Recensioni e Segnalazioni

Non Nel Nostro Nome – Recensione

Pubblicato il 9 luglio 2026 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Non nel nostro nome. Cento poeti italiani in difesa della dignità umana
A cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro, Edizioni Mondo Nuovo, 2025

Recensione di Matteo Veronesi

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https://incrocionline.wordpress.com/2026/07/07/non-nel-nostro-nome-cento-poeti-italiani-in-difesa-della-dignita-umana/

C’è qualcosa di dichiaratamente corale nel titolo di questa antologia. Non nel nostro nome è una prima persona plurale che rifiuta il singolare del potere, una voce che si vuole molteplice quasi che la molteplicità fosse, in sé, una resistenza. Il gesto dei curatori — raccogliere cento voci poetiche italiane in risposta ai genocidi, alle guerre imperialistiche, al deterioramento della polis — si compie in un volume percorso, come da un brivido, dal vitale attrito tra il manifesto e la poesia, tra la dichiarazione programmatica e la risonanza del testo.
Si ha, innanzitutto, una fotografia ampia e non provinciale della poesia italiana contemporanea. Vi sono voci già consacrate, come Magrelli o Conte, e altre meno note ma non prive di tensione, consapevolezza, vigore. Significativo spazio (più di quello che il sistema editoriale è di norma disposto a concedere) è dato alla poesia del Mezzogiorno. Siciliani, pugliesi, calabresi, abruzzesi dialogano con milanesi, veneziani, triestini, in un policentrismo che è già, di per sé, un atto critico. Viene in mente il richiamo di Gennaro Manna al “sapienzialismo” delle culture periferiche come “espressione di valori reali, vissuti, onorati”: anche qui, nelle voci dei margini, risuona qualcosa che il centro tende a rimuovere e rigettare.
Il pericolo maggiore di un’antologia costruita attorno all’impegno civile è quello di scivolare nell’elegia pubblica, nella denuncia che si accontenta di sé stessa, nella parola che addita il male senza incarnarlo. È un rischio che questa antologia, in molte delle sue voci migliori, affronta con soluzioni che meritano attenzione. A tratti la crudeltà padronale, l’arbitrio del potere, l’iniquità delle forzate migrazioni emergono proprio come in certi esiti del migliore realismo meridionale — da Vittorini a Scotellaro — con quella composta fermezza che è più tagliente del grido.
Proprio in questo scarto tra l’istanza etica e la sua codificazione si inserisce la tensione più feconda dell’opera. Se, come scrive Ivan Pozzoni nei suoi versi inclusi nel volume, dovremmo quasi «giustiziare l’idea stessa di giustizia» per strapparla ad ogni enfasi, ad ogni ridondante oggettivazione, l’antologia sembra precisamente raccogliere questa provocazione. La scivolosa indefinibilità, l’insidiosa natura sfuggente del tema diventano linfa vitale. Senza risolversi in trattato morale o teodicea utopica, l’idea di “dignità umana” trae forza proprio dalla sua polisemia, dalla sua forse usurpata plasmabilità fra le dita sottili o risolute dei poeti. Il magma è solcato da molteplici vie. La “resistenza” passa per l’esplorazione di un vuoto dove il «titolo d’artista» non è fregio, ma viatico che solca l’incertezza.
