M. Pamio

Festival Bagutta Letteratura

Pubblicato il 18 dicembre 2025 su Eventi Suggeriti da Maurizio Baldini

Festival Bagutta Letteratura

A cura di Annitta Di Mineo

Sabato 20 dicembre 2025

H 11 – Antologia Critica, Percorsi di Adiacenza, di Adam Vaccaro, Marco Saya Edizioni – Con l’Autore, Luigi Cannillo, Laura Cantelmo, Claudia Azzola, Maria Pia Quintavalla, Angelo Gaccione, Il Duo Poemus di G.Guidetti e B. Gabotto, Marco Saya;

H 12,15 – Antologia NON NEL NOSTRO NOME – 100 Poeti italiani in difesa della dignità umana, Edizioni Mondo Nuovo,a cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro – Con Luigi Cannillo, Laura Cantelmo, Claudia Azzola, Filippo Ravizza,Nino Iacovella, M. Pia Quintavalla, M. Carla Baroni, Barbara Gabotto, Giacomo Guidetti, Ottavio Rossani.

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Su Percorsi di Adiacenza – Massimo Pamio

Pubblicato il 17 dicembre 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

ADIACENZA, O DELL’IDEALE DELLA POESIA
di Massimo Pamio

Vedi anche

https://libertariam.blogspot.com/2025/12/adiacenza-o-dellideale-della-poesia-di.html

Adam Vaccaro, Percorsi di Adiacenza, Antologia di ricerca critica dei linguaggi della Poesia e dell’Arte, Introduzione e cura di Donato di Stasi – Postfazione di Elio Franzini, Marco Saya Ed., Milano, pp. 608

