L. Cannillo

Dedicato a Gio Ferri

Pubblicato il 28 maggio 2024 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini

Casa della Cultura

Via Borgogna 3 – Milano

6 Giugno 2024 – ore 15,30-17,30

 Milanocosa Anterem Edizioni

Presentano
A cura di Adam Vaccaro

Dedicato a Gio Ferri

Poesie scelte

Un’Autoantologia 1964-2014 con

Premessa di Paola Ferrari, Saggi introduttivi di

Flavio Ermini, Giovanni Fontana, Francesco Muzzioli, Chiara Portesine, Marilina Ciaco  

e Saggi conclusivi di Adam Vaccaro, Vincenzo Guarracino

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Con interventi e testimonianze di:

Paola Ferrari, Ranieri Teti, Laura Caccia, Silvia Comoglio. Marilina Ciaco, Vincenzo Guarracino, Adam Vaccaro

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E letture di poesie dell’Antologia con:

Paola Ferrari, Claudia Azzola, Luigi Cannillo, Laura Cantelmo, Roberto Caracci,

Gabriela Fantato, Barbara Gabotto, Angelo Gaccione, Giacomo Guidetti, Rosemary Liedl 

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Anticipazioni – Marco G. Maggi

Pubblicato il 20 maggio 2024 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: https://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa
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Marco G. Maggi
Inediti

Con nota di lettura di Adam Vaccaro
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Nota di poetica
Scrivo avvertendo una reminiscenza, il richiamo dei ricordi, ma la mia scrittura si confronta anche con la quotidianità dell’attimo, a volte si fissa sul particolare o sull’oggetto più banale per rimandare a discorsi ed evoluzioni più profonde. Nelle mie poesie la natura ha un’importanza particolare: sono nato e cresciuto in una zona agricola in quella fetta di pianura che si estende da Milano fino all’appennino ligure, ma in realtà sono e resto concentrato sull’umanità, che guardo con sguardo compassionevole, a volte mosso anche da impeti civili, perché mal sopporto i soprusi e le ingiustizie. Per la tipologia degli argomenti proposti ho scelto quindi di esprimermi con il verso libero, al quale non disdegno di aggiungere, di tanto in tanto, versi in metrica, soprattutto endecasillabi, perché la poesia non dovrebbe perdere mai, a mio avviso, la sua capacità di diventare canto e quindi la sua espressività orale.
Un tema che mi è sempre stato caro, e a cui sto indirizzando la mia scrittura degli ultimi anni, è il tema del lavoro, sul quale incide anche la mia esperienza personale e famigliare: anche in questo caso si toccano tasti molto delicati. In piena pandemia ho iniziato quindi questo progetto, del tutto work in progress, il cui titolo rimane ancora vago ma che, orientativamente, dovrebbe essere “La fabbrica della gomma”, che dovrebbe costituire una silloge a cui potrebbero aggiungersi anche testi inediti degli ultimi anni.

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TRASMUTAZIONI – Alchimie in Caoslandia, Adam Vaccaro

Pubblicato il 29 aprile 2024 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini

                                                                                           

Via Laghetto 2 – Milano

6 maggio 2024 – ore 17-18,45

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Non mi arrendo -Anna Maria Curci

Pubblicato il 21 aprile 2024 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Non mi arrendo
Sulle due ultime raccolte di poesia di Anna Maria Curci

