Percorsi di Adiacenza – Roma

Caffè Letterario Horafelix
Via Reggio Emilia 89 – Roma
29 Maggio 2026 – ore 18,00
Milanocosa e Marco Saya Edizioni
Presentano
Adam Vaccaro
Percorsi di Adiacenza
Antologia di ricerca critica dei linguaggi
Della Poesia e dell’Arte

Un percorso di poesia, arte e vita, con reciproci arricchimenti tra
Testo e Contesto nella complessità della realtà contemporanea
Dialogano con l’Autore
Donato Di Stasi e Plinio Perilli
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Con la partecipazione di
Manuel Cohen, Anna Maria Curci, Francesca Farina, Claudio Orlandi,
La Poetica di Spagnuolo – Carla Malerba
Temi e poetica nella produzione di Antonio Spagnuolo
Lettura di Carla Malerba
La rilevante produzione di Antonio Spagnuolo, oggi tra i grandi poeti viventi italiani, è testimonianza di un estro poetico che si alimenta di temi disparati: amore, meditazione esistenziale, dolore della perdita, celebrazione della bellezza e della gioia, rievocazione del ricordo. Ad essi si aggiungono elementi paesaggistici e cromatici di grande effetto.
Leggere le sue sillogi mi induce a soffermarmi su questa sua capacità di diversificare il linguaggio, di rispettare la musicalità del verso, di commuovere senza voler commuovere, il tutto legato a un concetto di amore che rimane oltre il tempo, anche se non più tangibile. Non c’è titolo di un suo libro che non richiami l’immagine di Elena, amore di una vita, passione della gioventù e dell’età matura, senile rimpianto, sua accorata solitudine.
Dal Lazzaretto – Luigi Cannillo
Nota su Dal Lazzaretto di Luigi Cannillo, La Vita Felice, 2024
di Massimo Morasso
C’è un modo riduttivo di avvicinarsi a Dal Lazzaretto di Luigi Cannillo: considerarlo un libro di memoria, magari ben scritto, sorvegliato, ma riconducibile a una linea familiare e, in generale, piuttosto sterile della poesia contemporanea – quella che lavora sul ricordo, sull’infanzia o sugli anni dell’adolescenza, turbati o beati che fossero. A tratti, perlomeno all’inizio, si può avere questa tentazione. Poi, però, evidentemente, qualcosa si incrina. E quell’incrinatura è il libro.
Perché nei suoi cinquanta testi incorniciati fra due meravigliosi brani di Manzoni, Dal Lazzaretto ci offre l’esperienza dell’incontro con una memoria agente, non pacificata. Il ricordo non agisce qui come “carità pelosa” (nel senso del Vittorio Sereni de Il muro), ma come una sorta di carburante metafisico. Non è tanto un reservoir dove il poeta ritorni per restare, per dolersene o provare a eternarlo, quanto un dispositivo energizzante, che mette in tensione il suo, così come il nostro presente di lettori.
Se si vuol trovare una chiave di accesso adeguata a quest’opus maius di Cannillo, bisogna uscire dalla categoria della “poesia della memoria” e ricorrere a qualcosa di molto più radicale: per esempio la nozione di costellazione in Walter Benjamin, per il quale le idee si rapportano alle cose come le costellazioni ai corpi celesti di cui sono composte, permettendo di cogliere il vero attraverso narrazioni illineari, capaci di scovare nessi tra i fatti e i misfatti della storia, e di unire passato e presente in immagini folgoranti. Al modo di Benjamin, in questo libro Cannillo non racconta il passato: lo convoca e ri-assembla lungo un asse temporale che non disegna una linea continua, ma genera un cortocircuito fantasmatico. O, detto altrimenti, lo espone e dispone a un’ermeneutica dialogica, nel passo a due fra l’io poetante e gli altri io, nei quali quell’io – la funzione-Cannillo – torna a rispecchiarsi in ciò che chiama fin da subito, già nel primo testo, il “campo di battaglia” del tempo. Io, per me, direi che proprio questo è il punto decisivo del libro, che dà segno insieme della sua qualità e della sua opportunità: la capacità di sottrarre il ricordo alla nostalgia e di restituirlo come urgenza significante. Il macrotesto acquista così una densità che va oltre l’esperienza individuale, senza mai forzare il passaggio al cosiddetto universale.