Adam Vaccaro è un poeta militante, cioè un poeta civile, impegnato, che crede fortemente nella possibilità della parola, fosse anche quella dell’ultimo poeta della terra, che però quando riesce a dialogare con altri poeti, rende ancora viva una pratica ormai relegata in un ambito talmente marginale che si potrebbe definire quasi inesistente nell’attuale società.
Di recente, ha pubblicato un volume, Percorsi di Adiacenza, Antologia di ricerca critica dei linguaggi della Poesia e dell’Arte, per Marco Saya Edizioni, 608 pagine dense di osservazioni e arricchite da due testi prestigiosi, di Elio Franzini e di Donato Di Stasi.
Il corposo testo di Adiacenza si interessa di come vada letto il testo poetico, problema che in qualche modo, anche se in riferimento all’arte, Gilles Deleuze si poneva, affermando che bisognerebbe leggere le opere d’arte con il linguaggio proprio dell’opera d’arte, “Bisogna che i concetti della pittura vengano tratti nella scrittura in modo esatto, che non siano di tipo matematico o fisico, che non siano nemmeno della letteratura depositata sul quadro, ma che siano, come tali, della e nella pittura” (in La pittura infiamma la scrittura, in Divenire molteplice. Nietzsche, Foucault ed altri intercessori, a cura di U. Fadini, ombre corte).
Si dovrebbe cercare un meccanismo interno alla poesia, per sviscerarla, questione che potrebbe anche essere formulata così: la poesia va ascoltata, va intesa così come (e in che modo) essa interroga e si fa interrogazione diretta al linguaggio stesso, obbligando l’autore a interrogare se stesso, il lettore a lasciarsi interrogare, in base a ciò che la poesia stessa tende a formulare come (gridata o sussurrata) domanda, incarnandosi.
Insomma, la poesia come quaestio, come qualcosa di irrisolto – altrimenti non sarebbe mai nata, se fine e principio di sé stessa. Essa denuncia forse un vuoto inadempiuto, un tentativo di completezza, una richiesta, un desiderio di essere colmata? No, è un fenomeno di ciò che in sé non ha pienezza, ma desiderio di pienezza, e che forse nella parola cerca un ausilio, una soluzione: la poesia è dunque ciò che viene prima della parola per fondarla?
Per Vaccaro sono le “adiacenze” essenziali, le consonanze con altri poeti, con i messaggi di quei poeti, che stabiliscono una comunità che palpita, unica, audace (e che fonda la parola).
Ogni poeta, a mio avviso, dialoga con quelli del passato, li attualizza, li rende propri testimoni e interpreti, e poi interroga quelli del presente in vista della comprensione (della benevolenza) di quelli del futuro. Non dialoga con gli ideali, l’ideale vero di ogni poeta è costituito dalle relazioni con i poeti del passato (pur se errate o ingannevoli), dal fatto di stabilire con loro una nuova forma di letteratura, che è quella di una ideologia intima, serrata, il dialogo assoluto tra due solitudini.
Il poeta che dialoga con quelli che lo hanno preceduto fa accadere ciò che ciascun poeta sogna, e cioè che sia preso in considerazione da quelli del futuro, per essere reso alla vivenza – una sottovivenza – che rende attuale una nuova possibilità, e si restituisce, in qualche modo, alla tensione verso l’immortalità, fine che è però reale, e cioè parlante, condizione del poeta che continua il dialogo al di là di sé stesso, nella poesia – l’ideale. Ideale è ciò che viene idealizzato proprio con questa relazione, e diventa il contenuto della forma-poesia. Per Vaccaro, diventa “adiacente”, poesia che si abbandona, giace e trova a giacere accanto a sé il tempo, un altro tempo, una forma che si è resa ideale.
Poesia ideale o l’ideale della poesia sono forse una cosa sola, sono quella interpretazione che resuscita la lettura, e con quella stabilisce la vacuità, l’inutilità del tempo: la poesia è ideale quando vince il tempo, e per vincerlo ha bisogno non di un critico ma di un altro poeta, di un lettore che crede nello stesso ideale formale, soltanto formale, che travalica quei limiti imposti all’essere mortale.
Bisogna far parlare la poesia dall’interno della poesia, secondo Deleuze, ed è quel che accade quando diventa ideale, dialogo tra poeti.
L’immaginario al potere, il dialogo impossibile che diventa fervido, attualizzazione di segreti, rivitalizzazione di ipno-giacenze.
L’ideale è la parola che vola e torna a volare, mai toccando terra, mai sporcandosi, che si fa anche portatrice di “idealità”, di valori, di virtù morali, di umanità: questa è l’adiacenza di cui parla Vaccaro, giacere accanto o sopra o sotto l’egida della virtù morale, della dignità, del rispetto dell’altro, dell’anelito alla fratellanza, alla pace, all’amore universale, quando il logos si impregna del connubio tra poeti in senso morale, etico, ponendo l’ideale poesia come fondamento di contenuti in cui si esaltano le qualità migliori dell’umano; quando i poeti si fanno uomini abbandonando la loro veste di poeti, poiché l’ideale ha reso valida l’inseità della poesia trasmettendone la forma attraverso le adiacenze, la possibilità dell’uno attuata nel logos evocante dell’altro. Il futuro evoca il passato e lo chiama a sé facendosi testimone di un dire che diventa necessario, e cioè non solo attuale, ma attuato.
È necessario quel che forse neanche il poeta del passato sapeva della propria poesia?
Non è necessario, è immaginario che si fa ideale.
L’immaginario al potere si trasforma, muta, si fa imprendibile per non cadere nel sostanziale. Perché la parola non deve esaurirsi, perché ci saranno ancora altri dialoghi, altre adiacenze fin che la poesia esisterà, per unire i poeti.
Il poeta che dialoga con il passato incontra l’uomo. Nell’ideale i poeti negano la loro identità formale per incarnarsi di nuovo. Abbandonata la maschera del poeta, i due sono uomini nella loro idealità, nel loro immaginario che si è reso, nell’incontro di due anime, necessario.
Le loro parole sono immaginario divenuto patrimonio comune, sono l’attualizzazione di una possibilità che nessuno dei due conosceva prima del loro incontro fuori del tempo, in un’assoluta libertà, in un’unione assoluta.
È questa la coniugazione di comunicazione e complessità di cui parla Vaccaro, che torna a far vivere personalità di grandissima caratura come Giò Ferri, Gilberto Finzi, Lunetta, Luzzi, Gramigna, Majorino, Cara, Ruffato, Di Ruscio, Leonetti, Porta e tanti altri, conversando con Leopardi, Novalis, Valéry, Baudelaire, Goethe.

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Antologia “Non nel nostro Nome”

Pubblicato il 2 novembre 2025 su Eventi Suggeriti da Maurizio Baldini

Comunichiamo con piacere l’uscita dell’Antologia

Non nel nostro Nome – Ed. Mondo Nuovo

Cento poeti italiani in difesa della dignità umana

A cura di

Massimo Pamio e Adam Vaccaro

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Voci che, nella complessità delle teste imperialistiche nello scenario internazionale attuale, ritengono di esprimere un pensiero critico libero da sudditanze ideologiche di opposte propagande.

