Scrittura e Letture

Come Te Stesso – Roberto Caracci

Pubblicato il 10 marzo 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

COME TE STESSO


L’immagine delle moltiplicazioni infinite
Roberto Caracci, Come Te Stesso, Editoriale Delfino Srl, Milano, 2025

Adam Vaccaro

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Vedi anche su: 

Rivista Odissea: https://libertariam.blogspot.com/2026/03/come-te-stesso-di-adam-vaccaro-roberto.html

Rivista Pubblicazioni Letterarie: https://pubblicazioniletterarie.altervista.org/limmagine-delle-moltiplicazioni-infinite-adam-vaccaro-legge-come-te-stesso-di-roberto-caracci/

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L’ossessione dell’abisso, inteso come oggetto inesplicabile e inarrivabile, o il fascino della matassa mai completamente dipanata, della sfida del cerchio che non si chiude ed evolve in una spirale, quale immagine sia del DNA, che della nostra complessità operativa mentale. È la cornice e l’orizzonte culturale della caldera vulcanica e nucleo motore che alimenta il moto creativo inesausto di Roberto Caracci.
È un moto interconnesso sia alla dinamica della nostra costitutiva struttura biologica, sia ai livelli più alti dei sensi elaborati dalla cultura interdisciplinare umana. È la dimensione del molteplice, che implica ciclicità incessante, esaltazione del soggetto e al tempo stesso bisogno uscita dai suoi limiti, quale premessa di possibilità di rinascita, entro una non preordinata ricerca tra sacro e profano.
Da parte mia cercherò di articolare una sintesi delle sue molteplici fioriture creative, condivise in decenni di scambi, letture e analisi reciproche, condite da serate conviviali e giocose, momenti importanti al pari degli scambi più impegnativi. Ma il fascino che mi sollecita a farlo, non fa parte dell’inarrivabile fondo senza fondo di ciò che continuiamo a cercare di articolare con parole, suoni o immagini, cui diamo il nome di poesia? Della quale ci è dato solo di avvicinare il suo segreto, ma mai fare completamente nostro, come le due dita michelangiolesche della Cappella Sistina, che continuana a dirci all’infinito, come te stesso!
Vale a dire, ogni scrittura e gesto d’arte, come ogni persona, letteralmente non esiste, se non trasmette, mentre ci scorre sui binari invisibili dagli occhi ai neuroni, il piacere di sé, il piacere del testo, come analizzato nel secolo scorso da Roland Barthes. Di tale magia Caracci sa declinare i segreti, e che siano affabulazioni filosofiche, romanzi o racconti, i suoi testi catturano e calamitano il lettore rigo dopo rigo, per sapere come si svolgerà il filo del gomitolo nascosto.
Anche questi sei racconti filosofici di Come Te Stesso, se per filosofia intendiamo una elaborazione e visione della complessità inesausta della vita, lo confermano. A tale proposito, in Caracci c’è una visione che declina in modi particolari il senso del tragico. Da un lato, vicende e personaggi si odiano e scontrano in modi irriducibili, ma poi l’Autore trova crepe in tale irreparabilità, tra le quali intravede la luce opposta e salvifica, dell’amore resistente (o resiliente, per usare un termine oggi più di moda) della vita che supera le contraddizioni, per poter ritornare in scena e ricominciare.
In Caracci è questo bisogno che prevale, irradiato da una radice mediterranea, che ricomprende e va oltre anche la radice napoletana, senza la quale la fenomenologia vitale rimane sospesa sull’abisso del nichilismo distopico, condito da deliri senza preludi (ricordando il suo romanzo del 2020, Preludi & deliri), abbandonata al deliquio di un salto dal ponte sull’abisso del nostro esistere (Ponti sull’abisso, 2024). Per cui, se la realtà è un ponte che sfocia nell’indefinibile, come in un preludio di Liszt, occorre riaffermare il suo fascino, che è il segreto della poesia, dell’arte e dell’amore, inestinguibili corpi della nostra anima.
Questi racconti mettono in scena una visionarietà affabulatrice, che avvince come le spire di un boa la nostra attenzione, senza di che ogni testo diventa lettera morta. Come detto, c’è una visone aperta alla vendetta della vita, per cui se scorre in essi sangue e odio, alla fine svolazzano irridenti angeli invisibili e salvifici, invece che orrendi pipistrelli (vedi il primo e il secondo dei sei racconti: La prima notte dei pipistrelli e Inseguimento a due voci).
