Rimango fedele alla Terra – Mario Saccomanno

Pubblicato il 9 luglio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Mario Saccomanno, Rimango Fedele alla Terra, Interno Libri Edizioni, 2026

Nota di lettura di Margherita Parrelli

Sono tanti i riferimenti di questo corposo lavoro di Mario Saccomanno, è lo stesso poeta a dichiararlo nel testo introduttivo “Premessa minima”, nella quale definisce il libro come un gomitolo di strofe. Vorrei muovere dall’immagine del gomitolo. Il gomitolo è una matassa preparata al fine di essere lavorata, è la condizione essenziale all’intreccio che verrà, ma anche il concentrato di una potenziale linearità.
La poesia è intreccio e linearità e, pur detta, rimanda a un inespresso. Così anche la parola poetica di Saccomanno, nel dire molto e in maniera inequivocabile sulle ambiguità, sulle incertezze, sulle difficoltà del mondo contemporaneo e sul nostro essere “in balia di quel moto / ondoso e abrasivo / che veste il cammino / dell’odierno andamento”, non rinuncia a rimandare più e più volte all’unicità della prospettiva individuale e, quindi, alla ricchezza dei significati possibili, “mai due spigoli di vita / hanno osservato / l’identico tramonto”.
La consapevolezza dell’unicità di ognuno è accompagnata dalla necessità di collocarsi, di definire il proprio cammino: “chiunque possiede in se il suo giorno / (…) è qui che l’uno l’altro (…) percorriamo l’arteria / in cui ci definiamo”.
Tale bisogno di posizionamento è in Saccomanno un’urgenza etica, un richiamo a prendere coscienza dell’attuale stato delle cose che svuota, corrode, svilisce, facendo sembrare tutto uguale e tutto inutile, quando è vero esattamente il contrario e una azione deve essere intrapresa: “non si può da una riva / inerte osservare / il proprio naufragio” e qui il naufragare del singolo sta in realtà per il naufragare collettivo.
Se chi legge avesse nutrito dubbi sui riferimenti del poeta, su dove e come si poggia il suo sguardo critico, la citazione molto significativa da Serge Latouche, in apertura della seconda parte, serve a dissiparli definitivamente.
“La globalizzazione è stata per il capitali- smo una tappa decisiva sulla strada della scomparsa di ogni limite. Infatti permette di investire e disinvestire dove si vuole e quan- do si vuole, in spregio degli uomini e della biosfera. È la trasgressione ufficializzata di tutte le norme sociali, morali e ambientali”.
Non si tratta di un atteggiamento ideologico che piega il verso e lo rende meno intenso, ma di un appassionato plaidoyer per il recupero e per la riscoperta di un senso del vivere comune e solidale, di un’umanità che si prende cura, che dal buio dei tempi trova la forza di guardarsi dentro e di riconoscersi parte di un insieme: “(…) togliendo le mille ragioni / che ognuno di certo può offrire / nessuno si dica esente / dalle zone più ombrose del suo tempo”.
Ma dove attingere le forze per ripartire, da dove muovere? Per Saccomanno la risposta è semplice ed essenziale, ripartire è possibile solo guardando a ciò che ci sostiene, che da luogo a ogni forma di vita, vale a dire la terra e la sua concretezza. “Sento i miei passi / cucirsi col fiato alla terra”, scrive il poeta, esprimendo il nostro aderire alla terra, l’ancorarvisi per operare una ricucitura, che ripari lo strappo da noi stessi provocato.
In modo più articolato: “affinché lo stordimento / non produca gravose conseguenze, / l’unico trucco che ognuno possiede / è stringersi con forza / al fazzoletto di terra più amato – / che, nel farlo, assumere / i tratti del ragno / diventa perfino un dovere”. È un dovere morale e anche un atto d’amore lo stringersi con forza alla terra, fino a divenire ragno, il minuscolo animale che possiede l’arte della tessitura, dell’intreccio.
Con la parola Saccomanno stende e intreccia il filo di un altro mondo possibile, che non rinuncia all’umano nel suo senso più nobile. Lo fa con uno stile a tratti argomentativo, all’interno di una partitura precisa, che rimanda alla sua passione per la musica e lo porta a scandire il lavoro in due atti e relative sezioni titolate con nomi di componimenti musicali. Al centro di questa architettura vi è un intenso intermezzo nella forma di poemetto, scritto in quartine di endecasillabi con rima incrociata, con il quale Saccomanno mostra la sua conoscenza e vicinanza alla tradizione lirica classica, riscontrabile anche nel lessico che non teme di essere aulico lungo tutto il libro. Con la parola il poeta si stringe nella pietas, nel suo stringersi ci invita a esercitarla, a non sopirla.

