Scrittura e Letture

Google – Il nome di Dio – Letture-9

Pubblicato il 9 agosto 2022 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

IL SORRISO MASCHERATO DI
GOOGLE – IL NOME DI DIO

Francesco De Napoli

Adam Vaccaro, Google – Il nome di Dio. In quattro quarti di cuore. Prefazione di Massimo Pamio. Postfazione di John Picchione. Con una Nota dell’Autore. Ed. puntoacapo, Collana Intersezioni n. 54, Pasturana (Al), 2021, p. 104.

Impedimenti personali mi hanno, finora, costretto a rinviare una recensione dedicata con dovuta cura e attenzione a questo Google – Il nome di Dio. In quattro quarti di cuore. Ciò mi ha consentito, tuttavia, di leggere e rileggere più volte il volume, al punto da recepire in pieno con quanta forza, passione e verità Adam Vaccaro abbia portato a termine questo disperato capolavoro.
Illuminato da luciferini bagliori infernali, il mondo appare oggi come uno sterminato e virtuale luna park, una miserabile bancarella a cielo aperto che Vaccaro ritrae con tinte drammaticamente realistiche. Una visione del genere potrebbe trarre in inganno, qualora ci limitassimo a sin troppo banali considerazioni di tipo mediatico, riallacciandoci, ad esempio, al dittatore Grande Fratello del sin troppo abusato romanzo 1984 di George Orwell.
In questo poema, perché di un poema si tratta, certamente c’è anche questo, ma l’aspetto fondamentale capace di elevarne enormemente il valore poetico-culturale consiste nel volutamente sottaciuto, onde dare maggior risalto alla denuncia politico-sociale, timbro esistenziale che, per quanto devastato, rinvia alle allucinate intuizioni di Pier Paolo Pasolini, il quale, venuto a mancare nella metà degli anni Settanta, mai avrebbe potuto immaginare l’incontrovertibile imperium dell’omologazione dei cervelli che sarebbe scattato di lì a poco a livello planetario. Di questo fenomeno Pasolini, pur non potendone delineare le cause, tentò comunque, a suo modo, di tratteggiarne gli effetti salienti.
È quanto Adam Vaccaro riesce invece a rappresentare appieno, con assoluta fedeltà chirurgica e quasi fotografica – sviluppando, in un certo senso, il discorso già iniziato da anni e proseguito nella precedente silloge Tra Lampi e Corti (2019).
In Google – Il nome di Dio l’autore molisano, da molti anni stabilitosi a Milano, tocca sempre più le corde di una umanità avvolta e dilaniata dalle spire della sua stessa demenza ed emarginazione. È il caso della lirica Im/potenze, dove Vaccaro rinnova sapientemente quel clima pasoliniano di perversione e degrado un tempo tipico delle periferie e che ormai ha invaso anche i centri urbani:

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G. Galzio – Ricerche di paradigmi di un Nostos molteplice

Pubblicato il 17 luglio 2022 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Nostos senza Odisseo (*)

 Ricerche nel campo aperto di nuovi paradigmi

 Adam Vaccaro

(*)Una prima versione di questo scritto è apparsa sulla Rivista Odissea, vedi a https://libertariam.blogspot.com/p/liber.html

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Gabriella Galzio, Ritorno alla Dea, Agorà &Co, Sarzana-Lugano, 2022 – pp. 72.

Questo saggio di Gabriella Galzio nasce e viene da lontano, come ricorda nella Premessa, l’Autrice. Un lontano, nel tempo e nello spazio, che riguarda sia gli scambi vitali e culturali avuti nel corso della sua vita, sia testimonianze, riflessioni ed elaborazioni nel corso dei millenni, ripresi e fatti linfa della propria poesia e visione del mondo. Tutti lasciti elencati nella bibliografia in fondo al libro, del quale alcune parti sono già apparse su riviste.

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Luigi Cannillo – “Between Windows and Skies”

Pubblicato il 8 maggio 2022 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

L’imprendibile
Tra le luci e l’ombra della vita

Adam Vaccaro

Luigi Cannillo, Between Windows and Skies, Selected Poems 1985-2020.

Gradiva Pubblications, NY, 2022. Con Traduzione di Paolo Belluso.
E la Prefazione di Luca Ariano