Questa sfida all’incerto che non rinuncia alla testimonianza documenta, quasi involontariamente, il registro forse dominante della poesia italiana di oggi. Il tono prevalente è quello di una dizione discorsiva, vicina al parlato ma non sbadatamente colloquiale, che rinuncia tanto agli eccessi del realismo più crudo quanto alle acrobazie dello sperimentalismo più radicale. La sintassi è tendenzialmente lineare, il lessico moderatamente sorvegliato, il verso libero costruito sull’andamento del pensiero più che su architetture metriche. È la lingua di chi ha assorbito la lezione del Novecento e l’ha, per così dire, cartografata e resa abitabile. Si tratta, potremmo dire con Baudelaire, di una modernitas che ha già metabolizzato le proprie avanguardie e lavora, con strumenti sobri, a “rendersi degna di divenire antichità”.
Tanto più significativo, allora, quando il registro del tono medio viene incrinato da una sorta di lirismo mitologizzante, un residuo archetipico che riaffiora qua e là come se la crisi del presente riattivasse, per reazione, più profondi impulsi di sublimazione. Come in una spirale di secoli, certe immagini primarie ritornano trasfigurate: il mito, la Madre, la caverna, il fuoco.
Questo soprattutto nelle voci femminili. Annamaria Ferramosca, ad esempio, discende nella preistoria — “ero là abitavo quella grotta / lavoravo l’amigdala” — per poi risalire nel presente con l’intera catena delle sue stragi, come se solo l’origine rupestre della parola potesse reggere il peso della storia. La movenza ricorda, se vogliamo, la discesa al Porto Sepolto che pure è nutrimento della modernità. Gabriella Galzio porta in dote una densità simbolica radicata nel mito femminile arcaico — Ishtar, Sofia, la Grande Madre — che nel contesto circostante risuona come una memoria lunga, ostinata, sciolta dalla contingenza.
Lino Angiuli scrive addirittura in uno spagnolo arcaico, quasi sognato — “A veces septiembre apparese muy lindo / y eterno para este pintura de vidrio” — quasi una lingua della memoria mitica che precede la storia: una nenia adulta, una lingua d’invenzione che cerca, nell’artificiale arcaismo fonetico, la purezza di un sentire anteriore alla Babele del presente. Marco Guzzi porta la tensione escatologica della sua ricerca spirituale. E qualcosa del Sacro affiora, come un preesistente e persistente fondale, anche in alcune delle poesie più laicamente impegnate e vibranti.
L’essenza dell’antologia dimora nella tensione viva tra voci diverse, riunite da un comune imperativo etico che ciascuna declina a modo proprio. Il risultato è un volume che vale come specchio fedele di una stagione della poesia italiana: non verginosamente sperimentale, né marcatamente lirica; ma intenta, in queste pagine, a cercare, sia pur con misura e compostezza, di non tacere davanti al mondo. La parola si nutre di ciò che l’ha preceduta. Nei momenti più alti, la memoria si fa forma, e la forma diventa, essa stessa, “resistenza”.