Il Lazzaretto del titolo, in questo senso, è meno un luogo che un orizzonte critico. Non è semplicemente il nome per dire un’area d’interesse archeo-urbanistico nel centro di Milano, non è soltanto un riferimento storico e/o meramente esistenziale, solo auto-biografico: è uno spazio mentale dove il tempo si stratifica e si rende disponibile a nuove, rivelanti letture. A livello personale, io tendo a diffidare delle topografie simboliche, spesso troppo cariche di intenzione; ma qui Cannillo riesce a mantenerne mobili i confini, aperti, ariosi come per via di un sobrio, e tuttavia fluente, vento di metafora.
Un’altra cosa che colpisce, di quest’intensa raccolta, è la costruzione di un’esistenza minuta che non pretende di diventare esemplare e che proprio per questo lo diventa. Non è un risultato ottenuto per forza di volontà, ma attraverso una piena fedeltà a un’attitudine morale risolta in una forma. Questa forma tipica di Cannillo, si affida alla lucida, pacata capacità d’osservazione di uno sguardo laicamente sapienziale, attento al dettaglio “realistico” così come ai resti degli scarti visionari, in grado di produrre un effetto di riconoscimento proprio per quanto sa schivare l’eccesso dell’entusiasmo retorico.
La scrittura accompagna questo movimento con una coerenza da passista, che è anche un modo d’esprimere “per lingua” un’idea di durata. L’uso insistito della virgola, l’assenza del punto fermo, il ritmo che tende alla continuità: tutto contribuisce a creare una temporalità sospesa, una corrente che non si chiude, un quieto flusso di significazione contro-cronologico in cui ogni momento è già abitato da altri momenti, ogni immagine è attraversata da altre immagini.
E infatti, lo ribadisco un’altra volta ancora, la questione centrale è proprio questa: il tempo. O meglio, il modo in cui il tempo viene riattualizzato nei versi. Poiché in questo miglior Cannillo il passato non è mai ciò che è stato per lui – l’osso di seppia, per così dire, della sua nuda vita. E non lascia, perciò, il retrogusto da deposito stantio che potrebbe lasciarci una serie di immagini o rimembranze personali che fossero semplicemente “restitituite” sulla pagina, ma un’esperienza di riattivazione mitopeica. Ecco, mi pare che in questo sottile movimento trasformativo, tutt’altro che enfatico ma non per questo meno agente, nel libro prenda forma, tessera dopo tessera, scena dopo scena, una comunità esplicita e implicita, fatta di “esseri comuni”, fondata sull’“eroismo del convivere” agito contro “l’ordine del tempo”. Ed è così, riconoscendoli per risonanza, che essi restituiscono il quadro di un’esposizione sbigottita e affratellante, sottoposta tanto al nonsenso della perdita quanto al senso possibile della durata. Così che il Lazzaretto del titolo torna a imporsi, anche nell’ultima impressione di lettura, come una sorta di vasto, popolatissimo purgatorio-tutto-in-terra in cui la prova stessa della vita seleziona senza spiegare, e separa senza giudicare. In quest’ambivalenza, che fu già manzoniana, il Lazzaretto può essere visto come la metafora stessa della poesia: un recinto in cui si attraversa il limite fra il vivo e il morto, fra ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà, dove molti soccombono e pochi, forse, si salvano – ma in cui ogni voce, anche la più esile, testimonia di un’ardua, indefettibile resistenza al nulla che incombe.
Anticipazioni – Francesco Sassetto
Anticipazioni
Vedi a: https://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo.
Redazione di Milanocosa
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Testi inediti di Francesco Sassetto
Con una Nota di lettura di Laura Cantelmo
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Nota dell’autore
San Servolo: l’isola dei matti. Su Il Manifesto dell’11 agosto 2016 si ripercorreva la storia dell’isola di San Servolo, l’isola dei “mati” di Venezia. Ne riporto una parte: “quando il governo napoleonico, nel 1804, trasforma l’ospedale in «Manicomio Centrale, per entrambi i sessi, di tutte le province venete, della Dalmazia e del Tirolo», San Servolo continua a lungo a internare, al fianco dei «mati», piagati e militari infermi. Per quell’epoca il malato è infatti indistintamente un paziente da curare e un prigioniero da sorvegliare e reprimere, se non da punire.” Il Museo del Manicomio di San Servolo, inaugurato nel 2006, raccoglie i reperti appartenuti all’ospedale psichiatrico attivo in isola fino al 1978. Lo scopo di tale Museo, già implicito nella sua denominazione (La follia reclusa), è quello di mettere in evidenza la dimensione emarginante e segregante dell’istituzione manicomiale.