Così, che siano pipistrelli o sguardi nemici, alla fine trionfa un Sé, che ricomprende l’Io, ma è capace di andare oltre grottesche e chiuse idiozie. Ed è la chiave, il soggetto protagonista che regge come un Atlante quel ponte sospeso, di cui non si intravedono piloni. È questo il personaggio innominato che salva dal patetico e mieloso romanzetto di appendice, il ripreso orizzonte del lieto fine, innevato nel nostro bisogno di continuare a vivere qui, anche in questo eden ignobilmente devastato.
Caracci riflette sulla catena biologica interminabile della vita, dalle cellule ai corpi interi di ogni essere, e ne fa metafora del fare della scrittura. Rovescia pertanto con acuta elaborazione di quella che Gian Battista Vico (credo) qualificherebbe come filosofia poetica. In tale rovesciamento, non è la scrittura qui che elabora metafore dalle cose e dai corpi dell’esistenza, facendone costruzioni simboliche che moltiplicano il mondo, reale e immaginario, ma è tale mondo che è metafora del fare della scrittura. Diventano così due semicerchi che tendono a comporre un cerchio. Ma tendono a un cerchio che non si chiuderà mai, perché è la meccanica del vivente che lo impone, in cui ogni settore o anello è utile-inutile, perché è sostituibile.
E sta in questo il suo fascino, Che nella cultura occidentale la scrittura tende a farsi lucente creatura ed armatura delle supponenze dell’ego, riducendo l’arte a fiore della propria hybris creativa ed egolalica. La visione di Caracci coinvolge in un unico sguardo critico, sia il fare dell’arte e della scrittura che quello della natura, e sollecita uno sguardo più ampio, di un senso ritrovato solo sul piano del molteplice.
Spinge cioè a riprenderci la sapienza oscura di una dinamica che è una incessante sostituzione, divisione e moltiplicazione infinita, della dinamica in cui viviamo e di cui siamo parte, ma della quale facciamo così fatica a farne materia dei nostri più alti costrutti mentali. Una dinamica biologica che è sempre la stessa: l’atomo non ha alcun senso in sé, se non diventa parte di una molecola, e questa di una cellula, quali clinamen che già Epicuro vide nella loro utilità ed energia moltiplicata solo se si univano in un grado superiore.
In questi racconti, cerca forme tale dinamica, che ne costituisce la spina dorsale, in cui come dice in Delitto senza castigo, la tragedia del nostro orizzonte culturale non ha ancora reso struttura del proprio processo operativo, nella vita singola e sociale, come nelle creazioni più alte e complesse, che il singolo moltiplica il proprio ego solo se contribuisce a farsi parte della soggettività più complessa, quale è il Sé. E il Sé esiste nella sua massima espansione solo se contribuisce a farsi parte di una comunità.
È una verità semplice, ma che nella follia dei deliri di onnipotenza che continuano a ripetersi in termini tutt’altro che ridotti, anzi crescenti, entro l’orizzonte mondiale contemporaneo, può portare solo alla distruzione del senso, il che è sintesi della distruzione antropologica in atto. La quale è generata dalla distruzione del senso del limite, distruzione etica del delirio di un singolo soggetto (proiettata poi in un gruppo etnico-razziale, in uno Stato, in un’Area geografica) che crede di essere tutto, interrompendo così la moltiplicazione vitale, avviando anzi il processo inverso di distruzione.
In questi racconti, dopo aver letto e seguito il ricco percorso sia creativo che di elaborazione di pensiero di Caracci, trovo perciò una sintesi di radicale critica della struttura fondante della civiltà occidentale. Un esempio è a p. 68 (in Delitto senza castigo), dove il Soggetto Scrivente, mentre racconta, offre a sé stesso e a ogni soggetto, operante sulla pagina o fuori, “una terza possibilità”, di uscita dal suo fare abituale. Che, di primo acchito, è una uscita impossibile, pena il delitto peggiore, di uccisione di sé, che comporta il castigo peggiore, dello smarrimento e smemoramento del fratto che siamo fatti da ciò che facciamo.
Ma l’ipotesi offerta è un altro fare, non più totalizzante in un cerchio, ma una C che coniuga l’Io e l’Altro, L’uccisione imperdonabile di quel primo Sé è lo sbocco in una totalizzazione aperta, che esce dal delirio egocentrico e narcisista, di uno stato interiore che uccidendo l’Altro uccide sé stesso. Dunque, la foce è nel Delta (psichico, mentale e sociale) della Paideia dell’amore dell’Altro, che è Come Te Stesso.