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Sogni e Fantasmi di Mauro Macario

Pubblicato il 18 giugno 2026 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Solo i fantasmi sognano, cortometraggio.

di Mauro Macario e Andrea Castagna (2025)

Nota critica di Laura Cantelmo

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Vedi anche a

https://pubblicazioniletterarie.altervista.org/nota-critica-di-laura-cantelmo-al-corto-solo-i-fantasmi-sognano-di-mauro-macario-e-andrea-castagna/

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Il talento artistico di Mauro Macario fa dei suoi molteplici linguaggi un campo di continua esplorazione. Questo cortometraggio che lo vede attore, voce narrante, regista, autore dei testi e della sceneggiatura lo riporta alla professione per la quale si era formato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, operando poi a lungo in Rai e nel cinema. L’intento di ritirarsi dalla scrittura e da altre forme d’arte lo fa approdare a questo originale lavoro, sintesi della sua poetica. Attraverso i temi e i diversi linguaggi in cui si è cimentato egli sembra qui voler estendere i confini dell’esperienza passata, rimodellandola e dilatandone il mistero.

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L’orizzonte che ci spetta – Marco Bellini

Pubblicato il 10 ottobre 2025 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Marco Bellini
“L’orizzonte che ci spetta”
Lietocolle, 2025

Nota di lettura di Margherita Parrelli

Vi è qualcosa nella poesia di Marco Bellini che contribuisce a fare del mondo un luogo meno sconosciuto e, se ci si lascia andare alla sua parola, se le permettiamo di parlarci, finanche confortevole, non comodo e accogliente, ma decisamente capace di rendere forte per il mezzo dello stare insieme, del condividere la sorte e l’appartenenza.
Non è uno sguardo tragico il suo, ma uno sguardo attento, accurato, commosso, che riesce a originare un movimento comune, a prendersi cura delle forme di vita che popolano l’ambiente.
Parimenti vivono nei versi di Bellini l’ontano, il rovo, il ciuffo di ortiche, il giornaletto porno perduto nel bosco e la cascina abbandonata, i grattacieli e i boschi, il bar del paese, l’averla, la vigna e il libro esemplare unico della biblioteca di Merate, il figlio in un amore che riconosce la reciprocità: “ti ho insegnato e così ho imparato/ a pensarti, a tenere quel filo che partiva/ da due punti sul pianeta/ (la mia presenza, la tua presenza)/ per incontrarsi in un luogo lontano”, il vecchio nel quale “ritorna primordiale il movimento della bocca” del succhiare per nutrirsi, “la Teresa che cammina ancora su quel lungomare/ sparpagliata”, il sogno dell’uomo che muore nel sonno poco dopo essere “rientrato mentre il campanile,/ infilato nella nebbia,/ prendeva a botte la mezzanotte”.
Il vivere insieme è un vivere tra pari e gli esseri viventi popolano i luoghi tanto quanto i luoghi popolano gli esseri viventi, ma questa uguaglianza tra le forme di vita non significa perdita del senso di responsabilità degli umani, azzeramento della coscienza, rimozione del pensiero-dato reale che la storia dell’homo sapiens sul pianeta ha un impatto sugli altri suoi pari.

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Inabissarsi – Aldo Nove

Pubblicato il 13 settembre 2025 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Dalla lettura di “Inabissarsi” di Aldo Nove (Il Saggiatore, 2025)
Una serie di tracce sull’esistenza del poeta e della poesia.
Claudio Orlandi

La porta d’ingresso

Lo schifo assoluto di questo momento storico […] mi spinge a raccogliere frammenti di qualcosa che percepisco di aver vissuto.
Una sorta di ineguagliabile tesoro
Una sorta di tesoro verso cui incominciare a*
(*Inabissarsi è il titolo che non per caso ho voluto dare a questo libro. E a conclusione di questa frase. Qui monca. Come tutto nella vita)
*
Una poesia senza vita è nulla, oppure uno degli ennesimi giochi imperanti della finanza globale, cioè il fantasma mortale di qualcosa che non ha altro scopo che rapinare energia all’umano tradito, quasi ormai estinto.
Una vita senza poesia è la trasformazione in atto dei “cittadini”, o meglio degli umani, in automi obbedienti e non pensanti.
La poesia è la memoria di quell’altrove che siamo.

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Cura – Mauro Sambi

Pubblicato il 11 settembre 2025 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Mauro Sambi, Cura, Ronzani Editore, 2024

Premio Lerici 2025

Nota di lettura di Margherita Parrelli

üchtern.

Nella sensazione delle poesie di Cura la parola tedesca nüchter è arrivata. La poesia di Mauro Sambi è sobria, non nel senso di priva di ebbrezza, anche se l’ebrezza non è la sua cifra, e neppure pienamente nel senso di moderata, controllata, disadorna, sebbene sia il linguaggio, ricercato e colto, che la scelta di rientrare nella rima rendano il ritmo di Cura in certo qual modo controllato, ma nel senso etimologico e delle connessioni semantiche che l’aggettivo nüchtern porta in sé. üchtern deriva dall’incontro della parola latina nocturnus con la parola del medio alto tedesco uohta e di quella uchte comune nello stesso periodo nelle lingue parlate nella Germania del nord, che ugualmente significano notturno e notte.