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Non Nel Nostro Nome – Recensione

Pubblicato il 9 luglio 2026 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Non nel nostro nome. Cento poeti italiani in difesa della dignità umana
A cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro, Edizioni Mondo Nuovo, 2025

Recensione di Matteo Veronesi

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Vedi anche su Incroci Online

https://incrocionline.wordpress.com/2026/07/07/non-nel-nostro-nome-cento-poeti-italiani-in-difesa-della-dignita-umana/

C’è qualcosa di dichiaratamente corale nel titolo di questa antologia. Non nel nostro nome è una prima persona plurale che rifiuta il singolare del potere, una voce che si vuole molteplice quasi che la molteplicità fosse, in sé, una resistenza. Il gesto dei curatori — raccogliere cento voci poetiche italiane in risposta ai genocidi, alle guerre imperialistiche, al deterioramento della polis — si compie in un volume percorso, come da un brivido, dal vitale attrito tra il manifesto e la poesia, tra la dichiarazione programmatica e la risonanza del testo.
Si ha, innanzitutto, una fotografia ampia e non provinciale della poesia italiana contemporanea. Vi sono voci già consacrate, come Magrelli o Conte, e altre meno note ma non prive di tensione, consapevolezza, vigore. Significativo spazio (più di quello che il sistema editoriale è di norma disposto a concedere) è dato alla poesia del Mezzogiorno. Siciliani, pugliesi, calabresi, abruzzesi dialogano con milanesi, veneziani, triestini, in un policentrismo che è già, di per sé, un atto critico. Viene in mente il richiamo di Gennaro Manna al “sapienzialismo” delle culture periferiche come “espressione di valori reali, vissuti, onorati”: anche qui, nelle voci dei margini, risuona qualcosa che il centro tende a rimuovere e rigettare.
Il pericolo maggiore di un’antologia costruita attorno all’impegno civile è quello di scivolare nell’elegia pubblica, nella denuncia che si accontenta di sé stessa, nella parola che addita il male senza incarnarlo. È un rischio che questa antologia, in molte delle sue voci migliori, affronta con soluzioni che meritano attenzione. A tratti la crudeltà padronale, l’arbitrio del potere, l’iniquità delle forzate migrazioni emergono proprio come in certi esiti del migliore realismo meridionale — da Vittorini a Scotellaro — con quella composta fermezza che è più tagliente del grido.
Proprio in questo scarto tra l’istanza etica e la sua codificazione si inserisce la tensione più feconda dell’opera. Se, come scrive Ivan Pozzoni nei suoi versi inclusi nel volume, dovremmo quasi «giustiziare l’idea stessa di giustizia» per strapparla ad ogni enfasi, ad ogni ridondante oggettivazione, l’antologia sembra precisamente raccogliere questa provocazione. La scivolosa indefinibilità, l’insidiosa natura sfuggente del tema diventano linfa vitale. Senza risolversi in trattato morale o teodicea utopica, l’idea di “dignità umana” trae forza proprio dalla sua polisemia, dalla sua forse usurpata plasmabilità fra le dita sottili o risolute dei poeti. Il magma è solcato da molteplici vie. La “resistenza” passa per l’esplorazione di un vuoto dove il «titolo d’artista» non è fregio, ma viatico che solca l’incertezza.
Questa sfida all’incerto che non rinuncia alla testimonianza documenta, quasi involontariamente, il registro forse dominante della poesia italiana di oggi. Il tono prevalente è quello di una dizione discorsiva, vicina al parlato ma non sbadatamente colloquiale, che rinuncia tanto agli eccessi del realismo più crudo quanto alle acrobazie dello sperimentalismo più radicale. La sintassi è tendenzialmente lineare, il lessico moderatamente sorvegliato, il verso libero costruito sull’andamento del pensiero più che su architetture metriche. È la lingua di chi ha assorbito la lezione del Novecento e l’ha, per così dire, cartografata e resa abitabile. Si tratta, potremmo dire con Baudelaire, di una modernitas che ha già metabolizzato le proprie avanguardie e lavora, con strumenti sobri, a “rendersi degna di divenire antichità”.
Tanto più significativo, allora, quando il registro del tono medio viene incrinato da una sorta di lirismo mitologizzante, un residuo archetipico che riaffiora qua e là come se la crisi del presente riattivasse, per reazione, più profondi impulsi di sublimazione. Come in una spirale di secoli, certe immagini primarie ritornano trasfigurate: il mito, la Madre, la caverna, il fuoco.
Questo soprattutto nelle voci femminili. Annamaria Ferramosca, ad esempio, discende nella preistoria — “ero là abitavo quella grotta / lavoravo l’amigdala” — per poi risalire nel presente con l’intera catena delle sue stragi, come se solo l’origine rupestre della parola potesse reggere il peso della storia. La movenza ricorda, se vogliamo, la discesa al Porto Sepolto che pure è nutrimento della modernità. Gabriella Galzio porta in dote una densità simbolica radicata nel mito femminile arcaico — Ishtar, Sofia, la Grande Madre — che nel contesto circostante risuona come una memoria lunga, ostinata, sciolta dalla contingenza.
Lino Angiuli scrive addirittura in uno spagnolo arcaico, quasi sognato — “A veces septiembre apparese muy lindo / y eterno para este pintura de vidrio” — quasi una lingua della memoria mitica che precede la storia: una nenia adulta, una lingua d’invenzione che cerca, nell’artificiale arcaismo fonetico, la purezza di un sentire anteriore alla Babele del presente. Marco Guzzi porta la tensione escatologica della sua ricerca spirituale. E qualcosa del Sacro affiora, come un preesistente e persistente fondale, anche in alcune delle poesie più laicamente impegnate e vibranti.
L’essenza dell’antologia dimora nella tensione viva tra voci diverse, riunite da un comune imperativo etico che ciascuna declina a modo proprio. Il risultato è un volume che vale come specchio fedele di una stagione della poesia italiana: non verginosamente sperimentale, né marcatamente lirica; ma intenta, in queste pagine, a cercare, sia pur con misura e compostezza, di non tacere davanti al mondo. La parola si nutre di ciò che l’ha preceduta. Nei momenti più alti, la memoria si fa forma, e la forma diventa, essa stessa, “resistenza”.