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Le Apocalissi disattese di Vito Davoli

Pubblicato il 1 marzo 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Vito Davoli, Tanto vale chiamarle Apocalissi, Tabula Fati 2025

A che punto è la notte?

Laura Cantelmo

La rappresentazione distopica del mondo globalizzato offerta da Vito Davoli in questa silloge scritta con piglio energico e con sincera rabbia e dolore appare talmente veritiera e toccante che ben le si addice una semplice domanda, tratta dal tragico Macbeth di Shakespeare: “A che punto è la notte?”.Attenendosi ai temi e agli strumenti canonici del Realismo Terminale, movimento poetico fondato da Guido Oldani, la silloge sembra fornire al lettore più di una articolata risposta a quella cupa interrogazione. E la malcelata ironia del sottotitolo “esercizi”, nel manifestare l’umiltà dell’allievo che onora il Maestro è anche rivendicazione della propria autonomia e chiara anticipazione delle sue innegabili capacità poetiche:” Ti sono così grato […] che preferisco accompagnarti in cucina/o meglio attenderti al tavolo/purché il menu resti sempre à la carte” (pag.15).

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A puntu strittu a puntu largu – Angela Passarello

Pubblicato il 28 febbraio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

LE ARDUE CUCITURE

Angela Passarello, A puntu strittu a puntu largu, il verri edizioni, 2024

Adam Vaccaro

Questa raccolta di Angela Passarello risale al cuore della lingua materna, anche se tende a restituirne tutta la complessità androgina dell’intreccio inestricabile di ogni lingua, in cui interagiscono creativamente entrambi i principi, del maschile e del femminile, come ha insegnato tra gli altri, Alfred Kallir (Segno e disegno, psicogenesi dell’alfabeto, pp. 563 – Spirali/Vel, 1994). E tuttavia, l’azione del materno ha un indubbio peso nelle iniziali articolazioni lallanti, che insieme al nutrimento mammario costruiscono interazioni che vanno ben oltre il semplice nutrimento, come recenti scoperte stanno appurando, ad esempio con le indagini sul latte materno condotte negli ultimi decenni dalla ricercatrice Katie Hinde (della Arizona State University). Le quali scoprono interazioni immunologiche e psichiche, per cui la sostituzione del latte materno con suoi surrogati artificiali può fornire solo, nella migliore delle ipotesi, solo sostanze e calorie all’organismo in crescita, ma mai la complessità positiva/negativa di trasmissioni che attraverso il seno diventano prodromi di una embrionale autopoiesi del corpo e dell’anima, sin dai primi mesi, del percorso ignoto dell’identità psicofisica appena iniziato.

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Il Mondo accade – Claudia Azzola

Pubblicato il 26 febbraio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

L’incessante Accadere

Claudia Azzola, Il mondo accade, La Vita Felice, 2025

Adam Vaccaro

Anche quest’ultima raccolta di Claudia Azzola è un anello aggiunto al suo percorso espressivo, col quale dà forma alla sua visione della vita e del fare poesia – citandone solo qualche tappa, da, È mia voce tramandare (2004), a Il poema incessante (2007), a Tutte le forme di vita (2020). In esso si evidenziano due polarità espressive determinanti: la dinamica del moto vitale e storico, e la tensione a inglobare la totalità del mondo, con un intento estraneo a ogni accento di appropriazione dominante, al contrario il flusso verbale è attraversato da gioiosa-dolorosa partecipazione, che vuole prendersi cura delle ferite, come dei lampi di un loro superamento, teso a riaccendere e a tenere in vita orizzonti di speranza umana.