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Architettura – Bellezza funzionale – Margherita Cavallo – Donato Di Poce

Pubblicato il 2 febbraio 2025 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

ARCHITETTURA
LA BELLEZZA FUNZIONALE
Arch. Margherita Cavallo

ARCHITETTURA LA BELLEZZA FUNZIONALE (I Quaderni del Bardo Edizioni, Lecce, 2025), è il saggio storico-critico che Donato Di Poce presenta in anteprima martedì 4 febbraio alla Biblioteca Ostinata. Già l’affermazione perentoria contenuta nel titolo si preannuncia al lettore intrigante e provocatoria come un ossimoro. Parla di un’arte creattiva infiltrata nel corpo dell’architettura e che ne permea i tessuti e gli organi più vitali.
Donato confessa: “ci vuole coraggio per scrivere di architettura non essendo un addetto ai lavori” Perché stupirsi? Donato guarda, vede l’Architettura Contemporanea con gli occhi di un poeta, la prefigura forma d’Arte Neo-Rinascimentale. Mette l’Uomo al centro, facendo dell’interdisciplinarietà delle Arti (Architettura, Urbanistica, Scultura, Pittura, Design, Filosofia) uno strumento di arricchimento e sviluppo sociale. Lo dichiara come un incipit nel primo capitolo, punto 9 del suo Manifesto della Bellezza Funzionale in Architettura, una vera e propria dichiarazione di intenti, una occasione di riflessione teorica, un appello rivolto non solo agli addetti ai lavori per indicare, attraverso la scelta di opere che più gli stanno a cuore, chiavi di lettura formali, simboliche, funzionali e olistiche.
Uno sguardo al passato. Alla fine del XIX secolo De Architettura, il trattato scritto da Vitruvio nel primo sec a.C., è considerato ancora il fondamento teorico dell’architettura occidentale. Accanto ai principi enunciati di Firmitas (solidità strutturale e uso appropriato dei materiali) e di Utilitas (funzionalità degli spazi di socialità nei quali riconoscersi per storie e tradizioni comuni) troviamo la Venustas (bellezza e armonia che nel linguaggio contemporaneo sta per morfologia e organizzazione spaziale). Boullée e Ledoux teorizzano e aspirano a creare una architettura parlante in grado di produrre e comunicare valori morali e virtù civili e assegnano all’architetto il ruolo di strumento privilegiato della civiltà e del progresso, in quanto poeta, filosofo e artista, non solo costruttore.
Donato Di Poce vuole mostrare “orecchio solo all’architettura che parla, di più, che canta” e traccia un profilo di architetto/costruttore che “lavora con la materia, la luce e il vento e traffica con l’immateriale per costruire idee”
Quindi è il poeta a scrivere Il Manifesto della Bellezza Funzionale. dove l’Arte, l’Architettura e il Design si contaminano, si uniscono e si fondono, dove l’Architetto diventa finalmente “un Artista Responsabile, etico, visionario e l’Architettura una disciplina “neoplastica multipla, poetica, simultanea, inclusiva, pluralistica, olistica, etica e socializzante”
“Il poeta che gioca a scacchi per spaventare i critici” E’ così che si descrive Da visionario, il suo linguaggio è poetico.
Donato delinea la figura del proprio architetto ideale “un costruttore che lavora con la materia, la luce, il vento e traffica con l’immateriale per costruire idee” e prosegue affermando: “quando un artista smette di scolpire forme e comincia a scolpire la luce smette di essere solo un artista e diventa un architetto”
Grazie alla poesia di cui si nutre Donato pesca nella produzione architettonica dei Grandi Maestri Contemporanei, quelli particolarmente amati. Con entusiasmo descrive le opere come se fossero un corpo vivo e parlante. Ci fa emozionare e desiderare di poterle abitare.
Evidente è l’intento didattico dell’autore che utilizza un linguaggio sintetico e di grande immediatezza per aiutarci a comprendere cosa si intenda per abitare il mondo Suggerisce di guardare con attenzione le opere dei nostri maestri: Giuseppe Terragni, Luigi Moretti, Giò Ponti, Giovanni Michelucci, Leonardo Savioli, Carlo Scarpa e Lina Bo Bardi, che tramite grafica, pittura, ceramica hanno coltivato l’espressione espressione artistica come ricerca parallela alla composizione architettonica, a distinguere l’Architettura Utile dalla Malarchitettura, a mettere in guardia dai cattivi progetti, veri e propri misfatti urbani di archistar o di palazzinari indifferenti al contesto storico e ambientale, (Manhattan un cimitero verticale con il suo verticalismo fallocratico).
L’immagine di copertina, il bellissimo disegno realizzato dall’ arch. Alfredo Vacca del Nationale- Nederlanden Office Building, più conosciuto con il soprannome di Ginger e Fred, diventa così la carta da visita di questo inedito saggio, un’opera di Frank Gehry, un architetto/artista che Donato porta nel cuore, capace di prendere per mano l’arte, il design e l’architettura, farli incontrare per produrre poesia come questa esortazione poetica che Donato regala al suo lettore.