Voci per le quali la dignità primaria è di non farsi ridurre a tifosi dell’una o dell’altra fonte degli orrori cui assistiamo. 

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Manifesto Dignità violata

Pubblicato il 15 giugno 2025 su Temi e Riflessioni da Adam Vaccaro

Comunicato Stampa

I POETI IN DIFESA DELLA DIGNITA’ UMANA

Oltre cento poeti, con esponenti autorevoli di altre discipline, Associazioni ed altri Enti e Istituzioni stanno aderendo ad un Manifesto promosso da Massimo Pamio e Adam Vaccaro

Questo Manifesto esprime un grido di dolore e un monito nei confronti di un’umanità che appare come arresa di fronte alle vicende che la coinvolgono, indifferente al proprio destino, di fronte al Male che incombe su ogni vita, oggi più che mai, con l’annuncio di aggressioni a Paesi e popoli liberi. L’umanità sta alzando bandiera bianca rispetto a una realtà che non appare governabile. Occorre tornare insieme per manifestare urgentemente una rinascita collettiva, se si vuole evitare un futuro orrendo. 

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TRASMUTAZIONI – Alchimie in Caoslandia-Pineto

Pubblicato il 9 agosto 2024 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini

                                          

24 agosto 2024 – ore 21,00

Presso Giardino Villa Filiani

Via G. D’Annunzio Pineto (TE)

Adam Vaccaro

TRASMUTAZIONI – Alchimie in Caoslandia

(puntoacapo Editrice)

Viaggio con la poesia di Adam Vaccaro

alla ricerca di senso sotto il sole del pensiero unico

 A colloquio con L’Autore

 Massimo Pamio

e

Alfredo Luzi

 ***

 Intermezzi musicali

con

Diego Merletti

***

Coordina

Dott.ssa Evelina Frisa

Sarà presente il Sindaco Avv. Alberto Dell’Orletta

Scarica la locandina 

Info:  Associazione Culturale Milanocosa – www.milanocosa.it info@milanocosa.it – T. 3477104584

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anonimie – Massimo Pamio

Pubblicato il 13 gennaio 2023 su Saggi Poesia da Adam Vaccaro
Replichiamo l’articolo già pubblicato sulla Rivista “Odissea”, che ringraziamo.

https://libertariam.blogspot.com/2023/01/la-ricerca-inesausta-di-pamio-diadam.html 

***

La ricerca inesausta di Massimo Pamio
In anonimie (Poesie 2010–2020), Edizioni Mondo Nuovo, Pescara, gennaio 2023, pp. 272
Adam Vaccaro