Con Luigi Cannillo ho condiviso decenni di scambi umani e culturali, dentro e fuori la lunga appassionante esperienza di Milanocosa. Eppure, il percorso di conoscenza è interminabile e mai prendibile completamente. E con tale assunto entro con mani e occhi in questa sua raccolta antologica che attraversa i suoi libri precedenti, più alcuni per me significativi e illuminanti inediti.
La sua lettura mi consente, tuttavia, di fare un punto sia pure interrogativo e aperto su quanto ho man mano definito dei suoi modi di intendere e fare poesia. Nel corso degli anni ho evidenziato tre fonti costitutive del suo poièin: Memoria di legami, intellettuali e affettivi; Corpo, col suo centro motore nell’eros e la matericità del suo universo mentale, che per Rita Levi Montalcini è funzione di ciò che chiama cervello bagnato; infine, la Lingua, o meglio la ricchezza delle lingue del corpo, che nella poesia confluiscono e determinano faglie di sensi mai completamente escussi. Ne deriva, nella struttura testuale di Cannillo, un accento di ricerca e bisogno di legame musicale tra Testo e Altro.
Da queste brevi premesse, procedo nella lettura di questa antologia, partendo da nuclei di sensi che avevo evidenziati in un mio saggio del 2000 (svolto con la mia metodologia dell’Adiacenza, in cui facevo una analisi comparativa tra i testi di Cannillo e quelli di Annamaria De Pietro), pubblicato sul N. 33 della Rivista “TESTUALE”(*). In questo saggio mi focalizzavo sui suoi libri di allora, Sesto senso (Campanotto, Udine 1999) e Volo simulato, in cui avevo individuato uno stile e un moto di costruzione del testo, che parte dalle zone basse, emozionali, del corpo e della sua cosmogonia, per espandere in un moto ascendente i vettori dei sensi verso aree alte e speculative. E specificavo che il moto si esplicava in “ricerche di misura ed eleganza di sé-duzione… perennemente rattenuta e in bilico tra esplosioni implacabili e infaticabili accumuli e silenzi…di un equilibrio impossibile”, in cui il Soggetto Scrivente “riesce a inventare momenti di ‘voce ferma/ la nostra salvezza’” (Sesto senso), in un incrocio etico ed estetico di tensione totalizzante e molteplicità di lingue della poesia, premessa dell’ipotesi di Adiacenza, oltre che di forma e stile dei testi più ricchi.
Aggiungevo che se il movimento di seduzione tra il Sé e l’Altro, di cui il testo è trama e tramite, vuole collocarsi ed essere corpo vivo tra altri corpi, deve riuscire a “uscire dalla parola” per non rimanere in un universo alienato. Il che implica farsi amare e ascoltare, farsi capire e vedere, non tanto per essere parola simpatica o odiosa, ma semplicemente per essere. Insomma la parola deve farsi comunicazione complessa (come intesa da Antonio Porta), se non vuole ridursi a suono, o a disegno, immagine, o a qualsiasi altro costitutivo parziale (spesso totalizzato) del proprio specifico.
E a tale proposito, rilevavo come tra Volo simulato e Sesto senso ci fosse continuità nella tensione del testo tra la sensisitività pre-linguistica, o pre-testuale, e una decisiva fruizione post-testuale.
Credo che stia in questo moto e tra il nucleo generativo e vitale della ricerca espressiva di Cannillo. Non a caso, il titolo di questa raccolta antologica si dirama da esso, disegnando il moto da una stanza al cielo. Moto richiamato anche nella immagine di copertina, in cui è già evidente che qui non ha nulla di mistico, rimanendo fortemente innervato nel corpo-identità, che può diventare statica ed egolalica prigione, o uscita e volo di liberazione e rinascita. Il punto è che tali sensi diventano reali solo attraverso l’Altro, vitale e imprendibile come l’elemento invisibile che si espande fuori dalla finestra.
I libri successivi proseguono e accentuano tale moto, entrambi col Cielo nel titolo, il primo disegnato nella propria stanza, con sensi apparentemente di minimalismo da Linea lombarda (Cielo privato, Joker 2005) e il secondo (Cieli di Roma, Lietocolle, 2006), in spazi e tempi capitolini.
Nell’antologia seguono poi testi, sia da libri successivi incentrati più su memorie e perdite dolorose, sia inediti. E cerchiamo ora di comparare il nucleo di sensi finora evidenziato con quanto emerge da questi ultimi, nei quali troviamo consonanze, ma anche divaricazioni. Il che conferma la complessità mai univoca e paradossale della poesia, se questa si svolge nell’universo molteplice e mutevole della vita, di cui si fa eco adiacente delle mille voci e degli infiniti lampi che ne colorano il fascino, le tragedie, il tormento e la gioia.
Prendiamo perciò alcuni versi che tendono a contrapporre moto e sensi opposti a quelli fin qui colti:
“Tra l’armatura e il cielo/ pesa intera la nostra gravità/ frutto e grandine, ogni evento/ si strappa e precipita/ invocando il suolo” (p.60). Cioè, il moto di uscita e liberazione dalle nostre prigioni, è illusorio se ignora le forze che lo negano. Ogni tensione e azione se vuole dunque essere reale, deve essere dialetticamente concepita, altrimenti non libera né fa alcunché, e rimane patetico flatus voci.
Altrettanto, per quel che riguarda la fondamentale necessità di essere, cioè di essere conosciuti e riconosciuti nella propria identità, citiamo le vive memorie del testo di p.88:
“Un bambino con un fiocco azzurro/ …/ In un’aula eguale estranea,/ fissare il maestro negli occhi/ sapere dallo sguardo la clemenza/ e il rancore…”; o queste di p. 86: “È l’ora della rincorsa per tutti/ tranne uno che il sole non scalfisce/ che vive d’ombra, in un albero nudo/ un eremita che dal silenzio/ delle scale sente chiamare/ Non c’è più nessuno, maestro, scrivi”; cui seguono a p.90: “La mia natura è percorrere/ la scala di servizio, accomodarmi/ a dormire nel gradino stretto/…/ Non mi avrete alla ricreazione/ salirò sull’albero/ più alto del giardino” (p.90).
In questi squarci di memorie infantili è dunque nato quel moto opposto delineato? Sappiamo però che nulla cancella le pietre e i gradini su cui abbiamo cominciato a camminare, a dare forma al mondo e a noi stessi. Nessuno di noi abbandonerà mai del tutto quel primogiardino mentale e disegno del mondo, di cui parla Claudio Magris. Tutto è sempre molteplice e complesso, e il percorso espressivo di Luigi Cannillo ne è forma, oscillante su un crinale di tensione di condivisione e vocazione solitaria, in un intreccio di tutti di luce e ombra, di cui quest’ultima è caldera decisiva e fonte profonda di lapilli sospesi di attimi d’infinito, tra cielo e terra.
8 maggio 2022