Ho pensato che quel luogo ora inutilizzato avrebbe potuto ospitare i sopravvissuti palestinesi, concluso il genocidio, in fuga dal loro Paese, cacciati, sfollati, braccati da “coloni” e soldati. Un luogo adatto – nato e pensato – per gli emarginati, i disperati senza più terra né casa né identità, un luogo per i “matti” che credevano di avere una patria, un’appartenenza. Ma vi si è opposta da decenni la volontà espansionistica neocoloniale di un Israele feroce, armato di soldati e scritture, determinato nella distruzione del popolo palestinese. Loro i “giusti”, “matti” (e terroristi assassini) i palestinesi. Ora il genocidio è quasi compiuto, restano i superstiti in fuga verso chissà dove. Come i nativi americani. Come molti altri popoli in una storia troppo spesso sbagliata.
Ho voluto provare a scrivere versi su questa immane atrocità, in italiano e dialetto veneziano spesso mescidati, sovrapposti. Lo “scivolamento” dall’italiano al dialetto penso possa avere un valore specifico nella sequenza di queste poesie, alcune integralmente in italiano o in dialetto veneziano, altre, appunto, “mescidate”, un linguaggio “liquido” per rendere in modo nitido e, insieme, indefinito gli accadimenti passati e il compimento della vicenda, l’humus dal quale trasmettere la voce e/o il silenzio delle vittime, cogliere/fissare momenti del loro dolore (e, per contrasto, della nostra indifferenza o distrazione). Un sermo humilis, per tentare una vicinanza – umana e artistica – alla tragedia vissuta dal popolo palestinese.
Le Forbici del vento – Jakova Valbona
La fiaba per Valbona Jakova
Valbona Jakova, Le forbici del vento, Liberedizioni-Brescia-Euro 15,00, pp.80
Copertina e illustrazioni interne di Serena Della Bona
Annitta Di Mineo
Perché scrivere fiabe? Per fantasticare? Ebbene sì, Valbona Jakova scrive le sue fiabe per continuare ad immaginare, per vivere la meraviglia, per far conoscere le sue fiabe albanesi ai bambini italiani, per tramandare la tradizione orale delle fiabe del suo paese d’origine, facendo ricorso alla sua memoria di un’infanzia trascorsa nella sua Albania.
Attraverso la fiaba “LE FORBICI DEL VENTO” Jakova comunica il bisogno di raccontare certe esperienze. E se tutti sappiamo bene che cosa è la fiaba perché tutti ne abbiamo ascoltate dalla voce della maestra, dalla mamma, dal papà, dai nonni, insomma da qualcuno, di certo l’abbiamo letta perché qualcuno l’ha scritta e illustrata per i bambini; dalla tradizione orale, libera e non fissata si è passati a una tradizione scritta e artistica per avvicinare i piccoli alla lettura.
La fiaba dell’autrice, un genere semplice ma non banale, esprime la necessità della mente umana di narrare con le parole, con un linguaggio simbolico esperienze come la paura e il desiderio, il coraggio e la debolezza, la simpatia e l’avversione insiti nell’essere umano, cioè esperienze fondamenta della vita umana. Senza le fiabe queste esperienze resterebbero sconosciute, chiuse nell’individuo che le ha vissute, subite o ricercate.
Inoltre la fiaba della scrittrice, come tutte le altre, insegna ai bambini e agli adulti un modo per tracciare un confine tra fantasia e realtà, rimane una specie di riserva naturale della mente nella quale gli uomini lasciano vivere le paure invincibili e i desideri irrealizzabili, che assumono l’aspetto concreto e variopinto di mostri orribili, streghe o deliziose fatine oppure orchi o dolci animali (la capretta Briarta), piante parlanti e creature immaginarie, che subiscono la personificazione e l’animazione, presenti anche oggetti animati dai poteri magici (forbici, corno), eroi o eroine (dai nomi propri e composti Ermira/Brikena, tipico dei nomi albanesi) ostacolati dagli antagonisti.