Un libro che si impone con cadenze e intrecci che sono, per chi ha seguito le evoluzioni creative di Massimo Pamio, costitutive della sua inarresa misura con i temi più profondi del nostro esistere. Ma se forma e stile definiscono un Autore, qui ritroviamo confermato – pur nell’impegno richiesto dall’alveo tematico – il rigetto di ogni seriosità supponente, a favore dei panni variegati e dinamici sintetizzati dal Cantimbanco, sintagma e invenzione di uno dei primi testi poetici di questa raccolta antologica che abbraccia un decennio. Una raccolta che è corredata – a sottolinearne il rilievo espressivo – da una ricca Antologia critica, con contributi di Giovanni D’Alessandro, Rossano De Laurentiis, Erica Gazzoldi, Daniela Forni, Renato Minore, Elio Pecora, oltre a una lettera di Gabriella Sica (alcuni dei quali, con fraterne condivisioni del processo decennale di editing, riportano anche le interessanti varianti, precedenti il testo definitivo).
I temi affrontati coinvolgono la totalità di pensiero ed emozioni del Soggetto Scrivente, ma come detto il moto testuale tende a svolgersi nella leggerezza del Cantimbanco, termine che è “un calco di saltimbanco” (come rileva Erica Gazzoldi), e insieme “termine medievale per indicare il cantastorie” (lo ricorda Daniela Forni, che incastona lo stile dell’Autore in giullare del mistero), alias, il cantore, il poeta, che rifugge dal “prendersi troppo sul serio – a mo’ di Aldo Palazzeschi, che si definiva il saltimbanco dell’anima.”
Il Cantimbanco, vola e svolazza (ridacchiando anche sul Volo romanziere popolare) con le sue poesie volte a una Teomantica, prima parte della raccolta, e un altro dei molti termini inventati e necessari alla interminabile ricerca interrogante di cui si nutre (e ci nutre) il libro. “La ‘teomantica’ unisce il dio (teo-) all’arte della divinazione (–mantica). È dunque ispirazione divina, che fa vedere in profondità” (Gazzoldi), coniugando continuamente opposti, paradossi e ossimori, alimenti verbali che qui non sono Jeu de mots autoappaganti, ma segni di una insaziabile fame di canoscenza. È la prima comunicazione complessa che questa poesia e questo libro trasmettono.
“Mio Dio che sei l’unica parola/ che avrei voluto dire e pensare/ echeggiare nel silenzio e nell’anima/ mio Dio che sei tutto ciò che non so/ che sei il più lontano dei miei no”
Dio è parola di ricerca nel mistero, esteriore ed interiore del giullare. Un esteriore che tra i grani del suo rosario, declina ignominie di violenze e guerre di dominio, unite a autodistruzioni di ogni equilibrio della “Madre Terra”. Non meraviglia perciò lo sbocco nell’invettiva: “scaglia gli ignoranti / che vivono sul tuo volto dolcissimo”. Mentre il singolo diventa collettivo: “Schiaffeggiati dal guanto del mondo,/ pretendiamo ragione”, e si fa profetico, tra gli estremi frutti velenosi delle logiche in atto, di “grande freddo” o “riscaldamento globale” e “desertificazione del futuro”. Che nella campitura mistica, domanda: “che sia questo del Maligno” il disegno? Domanda rivolta anche al qui-ora e al noi: “C’è una persona in noi o c’è uno spiraglio del vero del mondo…un segnale del divino che ci avvisa ogni volta del nostro misterioso ingannarci?” Domande che non salvano lo stesso cantimbanco: “inguaribile egocentrico” e “fingitore”, quale denudato da Fernando Pessoa? “Narciso trasformista” che rimane chiuso in sé, o Autore di sé, che sa uscire dai deliri di essere Fattore del Mondo e Castello di Dio, facendone uscio di un senso D’Io?
Domande, interrogazioni e ribaltamenti di sensi compongono la struttura retorica portante del testo: “L’uomo, misura di tutte le cose che non sono,/ di tutte le assenze in sé cumulate, come di quelle/ neanche immaginate. Precluse, tutte, all’interiorità/ come all’esteriorità: escluse da ogni mondo, per amore”.
Pochi versi che incidono il nucleo portante del libro, sintetizzato nel titolo, anonimie. Le minuscole evidenziano il senso di cancellazione di una soggettività che si afferma, Io o Sé che sia. Ma quel “non sono” non ha qui – come ben sottolinea Giovanni D’Alessandro – il significato storicizzato montaliano, di “ciò che non siamo… non vogliamo” – ma di un soggetto singolo-collettivo che si sente smarrito, annullato, non da un gioco autoreferenziale di pensiero, ma dalla immensità dell’esperienza dell’universo, presente e per lui intangibile, come rileva Elio Pecora.
Ma questo vuoto, questo zero, non sono ripiegamento piangente, perché si fa pedana di ripresa del “cammino verso la conoscenza del sé” (D’Alessandro). Siamo dunque alle origini della Sofia, dell’essere conscio della propria infima e insignificante essenza e presenza di fronte a un universo dal significante e significato ignoti. Ribaltati però a fondamento di moto verso domande inesauste, di ricerca che può essere solo del senso dell’Altro e dell’Oltre, ma ricongiunte a specchio nel proprio sconosciuto Sé. Il vuoto diventa così fonte e utero di conoscenza, coscienza dell’interminabile circuito di nascita e rinascita, senza il quale il tutto rimane nulla.
Il gioco e la sfida di Pamio vanno perciò al di là del moderno e di qualunque suo post. Se in tali fasi storiche siamo stati folgorati e sommersi da forme di hybris, deliri di onnipotenza di incrollabili certezze di “magnifiche sorti e progressive” (La Ginestra, Leopardi), Pamio declina e ci sconvolge con versi: “l’incanto/ della fissità d’un bambino mai nato/ il poeta che io sono, mai avuto/ da nessuna madre, da nessun uovo”. Versi che sanno coniugare umiltà e ripresa di sé, nel volo di rinascita di una Fenice-Poesia.