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Google – Il nome di Dio – Letture-7

Pubblicato il 10 aprile 2022 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Adam Vaccaro: Google, puntoacapo Editrice 2021, Pasturana (AL)

L’incontro con il dio postremo
Gilberto Isella

Tra le numerose definizioni concernenti il motore di ricerca Google, la più azzeccata è forse quella di Shoshana Zuboff: “il capitalismo della sorveglianza”. Una formula che allude agli effetti di ricaduta delle investigazioni di Foucault relative al ‘sorvegliare’ su uno degli organismi più invasivi della comunicazione postmoderna, Google appunto. Refrattario alla poesia Google? Leggendo l’ultima, vibrante raccolta Google – il nome di Dio di Adam Vaccaro, si direbbe di no, malgrado la prosaicità dell’argomento. Era però necessario estendere gli interessi poetici oltre i loro recinti tradizionali, chiamare in causa le tecnoscienze fino a raggiungere i territori della neosemiosi dominante.
Vaccaro prende atto di una situazione ormai planetaria, ed elabora in versi un controdiscorso articolato: un coraggio ‘critico’ nell’accezione genuina, un gesto spiazzante verso uno degli scenari più problematici del mondo odierno. Lo riconosce con acume il critico John Picchione, nel saggetto che conclude il libro: “La funzione della poesia è di elaborare un distanziamento destabilizzante e provocatorio nei confronti delle tecnologie che costituiscono le infrastrutture portanti della contemporaneità”. All’universo vischiosamente sofisticato, antivitale, dei media e dei gadget elettronici, viene qui contrapposta la vita come insorgenza reale e insostituibile, paradigma dell’appropriamento di sé e dell’incontro con l’altro. Così nei versi affettuosamente allusivi di Invisibile, testo augurale retto sull’anafora “invisibile”, e dove l’invisibilità equivale a un desiderio custodito nell’intimo eppure in sé ardente, vitalistico: “e una mano che mi/ faceva dono di un altro biglietto di/ viaggio col suo referto di maternità”.
Vaccaro non affronta a testa bassa la nebulosa di Google; piuttosto ne illustra in modo sovente indiretto le ripercussioni molecolari, se vogliamo gli sparsi fantasmi, sul comportamento quotidiano. Il che avviene tramite un consapevole utilizzo di metafore e soprattutto di metonimie: il reale in rapporto col virtuale, la fenomenologia del contiguo, l’interfaccia tra registri stilistici, dal lirico al sarcastico. Un’ampia sintomatologia del presente insomma, da mettere in conto e decostruire nei suoi elementi costitutivi. L’agenzia Google, al centro dell’universo telematico, induce stereotipi alienanti a partire dal lessico (“Mi telefona Tizia per dire di un’app e di condi/visioni di un fantastico like in facebook”), crea meccanismi di ripetizione e stordimento proiettando le sue ombre fluttuanti sul terreno dell’immanenza. Un gioco di ombre nel vuoto, come nell’omonima, gustosa poesia di p.19, dove una comune giornata è descritta sotto forma di teatrino sommessamente isterizzato, all’insegna di concatenazioni gestuali eterodirette, di automatismi sorvegliati, appunto, da una presenza aliena e immateriale. Personaggi appesi al proprio nome (“Marina al mattino va al bar”, “mentre Renzino va a intontirsi”) ma sostanzialmente intercambiabili, visto il loro rincitrullimento comune e coatto.
Presenza aliena: Google, lo si accetti o meno, è come Dio un’istanza totalizzante, un nume al quale ci si deve rivolgere con devozione e con toni di supplica: “Ascolta, Google, dove sei? Sono qui/ sulla coda di una fila chilometro zero”. Code umane questuanti, in attesa del panem nostrum quotidianum, ma in realtà incolonnate di fronte a un enigmatico zero. Un rito che si replica in Soros cuore d’oro: “Soros dal cuore d’oro/ dacci oggi il tuo miliardo/ quotidiano”, sintagma di cui non sfuggirà l’ironico bisticcio soros/ oro. E tuttavia, in un universo di simulazioni e scenari illusionistici come il nostro, lo spiritello occulto di Google può assumere parvenze dolci nel suo effondere residui di sacralità.
Come in Alexa, dove una voce-luce impersonale ma dal timbro femminile, tipico di quel dispositivo d’intelligenza artificiale, sembra promanare da “una madonnina sul comodino” evocatrice di consimili “stelline madonnine” dell’infanzia, le cui tracce mnestiche richiamano (implicitamente) il sentimento oceanico del vivere, ossia una delle più alte incarnazioni del desiderio. È vero: in questo universo robotico soggetto e oggetto si confondono, mittenti e destinatari si scambiano i ruoli, mettendo il più delle volte in luce un retroscena drammatico – tra miseria, squallore e abbandono – spalancando agli occhi del lettore le crepe della storia. Sono le oscillazioni di un quadro complesso che la multiplanarità discorsiva di Vaccaro pone in risalto.
Ma il macrotesto offre spiragli suscettibili di lasciar passare anche il suono dell’autentico, una voce dantesca di speranza. E allora il cuore nero fa appello al cuore bianco. Ali si alzano, “spiccando voli negati che/ il cuore continua a inventare”.

