Carlos German Belli

Pubblicato il 6 febbraio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Per una prova d’orchestra
Note su Carlos German Belli
Aky Vetere

Mario Vargas Llosa nel parlare della poesia di Carlos German Belli, dice queste poche ma sincopate parole: …difficile, melodrammatica, di un narcisismo nero, impregnata di uno strano umore, caustica e coltissima.
Un “percorso netto”, mi viene da pensare in gergo sportivo, per indicare un uso metaforico della sua poesia col gioco del tiro con arco e frecce. È quindi allusivamente con questo scopo che lo scrittore e Nobel per la letteratura nel 2010, ci introduce alla poetica del grande intellettuale peruviano? È possibile che voglia usare una metafora tensiva, elastica, quella dell’arco in procinto di scoccare la freccia impietosa contro il suo destinato bersaglio? Forse basta immaginativamente tendere una corda tra i primi due aggettivi citati e coniugali a due estremi universali per trovare la chiave di lettura di tutta la sua complicata poetica.
Il poeta parte proprio dall’aggettivo “difficile” perché, in doppio con il suo omologo “melodrammatico”, fa della canzone uno strumento monodico capace di rendere vibrante la malinconia presente, in chiave melodica, tipica della tradizione lirica antica partendo proprio dalle radici valoriali del popolo a cui “narcisisticamente” il suo canto si ispira; il poeta è attore/spettatore insieme, uniti nel sogno macabro del ricordo.
Belli vincerà a Lima, tra i tanti riconoscimenti, il prestigioso Premio Neruda nel 2016 perché, prima di tutto, è un poeta colto non incline né alla improvvisazione né alla sperimentazione neoverbale. I suoi studi tracciano solchi dalla poesia ispano-americana, alla poesia della fin’amor provenzale e ancora indietro lungo la traccia lasciataci dalla poesia ovidiana e latina. Belli traccia il proprio bersaglio dove, alla fine, nulla si perde nello spazio ergonomico; la sua precisione geometrica, sintattica, raggiunge lo scopo. È centro, preciso, mortale. Per questo Vargas Llosa chiama la poesia di Belli “coltissima”.
In essa si chiude il cerchio della perfezione dialettica e vince la sfida con cibernetica geometria lungo il percorso vettoriale che si impronta sul “qui e ora”, ma su fondali indipendenti e distinti. Ripeto, i temi sono della poesia tradizionale ispano-americana; la metrica a loro si accorda senza rivoluzioni letterarie sperimentali e, tuttavia, il panorama cercato contiene uno sfumato personale inconfondibile, quindi maieutico per il lettore che ne diviene parte in un continuo crescendo, appunto, melodrammatico.
Per fare un esempio cito subito una poesia paradigmatica e con ciò dichiaro, fin da subito, la natura Apollinea del suo bersaglio, uomo/ lettore, feriti al petto da una freccia la cui profondità è foriera di morte ma di una morte lenta. Il ferito deve essere sempre consapevole di morire. La morte in poesia, quella vera perché profonda, deve essere sempre differita:

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Mary Wollstonecraft – Diritti della donna

Pubblicato il 4 febbraio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Mary Wollstonecraft, Rivendicazione dei diritti della donna,
a cura di Carlotta Cossutta, Oscar Mondadori, Milano 2025, Pagg.310, €12

