Scrittura e Letture

La Poetica di Spagnuolo – Carla Malerba

Pubblicato il 18 maggio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Temi e poetica nella produzione di Antonio Spagnuolo
Lettura di Carla Malerba

La rilevante produzione di Antonio Spagnuolo, oggi tra i grandi poeti viventi italiani, è testimonianza di un estro poetico che si alimenta di temi disparati: amore, meditazione esistenziale, dolore della perdita, celebrazione della bellezza e della gioia, rievocazione del ricordo. Ad essi si aggiungono elementi paesaggistici e cromatici di grande effetto.
Leggere le sue sillogi mi induce a soffermarmi su questa sua capacità di diversificare il linguaggio, di rispettare la musicalità del verso, di commuovere senza voler commuovere, il tutto legato a un concetto di amore che rimane oltre il tempo, anche se non più tangibile. Non c’è titolo di un suo libro che non richiami l’immagine di Elena, amore di una vita, passione della gioventù e dell’età matura, senile rimpianto, sua accorata solitudine.

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Dal Lazzaretto – Luigi Cannillo

Pubblicato il 17 maggio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Nota su Dal Lazzaretto di Luigi Cannillo, La Vita Felice, 2024
di Massimo Morasso

C’è un modo riduttivo di avvicinarsi a Dal Lazzaretto di Luigi Cannillo: considerarlo un libro di memoria, magari ben scritto, sorvegliato, ma riconducibile a una linea familiare e, in generale, piuttosto sterile della poesia contemporanea – quella che lavora sul ricordo, sull’infanzia o sugli anni dell’adolescenza, turbati o beati che fossero. A tratti, perlomeno all’inizio, si può avere questa tentazione. Poi, però, evidentemente, qualcosa si incrina. E quell’incrinatura è il libro.
Perché nei suoi cinquanta testi incorniciati fra due meravigliosi brani di Manzoni, Dal Lazzaretto ci offre l’esperienza dell’incontro con una memoria agente, non pacificata. Il ricordo non agisce qui come “carità pelosa” (nel senso del Vittorio Sereni de Il muro), ma come una sorta di carburante metafisico. Non è tanto un reservoir dove il poeta ritorni per restare, per dolersene o provare a eternarlo, quanto un dispositivo energizzante, che mette in tensione il suo, così come il nostro presente di lettori.
Se si vuol trovare una chiave di accesso adeguata a quest’opus maius di Cannillo, bisogna uscire dalla categoria della “poesia della memoria” e ricorrere a qualcosa di molto più radicale: per esempio la nozione di costellazione in Walter Benjamin, per il quale le idee si rapportano alle cose come le costellazioni ai corpi celesti di cui sono composte, permettendo di cogliere il vero attraverso narrazioni illineari, capaci di scovare nessi tra i fatti e i misfatti della storia, e di unire passato e presente in immagini folgoranti. Al modo di Benjamin, in questo libro Cannillo non racconta il passato: lo convoca e ri-assembla lungo un asse temporale che non disegna una linea continua, ma genera un cortocircuito fantasmatico. O, detto altrimenti, lo espone e dispone a un’ermeneutica dialogica, nel passo a due fra l’io poetante e gli altri io, nei quali quell’io – la funzione-Cannillo – torna a rispecchiarsi in ciò che chiama fin da subito, già nel primo testo, il “campo di battaglia” del tempo. Io, per me, direi che proprio questo è il punto decisivo del libro, che dà segno insieme della sua qualità e della sua opportunità: la capacità di sottrarre il ricordo alla nostalgia e di restituirlo come urgenza significante. Il macrotesto acquista così una densità che va oltre l’esperienza individuale, senza mai forzare il passaggio al cosiddetto universale.