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Anticipazioni – Nino Iacovella

Pubblicato il 2 luglio 2026 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: https://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo.
Redazione di Milanocosa
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Testi inediti di Nino Iacovella

da Il Cristo del Corvetto

 

Con Nota di lettura di Adam Vaccaro

 

 

Nota di poetica

Il “Cristo” del titolo non è un Cristo confessionale. Piuttosto, potrebbe rappresentare una figura simbolica: l’uomo qualunque che porta il peso del quartiere, un emarginato, un migrante, un operaio, un anziano dimenticato, o l’intera comunità del Corvetto come corpo collettivo che attraversa sofferenza e speranza. La scelta del nome “Cristo” richiamerebbe l’idea del sacrificio, della compassione e della possibilità di una redenzione tutta umana, non necessariamente religiosa.

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Dal Lazzaretto – Cannillo – Ravizza

Pubblicato il 27 giugno 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Dal Lazzaretto, Luigi Cannillo, poesie
prefazione di Davide Romagnoli, La Vita Felice Editore, Milano, 2024

Nota di lettura di Filippo Ravizza

“Il Lazzaretto di Milano (se, per caso, questa storia capitasse nelle mani di qualcheduno che non lo conoscesse, né di vista né per descrizione) è un recinto quadrilatero e quasi quadrato, fuori della cttà, a sinistra della porta detta orientale, distante dalle mura lo spazio della fossa, d’una strada di circonvallazione, e d’una gora che gira il recinto medesimo. I due lati maggiori son lunghi a un di presso cinquecento passi; gli altri due, forse quindici meno; tutti dalla parte esterna, son divisi in piccole stanze d’un piano solo;di dentro gira intorno a tre di essi un portico continuo a volta, sostenuto da piccole e magre colonne. Le stanzine eran dugent’ottantotto, o giù di lì”.(Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Capitolo XXVIII). Così si presentava il Lazzaretto di Milano nel 1630 e dintorni, l’anno della peste, e, subito prima, della carestia alimentare seguita ai disordini per il pane con gli assalti ai forni. Così è ancora visibile nel retro di copertina del nostro libro nella incisione tratta dalla “Carta di Milano” del 1704. Così fino a fine Ottocento quando l’intera struttura venne sottoposta ad imponente demolizione. La ricostruzione, partita nel 1881, ebbe però il suo apice nella prima metà del Novecento, con la nascita e lo sviluppo del nuovo quartiere a vocazione prettamente commerciale, i nuovi edifici tanto di edilizia popolare quanto borghese, la miriade di attività commerciali installatesi. Oggi l’area del vecchio Lazzaretto è quella compresa nel quadrilatero Corso Buenos Aires – Via Vittorio Veneto – Via Lazzaretto – Via San Gregorio.