Nota di Lettura di Laura Cantelmo

Vedi anche su

https://libertariam.blogspot.com/2026/02/scaffali-di-laura-cantelmo-diritti.html

Un libro straordinario, nato nella temperie culturale e politica settecentesca che in qualche modo aveva coinvolto anche l’Inghilterra, opera di una scrittrice eccezionale, che promuove in quel paese una riflessione totalmente nuova sulla donna.
Non era semplice per il sesso femminile pubblicare un libro, né tantomeno essere presa sul serio. Mary Wollstonecraft (Londra, 1759/1797) lo scrive anche grazie alla sua stretta relazione con il filosofo William Godwin, dal quale, morendo di setticemia post partum, avrà una figlia, Mary Shelley, che sarà la nota autrice di Frankenstein e moglie del poeta romantico Percy B.Shelley. Lo stesso Godwin si occuperà di diffonderne il pensiero attraverso la storia della sua vita, dopo il suo decesso, così pure il collegamento con il suo vissuto saprà dare sostanza ai suoi scritti: ”Avrei voluto una stanza solo per me” fu una sua affermazione, prima che Virginia Woolf condividesse quella stessa aspirazione.
Non useremo per lei, né per questo suo lavoro, il termine “femminista”, non essendo ancora entrato nel linguaggio corrente. Sappiamo che Wollstonecraft, sovranamente libera dalle convenzioni sociali, fu vista con apprensione e orrore dagli intellettuali inglesi, semplicemente sulla base della sua biografia, per quel tempo scandalosa e inaccettabile, in quanto viaggiatrice solitaria, amante di un avventuriero e successivamente madre di una figlia, Fanny, nata fuori dal matrimonio. Definita da Horace Walpole “iena in sottoveste”, la sua morte venne accolta come segno della Provvidenza. Fu scrittrice di romanzi, traduzioni, saggi sull’educazione -il più noto dei quali, I diritti degli uomini (1790) era un elogio della Rivoluzione francese. Orgogliosamente visse sempre dei compensi del suo lavoro, come segno di libertà.
Una famiglia medio borghese di sei figli, la sua: il padre alcolista non le consentì neppure i rudimenti dell’istruzione, destino comune a tutto il genere femminile. Lei, tuttavia, impara a leggere da una domestica e studia come autodidatta. Viaggia per l’Europa, esercitando diversi lavori, dall’insegnante alla bambinaia, si reca da sola in Francia durante la Rivoluzione del 1789 e scrive le sue riflessioni, Scritti sulla Rivoluzione francese (1794). Dedicherà la Rivendicazione a Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, uno dei principali estensori della Costituzione della Francia rivoluzionaria, per convincerlo a modificare la riforma dell’istruzione basata su scuole riservate unicamente ai maschi, relegando entro le mura domestiche l’educazione delle femmine. Un atto di incredibile ingiustizia se si pensa al ruolo attivo delle cittadine nella Rivoluzione.
Interessante la polemica con Rousseau e l’impostazione educativa delle donne, che doveva degnamente accompagnare quella del suo Emilio. Percorsa da suggestioni che consideriamo attuali ancora oggi, Wollstonecraft rifiuta fieramente la linea tipicamente maschile seguita da Rousseau, che mette in discussione l’indipendenza della donna e sottolinea invece l’importanza dell’astuzia come principale virtù, in quanto frutto di una educazione tesa a renderla schiava e soggetta all’uomo. Prendendo in considerazione la posizione delle donne nella società, si rende conto di come la stessa sorte sia riservata agli animali, benché, a loro volta, dotati di razionalità e titolari di diritti. Come dimostrerà un libro dell’amico Thomas Taylor, coevo della sua Rivendicazione, esiste un’analogia tra il destino delle bestie e quello delle donne, non essendo queste ultime considerate pienamente umane.
La diffusa convinzione che la donna fosse nata da una costola di Adamo è servita a far accettare la sua fatale subordinazione all’uomo. Da ciò deriva l’importanza di piacere grazie all’aspetto fisico, sviluppando la frivolezza, la civetteria, la schiavitù al proprio corpo, senza tenere in alcuna considerazione l’intelligenza, che è, per Rousseau, prerogativa unicamente maschile. L’educazione stessa tende a rendere la donna anche fisicamente fragile, sottomessa all’uomo, cui nulla viene negato affinché possa espandere la propria forza, mostrando la propria “superiorità”.
L’importanza di questo libro sta nell’interrogarsi su che cosa significhi essere donna e nel sottolineare il valore dell’educazione per il conseguimento di una pari dignità tra i sessi. Rivendicare i diritti della donna significava per l’Autrice non solo riparare un’ingiustizia, ma proporre una rivoluzione sociale. Non a caso Virginia Woolf ne fu attenta lettrice, mettendo acutamente in risalto come il suo pensiero non fosse mai dogmatico, ma di giorno in giorno venisse rielaborato in nuove teorie che prendevano corpo in base all’osservazione. Un vero e proprio metodo scientifico che definiva il problema della posizione della donna nella società in termini del tutto condivisibili anche ai giorni nostri, fino a proporre un’autentica rivoluzione.
La traduzione e la cura di Carlotta Cossutta, ricca di note e di riferimenti storici, rendono agile e fluido questo libro che potrebbe forse apparire di ardua lettura. Il linguaggio è scorrevole, le argomentazioni sono concrete e accessibili, rendendo questo tema fondamentale per l’autocoscienza delle donne e per una maggiore consapevolezza da parte degli uomini. Un libro che non dovrebbe mancare nelle biblioteche private e pubbliche. Un saggio da vendere anche negli Autogrill, secondo la giusta aspirazione della curatrice.