La fiaba “LE FORBICI DEL VENTO” non aderisce alla realtà ma con le sue ambientazioni fantastiche ci trasporta in un mondo magico, un mondo sospeso fuori dai consueti riferimenti di spazio e di tempo, in un paesaggio con colori vivaci, corna magiche, cavalli volanti o parlanti come aiutanti. Simbolica è la ripetizione delle porte, della numerazione e del superamento delle prove per raggiungere la conquista di qualcosa, la vittoria o il lieto fine.
lloLa fiaba di Valbona Jakova, ara, sembra essere la rappresentazione simbolica e trasfigurata di un processo comune a tutti gli uomini, che escono dall’età infantile per diventare adulti dopo aver affrontato e superato alcune difficili prove assegnate. Ma proprio a partire da questo disincanto, riesce a trasportarci nella più tipica delle atmosfere fiabesche mostrando la realtà vista attraverso la fiaba, ed è così che la mancanza di paura trionfa sul male, e la forza d’animo prevale fino a toccare la bontà del cuore umano.
Ritmi e pause di Quito Chiantia
Quito Chiantia, Toni ritmici, pause libere
La Vita felice, Milano 2025. Pag.65, € 12,00
Nota di lettura di Laura Cantelmo
Nel tempo in cui le persone si ammalano nella mente e nell’anima, i loro gesti impazziscono, i loro corpi reagiscono brutalmente non solo a causa di eventi personali, ma di modelli perversi offerti dall’alto, un libro di poesia sotto forma di diagnosi mediche si addice in modo appropriato, benché irrituale, allo spirito del tempo, alla “malattia dell’epoca”. Pur non idealizzando la realtà rappresentata, in una fase di crisi del nostro Sistema Sanitario, l’atmosfera che in questa silloge si respira ha una leggerezza che potrebbe suonare irreale o stonata.
Qui l’autore, Quito Chiantia, “sociatra”, come ironicamente ama definirsi lui stesso, operando quotidianamente all’interno di un Centro di Cultura Socio-Sanitaria, mostra l’insolita abilità di attribuire a una prescrizione farmaceutica o a un’anamnesi medica la forma e il sapore intenso e un po’ straniante di un testo poetico.
Già nell’esergo si trova un’immagine rivelatrice che anticipa la trasfigurazione di quel luogo di inquietudine e di dolore in un piccolo limbo di speranza: “Qui la luce è più luce e l’aria profuma di bucato.”
Di importanza determinante un testo, da cui traspaiono il significato e il vissuto di una professione che, facendo rete e unendo le forze, affronta la malattia come disagio prodotto da un malessere endogeno di origine sociale, oppure da uno stato di malinconia neurotica, dove la poesia si trova in una posizione ambigua, ma non del tutto inappropriata:
Memoriale Linguaglossa
Memoriale Linguaglossa
Ho appena saputo della scomparsa di Giorgio Linguaglossa, e faccio seguire una testimonianza in sua memoria.
Con Giorgio Linguaglossa ho avuto scambi importanti, nel coso di tre decenni, attraverso libri e pubblicazioni in rete, che hanno sollecitato in lui generosa attenzione, con scritti critici su riviste cartacee e online che curava, e miei inserimenti in tutte le antologie che ha realizzato. Ne sono seguiti incontri con presentazioni, tra Roma e Milano, lungo percorsi di ricerca da me chiamate di convergenze parallele, tra la mia metodologia dell’Adiacenza e la costituzione dei suoi progetti Poetry Kitchen e NOe, Nuova Ontologia estetica. Di tale percorso c’è una sintesi nell’intervista del 2016 pubblicata dalla Rivista L’ombra delle Parole e da Milanocosa, e poi inserita nella mia Antologia critica, Percorsi di Adiacenza, Antologia che all’inizio di quest’anno è stata oggetto di una sua approfondita analisi ermeneutica, ultimo regalo appassionato e fraterno, anch’esso inserito in Milanocosa.
Anticipazioni – Pasquale Vitagliano
Anticipazioni
Vedi a: https://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo.
Redazione di Milanocosa
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Testi inediti di Pasquale Vitagliano
Con una Nota di lettura di Adam Vaccaro
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Nota di poetica
In un momento di drammatica crisi della cittadinanza, nazionale, internazionale e forse persino umana, la poesia sente più urgente la necessità di non consentire alla parola di evaporare. L’afasia e l’autismo sociali chiedono alla lingua di trovare la strada del proprio significato e di ristabilire una connessione con l’azione umana. La poesia quale linguaggio del fare e lingua del cambiamento non deve cedere al ricatto accomodante della consumabilità, oggi più che mai deve invocare la propria dissonanza. La poesia è una forma di logopedia. Ci permette di riconoscerci cittadini e cittadine dell’unica patria legittima, il mondo intero.



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