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Anticipazioni – Giuseppe Spinnato

Pubblicato il 25 giugno 2026 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: https://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo.
Redazione di Milanocosa
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Testi inediti di
Giuseppe Spinnato

Con Nota di lettura di Margherita Parrelli

Nota di poetica
Si tratta di alcuni testi che compongono il nucleo iniziale di un nuovo progetto poetico pensato come una zona di sosta e passaggio rispetto ad Alfabeto di sutura. L’idea è quella di una raccolta che si soffermi sul rapporto tra materia, memoria e forme, nell’intreccio tra affezione e distacco, con un approccio che mescoli moduli espressivi più ‘materici’ a spiragli di maggiore apertura e levità, linguistica e tematica. Un altro nucleo tematico insiste sulla coniugazione tensiva tra due aspetti, l’esigenza di abitazione in un paesaggio mobile e frammentato da un lato e dall’altro un’esigenza di semplificazione, distensione, comprensione sintetica, integrazione lirica, restituzione al linguaggio. Allo stesso modo, la raccolta tenta di indagare poeticamente il punto di innesto tra corporalità e tensione verticale.

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Sogni e Fantasmi di Mauro Macario

Pubblicato il 18 giugno 2026 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Solo i fantasmi sognano, cortometraggio.

di Mauro Macario e Andrea Castagna (2025)

Nota critica di Laura Cantelmo

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Vedi anche a

https://pubblicazioniletterarie.altervista.org/nota-critica-di-laura-cantelmo-al-corto-solo-i-fantasmi-sognano-di-mauro-macario-e-andrea-castagna/

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Il talento artistico di Mauro Macario fa dei suoi molteplici linguaggi un campo di continua esplorazione. Questo cortometraggio che lo vede attore, voce narrante, regista, autore dei testi e della sceneggiatura lo riporta alla professione per la quale si era formato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, operando poi a lungo in Rai e nel cinema. L’intento di ritirarsi dalla scrittura e da altre forme d’arte lo fa approdare a questo originale lavoro, sintesi della sua poetica. Attraverso i temi e i diversi linguaggi in cui si è cimentato egli sembra qui voler estendere i confini dell’esperienza passata, rimodellandola e dilatandone il mistero.

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Tavola rotonda poesia civile – Festival Genova

Pubblicato il 14 giugno 2026 su Eventi Suggeriti da Maurizio Baldini
La Poesia civile in una Tavola rotonda a cura di Donatella Bisutti 
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ASTROLABIOCULTURA – AUTORI ALLO SPECCHIO – PISA

Pubblicato il 5 giugno 2026 su Eventi Suggeriti da Maurizio Baldini

ASTROLABIOCULTURA – PISA 

AUTORI ALLO SPECCHIO 

INCONTRO CON

VALERIA SEROFILLI E ADAM VACCARO

CON IVANO MUGNAINI

11 Giugno 2026

Biblioteca Comunale SMS

Via S. Michele degli Scalzi 178 – Pisa

Scarica la locandina 

Percorsi di Adiacenza – Roma

Pubblicato il 20 maggio 2026 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini

Caffè Letterario Horafelix

Via Reggio Emilia 89 – Roma

 29 Maggio 2026 – ore 18,00

 Milanocosa Marco Saya Edizioni

Presentano

 Adam Vaccaro

Percorsi di Adiacenza

Antologia di ricerca critica dei linguaggi

Della Poesia e dell’Arte

Un percorso di poesia, arte e vita, con reciproci arricchimenti tra

Testo e Contesto nella complessità della realtà contemporanea

 

Dialogano con l’Autore

Donato Di Stasi e Plinio Perilli

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Con la partecipazione di

 Manuel Cohen, Anna Maria Curci, Francesca Farina, Claudio Orlandi,

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La Poetica di Spagnuolo – Carla Malerba

Pubblicato il 18 maggio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Temi e poetica nella produzione di Antonio Spagnuolo
Lettura di Carla Malerba

La rilevante produzione di Antonio Spagnuolo, oggi tra i grandi poeti viventi italiani, è testimonianza di un estro poetico che si alimenta di temi disparati: amore, meditazione esistenziale, dolore della perdita, celebrazione della bellezza e della gioia, rievocazione del ricordo. Ad essi si aggiungono elementi paesaggistici e cromatici di grande effetto.
Leggere le sue sillogi mi induce a soffermarmi su questa sua capacità di diversificare il linguaggio, di rispettare la musicalità del verso, di commuovere senza voler commuovere, il tutto legato a un concetto di amore che rimane oltre il tempo, anche se non più tangibile. Non c’è titolo di un suo libro che non richiami l’immagine di Elena, amore di una vita, passione della gioventù e dell’età matura, senile rimpianto, sua accorata solitudine.

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