Il Lazzaretto del titolo, in questo senso, è meno un luogo che un orizzonte critico. Non è semplicemente il nome per dire un’area d’interesse archeo-urbanistico nel centro di Milano, non è soltanto un riferimento storico e/o meramente esistenziale, solo auto-biografico: è uno spazio mentale dove il tempo si stratifica e si rende disponibile a nuove, rivelanti letture. A livello personale, io tendo a diffidare delle topografie simboliche, spesso troppo cariche di intenzione; ma qui Cannillo riesce a mantenerne mobili i confini, aperti, ariosi come per via di un sobrio, e tuttavia fluente, vento di metafora.
Un’altra cosa che colpisce, di quest’intensa raccolta, è la costruzione di un’esistenza minuta che non pretende di diventare esemplare e che proprio per questo lo diventa. Non è un risultato ottenuto per forza di volontà, ma attraverso una piena fedeltà a un’attitudine morale risolta in una forma. Questa forma tipica di Cannillo, si affida alla lucida, pacata capacità d’osservazione di uno sguardo laicamente sapienziale, attento al dettaglio “realistico” così come ai resti degli scarti visionari, in grado di produrre un effetto di riconoscimento proprio per quanto sa schivare l’eccesso dell’entusiasmo retorico.
La scrittura accompagna questo movimento con una coerenza da passista, che è anche un modo d’esprimere “per lingua” un’idea di durata. L’uso insistito della virgola, l’assenza del punto fermo, il ritmo che tende alla continuità: tutto contribuisce a creare una temporalità sospesa, una corrente che non si chiude, un quieto flusso di significazione contro-cronologico in cui ogni momento è già abitato da altri momenti, ogni immagine è attraversata da altre immagini.
E infatti, lo ribadisco un’altra volta ancora, la questione centrale è proprio questa: il tempo. O meglio, il modo in cui il tempo viene riattualizzato nei versi. Poiché in questo miglior Cannillo il passato non è mai ciò che è stato per lui – l’osso di seppia, per così dire, della sua nuda vita. E non lascia, perciò, il retrogusto da deposito stantio che potrebbe lasciarci una serie di immagini o rimembranze personali che fossero semplicemente “restitituite” sulla pagina, ma un’esperienza di riattivazione mitopeica. Ecco, mi pare che in questo sottile movimento trasformativo, tutt’altro che enfatico ma non per questo meno agente, nel libro prenda forma, tessera dopo tessera, scena dopo scena, una comunità esplicita e implicita, fatta di “esseri comuni”, fondata sull’“eroismo del convivere” agito contro “l’ordine del tempo”. Ed è così, riconoscendoli per risonanza, che essi restituiscono il quadro di un’esposizione sbigottita e affratellante, sottoposta tanto al nonsenso della perdita quanto al senso possibile della durata. Così che il Lazzaretto del titolo torna a imporsi, anche nell’ultima impressione di lettura, come una sorta di vasto, popolatissimo purgatorio-tutto-in-terra in cui la prova stessa della vita seleziona senza spiegare, e separa senza giudicare. In quest’ambivalenza, che fu già manzoniana, il Lazzaretto può essere visto come la metafora stessa della poesia: un recinto in cui si attraversa il limite fra il vivo e il morto, fra ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà, dove molti soccombono e pochi, forse, si salvano – ma in cui ogni voce, anche la più esile, testimonia di un’ardua, indefettibile resistenza al nulla che incombe.

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Le Forbici del vento – Jakova Valbona

Pubblicato il 29 aprile 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

La fiaba per Valbona Jakova

Valbona Jakova, Le forbici del vento, Liberedizioni-Brescia-Euro 15,00, pp.80
Copertina e illustrazioni interne di Serena Della Bona