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Riots di Ivan Pozzoni

Pubblicato il 30 gennaio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Nota di lettura ai testi che seguono di Ivan Pozzoni
Adam Vaccaro

Ho letto questi ultimi testi di Ivan Pozzoni, che come Autore ho già conosciuto, sia per averne recensito inediti per la rubrica Anticipazioni della rivista online Adiacenze del Sito di Milanocosa, sia per averlo inserito nella Antologia Non nel nostro Nome, dell’anno scorso, curata insieme a Massimo Pamio, con presa di posizione di oltre 100 poeti rispetto ai degradi, violenze e orrori in corso.
Condivido perciò la ricerca di una poesia con modalità espressive fuori da poetese ego-riferito e privo di ogni capacità di conoscenza critica dell’orizzonte distopico, in cui stiamo dolcemente precipitando, assordati, accecati e catatonici, al pari della famosa rana bollita. Un universo liquido, quale disegnato da Bauman, ma illusoriamente libero entro pareti rigide, rese invisibili dai ferrei dettami finanziari fondanti la gentrificazione, non solo negli agglomerati metropolitani.
Condivido perciò sostanzialmente il commento critico di Valentino Campo al tardomodernismo letterario, rispetto al quale la ricerca incarnata da questi Riots (come chiamati da Pozzoni) di “una poetica sovversiva… nel panorama autoreferenziale della poesia italiana contemporanea, … di una voce fuori dal coro”, che “armeggia la parola come se fosse un revolver.”
L’insofferenza, anche violenta dei testi di Pozzoni, è anche a mio parere giustificata dalla violenza crescente e sostanziale dei poteri occidentali in atto, sotto il manto retorico della ideologia dominante del cosiddetto mondo libero, narrante un eden di democrazia e libertà.
Certo, il lettore assopito dal tepore dell’acqua in cui siamo immersi, rimane – concordo con Campo – “di primo acchito”, spiazzato e confuso. Ma l’artista deve cantare la ninna nanna o sollecitare un atteggiamento di presa coscienza critica, lungo i binari danteschi di una poesia autenticamente liberà, capace di seguir vitude e canoscenza?
In questi testi, come già in altri, Pozzoni colpisce aree di dominio e violenze, che vanno da ambiti italioti di insopportabili vessazioni fiscali, a ambiti internazionali, di massacri bellici e deliri criminali di onnipotenza, sia in oriente che in Occidente.
È un punto focale. La nostra libertà e capacità di conoscenza autentica, possono essere acquisiti se ci si riduce a tifosi dell’uno o dell’altro dei poli imperialistici dominanti (USA, Russia e Cina)? Credo che, chiunque sia il frontman al vertice di uno o l’altro di tali Poli, è maschera delle loro logiche, solo diversamente criminali,
Credo che sia questo l’arduo compito di una cultura non asservita. E noi, cittadini di questa area del mondo, dobbiamo misurarci prima di tutto con ciò che connota e riguarda l’Occidente, tra cui si è evidenziata l’idiozia suicida dell’attuale UE
Quest’ultima, in questa fase storica, è incapace di ogni autonoma cura degli interessi dei propri cittadini, asservita e ridotta a zerbino USA e getta, di dinamiche e interessi, che ci sia l’orrido Trump a il decerebrato Biden, o altri precedenti, Demo o Rep che fossero. La logica della guerra incessante, non è cambiata e non cambierà. E sta in questa la connotazione di fondo dell’orizzonte distopico, rispetto al quale un pensiero critico degno di tale nome, o è capace di immaginare un altro possibile destino di civiltà umana, o non gli rimane che cantare la ninnananna, davanti a dirupi apocalittici.
28 gennaio 2026
Adam Vaccaro

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Solitudine e Comunità – Fabio Dainotti

Pubblicato il 24 gennaio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Solitudine e Comunità

Fabio Dainotti, Per gente sola, Book Editore, Padova, Gennaio 2026, pp. 108

Con Prefazione di Luigi Fontanella e Postfazione di Vincenzo Guarracino

Adam Vaccaro

Per la lettura di quest’ultima raccolta di Fabio Dainotti, devo riconnettermi ai rilievi fatti con la mia recensione del precedente L’albergo dei Morti, del 2023. Evidenziavo in essi: “il testo si svolge in sequenze e personaggi del teatro memoriale dell’autore, che dà forma a un reale e immaginario camposanto”. Dopo di che aggiungevo: “Ne scaturisce un impegno etico e di amore per la vita”. Con Fabio seguirono scambi, con utili conferme del senso implicito che avevo rilevato, con cui ribadiva: “Credo che la poesia abbia funzione di diletto e di elevazione…dell’animo quindi del sociale essendo ognuno inserito nella Società“. In tale “quindi” c’è la sintesi di una visione espressiva eticosociale, articolata in ciò che da parte sua definisce “contredanse della creazione letteraria”.