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Gilberto Isella – Criptocorsie

Pubblicato il 27 marzo 2022 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Gilberto Isella, Criptocorsie, Book Editore 2021, Riva del Po (FE)

L’istrice insofferente
Adam Vaccaro

Ci sono versi in esergo di questo libro, significativamente titolati “CV: Nato il 25 giugno 1943…”, che sono forma di poetica e programma poi svolti dal testo, che è tutto nella ricerca di percorsi aperti oltre “cose ferocemente ovvie”. Un curriculum che si dipana fuori da ogni imposizione: “nulla vi è chiesto di fare”, ma “vi toccherà invece strappare/ l’intera latitudine/ dalle coordinate d’uso/ del pianeta”. È un programma insofferente dell’ovvio, ma che nel contempo non vuole e non può uscire dalle corsie che inanellano la vita, a partire da quella, “più ovvia e tàcita” che comincia in un giorno e in una anno precisi, generata da nomi impressi nelle “lapidi”. (p.11)
È un programma di lettere cui non basta l’impressione sulla carta, ma cercano una incisione di memoria più resistente, lapidaria. Una sfida che si schiude quindi da subito dentro il paradosso originario dell’arte e della poesia, di non imitazione illusoria, ma reinvenzione – antichissima e modernissima – senza reti di garanzia rispetto a ciò che è e pretende di essere l’assoluto indiscusso e indiscutibile.
Poesia dell’impossibile e dell’irrisolto irrisolvibile, che continuerà, ma che questa scrittura insegue, forse con moti goffi e inconsulti ma anche con aculei di un istrice, che non ha alcuna intenzione di rendersi animale ornamentale e pacifico: saremo “a guisa di un virgulto insospettito” tra “…le delizie/ benedette maledette del creato”, “tra il respiro di un angelo/ e le ali del nostro smarrimento” (Torneremo virgulti in Atlantide, p.143).
Sono versi che ci prendono e fanno volare oltre, il presente e le sue banalità del male e del bene, che però non è escusso e cancellato in una arcadia accovacciata e appagata sulle proprie uova letterarie. No, qui l’insofferenza è presente e inscindibile dal qui e ora, tesa ad aprire spazi e tempi utili a svestire e ripensare le ovvietà spacciate dal corteo di servizio, “per spostare la bomba deposta dall’aquila” (p.11) del dominio in atto.

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Google – Il nome di Dio – Letture6

Pubblicato il 26 febbraio 2022 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Adam Vaccaro, Google – il nome di Dio, in quattro quarti di cuore,
puntoacapo ed., Pasturana (AL), 2021

Nota critica di Laura Cantelmo

Pur essendo questa nuova raccolta di Vaccaro, divisa “in quattro quarti di cuore”, può apparire tripartita come una moderna Commedia – essendo la seconda sezione, Cuore viola, sostanzialmente un’estensione della prima. Per di più, tra i tanti indimenticabili personaggi che giganteggiano nell’Inferno dantesco, alla memoria se ne è imposto uno che richiama i toni di Adam Vaccaro, Farinata degli Uberti, che vediamo ergersi carico di furore tra le arche di un cimitero,: “ed el s’ergea col petto e con la fronte/ com’avesse l’inferno in gran dispitto.” (Inferno, X, 35/37). Restando nell’ambito dell’analogia, non sarà inutile ricordare che Farinata è collocato da Dante nel cimitero dei seguaci di Epicuro “che l’anima col corpo morta fanno”. Oggi lo definiremmo un ateo, un materialista, lontano da ogni idea di trascendenza, ma per ricondurre il discorso ai nostri giorni, su quanto il materialismo dialettico di Vaccaro possa avvicinarsi al grande eretico ghibellino, lasceremo da parte le idee sull’aldilà per concentrarci su quell’avere “l’inferno in gran dispitto”.