Annitta Di Mineo

Perché scrivere fiabe? Per fantasticare? Ebbene sì, Valbona Jakova scrive le sue fiabe per continuare ad immaginare, per vivere la meraviglia, per far conoscere le sue fiabe albanesi ai bambini italiani, per tramandare la tradizione orale delle fiabe del suo paese d’origine, facendo ricorso alla sua memoria di un’infanzia trascorsa nella sua Albania.
Attraverso la fiaba “LE FORBICI DEL VENTO” Jakova comunica il bisogno di raccontare certe esperienze. E se tutti sappiamo bene che cosa è la fiaba perché tutti ne abbiamo ascoltate dalla voce della maestra, dalla mamma, dal papà, dai nonni, insomma da qualcuno, di certo l’abbiamo letta perché qualcuno l’ha scritta e illustrata per i bambini; dalla tradizione orale, libera e non fissata si è passati a una tradizione scritta e artistica per avvicinare i piccoli alla lettura.
La fiaba dell’autrice, un genere semplice ma non banale, esprime la necessità della mente umana di narrare con le parole, con un linguaggio simbolico esperienze come la paura e il desiderio, il coraggio e la debolezza, la simpatia e l’avversione insiti nell’essere umano, cioè esperienze fondamenta della vita umana. Senza le fiabe queste esperienze resterebbero sconosciute, chiuse nell’individuo che le ha vissute, subite o ricercate.
Inoltre la fiaba della scrittrice, come tutte le altre, insegna ai bambini e agli adulti un modo per tracciare un confine tra fantasia e realtà, rimane una specie di riserva naturale della mente nella quale gli uomini lasciano vivere le paure invincibili e i desideri irrealizzabili, che assumono l’aspetto concreto e variopinto di mostri orribili, streghe o deliziose fatine oppure orchi o dolci animali (la capretta Briarta), piante parlanti e creature immaginarie, che subiscono la personificazione e l’animazione, presenti anche oggetti animati dai poteri magici (forbici, corno), eroi o eroine (dai nomi propri e composti Ermira/Brikena, tipico dei nomi albanesi) ostacolati dagli antagonisti.
La fiaba “LE FORBICI DEL VENTO” non aderisce alla realtà ma con le sue ambientazioni fantastiche ci trasporta in un mondo magico, un mondo sospeso fuori dai consueti riferimenti di spazio e di tempo, in un paesaggio con colori vivaci, corna magiche, cavalli volanti o parlanti come aiutanti. Simbolica è la ripetizione delle porte, della numerazione e del superamento delle prove per raggiungere la conquista di qualcosa, la vittoria o il lieto fine.
lloLa fiaba di Valbona Jakova, ara, sembra essere la rappresentazione simbolica e trasfigurata di un processo comune a tutti gli uomini, che escono dall’età infantile per diventare adulti dopo aver affrontato e superato alcune difficili prove assegnate. Ma proprio a partire da questo disincanto, riesce a trasportarci nella più tipica delle atmosfere fiabesche mostrando la realtà vista attraverso la fiaba, ed è così che la mancanza di paura trionfa sul male, e la forza d’animo prevale fino a toccare la bontà del cuore umano.

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Ritmi e pause di Quito Chiantia

Pubblicato il 23 aprile 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Quito Chiantia, Toni ritmici, pause libere
La Vita felice, Milano 2025. Pag.65, € 12,00

Nota di lettura di Laura Cantelmo

Nel tempo in cui le persone si ammalano nella mente e nell’anima, i loro gesti impazziscono, i loro corpi reagiscono brutalmente non solo a causa di eventi personali, ma di modelli perversi offerti dall’alto, un libro di poesia sotto forma di diagnosi mediche si addice in modo appropriato, benché irrituale, allo spirito del tempo, alla “malattia dell’epoca”. Pur non idealizzando la realtà rappresentata, in una fase di crisi del nostro Sistema Sanitario, l’atmosfera che in questa silloge si respira ha una leggerezza che potrebbe suonare irreale o stonata.
Qui l’autore, Quito Chiantia, “sociatra”, come ironicamente ama definirsi lui stesso, operando quotidianamente all’interno di un Centro di Cultura Socio-Sanitaria, mostra l’insolita abilità di attribuire a una prescrizione farmaceutica o a un’anamnesi medica la forma e il sapore intenso e un po’ straniante di un testo poetico.
Già nell’esergo si trova un’immagine rivelatrice che anticipa la trasfigurazione di quel luogo di inquietudine e di dolore in un piccolo limbo di speranza: “Qui la luce è più luce e l’aria profuma di bucato.”
Di importanza determinante un testo, da cui traspaiono il significato e il vissuto di una professione che, facendo rete e unendo le forze, affronta la malattia come disagio prodotto da un malessere endogeno di origine sociale, oppure da uno stato di malinconia neurotica, dove la poesia si trova in una posizione ambigua, ma non del tutto inappropriata:

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Percorsi di Adiacenza – Adam Vaccaro

Pubblicato il 13 aprile 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Adam Vaccaro, Percorsi di Adiacenza
Antologia di ricerca critica dei linguaggi della Poesia e dell’Arte
Introduzione e cura di Donato Di Stasi – Postfazione di Elio Franzini
Marco Saya Ed., 2025

Nota di lettura di Luigi Cannillo

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L’antologia Percorsi di Adiacenza raccoglie e presenta l’attività critica di Vaccaro in tutti i suoi sviluppi, in diversi ambiti e con intrecci tra molteplici linguaggi. In questo modo il volume testimonia approfonditamente l’impulso che ha spinto l’autore nell’arco dei decenni a una incessante estesa ricerca non solo sotto forma di approfondimenti settoriali ma di uno studio interdisciplinare coinvolgendo, oltre alla Poesia e alla Prosa, anche la pittura, la sociologia, la psicanalisi. All’interno del linguaggio letterario la ricerca riguarda poi sia maestri di riferimento che autori contemporanei attraverso i modelli offerti da loro opere specifiche fino alle Anticipazioni da progetti e testi inediti.
La varietà dei contributi manifesta così quella tensione alla totalità riaffermata in tutta l’attività di Vaccaro, non solo quella critica, ma quella più specificatamente letteraria e quella operativa e organizzativa come Presidente dell’Associazione Culturale Milanocosa.
Tra l’altro la pubblicazione di questo corpus critico si è aggiunta a quella di due ultime opera in versi di Vaccaro, Google – il nome di Dio, e Trasmutazioni– Alchimie in Caoslandia, entrambe edite da puntoacapo, 2021 e 2024, nelle quali viene rappresentata anche con gli strumenti della poesia la complessità dei fenomeni del contemporaneo relativi ai sistemi macroeconomici, alle derive neoliberistiche, alla difficoltà di conservare un giudizio critico in assenza di scambi umani e sociali significativi, ma anche alla necessità di coltivare spinte vitali e semi di creatività. Il percorso di ricerca di Vaccaro assume quindi anche un valore di restituzione nella stratificazione di esperienze totalizzanti, non solo di lettura, maturate e accumulate nel corso del tempo.
A delineare e arricchire le finalità e le caratteristiche di tali percorsi contribuiscono l’introduzione di Donato di Stasi e la Postfazione di Elio Franzini. A riguardo, Di Stasi sottolinea con appassionata condivisione l’attività di Vaccaro: “La scrittura critica segue da presso, incalza, scuote le opere letterarie e artistiche, ma per paradosso risulta sempre un passo avanti, gioca d’anticipo, esplora e rivela atlanti inediti di significati, aggiunge /secondo le proprie modalità espressive) un messaggio ulteriore più esplicito […]. Siamo in presenza non di una letteratura di resa, ma si una letteratura di sfida, opposta a un reale tanto complesso da rendere obsolete le vecchie mappe fenomenologiche […]”. (p.8).
Il contributo di Franzini come Postfazione, ripreso dal precedente Ricerche e Forme di adiacenza (Asefi, 2001) che ha rappresentato la pubblicazione antologica iniziale del lavoro di Vaccaro, mette in luce gli aspetti più specificamente connessi alla sua attività teorica e di critica letteraria: “L’espressività del ‘poetico’, cioè quella comunicazione che connette intenzionalmente fra loro e, così per dire, “in” loro, il costruttore, lo spettatore, l’interprete e l’opera stessa, trova il suo legame originario nell’opera, e attraverso l’opera, una natura comune che è, semplicemente, anche se non visivamente, l’adiacenza tra loro di questi campi diversi.” (p.594).
L’adiacenza che caratterizza la ricerca di Vaccaro riguarda quindi questo intrecciarsi, sovrapporsi e sdoppiarsi di aree, modalità ed elementi diversi, che coesistono, anche se in diversa misura secondo i casi, nella produzione dell’opera, alla formazione dello stile: l’aspetto ideativo, l’impulso creativo, l’intenzionalità autorale, la formalizzazione e il controllo testuale, la autoconsapevolezza del processo creativo. Tutti elementi che coinvolgono l’Autore come Soggetto Storicoreale e Soggetto Scrivente, due entità biografiche – una diacronica e l’altra sincronica, rispetto all’atto della scrittura – che la metodologia dell’Adiacenza mette in rilievo, quali fonti operatrici diverse e coesistenti, nel complesso processo di definizione di una forma.