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Le Apocalissi disattese di Vito Davoli

Pubblicato il 20 gennaio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Le Apocalissi disattese del menù à la carte di Vito Davoli

Vito Davoli, Tanto vale chiamarle Apocalissi, Mas vale llamarlas apocalipsis, Ed Tabula Fati, 2025
Con testo spagnolo a fronte, Prefazione di Guido Oldani e Postfazione di Gianni Antonio Palumbo

Adam Vaccaro

Questa raccolta di Vito Davoli è una sirena accesa che scuote le nostre speranze e illusioni, lungo le derive sociali e antropologiche, sempre più implacabili di questi ultimi decenni:
“Non è soltanto sovraffollamento/ né la stanchezza può mai essere una colpa/ provata dalle percosse dei giorni/ come un macigno lanciato su un formicaio/ dentro un paese e un mondo/ in cui ci si dimena come vermi/ fra la necessità e l’autodifesa//…formiche eccitate ed affaccendate/ fra briciole di pane e ingressi nelle tane” – I FORMICAI (p. 33)
Sono parole impietose che si inerpicano dai polpacci ai capelli e non lasciano scie consolanti. Non è tempo di lenire attese impossibili, anche se sono suoni sgraditi ai sogni, in un tempo sommerso nella nebbia di falsità narrate dai timonieri, che disegnano orizzonti di grovigli caotici delle nostre miserie e dei loro privilegi tra scogli narrati come approdi felici.
Che fare, dunque, se la coscienza del sole resistente, scioglie in lucide perle la nebbia sottostante?

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Per Rinaldo Caddeo

Pubblicato il 16 gennaio 2026 su Senza categoria da Adam Vaccaro
Commemorazione di Rinaldo Caddeo

Ci vediamo venerdì 13 febbraio alle ore 18 al Circolo di Porta Genova – Via Tortona 10/12   Per ricordare la figura di Rinaldo Caddeo, poeta e letterato, con testimonianze e letture di testi poetici e racconti Evento promosso da Salotto Caracci, Milanocosa, Casa della Poesia al Trotter La Mosca di Milano, Aperitivi al Plinio =&9=&

Il 14 gennaio u.s. è venuto improvvisamente a mancare Rinaldo Caddeo. La sua scomparsa è stato un fulmine imprevisto che ci ha lasciati sconvolti e addolorati. Rinaldo, nato nel 1952, era un amico e socio per molti anni, Il 14 gennaio di Milanocosa, con cui abbiamo condiviso tante iniziative importanti, con rilevanti esperienze umane e culturali.

Ci ha arricchito con la sua acuta, originale e brillante sensibilita creativa, sia poetica che in prosa, tra cui esemplari esercizi aforistici, con i quali era anche socio della specifica Associazione Italiana per L’Aforisma.

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Percorsi di Adiacenza – Il Posto delle Parole

Pubblicato il 8 gennaio 2026 su Scrittura e Letture da Maurizio Baldini
 Segue il link della presentazione-intervista dedicata a Percosi di Adiacenza,  da Livio Partiti, per la Rivista Online “Il Posto delle Parole”,

https://ilpostodelleparole.it/libri/adam-vaccaro-percorsi-di-adiacenza/

IL POSTO DELLE PAROLE

ascoltare fa pensare

***

 

 

 Info: Associazione Culturale Milanocosa – www.milanocosa.it – info@milanocosa.it – T. 3477104584   

Festival Bagutta Letteratura

Pubblicato il 18 dicembre 2025 su Eventi Suggeriti da Maurizio Baldini

Festival Bagutta Letteratura

A cura di Annitta Di Mineo

Sabato 20 dicembre 2025

H 11 – Antologia Critica, Percorsi di Adiacenza, di Adam Vaccaro, Marco Saya Edizioni – Con l’Autore, Luigi Cannillo, Laura Cantelmo, Claudia Azzola, Maria Pia Quintavalla, Angelo Gaccione, Il Duo Poemus di G.Guidetti e B. Gabotto, Marco Saya;

H 12,15 – Antologia NON NEL NOSTRO NOME – 100 Poeti italiani in difesa della dignità umana, Edizioni Mondo Nuovo,a cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro – Con Luigi Cannillo, Laura Cantelmo, Claudia Azzola, Filippo Ravizza,Nino Iacovella, M. Pia Quintavalla, M. Carla Baroni, Barbara Gabotto, Giacomo Guidetti, Ottavio Rossani.