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Google-Il nome di Dio-Letture-5

Pubblicato il 15 febbraio 2022 su Recensioni e Segnalazioni da Maurizio Baldini

Adam Vaccaro, Google-Il nome di Dio

Pasturana (AL), puntoacapo, 2021

Articolo del 15 Febbraio 2022 – Rubrica DI-VERSI  PER-VERSI

su Mantova Poesia  de “la Voce di Mantova”

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Google – Il nome di Dio

L’ultimo libro di poesie del poeta molisano e critico Adam Vaccaro, classe 1940 dal titolo “Google – Il nome di Dio” pubblicato dalla casa editrice puntoacapo Pasturana (Al), ci accompagna in un viaggio forse senza ritorno. La raccolta si articola in quattro sezioni denominata “In quattro quarti di cuore Nero, Viola, Rosso e Bianco”. La prefazione è curata da Massimo Pamio e la postfazione da John Picchione. «Si può ancora scrivere poesia? – si chiede Massimo Pamio – L’attuale epidemia virale permette di verificare i meccanismi di controllo delle masse, se Google e gli altri potenti mezzi basati sull’uso di registrazioni dei comportamenti secondo criteri di efficienza, grazie all’uso di algoritmi, deputati a riassumere e a classificare e incasellare discorsi, orientamenti e desiderata di miliardi di individui. Se i server di Google e soci funzionano, – continua Pamio – potranno un giorno non solo registrare ma addirittura, con l’uso di chip, telecamere per il riconoscimento facciale e altri marchingegni, innescare e condizionare i comportamenti collettivi a loro piacimento, come già è accaduto con lo scandalo di Facebook – Cambridge Analytica». […] Nel contemporaneo e postmoderno inferno turbocapitalista voluto e programmato, vive e si districa il poeta, – continua Pamio – numero magico tra i numeri, esponente bizzarro e stralunato ancora dotato di una individualità autentica e libera ma anche socialmente porosa, capace di trovare il bandolo della matassa perché vanta una notevole capacità critica e di discernimento, nonché la saggezza propria di chi ha esperienza di altri mondi o di mondi immaginari e quindi sa leggere in ciascuno di essi le ragioni che lo reggono, anche se il mondo stenta a resistere in mano ai suoi burattinai. Come trovare le parole giuste nel Caos»?

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Google – Il nome di Dio – Letture4

Pubblicato il 11 febbraio 2022 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Google – Il nome di Dio – In quattro quarti di cuore, di Adam Vaccaro
puntoacapo Ed. Pasturana (AL), 2021