L’attività critica di Vaccaro si esplicita da un lato nella affermazione di principi teorici che formano un sistema di riferimento caratterizzato da rigore e coerenza metodologica, dall’altro da una applicazione dinamica che riguarda diversi generi letterari e modalità espressive unitamente allo stile autorale che le è proprio, accogliendo all’interno del proprio assunto la diversificazione dei modelli. Gli apporti dell’autore si muovono quindi sia sul piano diacronico, storicizzando maestri, autori fondamentali del Novecento, sia sincronico, offrendo una campionatura significativa della produzione contemporanea. La critica diventa così occasione di incontro con testi e autori, testimoni della complessità e delle dinamiche dei loro processi creativi.
Il corposo Indice delle varie sezioni in cui si articolano i Percorsi di Adiacenza, integrato da un sostanzioso apparato di note e riferimenti bibliografici, testimonia quanto appena affermato. Innanzitutto troviamo i contributi relativi ai fondamenti di Metodo, con alcuni incontri decisivi della sezione Sviluppi & Confronti con figure critiche ed esponenti significativi dei diversi linguaggi, corredati da carteggi, collaborazioni o convegni.
Tra essi spiccano, per durata e assiduità, l’incontro con il musicista Giuliano Zosi in La musica dell’anima, il carteggio con il critico e poeta Gio Ferri in Crinali e quesiti, e il cruciale capitolo, Poesia e Comunicazione, su Antonio Porta, con saggi degli Atti (pubblicati nel 2012 da Milanocosa) del Convegno internazionale dedicato al portiano Progetto infinito.
La sezione successiva, Sociosintesi, arricchita dagli scambi con la studiosa Eleonora Fiorani, offre un ampio panorama sulla complessità politico sociale del contemporaneo, con riferimenti fondamentali riguardanti la realtà digitale, il contesto economico, i comportamenti sociali, in un percorso che nel volume non è solo preparatorio alle analisi testuali che seguono, ma le accoglie e raccoglie in una visione complessiva.
La sezione che segue, Centro di luci, è una specificazione ed esemplificazione suddivisa in diversi gruppi: riunisce alcuni dei fondamentali riferimenti di Vaccaro, riguardanti autori significativi in ambito letterario. Per la a maggior parte di loro si tratta di memorie sempre vive di autori che ci hanno lasciato, da Luigi di Ruscio a Roberto Sanesi, da Alda Merini a Alfredo De Palchi.
La sezione Luci tangenti approfondisce e mette in relazione diversi percorsi poetici contemporanei, spesso attraverso il raffronto tra aspetti e opere diverse, a formare un quadro che tende a mettere in luce il profilo letterario complessivo insieme a approfondimenti specifici in esperienze di scrittura tuttora in corso, riunendo autori e autrici di poesia circolante e più diffusa, anche esterna ai circuiti letterari più convenzionali. Così qui ritroviamo ad esempio Donatella Bisutti e Paolo Ruffilli, ma anche Sergio Gallo e Paolo Gera.
Nella sezione, Prosa, vengono trattati autori e opere con cui si è sviluppato un dialogo non casuale ma significativo e assiduo nel tempo, come con Alessandro Cabianca e Roberto Caracci. Per quanto riguarda il linguaggio artistico in “Pittura” vengono testimoniate le occasioni di approfondimento che si sono verificate con Romolo Calciati e Salvatore Carbone. Infine, la sezione Comete di Anticipazioni cita alcuni degli interventi sul sito Milanocosa,it, nella rubrica specifica che raccoglie progetti di scrittura ancora inediti.
I Percorsi di Adiacenza dell’Antologia si concludono quindi – temporaneamente – con un rilancio, un seme di progettualità e nascita di nuove opere, tutte nel segno di una attività critica vissuta come dinamica e dialettica, tra radici dell’esistente e problematiche sempre più ardue delle prospettive di esiti futuri.