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Trilogia di Racconti – Gianni Caccia

Pubblicato il 24 ottobre 2024 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

A caccia della difficile Armonia
Adam Vaccaro

Gianni Caccia, Trilogia di Racconti, Puntoacapo Editrice, Pasturana (AL):
– RICERCA, 2018
– TRIODOS, 2021
– L’ULTIMO BIVIO, 2024

Conosco Gianni Caccia da alcuni decenni, ma dopo La Vallemme dentro di oltre 20 anni fa, non avevo ancora letto la serie di racconti lunghi di questa trilogia, in cui ritrovo il suo respiro misurato e lungo, di maratoneta, teso a indagare l’Orizzonte socioculturale e a tradurre sulla carta la ricerca (sic!) a caccia (omonimia e gioco verbale che la lettura mi scodella) di un equilibrio che, nell’arco degli ultimi anni, è diventato sempre più difficile.
Sono già esplicativi di tale sintetico nucleo di senso, i titoli, incentrati e motivati dall’ansia di capire. Che non si muove in ambiti speculativi astratti, ma sul territorio del proprio orizzonte vitale, trasmutato in materia di pensiero, riflessione filosofica e visione critica, entro una esemplare messa in forma della lezione di Anassimandro di Mileto, per il quale la filosofia fioriva interconnessa alla geografia.
E la fonte alta del pensiero greco è richiamata sin dalla citazione di Eraclito in esergo a Ricerca: “Armonia che si tende da un estremo all’altro, come dall’arco alla lira”.
Dopo di che prende avvio il primo racconto, dal titolo Palintomia, che fa ricordare palinodia, termini entrambi di profonde radici greche, ma quest’ultimo con senso che si contrappone a dettati precedenti, mentre Palintomia è subito eco di complessità, termine polisemico, di tensione alla pluralità semantica e alla capacità di considerare sensi opposti, quali sono poi svolti dal racconto.
La narrazione parte da «Il profilo delle montagne che si stagliavano sotto il cielo di cenere sembrava apposta per respingere chi volesse violarle… mentre l’auto intraprendeva le prime salite… sotto la guardia delle montagne». Dopo di che il racconto ci conduce nelle trame della ricerca del protagonista, Giovanni, traslucido alter ego dell’Autore, dedicata a una setta dal nome evocante, Penti, e motivata dalla fascinazione per ciò che è eretico, anomalo e fuori dai dogmi indiscussi dai fedeli assuefatti. Metafora di sensi ampi e molteplici.
Il testo trasmette la suddetta fascinazione e il passo lungo è necessario a un tragitto lungo, già presente nell’animo pregno che inizia a premere sui tasti del pc, che si traduce in periodi altrettanto lunghi, intercalati da subordinate, virgole e punti e virgole. Eppure il respiro del testo non trasmette affanno e fatica, come a volte capita anche con certi classici. È che la levità non deriva solo da piccoli passi, brevità di articolazioni frasali. Ed è un dono di cui Gianni Caccia mostra di conoscere il segreto.
Ivano Mugnaini, di questa trilogia non è solo un fraterno compagno di viaggio, è un esempio di ciò che io chiamo lettore co-autore, di un’Opera consistente – sia per le complessive 570 pagine, che per i 6-7 anni di vita dedicati alla sua stesura, che hanno magari lasciato qualche capello di meno e qualche ruga in più. Ma la consistenza è soprattutto di grani di coscienza in più, e di spessore culturale, che qui cerchiamo di lumeggiare almeno nei suoi nuclei principali.