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Carlos German Belli

Pubblicato il 6 febbraio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Per una prova d’orchestra
Note su Carlos German Belli
Aky Vetere

Mario Vargas Llosa nel parlare della poesia di Carlos German Belli, dice queste poche ma sincopate parole: …difficile, melodrammatica, di un narcisismo nero, impregnata di uno strano umore, caustica e coltissima.
Un “percorso netto”, mi viene da pensare in gergo sportivo, per indicare un uso metaforico della sua poesia col gioco del tiro con arco e frecce. È quindi allusivamente con questo scopo che lo scrittore e Nobel per la letteratura nel 2010, ci introduce alla poetica del grande intellettuale peruviano? È possibile che voglia usare una metafora tensiva, elastica, quella dell’arco in procinto di scoccare la freccia impietosa contro il suo destinato bersaglio? Forse basta immaginativamente tendere una corda tra i primi due aggettivi citati e coniugali a due estremi universali per trovare la chiave di lettura di tutta la sua complicata poetica.
Il poeta parte proprio dall’aggettivo “difficile” perché, in doppio con il suo omologo “melodrammatico”, fa della canzone uno strumento monodico capace di rendere vibrante la malinconia presente, in chiave melodica, tipica della tradizione lirica antica partendo proprio dalle radici valoriali del popolo a cui “narcisisticamente” il suo canto si ispira; il poeta è attore/spettatore insieme, uniti nel sogno macabro del ricordo.
Belli vincerà a Lima, tra i tanti riconoscimenti, il prestigioso Premio Neruda nel 2016 perché, prima di tutto, è un poeta colto non incline né alla improvvisazione né alla sperimentazione neoverbale. I suoi studi tracciano solchi dalla poesia ispano-americana, alla poesia della fin’amor provenzale e ancora indietro lungo la traccia lasciataci dalla poesia ovidiana e latina. Belli traccia il proprio bersaglio dove, alla fine, nulla si perde nello spazio ergonomico; la sua precisione geometrica, sintattica, raggiunge lo scopo. È centro, preciso, mortale. Per questo Vargas Llosa chiama la poesia di Belli “coltissima”.
In essa si chiude il cerchio della perfezione dialettica e vince la sfida con cibernetica geometria lungo il percorso vettoriale che si impronta sul “qui e ora”, ma su fondali indipendenti e distinti. Ripeto, i temi sono della poesia tradizionale ispano-americana; la metrica a loro si accorda senza rivoluzioni letterarie sperimentali e, tuttavia, il panorama cercato contiene uno sfumato personale inconfondibile, quindi maieutico per il lettore che ne diviene parte in un continuo crescendo, appunto, melodrammatico.
Per fare un esempio cito subito una poesia paradigmatica e con ciò dichiaro, fin da subito, la natura Apollinea del suo bersaglio, uomo/ lettore, feriti al petto da una freccia la cui profondità è foriera di morte ma di una morte lenta. Il ferito deve essere sempre consapevole di morire. La morte in poesia, quella vera perché profonda, deve essere sempre differita:

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Mary Wollstonecraft – Diritti della donna

Pubblicato il 4 febbraio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Mary Wollstonecraft, Rivendicazione dei diritti della donna,
a cura di Carlotta Cossutta, Oscar Mondadori, Milano 2025, Pagg.310, €12