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Su Percorsi di Adiacenza – Massimo Pamio

Pubblicato il 17 dicembre 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

ADIACENZA, O DELL’IDEALE DELLA POESIA
di Massimo Pamio

Vedi anche

https://libertariam.blogspot.com/2025/12/adiacenza-o-dellideale-della-poesia-di.html

Adam Vaccaro, Percorsi di Adiacenza, Antologia di ricerca critica dei linguaggi della Poesia e dell’Arte, Introduzione e cura di Donato di Stasi – Postfazione di Elio Franzini, Marco Saya Ed., Milano, pp. 608

Adam Vaccaro è un poeta militante, cioè un poeta civile, impegnato, che crede fortemente nella possibilità della parola, fosse anche quella dell’ultimo poeta della terra, che però quando riesce a dialogare con altri poeti, rende ancora viva una pratica ormai relegata in un ambito talmente marginale che si potrebbe definire quasi inesistente nell’attuale società.
Di recente, ha pubblicato un volume, Percorsi di Adiacenza, Antologia di ricerca critica dei linguaggi della Poesia e dell’Arte, per Marco Saya Edizioni, 608 pagine dense di osservazioni e arricchite da due testi prestigiosi, di Elio Franzini e di Donato Di Stasi.
Il corposo testo di Adiacenza si interessa di come vada letto il testo poetico, problema che in qualche modo, anche se in riferimento all’arte, Gilles Deleuze si poneva, affermando che bisognerebbe leggere le opere d’arte con il linguaggio proprio dell’opera d’arte, “Bisogna che i concetti della pittura vengano tratti nella scrittura in modo esatto, che non siano di tipo matematico o fisico, che non siano nemmeno della letteratura depositata sul quadro, ma che siano, come tali, della e nella pittura” (in La pittura infiamma la scrittura, in Divenire molteplice. Nietzsche, Foucault ed altri intercessori, a cura di U. Fadini, ombre corte).
Si dovrebbe cercare un meccanismo interno alla poesia, per sviscerarla, questione che potrebbe anche essere formulata così: la poesia va ascoltata, va intesa così come (e in che modo) essa interroga e si fa interrogazione diretta al linguaggio stesso, obbligando l’autore a interrogare se stesso, il lettore a lasciarsi interrogare, in base a ciò che la poesia stessa tende a formulare come (gridata o sussurrata) domanda, incarnandosi.
Insomma, la poesia come quaestio, come qualcosa di irrisolto – altrimenti non sarebbe mai nata, se fine e principio di sé stessa. Essa denuncia forse un vuoto inadempiuto, un tentativo di completezza, una richiesta, un desiderio di essere colmata? No, è un fenomeno di ciò che in sé non ha pienezza, ma desiderio di pienezza, e che forse nella parola cerca un ausilio, una soluzione: la poesia è dunque ciò che viene prima della parola per fondarla?
Per Vaccaro sono le “adiacenze” essenziali, le consonanze con altri poeti, con i messaggi di quei poeti, che stabiliscono una comunità che palpita, unica, audace (e che fonda la parola).
Ogni poeta, a mio avviso, dialoga con quelli del passato, li attualizza, li rende propri testimoni e interpreti, e poi interroga quelli del presente in vista della comprensione (della benevolenza) di quelli del futuro. Non dialoga con gli ideali, l’ideale vero di ogni poeta è costituito dalle relazioni con i poeti del passato (pur se errate o ingannevoli), dal fatto di stabilire con loro una nuova forma di letteratura, che è quella di una ideologia intima, serrata, il dialogo assoluto tra due solitudini.