Mugnaini intercala la trilogia cacciana con la postfazione del primo e le prefazioni del secondo e terzo tomo, evidenziando con condivisione adiacente ed affettuosa acribia, sin dall’abbrivo della sua lettura di Ricerca, la sapienza di scrittura: «Non c’è fretta né approssimazione, nei racconti di Gianni Caccia, Non c’è frenesia tipica di chi vuole produrre per apparire, sfornare di continuo per raccogliere esclamazioni di plauso che durano quanto un croissant sul bancone di un bar. Caccia dà l’idea di scrivere con gusto antico e tuttavia attualissimi. Cerca la parola esatta, indirizza il cursore del computer e della mente con occhio serissimo e divertito…che sente di voler comunicare…la dimensione onirica apparentemente eterea e l’asfalto apparentemente saldo e impoetico… che ancora parla della memoria leggera e tenace, quella che in fondo ci rende ciò che siamo».
Il secondo e terzo racconto di Ricerca si svolgono guidati da un altro alter ego, il professor Konrad Jaeger, tra sfondi di passioni per corse di Formula 1, attività scolastica, territori e orizzonti di memorie storiche lontane, in cui Jaeger è filo conduttore; ciò si ritrova anche in Triodos, titolo che richiama un orizzonte geografico più definito, di vicende collocate nel triangolo di tre Regioni – Lombardia, Piemonte ed alta Emilia, con lo sfondo dell’oltralpe ligure – area dell’Appenninico Oltregiogo, territorio in cui è posta Novi Ligure, e dove vive Caccia: un territorio marginale e ibridato tra le provincie di Alessandria, Pavia e Piacenza, davanti al bastione di montagne, oltre le quali c’è la Liguria.
Anche nel terzo libro permane il filo conduttore di Konrad Jaeger, in un percorso che si fa più serrato e formalmente più secco, di un tratto del viaggio di ricerca e acquisizione conoscitiva del Sé e del Resto, che è – come ben sottolineato da Mugnaini nella prefazione a L’ultimo bivio – a specchio, radicato in un tempo e in un territorio materici e interiori, trasmutati in paesaggi dell’anima, e immagini del processo autopoietico della interminabile ricerca della propria identità.
Ed entro tale quadro, questo ultimo disegno è, come già indica il titolo, tutt’altro che un punto di arrivo definitivo, una Itaca e un porto in cui dare riposo e appagamento alla ricerca di sé stessi. Perché l’orizzonte geografico-temporale contemporaneo non consente equilibri armonici, innervati in una polis e in relazioni gioiose, quali intese da Spinoza.
Ne consegue che il dono di un giardino fiorito di senso, rimane una utopia umana, sociale e storica. Che però non va lasciata nel ripostiglio delle cose dismesse e irreparabilmente logorate. Anzi, quanto più le condizioni attuali tendono a negarla, essa va ripresa e coltivata in quel giardino, seppure devastato e sommerso da nebbia, in atmosfere cupe che lo contornano e irridono.
Questo è almeno il mio personale punto di arrivo, aperto e non arreso, di tre libri di cui sollecito la lettura. Un viaggio da condividere e che rimarrà nella memoria, perché ci offre una misura attiva con la complessità e le difficoltà di armonia ecologica ed antropologica, entro l’orizzonte di Tempo che stiamo vivendo.
Ottobre 2024

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Novembre – Serena Rossi

Pubblicato il 20 ottobre 2024 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Serena Rossi, Novembre, Nulla die, Piazza Armerina (EN), 2024, Pagg. 83, € 15.