Nota di Lettura di Laura Cantelmo

Vedi anche su

https://libertariam.blogspot.com/2026/02/scaffali-di-laura-cantelmo-diritti.html

Un libro straordinario, nato nella temperie culturale e politica settecentesca che in qualche modo aveva coinvolto anche l’Inghilterra, opera di una scrittrice eccezionale, che promuove in quel paese una riflessione totalmente nuova sulla donna.
Non era semplice per il sesso femminile pubblicare un libro, né tantomeno essere presa sul serio. Mary Wollstonecraft (Londra, 1759/1797) lo scrive anche grazie alla sua stretta relazione con il filosofo William Godwin, dal quale, morendo di setticemia post partum, avrà una figlia, Mary Shelley, che sarà la nota autrice di Frankenstein e moglie del poeta romantico Percy B.Shelley. Lo stesso Godwin si occuperà di diffonderne il pensiero attraverso la storia della sua vita, dopo il suo decesso, così pure il collegamento con il suo vissuto saprà dare sostanza ai suoi scritti: ”Avrei voluto una stanza solo per me” fu una sua affermazione, prima che Virginia Woolf condividesse quella stessa aspirazione.
Non useremo per lei, né per questo suo lavoro, il termine “femminista”, non essendo ancora entrato nel linguaggio corrente. Sappiamo che Wollstonecraft, sovranamente libera dalle convenzioni sociali, fu vista con apprensione e orrore dagli intellettuali inglesi, semplicemente sulla base della sua biografia, per quel tempo scandalosa e inaccettabile, in quanto viaggiatrice solitaria, amante di un avventuriero e successivamente madre di una figlia, Fanny, nata fuori dal matrimonio. Definita da Horace Walpole “iena in sottoveste”, la sua morte venne accolta come segno della Provvidenza. Fu scrittrice di romanzi, traduzioni, saggi sull’educazione -il più noto dei quali, I diritti degli uomini (1790) era un elogio della Rivoluzione francese. Orgogliosamente visse sempre dei compensi del suo lavoro, come segno di libertà.
Una famiglia medio borghese di sei figli, la sua: il padre alcolista non le consentì neppure i rudimenti dell’istruzione, destino comune a tutto il genere femminile. Lei, tuttavia, impara a leggere da una domestica e studia come autodidatta. Viaggia per l’Europa, esercitando diversi lavori, dall’insegnante alla bambinaia, si reca da sola in Francia durante la Rivoluzione del 1789 e scrive le sue riflessioni, Scritti sulla Rivoluzione francese (1794). Dedicherà la Rivendicazione a Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, uno dei principali estensori della Costituzione della Francia rivoluzionaria, per convincerlo a modificare la riforma dell’istruzione basata su scuole riservate unicamente ai maschi, relegando entro le mura domestiche l’educazione delle femmine. Un atto di incredibile ingiustizia se si pensa al ruolo attivo delle cittadine nella Rivoluzione.
Interessante la polemica con Rousseau e l’impostazione educativa delle donne, che doveva degnamente accompagnare quella del suo Emilio. Percorsa da suggestioni che consideriamo attuali ancora oggi, Wollstonecraft rifiuta fieramente la linea tipicamente maschile seguita da Rousseau, che mette in discussione l’indipendenza della donna e sottolinea invece l’importanza dell’astuzia come principale virtù, in quanto frutto di una educazione tesa a renderla schiava e soggetta all’uomo. Prendendo in considerazione la posizione delle donne nella società, si rende conto di come la stessa sorte sia riservata agli animali, benché, a loro volta, dotati di razionalità e titolari di diritti. Come dimostrerà un libro dell’amico Thomas Taylor, coevo della sua Rivendicazione, esiste un’analogia tra il destino delle bestie e quello delle donne, non essendo queste ultime considerate pienamente umane.
La diffusa convinzione che la donna fosse nata da una costola di Adamo è servita a far accettare la sua fatale subordinazione all’uomo. Da ciò deriva l’importanza di piacere grazie all’aspetto fisico, sviluppando la frivolezza, la civetteria, la schiavitù al proprio corpo, senza tenere in alcuna considerazione l’intelligenza, che è, per Rousseau, prerogativa unicamente maschile. L’educazione stessa tende a rendere la donna anche fisicamente fragile, sottomessa all’uomo, cui nulla viene negato affinché possa espandere la propria forza, mostrando la propria “superiorità”.
L’importanza di questo libro sta nell’interrogarsi su che cosa significhi essere donna e nel sottolineare il valore dell’educazione per il conseguimento di una pari dignità tra i sessi. Rivendicare i diritti della donna significava per l’Autrice non solo riparare un’ingiustizia, ma proporre una rivoluzione sociale. Non a caso Virginia Woolf ne fu attenta lettrice, mettendo acutamente in risalto come il suo pensiero non fosse mai dogmatico, ma di giorno in giorno venisse rielaborato in nuove teorie che prendevano corpo in base all’osservazione. Un vero e proprio metodo scientifico che definiva il problema della posizione della donna nella società in termini del tutto condivisibili anche ai giorni nostri, fino a proporre un’autentica rivoluzione.
La traduzione e la cura di Carlotta Cossutta, ricca di note e di riferimenti storici, rendono agile e fluido questo libro che potrebbe forse apparire di ardua lettura. Il linguaggio è scorrevole, le argomentazioni sono concrete e accessibili, rendendo questo tema fondamentale per l’autocoscienza delle donne e per una maggiore consapevolezza da parte degli uomini. Un libro che non dovrebbe mancare nelle biblioteche private e pubbliche. Un saggio da vendere anche negli Autogrill, secondo la giusta aspirazione della curatrice.