La poesia come motore di ricerca critica
di Luigi Cannillo

Sacro e profano, entità digitali e vite esemplari, attualità e memoria si intrecciano nella nuova raccolta di Adam Vaccaro. L’alveo nel quale si articolano e fluiscono le poesie viene esposto chiaramente nella nota dell’Autore in conclusione del volume: l’analisi politica e socioeconomica sugli effetti del neoliberismo e della globalizzazione finanziaria insieme allo sviluppo di un universo massmediatico invasivo e spersonalizzante. I testi quindi sono nati “dall’intreccio di doloroso disagio, passione ferita e volontà di Resistenza vitale”, contesto dal quale la poesia attinge direttamente e criticamente. Lo fa strutturandosi in sezioni che riprendono, ognuna attraverso un colore, il motivo del Cuore come centro di energia e intelligenza che si fa prima nero nel rifiuto e nella negazione, poi rosso nella passione e viola nella paura e infine bianco nella fonte profonda dei valori originari e della possibile rinascita: “Cosa possono dire le stesse cose che ci/ Appaiono inerti – polvere di morte che/ Improvvisamente si alza e ritrova il volo”. È, volutamente, un percorso a U nel quale, iniziando dallo scavo e dalla discesa nell’oscurità, si risale, dopo aver toccato il fondo, verso la luce. Un percorso dantesco al quale sembra alludere anche la foto di copertina di Valeria Vaccaro, con una imbarcazione direzionata verso i colori dorati e vermigli che possono appartenere al tramonto, ma, contemporaneamente, anche a un’aurora.
I testi così suddivisi nelle quattro sezioni hanno origini e datazioni diverse che formano una sorta di diario liberamente impaginato secondo i contesti tematici e che, allo stesso tempo, comprendono sia poesie più recenti che altre, edite, risalenti ad anni precedenti ma che in questa modalità assumono un nuovo valore. L’approccio e il tono sono talvolta di tipo più narrativo e colloquiale, altre volte più lirico ed evocativo. Ma comune è la ricerca espressiva: le invenzioni linguistiche, i giochi di parole mai fini a se stessi ma tesi alla scoperta dei molti significati di unità verbali che vengono composte e scomposte all’interno di campi semantici stranianti (quello tecnologico) o edificanti (quello del mondo naturale). E le allitterazioni, la sillabazione ripartita negli enjambement, le assonanze che si dipanano spesso per unità lessicali molto estese, a volte creando mulinelli linguistici e sonori: “Soros dal cuore d’oro/ dacci oggi il tuo miliardo/ quotidiano che ci fa correre/ a strappare salvare vite/ disperse e affamate/ sommerse dall’oro che/ gronda dalle mani degli/ invisibili quattro gatti […]”. Soprattutto nelle prime sezioni ricorre uno spirito caustico e sarcastico che mette in luce gli aspetti più assurdi della condizione di dipendenti digitali e cittadini ammaestrati, ridotti continuamente a uno stato infantile attraverso il linguaggio lezioso e affabulatorio usato dagli adulti per convincere e rassicurare i più fragili e suggestionabili. E anche come parodia dei messaggi evangelici, la cui forma mette in evidenza la pervasività e i tentativi di indottrinamento delle nuove Entità/Divinità informatiche con la loro attività manipolatoria. Primo fra tutti spicca Google insieme ad altre entità dotate di ultra-poteri: “Alexa, piccola madonnina sul comodino/ raggino che muto ascolta e registra attento/ i tuoi comandi anche quando sono solo/ battiti del tuo cuore…”.
Accompagna la raccolta un notevole apparato critico composto, oltre che dalla citata Nota dell’Autore, dalla prefazione di Massimo Pamio, dal saggio-postfazione di John Picchione, e da una nota dell’Editore nel risvolto di copertina. Questi contributi offrono, ciascuno a suo modo, spunti efficaci per contestualizzare e approfondire le tematiche presenti. Molti sono i riferimenti ad autori compagni di viaggio della poetica di Vaccaro, Antonio Porta innanzitutto, con Mario Lunetta e Alberto Mario Moriconi. Aggiungerei il nome di Luigi Di Ruscio sia per le poesie di aspra critica alla civiltà industriale, in particolare contro le divisioni di classe e l’organizzazione alienante del lavoro ma anche negli squarci di gioia di vivere e per la bellezza della natura. Anche in Vaccaro interagiscono critica, indignazione e vitalità che si alternano in questo caleidoscopio di cuori e colori. Alle nuove divinità si contrappongono le storie comuni di eroi del quotidiano (il ristoratore emigrato, “Nella cucina di Shakespeare”, l’immigrata, “Mira a Milano”, la stiratrice/rammendatrice, in “Rosina e l’orchestra tv”) e le radici della famiglia dell’autore: nella fotografia e nelle parole del padre, nel ricordo della suocera Vilma, staffetta della Resistenza, fino alle figure portatrici di luce della moglie Chris, dei figli e dei nipoti.
Google – il nome di Dio tiene così uniti i suoi Cuori e colori attraverso un percorso temporale esteso ed elastico, partendo dagli aspetti salienti della contemporaneità e della attualità e poi risalendo e trovando slancio e rigenerazione dai nuovi nati come dalla memoria delle Origini: “Profumami origano di colline molisane/ […]/ questo mio stare qui/ ai piedi del monte più duro da scalare/ […]/ Forse è il tuo profumo/ che trascolora assaporando/ questa pizza colma di vita/ tempestata dai tuoi verdi coralli”.
12 febbraio 2022 Luigi Cannillo

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Stefano Vitale – L’oltre e l’altrove della Poesia

Pubblicato il 29 gennaio 2022 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Stefano Vitale, Si resta sempre altrove, puntoacapo, 2022