Rinascere alla vita, nonostante i suoi orrori è l’imperativo categorico che ci dona l’astro (come è chiamato dall’Autore) della sua poesia. Davanti al Tutto che parla ed è muto, nasce lo stupore, lo smarrimento, la sofia e la poesia, che danno anche il nome di Dio a tutte le domande interminabili, cui l’atteggiamento mistico risponde col fervore della fede, e l’atteggiamento agnostico, con diversa umiltà lascia sospese.
Ma il Sacro è campo aperto per entrambi, imprescindibile fondamento del senso del limite e dell’etica, il cammino umano negli impervi ed esaltanti passi del pensiero moderno ha piantato lapidi con su scritto “Dio è morto”. Ma l’uomo è vivo? Pamio su questo crinale riparte dalla lapide della morte dell’uomo, eredità di un processo antropologico, senza il quale siamo nulla. In tale alveo, le domande riguardano anche la teomantica e il campo pieno di croci e orrori consegnato dalla storia. Pamio ci invita a ripartire davanti a un immane fallimento che, se è di Dio, è in primo luogo del suo presunto vertice o specie eletta della Creazione.
Nel circuito vitale misterioso, che continua e non ci appartiene, la morte e la vita sono due facce dello stesso Tutto, congiunte in un punto che è Amore, con mille nomi e forme al pari di ogni altro ramo e nucleo della Cosa che chiamiamo Vita. È il nome del mistero che ci dona e domina con la sua petite mort – geniale dicto-scintilla, verbale, materiale e spirituale – di nuova vita. È il campo aperto di infinite anonimie, che attendono da noi di riavere la dignità di un nome.
Può il poièin morire e rinascere in questo campo di croci offrendo il suo canto straziato di corpi senza nomi? È la domanda aperta, senza pace ma affamata di gioia, che questo libro ci lascia. Un libro che si libra in precario equilibrio, di un soggetto che dopo aver inscritto lapidario “Fugge da me ogni certezza”, ribalta come clessidra gioiosa l’invito a “orfanarsi” nel volo di una “cartaventosa”, di una “Cartadittamondo” per porsi e porci, nudi e indifesi, tra paure e tragedie, in uno smarrimento che si fa luogo di linfa singola-collettiva di utopia resistente: “uniti nella speranza nella pienezza dei tempi/ disseppelliremo il nuovo contratto con il mondo”, fino a reinventare il lampo sotto le bombe del mattino ungarettiano, in una forma che è una sorta di balbettio infante: “M’incantesimo d(’)i/m– (m)en(s)o. Scoppiano le bombe e insieme scoppia la gioia-poesia:
“vita è scostare le tende/ per vedere ogni altro mondo”. L’insegnamento è: bisogna partire dal minimo, ma occorre salvare il sogno critico capace di re-agire e smascherare il pensiero unico del turbocapitalismo, tendente a cancellare differenze e a ridurre la ricchezza dell’umanità in un’unica metropoli mondiale.
La ricerca espressiva di Pamio va dunque oltre appagamenti minimalistici o chiusure in torri d’avorio parnassiane, per misurarsi col vento di tutta la storia umana. Un libro vitale e ricchissimo di stimoli, di filosofia, scienze sociali e poesia, da quella più alta fino ai cantautori moderni.
L’Io è sbeffeggiato e rincorso tra sarcasmo e autoironia, colma infine di pietas: “il mio io…consenziente, vigliacco, imbecille, codardo. lo conosco come le mie tasche. Vorrebbe corrompermi o vendermi per pochi denari, tradirmi. Non sa chi sono e di che cosa sono capace. Prima o poi lo trovo e lo ammazzo, con le sue stesse mani. E lo perdono.”
E uguale contropelo è riservato al contesto storico attuale, coi suoi simboli e poteri, che mentre marchiano la vita di massacri e “dal seme della sconfitta del bene”, continuano le declamazioni retoriche di trattati e sigle inutili (ONU, UNESCO, FAO), in un “teatro delle Illusioni” e delle falsità.
Allo stesso Dio, nome di Tutto e Nulla della sua Teomantica, non concede sconti e quella pietas riservata all’umano: “Mio Dio che sei l’unica parola/ che avrei voluto dire e pensare”; “Dio, solo l’inizio d’una negazione senza fine”; “L’Eterno, L’Onnisciente,…L’Onnipotente…lo cerchi in ogni dove./ Fin quando – in un filo d’erba che oscilla/ con superbia per aver resistito/ allo strazio del vento,/ lo trovi: il tuo Io.”; sì, se “Sono: ti annullo, Dio./ E poiché mi doni la parola,/ sia Tu maledetto, compiaciuto in Te stesso…/ amarTi del Tuo Amore, demente Dio ingordo di me,/ che io non sia mai Tuo.”
Le domande su Dio e sulla Poesia sono entrambe interminabili e senza possibili risposte definitive. Altrettanto si può dire della scienza e del soggetto interrogante, Io o Sé che sia. Ma senza queste domande la vita umana è monca. Il valore di questo libro è di farne testo in forma di poesia. Per cui, chiosa opportunamente Forni: “La sua poesia potrebbe sembrare a una lettura superficiale scevra dagli agganci al presente, intrisa di metafisica e di spiritualità”. È un profilo rispondente a quello proposto da Gabriella Sica: “Forse sei anche tu, almeno un po’, come un tuo antenato, il bellissimo pre–italico guerriero di Capestrano. Anche lui non smette di combattere nell’istante e nei secoli, orgoglioso e docile, ‘l’eroico protagonista/ e l’umile comparsa’”.
11 gennaio 2023