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Riots di Ivan Pozzoni

Pubblicato il 30 gennaio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Nota di lettura ai testi che seguono di Ivan Pozzoni
Adam Vaccaro

Ho letto questi ultimi testi di Ivan Pozzoni, che come Autore ho già conosciuto, sia per averne recensito inediti per la rubrica Anticipazioni della rivista online Adiacenze del Sito di Milanocosa, sia per averlo inserito nella Antologia Non nel nostro Nome, dell’anno scorso, curata insieme a Massimo Pamio, con presa di posizione di oltre 100 poeti rispetto ai degradi, violenze e orrori in corso.
Condivido perciò la ricerca di una poesia con modalità espressive fuori da poetese ego-riferito e privo di ogni capacità di conoscenza critica dell’orizzonte distopico, in cui stiamo dolcemente precipitando, assordati, accecati e catatonici, al pari della famosa rana bollita. Un universo liquido, quale disegnato da Bauman, ma illusoriamente libero entro pareti rigide, rese invisibili dai ferrei dettami finanziari fondanti la gentrificazione, non solo negli agglomerati metropolitani.
Condivido perciò sostanzialmente il commento critico di Valentino Campo al tardomodernismo letterario, rispetto al quale la ricerca incarnata da questi Riots (come chiamati da Pozzoni) di “una poetica sovversiva… nel panorama autoreferenziale della poesia italiana contemporanea, … di una voce fuori dal coro”, che “armeggia la parola come se fosse un revolver.”
L’insofferenza, anche violenta dei testi di Pozzoni, è anche a mio parere giustificata dalla violenza crescente e sostanziale dei poteri occidentali in atto, sotto il manto retorico della ideologia dominante del cosiddetto mondo libero, narrante un eden di democrazia e libertà.
Certo, il lettore assopito dal tepore dell’acqua in cui siamo immersi, rimane – concordo con Campo – “di primo acchito”, spiazzato e confuso. Ma l’artista deve cantare la ninna nanna o sollecitare un atteggiamento di presa coscienza critica, lungo i binari danteschi di una poesia autenticamente liberà, capace di seguir vitude e canoscenza?
In questi testi, come già in altri, Pozzoni colpisce aree di dominio e violenze, che vanno da ambiti italioti di insopportabili vessazioni fiscali, a ambiti internazionali, di massacri bellici e deliri criminali di onnipotenza, sia in oriente che in Occidente.
È un punto focale. La nostra libertà e capacità di conoscenza autentica, possono essere acquisiti se ci si riduce a tifosi dell’uno o dell’altro dei poli imperialistici dominanti (USA, Russia e Cina)? Credo che, chiunque sia il frontman al vertice di uno o l’altro di tali Poli, è maschera delle loro logiche, solo diversamente criminali,
Credo che sia questo l’arduo compito di una cultura non asservita. E noi, cittadini di questa area del mondo, dobbiamo misurarci prima di tutto con ciò che connota e riguarda l’Occidente, tra cui si è evidenziata l’idiozia suicida dell’attuale UE
Quest’ultima, in questa fase storica, è incapace di ogni autonoma cura degli interessi dei propri cittadini, asservita e ridotta a zerbino USA e getta, di dinamiche e interessi, che ci sia l’orrido Trump a il decerebrato Biden, o altri precedenti, Demo o Rep che fossero. La logica della guerra incessante, non è cambiata e non cambierà. E sta in questa la connotazione di fondo dell’orizzonte distopico, rispetto al quale un pensiero critico degno di tale nome, o è capace di immaginare un altro possibile destino di civiltà umana, o non gli rimane che cantare la ninnananna, davanti a dirupi apocalittici.
28 gennaio 2026
Adam Vaccaro