Domande aperte oltre l’eclissi del senso
Adam Vaccaro

Questo libro di Stefano Vitale è profondamente innervato nel terreno della crisi del senso in cui si dibatte il soggetto occidentale nella fase storica, sociale, economica e culturale, definita spesso con un termine sommario quale postmoderno. Da parte mia preferisco riferirmi altrimenti a questa fase di cambiamenti epocali o capitali – e uso questo termine non a caso –, in quanto tali mutamenti hanno radici nella nuova struttura che ha assunto il capitalismo a livello globale nel corso degli ultimi cinquant’anni.
Sono mutamenti che hanno accentuato il processo di finanziarizzazione e globalizzazione, corredato da innovazioni tecnologiche digitali e da una trionfale ideologia di pensiero unico, che pretende di azzerare ogni precedente ideologia. È un contesto che accentua crescita esponenziale di disparità tra una èlite ridottissima e masse planetarie sempre più povere, e controlli digitali che giustificano definizioni quali capitalismo della sorveglianza. Ma l’ideologia della fine di tutte le ideologie, che ne è il portato sovrastrutturale, è la geniale elaborazione che rende invisibile come l’aria il dominio in essere, che riduce la possibilità di vedere un oltre l’orizzonte percepito, e tende a cancellare diversità e profili, fonti necessarie di costruzione di quel crinale costituito da senso del sacro e del senso.
Testi e forme di questo libro si misurano con la crisi antropologica generata da tale processo complesso, che coinvolge, prima che strutture socio-economiche, capacità di elaborazioni critiche e di visioni altre di idee.
“Si nascondono le cose in piena luce/ misteriosa eclissi nell’evidenza di sé/ scolpita nel fulgore dei contorni// eppure tesa è la volontà del dire/ ribelle presenza che si oppone/ al grumo malefico della natura// volgendo lo sguardo verso la sera/ è sangue che lava il segno del fuoco/ e scalda la terra con la mia cenere”.
Il respiro dei versi qui si distende in ritmi alessandrini, più o meno lunghi, ma sempre in ritmi connessi a un andamento ieratico, di solennità e sacralità, che declina uno smarrimento entro un orizzonte che pur “in piena luce” non fa vedere le cose: una “misteriosa eclisse” domina e abbaglia col suo fulgore, accecando e insieme togliendo la capacità di parole che danno nome a tali cose – il che fa sottolineare ad Alfredo Rienzi in Postfazione che “luce” e “parola” sono tra i vocaboli più usati del libro.
Sono versi di cui il contesto è co-autore di sensi complessi, che cantano il dolore del “sangue” nel fuoco in cui brucia un Soggetto Scrivente non arreso al silenzio di morte, resistente con la sua “volontà del dire”, anche se il fuoco in cui si dibatte la nega e fa di essa alla fine “cenere”. Il testo, di p. 63, Giochi di luce, è in due parti, in cui la II tende a chiudere il cerchio; “Nel crepuscolo la luce ora disegna/ sul muro l’ombra delle foglie.// Sarà questa la giusta prospettiva,/ il giusto compenso del mio viaggio?”
Anche se il titolo pare alleggerire, resta un canto funebre (di cui il Piccolo Requiem finale, dedicato al padre e richiamato anche nella prefazione da Alessandro Fo, ha valore simbolico dei sensi di tutto il libro) su mancanza e impossibilità di vedere, dire e articolare possibilità non contemplate dall’ordine totalizzante che disegna la fine della storia e rende folle ogni ipotesi di Altro e Oltre.
Sono corollari di tali postulati, sia una hybris che abbatte limiti tra mondano e sacro, sia un universo liquido cui non interessano identità specifiche. L’evidenza del sé del singolo resiste, ma senza un cambiamento radicale del contesto, il suo destino è di ridursi a un’ombra come quella di una foglia sul muro nella luce breve di un crepuscolo, con una domanda aperta che è una sorta di urlo attutito, della necessità di non smarrire ogni barlume di senso, per quanto difficile, oggi possibile.
Una domanda che fa riemergere in noi la chiosa shakespeariana, sulla condizione umana fatta della “stessa sostanza dei sogni”. Ma nel Bardo di Avon era l’amore ad accecare e a trasfigurare il mondo in sogno, qui è la banalità di un contesto mascherato che ci rende ombre di noi stessi. Tuttavia il libro non è un canto arreso e nichilistico. Come nel testo richiamato, (im)pone domande aperte e un eppure alla nostra responsabilità antropologica: “prima d’imboccare un’uscita,/ la via giusta o sbagliata che sia/ nessuno lo sa né mai lo saprà.” (p. 82); “Eppure son certo/ che nel riflesso improvviso del sole/ sul lucido dorso del mare/ ci ricorderemo d’essere stati/ un istante felici” (p.83). Felicità rubata, anche grazie all’esercizio ”pensante” della poesia, “in una dialettica “tra qui e altrove” (nella postfazione dell’Autore), che le arroganze e pretese della imperante totalizzazione non riescono ad azzerare.

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Google-Il nome di Dio – Letture3

Pubblicato il 18 gennaio 2022 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Adam Vaccaro, Google – Il nome di Dio, Pasturana (AL), puntoacapo, 2021