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Google – Il nome di Dio – Letture 11

Pubblicato il 8 gennaio 2023 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Recensione di Sebastiano Aglieco, del 5 gennaio 2023 sulla Rivista Compitu Re Vivi

https://miolive.wordpress.com/2023/01/05/ultimi-libri-adam-vaccaro/

*

Una lettura co-autorale, capace di riprendere ogni lembo del poièin per farne ulteriore sviluppo della sua interminabile passione di “attimi di infinito” e “canoscenza” totalizzante. Tensione di un istrice intollerante a ogni delimitazione, al pari della vita.

A.V.
*

Una recensione che è, soprattutto, un intervento.

Sebastiano Aglieco

Adam Vaccaro, GOOGLE – IL NOME DI DIO IN QUATTO QUARTI DI CUORE, puntoacapo 2021

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Google – il nome di Dio. Presentazione a Pescara

Pubblicato il 10 ottobre 2022 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini

LIBRERIA PRIMO MORONI

PESCARA – VIA DEI PELIGNI 93

22 OTTOBRE ORE 17,30

 Adam Vaccaro, Google – il nome di Dio

(puntoacapo Editrice)

Viaggio con la poesia di Adam Vaccaro

In quattro quarti di cuore

alla ricerca di senso sotto il sole del pensiero unico

  

A colloquio con L’Autore

 Daniela D’Alimonte e Giancarlo Giuliani

Coordina

Massimo Pamio

Scarica la locandina 

 Info:

Associazione Culturale Milanocosa – www.milanocosa.it – info@milanocosa.it – T. 3477104584

NELL’ORO DELLA QUERCIA – Un’Antologia da non perdere

Pubblicato il 7 luglio 2022 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Inoltriamo grati questa recensione di Massimo Pamio dell’Antologia curata da Gabriella Galzio, NELL’ORO DELLA QUERCIA, frutto di un percorso collettivo di circa tre anni di scambi tra Voci e Autori nel “Salotto” Galzio, che la Curatrice ha cucito e reso tela unica.

Ne emerge una sorta di Arazzo, intessuto nell’Oro della Quercia, simbolo di vita resistente quale offerto dalla plurisecolare quercia che troneggia al centro della Piazza 24 Maggio del Ticinese, quartiere milanese dell’appartamento che ha ospitato la serie di incontri.

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Finalmente disgregati

Pubblicato il 1 dicembre 2021 su Temi e Riflessioni da Adam Vaccaro

Il dono di un po’ di ironia e tensione critica sotto una cappa che moltiplica paure. 

Vedi anche su:

https://auralcrave.com/2021/11/29/finalmente-di-nuovo-disuniti/?fbclid=IwAR1dQ1QgSkLyYAgWCMgxEXWp6wSZJ8fnIMPCPX8L6qLwX22OuQ5DFkpGSJk

A.V.

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