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Solitudine e Comunità – Fabio Dainotti

Pubblicato il 24 gennaio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Solitudine e Comunità

Fabio Dainotti, Per gente sola, Book Editore, Padova, Gennaio 2026, pp. 108

Con Prefazione di Luigi Fontanella e Postfazione di Vincenzo Guarracino

Adam Vaccaro

Per la lettura di quest’ultima raccolta di Fabio Dainotti, devo riconnettermi ai rilievi fatti con la mia recensione del precedente L’albergo dei Morti, del 2023. Evidenziavo in essi: “il testo si svolge in sequenze e personaggi del teatro memoriale dell’autore, che dà forma a un reale e immaginario camposanto”. Dopo di che aggiungevo: “Ne scaturisce un impegno etico e di amore per la vita”. Con Fabio seguirono scambi, con utili conferme del senso implicito che avevo rilevato, con cui ribadiva: “Credo che la poesia abbia funzione di diletto e di elevazione…dell’animo quindi del sociale essendo ognuno inserito nella Società“. In tale “quindi” c’è la sintesi di una visione espressiva eticosociale, articolata in ciò che da parte sua definisce “contredanse della creazione letteraria”.

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Le Apocalissi disattese di Vito Davoli

Pubblicato il 20 gennaio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Le Apocalissi disattese del menù à la carte di Vito Davoli

Vito Davoli, Tanto vale chiamarle Apocalissi, Mas vale llamarlas apocalipsis, Ed Tabula Fati, 2025
Con testo spagnolo a fronte, Prefazione di Guido Oldani e Postfazione di Gianni Antonio Palumbo

Adam Vaccaro

Questa raccolta di Vito Davoli è una sirena accesa che scuote le nostre speranze e illusioni, lungo le derive sociali e antropologiche, sempre più implacabili di questi ultimi decenni:
“Non è soltanto sovraffollamento/ né la stanchezza può mai essere una colpa/ provata dalle percosse dei giorni/ come un macigno lanciato su un formicaio/ dentro un paese e un mondo/ in cui ci si dimena come vermi/ fra la necessità e l’autodifesa//…formiche eccitate ed affaccendate/ fra briciole di pane e ingressi nelle tane” – I FORMICAI (p. 33)
Sono parole impietose che si inerpicano dai polpacci ai capelli e non lasciano scie consolanti. Non è tempo di lenire attese impossibili, anche se sono suoni sgraditi ai sogni, in un tempo sommerso nella nebbia di falsità narrate dai timonieri, che disegnano orizzonti di grovigli caotici delle nostre miserie e dei loro privilegi tra scogli narrati come approdi felici.
Che fare, dunque, se la coscienza del sole resistente, scioglie in lucide perle la nebbia sottostante?

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Percorsi di Adiacenza – Il Posto delle Parole

Pubblicato il 8 gennaio 2026 su Scrittura e Letture da Maurizio Baldini
 Segue il link della presentazione-intervista dedicata a Percosi di Adiacenza,  da Livio Partiti, per la Rivista Online “Il Posto delle Parole”,

https://ilpostodelleparole.it/libri/adam-vaccaro-percorsi-di-adiacenza/

IL POSTO DELLE PAROLE

ascoltare fa pensare

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 Info: Associazione Culturale Milanocosa – www.milanocosa.it – info@milanocosa.it – T. 3477104584   


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