Nota di lettura di Alessandro Cabianca

Una poesia che va al cuore del falso, finto, fesso rapportarsi e raccontarsi dell’oggi portati da un mondo artificiale, il WEB, più vero del mondo reale a scardinare secoli di razionalità con attimi di irrealtà che si fanno filosofia spicciola e altrettanto spicciola etica dell’immorale quotidiano.
La poesia che, come molta del secondo novecento, finalmente si sporca con il reale, lascia secoli di idealismo, si confronta con problemi apparsi all’orizzonte della storia ieri, o appena l’altro ieri, ma che stanno in breve impadronendosi di ogni segmento di società e vengono contrabbandati come il nuovo umanesimo, la nuova liberazione, mentre già stanno diventando strumenti per una più sofisticata schiavizzazione degli individui.
Non è mai venuta meno la schiavitù e talvolta anche i poeti hanno evitato di accorgersene per assurgere a uno status di sacerdoti della cultura dominante, solo ad eccezione di alcuni, pochi, che hanno pagato perfino con la vita la loro scelta di libertà, e non sono solo gli assassinii, ma anche le non poche rinunce alla vita che dolorosamente segnano la storia letteraria e poetica del novecento.
Sempre meno ritroviamo chi ha un occhio critico nei confronti dei grandi rivolgimenti che stanno avvenendo nel mondo a vantaggio di pochi e a danno di tutti gli altri, e sarebbe davvero ingombrante l’elenco di quanti, scientemente, industriali, potilici, manager, nel secolo appena trascorso hanno operato apertamente per distruggere quanto faticosamente i due secoli precedenti si erano adoperati di raggiungere.
L’appiattimento delle coscienze, manipolabili con facilità, la perdita della autonomia del giudizio sono i sintomi principali di un degrado che, prima di essere morale, è un degrado sociale, generalizzato.
E allora un poeta fuori dai canoni e dalle gerarchie delle élites letterarie, compie una operaziona di verità, alla maniera di Ferlinghetti, di onestà, alla maniera di Saba, senza le paranoie del plurilinguismo alla Pound o dell’incomunicabilità alla Sanguineti, e fin dal titolo indica quale è il dio dei nostri anni: Google.
Strumento preziosissimo questo, ma perfido per chi ha scopi di dominio perché può mobilitare in un click milioni di persone verso una causa; e quando questa causa è sbagliata, chi ferma la valanga umana che si è messa in moto, inconsapevole o complice? Scrive Massimo Pamio nella Prefazione: “L’uomo diventerà un falso spogliato di ogni identità”. Ce l’hanno insegnato secoli di assolutismi che alla perfezione, pur se talvolta in maniera ancora grossolana, hanno utilizzato questi medesimi processi collettivi che, con una differente tecnologia, potrebbero perfino sembrare strumenti ugualitari e evolutivi e dei quali non si possa più fare a meno se non si vuole essere tagliati fuori dalla modernità.
Riprendendo la Prefazione: “Il poeta molisano riesce a fare ordine all’interno del caos che ci attornia e a far pronunciare ai nuovi topos del mondo la loro essenza; insomma il poeta fa dire il mondo a quelli che lo posseggono, alle trappole che i potenti hanno ben disegnato per riuscire a mantenere un ordine mondiale guadagnando su quelli che come in un incantesimo fanno quello che loro gli dicono di fare, mediante il desiderio, questa potenza che muove l’uomo più di ogni altra forza”. Poesia politica e poesia sociale al più alto grado dove un “sistema” anonimo, ma non per chi lo guida e ne raccoglie i risultati, sembra guidare le vite di uomini sempre più anonimi e disorientati
Siamo ad una “santa barbarie” o ad uno “scientifico macello”? (p.15) Credo che nel novecento abbiamo già sperimentato, e su vasta scala, sia l’una che l’altro, ma adesso possiamo goderci i like su facebook o salutarci con la manina in streaming o goderci messaggi e contatti con whatsapp in questa rimbambilandia collettiva dove ogni due parole spunta un prodotto in promozione (pp.17-18), “in questo contemporaneo, posmoderno inferno turbocapitalista voluto e programmato”. (Pamio)
Il senso del vivere per il poeta non sta qui, dove è già evidente la sconfitta dell’umano (dico già poiché questo sistema ha velocità impensabili fino a poco fa e capacità di rinnovarsi e riprodursi in continuazione, camaleonticamente, pur essendo giovane, ma con lo stesso scopo e i medesimi criteri degli antichi sistemi di controllo e dominio), il senso sta in ogni singola persona, nel riconoscere e trasmettere quei valori che hanno giustificato l’esistenza: sta nelle scelte di chi si oppone alla generale omologazione, anche per incoscienza, come quei “sereni ragazzi […] che continuano a fare/ inni alla vita incuranti/ inconsci e resistenti”, (p.43) sta nella vita da “straniero di Rho” di Piero come il senza patria Mohamed e il pensiero corre all’omonimo senza patria degli indimenticabili versi di Ungaretti: “Si chiamava Moammed Sceab// Discendente/ di emiri di nomadi/ suicida/ perché non aveva più/ Patria” (In memoria).
Vorrei invitarvi a leggere per intero Rosina e l’orchestra tv, dove trovate una forma moderna di accoglienza: Rosina, persa la casa, entra in un bar gestito da cinesi e la padrona non la caccia, ma con “il verso e l’occhio”… “dice di stale pelò nell’angolo in fondo!”, mentre la Tv invita gracchiante a donare per i bambini in Africa, per malattie rare, per la Protezione civile. (p.34)
Si può ancora resistere, sulle note di Ciao bella ciao, “attardati su la sovranità appartiene al popolo” (p.54) come ha saputo resistere Vilma Venturi, suocera del poeta, staffetta partigiane. (p.56)
Il mondo degli affetti apre a nuove speranze, Chris, “fiore d’autunno”, Claudio e Elena, “rami che crescono”, Chiara, “nuovo bocciolo”, Valeria, piccola poetante, e non sul filo del sentimentalismo, ma come nuovo sguardo sull’ignoto, infinita gioia presente e insieme trepidazione: “Invisibile era il ballo dei nostri cuori/ mentre ti vedevamo barcollare ai/ primi passi su un marciapiede di/ Arese e poi palloncino di gioia/ senza freni sul lungomare di Sestri” (p.69): instabile il presente e barcollante, dove cerca qualche punto di luce e di futuro un poeta turbato e inquieto per come va leggendo il reale.

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