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Allora ho acceso la luce – Antonio Merola

Pubblicato il 10 aprile 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Antonio Merola
“allora ho acceso la luce”
Taut Editori, 2023

Nota di lettura di Margherita Parrelli

Antonio Merola sfuma nella realtà, riaffiora, scompare, riappare. La sua poesia dice ciò che è, eppure assume sembianze inaspettate, riserva sorprese improvvise, chiuse spiazzanti, conduce in luoghi dove il dubbio si insinua nella normalità ed è al dubbio che il poeta lascia il compito di mostrare.
Se ciò che è detto non è finzione, ma vissuto, i rivoli in cui esso si estende e si fa attendere sono anomale rarefazioni, alternanze di dettagli reali e di sconfinamenti immaginifici.
Non è una poesia di trascendenza la sua, ma di emersione, di ritrovamento a seguito di uno scavo interiore, che ha la forza della costanza, il coraggio di saper cambiare prospettiva sul vissuto. Grazie a tale processo la realtà parla di ciò che nasconde e ha bisogno di svelamento, per essere compreso e fatto proprio.
La ritmica del verso è lunga, consente un abbandono alla narrazione e l’uso della brevità improvvisa ha un effetto di sospensione, di sottolineatura, di stupore, mai di sorpresa superficiale, poiché discende dalla postura di Antonio nei confronti della vita che, sin da giovane, lo ha posto di fronte a privazioni e perdite.
Le cinque sezioni di cui si compone il libro hanno uno stile coeso, che non svela un’appartenenza a scuole poetiche, come viene rivendicato nella seconda di copertina, anche se gli eserghi riportati all’inizio di ciascuna parte, fanno intuire una frequentazione assidua della poesia statunitense, con l’eccezione della Lamarque. E forse qualcosa di più di una frequentazione si può attribuire a Ginsberg che apre “Il compagno di una generazione” con i due versi “I’m with you in Rockland / where you must feel very strange”.

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Mart – Francesco Sassetto

Pubblicato il 2 aprile 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

L’UTOPIA NON È UN LUOGO

Percorsi nella distopia contemporanea

Adam Vaccaro

Vedi anche a 

Percorsi nella distopia contemporanea: ADAM VACCARO legge “Mart” di FRANCESCO SASSETTO – Pubblicazioni Letterariæ

Francesco Sassetto, Mart, puntoacapo Editrice, 2025

Il titolo di quest’ultimo libro di Francesco Sassetto è preso dall’acronimo del Museo di Arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. Nome dunque di un luogo per dire di un nonluogo, quale è oggi la testimonianza esperienziale di una soggettività che può dire di sé, solo se si colloca nell’Oltre la miseria antropologica del presente e del suo orizzonte distopico. Ne derivano versi che attraversano e traducono i suoi sassi di dolore, rabbia e disperazione, per proiettarli su una tela di Utopia, luogo negato dell’irriducibile bisogno umano di dargli vita fuori dagli orizzonti attuali, che pretendono di essere eterni. Dirne, quindi, per negare questa pretesa e falsificazione, riaffermando una verità che, allo stato, pare solo follia visionaria. Ma non c’è alternativa al percorso di chi cammina su un crinale che vuole dire per dare realtà all’immaginazione, rincorrendo immerso in ogni sua piega di luce ed ombra, di gioia e ludibrio, sapendo che solo così può dare corpo e riflettere quei sogni che abitano nel cuore di tanti esseri umani, contemporaneamente dentro e fuori la realtà visibile, al pari del gatto di Schroedinger.