Il poeta che dialoga con quelli che lo hanno preceduto fa accadere ciò che ciascun poeta sogna, e cioè che sia preso in considerazione da quelli del futuro, per essere reso alla vivenza – una sottovivenza – che rende attuale una nuova possibilità, e si restituisce, in qualche modo, alla tensione verso l’immortalità, fine che è però reale, e cioè parlante, condizione del poeta che continua il dialogo al di là di sé stesso, nella poesia – l’ideale. Ideale è ciò che viene idealizzato proprio con questa relazione, e diventa il contenuto della forma-poesia. Per Vaccaro, diventa “adiacente”, poesia che si abbandona, giace e trova a giacere accanto a sé il tempo, un altro tempo, una forma che si è resa ideale.
Poesia ideale o l’ideale della poesia sono forse una cosa sola, sono quella interpretazione che resuscita la lettura, e con quella stabilisce la vacuità, l’inutilità del tempo: la poesia è ideale quando vince il tempo, e per vincerlo ha bisogno non di un critico ma di un altro poeta, di un lettore che crede nello stesso ideale formale, soltanto formale, che travalica quei limiti imposti all’essere mortale.
Bisogna far parlare la poesia dall’interno della poesia, secondo Deleuze, ed è quel che accade quando diventa ideale, dialogo tra poeti.
L’immaginario al potere, il dialogo impossibile che diventa fervido, attualizzazione di segreti, rivitalizzazione di ipno-giacenze.
L’ideale è la parola che vola e torna a volare, mai toccando terra, mai sporcandosi, che si fa anche portatrice di “idealità”, di valori, di virtù morali, di umanità: questa è l’adiacenza di cui parla Vaccaro, giacere accanto o sopra o sotto l’egida della virtù morale, della dignità, del rispetto dell’altro, dell’anelito alla fratellanza, alla pace, all’amore universale, quando il logos si impregna del connubio tra poeti in senso morale, etico, ponendo l’ideale poesia come fondamento di contenuti in cui si esaltano le qualità migliori dell’umano; quando i poeti si fanno uomini abbandonando la loro veste di poeti, poiché l’ideale ha reso valida l’inseità della poesia trasmettendone la forma attraverso le adiacenze, la possibilità dell’uno attuata nel logos evocante dell’altro. Il futuro evoca il passato e lo chiama a sé facendosi testimone di un dire che diventa necessario, e cioè non solo attuale, ma attuato.
È necessario quel che forse neanche il poeta del passato sapeva della propria poesia?
Non è necessario, è immaginario che si fa ideale.
L’immaginario al potere si trasforma, muta, si fa imprendibile per non cadere nel sostanziale. Perché la parola non deve esaurirsi, perché ci saranno ancora altri dialoghi, altre adiacenze fin che la poesia esisterà, per unire i poeti.
Il poeta che dialoga con il passato incontra l’uomo. Nell’ideale i poeti negano la loro identità formale per incarnarsi di nuovo. Abbandonata la maschera del poeta, i due sono uomini nella loro idealità, nel loro immaginario che si è reso, nell’incontro di due anime, necessario.
Le loro parole sono immaginario divenuto patrimonio comune, sono l’attualizzazione di una possibilità che nessuno dei due conosceva prima del loro incontro fuori del tempo, in un’assoluta libertà, in un’unione assoluta.
È questa la coniugazione di comunicazione e complessità di cui parla Vaccaro, che torna a far vivere personalità di grandissima caratura come Giò Ferri, Gilberto Finzi, Lunetta, Luzzi, Gramigna, Majorino, Cara, Ruffato, Di Ruscio, Leonetti, Porta e tanti altri, conversando con Leopardi, Novalis, Valéry, Baudelaire, Goethe.