Laura Cantelmo

I brevi versi di Serena Rossi sono la sua cifra stilistica, la fulmineità telegrafica di un discorso che allude, che lancia il messaggio per serrare i sigilli poco dopo, con una sorta di pudore, quasi si trattasse di una confessione o di uno sfogo improvviso. Non è difficile attribuire tanta stringatezza all’altra faccia della creatività di Serena, che sono le arti visive. Ė il titolo stesso di questa silloge, Novembre, ad anticipare lo stato d’animo dominante – la melanconia di una stagione che offre una sua compunta bellezza, pur se il mese di Novembre, con la commemorazione dei defunti, resti pervaso da inevitabile tristezza.
Solitarie, sul foglio bianco le parole sono immerse in un vuoto echeggiante risonanze misteriose, ma sempre nell’attesa di qualcosa che resta fatalmente incompiuto: l’amore, il sesso, il mondo avaro di felicità, la sorte dei diseredati, i sogni che non si avverano. E sullo sfondo, il mare. Il tutto esposto con compostezza, senza rabbia, tanto da farlo sembrare un taccuino d’appunti, che trovano nel finale del testo uno sviluppo minimo, in una forma aforismatica esplicativa. Vediamo un testo poetico: “Volo di rondine nera/ Corsa senza respiro. / Limite// Goccia a goccia. //Dal vetro trasparente rotto/Per il troppo riso. / /”. Ed ecco apparire la chiusa:” Sete avara del rimpianto. / / Terra senza pace.” (pag.36).
Nel comporre il discorso, la sinteticità di ogni verso crea un metafisico senso di sospensione e di solitudine: “Un appoggio, un grido/ Latrato di cane selvatico /Allupato assurdo sincopato destino/ Siamo quella roba. / La nave che non fai entrare, l’acqua che ti assorbe/ Il sale che brucia la pelle/ E il sole che ustiona.“. E poi il finale:” /Siamo acqua e terra/ Nuova.” (pag.64).
Il vissuto di chi scrive si fonde con la condizione degli ultimi della società, seppure nella convinzione di essere “nuovi”, nonostante. Non a caso, come è già stato rilevato in altre note di lettura, una ricorrente parola tematica, soglia, denota un senso di esclusione, di insoddisfazione, di incompiutezza. Nulla di nuovo, di questi tempi, in cui tutto viene rimesso in discussione generando nell’Io stesso disagio e smarrimento.
La riflessione dell’Autrice sulla sua microstoria personale viene influenzata o, meglio, inserita nella Storia che impatta sul nostro vivere, sui sentimenti, sugli eventi stessi: “Voglio il foglio pesante per segnare in/ Nero il tratto della fine. / […] / Un anno di guerra genera spavento/ E scompiglio. Mondo oppresso.” Oppure, descrivendo – non a caso – un’opera visiva: “Omini neri appoggiati a terra/ […] Affumicati sul foglio in mezzo/ A macchie ocra e paglia. / / Sorte appesa gestita fuori dalle acque/ Internazionali. Fuori dalla ONG che chiedono compassione. Fuori dalla pietà/ Fuori dalla memoria. Dentro la storia.” (pag.31). Poiché l’isolamento e l’emarginazione allignano profondamente nella Storia attuale, la proposizione/avverbio fuori, iterata più volte, rafforza il significato di soglia, accrescendo un inquietante sentimento di esclusione. A tal punto che, coerentemente, un testo parla di fuga: “Voglio prendere il treno e perdermi/ […] / Voglio sparire.”
Va rilevato che l’uso della maiuscola in apertura di ogni verso, secondo noi, ha un’importanza strutturale, quasi a voler conferire nobiltà ai temi esposti in ogni “riga”, al fine di una successiva argomentazione.
Un intenso spleen novembrino percorre tutta la silloge – lo spleen di Milano…- presente anche nel testo eponimo – “Novembre in Milano” – figurativamente sintetizzato dall’aforisma: “Siamo ombra e soglia.” (pag.31), che avrebbe anche potuto essere il titolo dell’intera raccolta. Smorzando ogni possibile entusiasmo, lo spleen si riverbera in ogni immagine e grazie ad esso neppure l’amore conosce la passione: “I cocci, come cenere/ stanno in basso/ […]/ Stanno sotto il mio sguardo/ […]Che lento ti guarda che ti vesti e/ Non è curioso// Non si appassiona al tuo seno/ All’incavo del tuo braccio al monte del tuo pube/ ”(pag.81). Tuttavia, una venatura affettuosa: “Io voglio il tuo bene” – può essere letta come un’implicita richiesta d’amore.
Spleen o vuoto? Quello che l’Autrice vuole comunicarci di preciso è rinchiuso nei suoi sintetici versi, nel loro mistero. Ma noi percepiamo che il suo sguardo sul mondo ben si adatta all’air du temps che tutti ci avvolge e ci accomuna: la realtà oggettiva è specchio di un “dismesso sogno”, del deserto che è in noi e fuori di noi. Ovvero, per una pittrice come lei, nei “Tableaux vivants” della periferia “accecata”.

