Rimango fedele alla Terra – Mario Saccomanno
Mario Saccomanno, Rimango Fedele alla Terra, Interno Libri Edizioni, 2026
Nota di lettura di Margherita Parrelli
Sono tanti i riferimenti di questo corposo lavoro di Mario Saccomanno, è lo stesso poeta a dichiararlo nel testo introduttivo “Premessa minima”, nella quale definisce il libro come un gomitolo di strofe. Vorrei muovere dall’immagine del gomitolo. Il gomitolo è una matassa preparata al fine di essere lavorata, è la condizione essenziale all’intreccio che verrà, ma anche il concentrato di una potenziale linearità.
La poesia è intreccio e linearità e, pur detta, rimanda a un inespresso. Così anche la parola poetica di Saccomanno, nel dire molto e in maniera inequivocabile sulle ambiguità, sulle incertezze, sulle difficoltà del mondo contemporaneo e sul nostro essere “in balia di quel moto / ondoso e abrasivo / che veste il cammino / dell’odierno andamento”, non rinuncia a rimandare più e più volte all’unicità della prospettiva individuale e, quindi, alla ricchezza dei significati possibili, “mai due spigoli di vita / hanno osservato / l’identico tramonto”.
La consapevolezza dell’unicità di ognuno è accompagnata dalla necessità di collocarsi, di definire il proprio cammino: “chiunque possiede in se il suo giorno / (…) è qui che l’uno l’altro (…) percorriamo l’arteria / in cui ci definiamo”.
Tale bisogno di posizionamento è in Saccomanno un’urgenza etica, un richiamo a prendere coscienza dell’attuale stato delle cose che svuota, corrode, svilisce, facendo sembrare tutto uguale e tutto inutile, quando è vero esattamente il contrario e una azione deve essere intrapresa: “non si può da una riva / inerte osservare / il proprio naufragio” e qui il naufragare del singolo sta in realtà per il naufragare collettivo.
Se chi legge avesse nutrito dubbi sui riferimenti del poeta, su dove e come si poggia il suo sguardo critico, la citazione molto significativa da Serge Latouche, in apertura della seconda parte, serve a dissiparli definitivamente.
“La globalizzazione è stata per il capitali- smo una tappa decisiva sulla strada della scomparsa di ogni limite. Infatti permette di investire e disinvestire dove si vuole e quan- do si vuole, in spregio degli uomini e della biosfera. È la trasgressione ufficializzata di tutte le norme sociali, morali e ambientali”.
Non si tratta di un atteggiamento ideologico che piega il verso e lo rende meno intenso, ma di un appassionato plaidoyer per il recupero e per la riscoperta di un senso del vivere comune e solidale, di un’umanità che si prende cura, che dal buio dei tempi trova la forza di guardarsi dentro e di riconoscersi parte di un insieme: “(…) togliendo le mille ragioni / che ognuno di certo può offrire / nessuno si dica esente / dalle zone più ombrose del suo tempo”.
Ma dove attingere le forze per ripartire, da dove muovere? Per Saccomanno la risposta è semplice ed essenziale, ripartire è possibile solo guardando a ciò che ci sostiene, che da luogo a ogni forma di vita, vale a dire la terra e la sua concretezza. “Sento i miei passi / cucirsi col fiato alla terra”, scrive il poeta, esprimendo il nostro aderire alla terra, l’ancorarvisi per operare una ricucitura, che ripari lo strappo da noi stessi provocato.
In modo più articolato: “affinché lo stordimento / non produca gravose conseguenze, / l’unico trucco che ognuno possiede / è stringersi con forza / al fazzoletto di terra più amato – / che, nel farlo, assumere / i tratti del ragno / diventa perfino un dovere”. È un dovere morale e anche un atto d’amore lo stringersi con forza alla terra, fino a divenire ragno, il minuscolo animale che possiede l’arte della tessitura, dell’intreccio.
Con la parola Saccomanno stende e intreccia il filo di un altro mondo possibile, che non rinuncia all’umano nel suo senso più nobile. Lo fa con uno stile a tratti argomentativo, all’interno di una partitura precisa, che rimanda alla sua passione per la musica e lo porta a scandire il lavoro in due atti e relative sezioni titolate con nomi di componimenti musicali. Al centro di questa architettura vi è un intenso intermezzo nella forma di poemetto, scritto in quartine di endecasillabi con rima incrociata, con il quale Saccomanno mostra la sua conoscenza e vicinanza alla tradizione lirica classica, riscontrabile anche nel lessico che non teme di essere aulico lungo tutto il libro. Con la parola il poeta si stringe nella pietas, nel suo stringersi ci invita a esercitarla, a non sopirla.





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