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Una gioiosa fatica – Angelo Gaccione

Pubblicato il 12 dicembre 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

UNA GIOIOSA FATICA
Gaccione, la complessità di un poeta e del suo stile.

Laura Cantelmo

Angelo Gaccione, Una gioiosa fatica (1964-2022di ), La scuola di Pitagora, 2025, Pagine 160 € 18,00

Leggi anche su “Odissea”, venerdì 12 dicembre 2025
https://libertariam.blogspot.com/2025/12/una-gioiosa-fatica-di-laura-cantelmo.html

La rivista fondata da Angelo Gaccione, che molti conoscono e oggi leggono quotidianamente on line, non a caso è denominata “Odissea”, a indicare il nostos procelloso che è stato il percorso di vita del suo direttore: non tanto un ritorno nostalgico alla terra d’origine, quanto il ricondurre ogni azione al principio morale che è stato il faro della sua esistenza, il senso del suo Dasein: l’antifascismo, l’impegno civile volto a riscattare la dignità degli esseri umani e della natura stessa e, in questi anni di proposte belliciste, la fiera opposizione al riarmo e alla guerra. Nato in Calabria, Gaccione ha studiato alla Università Statale di Milano negli indimenticabili anni della contestazione operaia e studentesca. Il suo destino è quello del viaggio, sotto forma simbolica oltre che reale.
Del viaggiatore manifesta l’amore per i luoghi che ha visitato o dove ha trascorso i suoi anni oppure brevi periodi e da vero Odisseo diffonde intorno a sé quel sentimento struggente chiamato nostalgia, senza mai venirne travolto. Ogni città, ogni paese visitato diveniva occasioni per stringere amicizie ed episodiche relazioni umane. Non essendosi mai sentito un déraciné che si tormenta nel rimpianto, Gaccione ha amato sia la terra dove vive che quella dove è nato. Da cittadino del mondo, che conosce e accetta la complessità, si muove con occhio disincantato ed affettuoso, penetrando nel profondo di ogni realtà, traendone un positivo legame con la vita, come lotta contro ogni sopraffazione. Una gioiosa fatica (La Scuola di Pitagora Editrice, Napoli 2025, pagine 160 € 16) come ogni autoantologia, è di per sé il racconto di una vita e gli interventi di illustri personaggi, che corredano il libro, come il poeta dialettale Franco Loi, il filosofo Fulvio Papi insieme all’introduzione del poeta Tiziano Rossi, affermano la sua versatilità poetica e la tempra morale che traspare da ogni suo scritto.
Anche quella splendida e terribile raccolta di racconti, L’incendio di Roccabruna (apprezzata e introdotta da Vincenzo Consolo), nasce dalla narrazione delle colpe storiche che hanno macchiato in un lontano passato la sua terra natia. La cui onta l’Autore sente ancora riflettersi su di sé, benché gli eventi vadano contestualizzati in un tempo nel quale persecuzioni religiose e violenze verso gli ultimi e i diversi fossero consuetudini mai tenute a freno da alcun Habeas corpus. Quel libro è stato un j’accuse verso i Padri della sua terra, che quelle violenze avevano conosciuto per tradizione orale o attraverso la Storia ufficiale e le avevano poi colpevolmente rimosse. Ed ha anche segnato per lui la distanza da quel mondo privo di pietas, dall’oblio che lo aveva reso un passato da dimenticare, condizionando il suo posizionarsi sempre in difesa della libertà, dei diritti umani e della non violenza.
In questa raccolta antologica, con buona ragione intitolata Una gioiosa fatica, incontriamo un Io lirico più rasserenato, che ripercorre la propria produzione poetica dai primissimi e pregevoli versi dell’età preadolescenziale, fino ai testi, compresi nelle sezioni definite ora “Le illuminate”, ora “Le arrabbiate”, ora come “Le sacre” o “ Le dolenti”, a seconda dello stato d’animo e dell’occasione che li ha dettati: il rifiuto del male, oppure, gli affetti, le memorie di viaggio, gli incontri e le frequentazioni di carattere intellettuale o politico. Un Io che ha trovato pace nell’opporsi alla brutalità che ha gravato come stigma sulla storia dei Padri, rendendolo erede di quella progenie.
“La poesia mi è appartenuta. Io sono appartenuto alla poesia” scrive Gaccione nell’Incipit, ed è un’affermazione che si comprende leggendo due brevi testi scritti ancora adolescente, miracolosamente salvatisi dal turbine della vita, e dai quali risplende con evidenza un talento poetico precoce per profondità di pensiero e finezza di stile. Eppure, quell’affermazione può suonare un po’ deviante, se si conosce la produzione letteraria dell’Autore, che attraversa i più svariati generi: le opere drammaturgiche, i racconti, gli aforismi, le fiabe, i saggi, un libro dolcissimo e forse unico nel suo genere, come Lettere ad Azzurra, scritto da un giovane futuro padre, durante i nove mesi di gestazione della moglie, fino alla nascita di Azzurra, sua unica figlia.