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Il cappello a fiori di Valeria Serofilli

Pubblicato il 26 marzo 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

LA SETA DEL CUORE E LA PAIDEIA DELLA VITA

Valeria Serofilli, Il cappello a fiori, Leonida Edizioni, Reggio Calabria
Adam Vaccaro

L’immagine offerta e sofferta della copertina, di gentilezza e leggerezza sorridenti, è di inganno d’amore sul crinale posto tra una lucida coscienza e sogni resistenti a caccia di ogni scorcio di paradiso in spietati orizzonti infernali, in cui una flammula dantesca replica e annota: “Selva oscura/ che la via è smarrita/ a metà vita” (Haiku, Dall’inferno, in Microcanti danteschi, p73 ). Il libro è composto di faglie mobili e molto diverse, nella forma e nei nodi tematici. Ci sono versi che traducono in dialogo teatralizzato il suddetto crinale, su cui si articolano Parti e struttura del Testo, tese a restituire la complessità della vita di ogni essere vivente, non solo umano. Un esempio è dato da due “Personaggi: Lei: Gentilezza, Lui Ostile cuore – Bussa Gentilezza/ amabile e cortese/ alla porta di Ostile Cuore” (Alla porta del cuore, p.86-87), con risposte di rifiuto categorico, Tuttavia Gentilezza non demorde, “Ché, io Gentilezza/ benevola ed estroversa (son contagiosa/ come goccia che da stagno/ si fa mare” (ibidem), nella convinzione di essere lei la portatrice di un possibile superamento delle fratture che irridono al suo candore utopico.
Credo sia il nucleo in forma di apologo teatralizzato, della dinamica contraddittoria, tragica e irriducibile in cui si svolge la vita. Mistero e fonte della energia primigenia, altrettanto irriducibile, di un eros che dice all’amante: “Che la mia purezza vivificatrice/ ci liberi dalle alghe e dai fiori salmastri/ …/…per accoglierti/ spossato e ansimante/ e finalmente farne un’acqua sola!!” (Aretusa, p.80). Sono versi di erotismo ancestrale, trasmesso attraverso personaggi mitologici (Alfeo, Aretusa, Nettuno, Venilia) con moti del cuore metaforizzati o in versi amorosi innescati da quelli di Pablo Neruda, che fanno gridare: “Così bello è l’amore/ e così fragile” (Sonetti d’etere, p.84).

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Dignità umana e Antologia Non Nel Nostro Nome

Pubblicato il 25 marzo 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

La Dignità umana e l’Antologia Non nel nostro nome

Francesco Sassetto

Un’opera necessaria e decisiva la splendida Antologia Non nel nostro nome, curata con passione da Massimo Pamio ed Adam Vaccaro. Necessaria perché molta, troppa letteratura si sta chiudendo sempre più in una bolla di autoreferenzialità, di autocompiacimento narcisistico estraneo alla tragica realtà che sconvolge e distrugge quotidianamente l’esistenza di milioni di persone, ed estraneo all’importante nozione di Adiacenza sviluppata dall’amico Adam Vaccaro, Adiacenza che questa Antologia realizza pienamente, accomunando i battiti sincroni di 124 poeti in un comune sentire, una condivisa rivolta, un desiderio di opposizione in nome della dignità umana, della verità.

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Fermagenesi di Isabella Bignozzi

Pubblicato il 24 marzo 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Isabella Bignozzi, “Fermagenesi”
Anterem Edizioni, 2025

Nota di Lettura di Margherita Parrelli

Fermagenesi, l’ultimo lavoro di Isabella Bignozzi, è parola poetica estatica, flusso che cerca ascolto nell’interiorità. Inizierò da qui: all’interno del libro vi era un’immagine. Racchiusa tra le pagine sottili vi era un’immagine che accompagnava la lettura, sostava tra la mattina e la sera, poi tra la sera e la mattina. A volte sostava nella dimenticanza, nell’intermezzo che distoglie, che allontana dal centro vitale. L’immagine era Gesù e il suo sacro cuore, stava umile e sincera su un foglietto rettangolare lucido con una preghiera sul retro.

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