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Ombre degli Eroi – Donatella Bisutti

Pubblicato il 16 ottobre 2024 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

ALLE FONTI DELLA SAGGEZZA

Donatella Bisutti, Erano le ombre degli eroi, Passigli Poesia, 2023 – pp. 203

Entro gli Orizzonti sempre più tragici e antiumani che stiamo vivendo, spesso dobbiamo registrare indifferenze e inadeguatezze, sia politiche che culturali. Ci sono tuttavia, per fortuna, esempi contrari di analisi, denunce, espressioni, iniziative, di presa di coscienza e difesa coraggiosa della verità. Le quali tendono a farsi carico delle responsabilità storicosociali, senza di che la china dei degradi antropologici in atto proseguirà, nella incapacità di riuscire a vedere, immaginare e progettare, come e quando potranno aprirsi le possibilità di un altro Orizzonte epocale. Credo che questo libro di Donatella Bisutti abbia alle spalle il nondetto che ho sintetizzato. Di Donatella conosco il percorso e la storia, costantemente impegnati nella ricerca di un pensiero critico rispetto alle derive e alle falsificazioni dei poteri di turno. È un atteggiamento generale, che definisco oltre la qualifica di civile, termine ormai usurato. In chi, come Donatella, matura un senso di responsabilità politicosociale, l’espressione e l’azione diventano politici, con senso alto ed etimologico, in riferimento alla cura e all’amore per lo stato della polis.

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L’albergo dei morti – Fabio Dainotti

Pubblicato il 11 aprile 2024 su Recensioni e Segnalazioni da Maurizio Baldini

Fabio Dainotti, L’albergo dei morti, Manni Ed., 2023

In questo libro di Fabio Dainotti – del quale ho seguito il percorso espressivo lungo i decenni accumulati di scambi personali e letterari – ritrovo una sorta di auto-antologia delle sue corde tematico-affettive. Ma sono tentato di declinare il termine in auto-antologhia, con torsione etimologica verso logeion, di proscenio di teatro greco. Anche perché il testo si svolge in sequenze e personaggi del teatro memoriale dell’Autore, che dà forma a un reale e immaginario camposanto, coltivato nella sacralità affettuosa che (r)esiste e continua a curare il proprio sé con tale amoroso, incessante gesto. Ne scaturisce un impegno etico e di amore per la vita, che nella deriva epocale in cui siamo, diventa magistero che non smette di rilanciare il suo canto:

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