La suddivisione della raccolta in sezioni focalizza temi o umori differenti, tutti espressione di un sentimento dell’esistenza, in tutte le sue forme, fino alla questione climatica, come supremo valore da rispettare. La sua è la voce di un laico che rifiuta la violenza, il servile ossequio al pensiero unico e il conformismo dell’informazione: “(…) veli di sangue per coprire l’infamia/ cadaveri di lusso/ che respirate idiozie […] / per pietà/ tacete!” (p. 21). Il tono intimamente lirico marca periodi di sofferenza a seguito dell’affermazione delle proprie idee: “(…) ho pagato il silenzio di generazioni / fino a mio padre che non si è ribellato abbastanza /Non stupitevi se oggi mi vesto di lupo” (p. 28). La chiusura amara della sezione intitolata “Le illuminate” – per quella eredità illuministica che le caratterizza – suona, nel lontano 1978, come previsione di Cassandra del tempo presente: “Più nessuna certezza, nel secolo dell’incertezza/può fugare i nostri dubbi. […] Si spengono gli ultimi lumi del chiaro intelletto […] Nessuna luce oppone resistenza.” (p. 34).
La sezione “Le milanesi” è una dichiarazione d’amore alla città del cuore, Milano – “Conosco una città / che molti dicono brutta […] ma non l’amerei se fosse perfetta” (p. 51) – indicando il fascino delle sue segrete bellezze, scorci della città dove “la notte è degli artisti, il giorno è dei mercanti”. E il pensiero corre inevitabilmente a Piazza Fontana e alla strage che la insanguinò nel 1969, la cui doppia verità è messa in luce da due lapidi dedicate all’anarchico Pinelli, che testimoniano dello stridente contrasto tra la versione ufficiale di quella morte, fornita dallo Stato e quella di cui Pasolini si fece interprete, dando voce al sentimento comune della cittadinanza in quel lapidario e indimenticabile: “Io so”, che puntava il dito verso la pista nera come responsabile della strage e delle oscure macchinazioni che portarono alla tragica morte dell’anarchico.
L’amore per la terra natia non gli impedisce di vederne ancora e sempre le discrasie. Con un amaro senso di perdita, che si muta in dolorosa reprimenda, nella sezione “Le arrabbiate” Gaccione si rivolge ai suoi conterranei: “Perché, figli della Magna Grecia, / vi siete inimicati gli dèi/ rinunciato alla pietà/ obliato la sacra ospitalità dell’amicizia/ […] e, imitando i barbari, / barbari vi siete fatti voi stessi?” (p. 67). La Calabria del cuore resta, nelle sue contraddizioni, una spina sanguinante, come quella di un oscuro tradimento. Il linguaggio, mimeticamente aderente al tema, è qui ricco più che altrove, di evocazioni classiche.
Un amore per la vita, il suo, che è rispetto per l’essere umano e per la natura; che si espande a tutte le attività e relazioni ed emerge in particolare nelle poesie in cui si avverte un’ariosità grazie all’uso dell’endecasillabo. Il suo ritmo accompagna ora il senso di pietas, ora l’entusiasmo nella descrizione dei luoghi, ora l’amore, così come nelle poesie rivolte agli affetti familiari. Tra queste ultime, segnaliamo la divertente geometria dell’acrostico di pagina 118, nel quale troviamo “combinati”, sapientemente, i nomi della figlia Azzurra e della nipotina, Allegra. Nelle varie sezioni (dodici in tutto), il Poeta è sempre attento ad esplorare forme inconsuete, a cercare nuovi ritmi.
Con varia intensità, il fil rouge della passione civile percorre l’intera antologia. Intense le meditazioni di carattere filosofico ed esistenziale sulla vita e sulla morte. Segnaliamo: “Sotto ogni cielo”, “Testamento”, “Morti in vita”, “Vecchiaia”, “Addio”, “La conta”, comprese nella sezione “Le diverse”. In “Morti in vita” (p. 123), lo scherno è rivolto agli ignavi, quelli che Dante aveva aspramente punito, destinandoli all’Antinferno, per essersi schierati contro il male. Scrive Gaccione: “(…) da vivi erano così morti / che nessuno si accorse della loro esistenza”. “Testamento” è un testo pervaso da una sottile ironia: da uomo vissuto di libri e tra i libri si concede di dettare un testamento, affinché le sue ceneri trovino riposo sugli scaffali di una biblioteca, dove potrà incontrare amici e sodali, gli autori racchiusi in quelle pagine.
Nella parte finale del volume incontriamo versi che più espliciti non potrebbero essere. Gaccione rivendica con orgoglio la scelta di essersi schierato dalla parte della vita contro massacratori e guerrafondai: “Io sono uomo di parte, / e sto da una parte sola. […] Opporremo la nostra gioiosa libertà, / al vostro lugubre arbitrio;/ e finché lascerete in piedi l’ultima rovina, / noi saremo lì a ricordarvi/ che siamo stati dalla parte della vita:/ voi no” (p. 133). Questa la sua eredità morale, gioiosa come solo la libertà può essere.

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