’amore con una donna ebrea: «Ebrea era la donna che mi amava, ma anche quella che mi odiava»11 . E i nomi: nell’assenza di una patria al poeta non sono rimasti che quelli : sono i luoghi usurpati, ma sono anche i nomi che attengono al livello primario della conoscenza, alla necessità di “nominare” le cose perché esse esistano.

Al padre metaforico di Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (1995) Darwish pone quesiti che lo aiutano a definire il proprio Io, quell’Io collettivo creato dalle stratificazioni della storia araba e dal peso di un destino a cui egli si ribella e dei limiti da cui si sente assediato, come la morte o il tempo: «brinderò alla salute dell’ieri,/ memoria per il giorno che verrà» (p.16).Emblematico il verso «Io non sono mio.» posto alla fine di uno dei suoi capolavori, il poema Murale (2000) scritto nel presagio della propria morte. Un crescente senso di straniamento e di solitudine attanaglia il poeta, che procede in un’atmosfera aurorale, per visioni oniriche ricche di antitesi e di ossimori: «Non sogno/ di sognare. Ogni cosa è reale. So che abbandono me stesso…/ e m’involo.» (p.9) Con il frequente ricorso alla iterazione che è proprio della poesia araba, il verso assume un’impronta rituale e una forte musicalità, anche nella traduzione. Riflettendo sulla sua poetica che mai si è discostata dalla storia, la Palestina appare come un’unione di contrari, un crocevia di culture, mentre intorno al ribadito amore per la vita i riferimenti si addensano, comprendendo personaggi storici e leggende orientali che parlano del senso del limite, dell’esilio come umano destino ma anche dell’importanza della relazione con gli altri, negando l’esistenza del tempo come Cronos – «Il tempo è zero». Circondato costantemente dall’affetto del suo pubblico, anche al Festival di Mantova, il poeta non esitava a leggere i propri versi a volte oscuri confidando nell’evoluzione del gusto come segno di una profonda relazione con gli ascoltatori. La notizia della sua morte, avvenuta improvvisamente il 9 agosto 2008, ha sollevato un immenso cordoglio dovunque (meno che in Italia), confermando la grandezza dei suoi versi, che, come la Fenice, annunciano in Murale una certezza di eternità: «Un giorno sarò uccello, dal nulla/ trarrò la mia esistenza. Ogni volta che le ali bruciano/ avvicino la verità, rinasco dalla cenere.» (p.11)

Laura Cantelmo

One comment

  1. bellissima iniziativa, Grazie articolo intenso, Laura…
    legerla oggi acquista il giusto valore supplementare. Mpia Quintavalla

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