Luigi Cannillo

Potenza dei prefissi: avevo ricevuto e ho letto una dopo l’altra le due ultime raccolte di Anna Maria Curci, Opera incerta, L’arcolaio, 2020, e Insorte, Il convivio, 2022. Ho trovato subito suggestivo, per quanto magari “involontario”, il legame tra i due “in” presenti in entrambi i titoli: incerta – insorta. Nel primo caso a esprimere negazione, valore contrario; nel secondo piuttosto in senso rafforzativo. (Tra l’altro una “in” appariva già nel titolo della prima pubblicazione dell’autrice Inciampi e marcapiano…) Nelle due raccolte, ferme restando le caratteristiche che le contraddistinguono singolarmente, si possono trovare via via, considerando anche la variazione “im”, diverse altre forme di negazione, da “insonnia” a “impunite”, da “inattuale” a “imperdonabile”. Come per una inclinazione verso il no, un atteggiamento critico e dissidente nei confronti di ogni forma di imposizione, in una distanza critica che trova espressione nei versi. Come nel “Non mi arrendo” che conclude la poesia Vorrei restituirti: “Vorrei restituirti/ i giorni del marsupio/ di pettini a denti stretti/ di box e seggioloni/ lanciapappa,/ Fassbinder e von Trotta/ nella lingua dei sogni,/ i nostri, che hai dismesso.// Restituire è rendere?/ Restituzione è resa?// Non mi arrendo.”
Un filo conduttore tra le opere di Anna Maria Curci è stato tratteggiato da Giuseppe Martella in un suo intervento sul blog di Poetarum Silva individuando nelle più recenti opere dell’autrice “[…] una trilogia che verte sul tema di fondo della paideia (educazione, formazione, illuminazione) di una comunità che si identifica e cresce attraverso la traduzione reciproca di lingue e dialetti di luoghi diversi. Questa era infatti la funzione originaria della poesia, nelle rapsodie preomeriche, cui era affidata la trasmissione di una koinè e di un ethos in regime di comunicazione orale.” E infatti nel processo di formazione e di educazione personale sono fondamentali sia il desiderio di conoscenza che la formazione di una coscienza critica. Entrambi questi elementi sono eticamente fondanti della poesia di Anna Maria Curci, così come le forme di dissidenza alle quali ho inizialmente alluso.
Certo le due raccolte che sono oggetto di questa nota hanno anche caratteristiche proprie. Opera incerta riunisce testi scritti dal 2008 al 2019 suddivisi in quattro sezioni. Il titolo deriva da Vitruvio che definendo Opus incertum si riferisce al riunire e connettere elementi disuguali. Come afferma l’autrice nella sua nota iniziale, si tratta di “mettere insieme le diversità in vista di un’opera comune […] Sull’oggi brutale e dimentico si affaccia l’aggettivo “incerto” con l’interrogazione permanente posta dalla poesia”.
Il motivo conduttore tematico delle sezioni parte dalla forte impronta metaforico/allegorica di “Barcaiola”, poi si sviluppa nei riferimenti ai maestri nella sezione eponima e nella successiva “Mnemosyne “ nella quale la rievocazione si allarga alle figure famigliari fino alla ricomposizione finale nelle diverse tonalità di “Di tanto azzurro”. Fondante nella stesura e nella scrittura è una modalità che si può definire di attraversamento, come sottolinea Francesca Del Moro nella postfazione – e il concetto viene ripreso da Giuseppe Manitta nella nota di presentazione a Insorte. Si può trattare di un processo conoscitivo: “Siedi sull’altra riva e getti l’amo,/ Io traghetto.// Nella scalmiera remo/ bisbiglia con cadenza.// Lei, la tua mobile sostanza, smesse// le vesti torbide, mi accoglie.// Quando riprende il volo la speranza,/ cocciutamente sai che non è fuga.” Oppure di un percorso della memoria: “Additando quell’albero, sospeso,/ ti sei rassicurato del suo nome.// Di contrabbando, dietro a un fast food,/scorza e foglie incuranti del fritto/ schiudevano sornione il ricordo in agguato,// l’eucalipto piantato da mio padre/ per tutto il condominio. Fu una festa/ con il mare nel naso// e noi bambini, fieri.” Nella consapevolezza della propria presenza nella contemporaneità, della propria irriducibilità: “Non so se sono ancora la bambina che facevi volare nel mattino/ nitido e freddo al sole di dicembre.// La casa, poi il mio asilo e la tua scuola/ dove da trafelata ti mutavi,/ lingua madre diventava il francese.// So che di tanto azzurro mi rimane/ un fiocco, il cielo in testa e l’occhio desto,/ pegno d’incanto, balzo, testimone.”
Insorte non smentisce la fermezza e l’impegno della raccolta che la precede, anzi: i meccanismi anche formali diventano più serrati, gli enunciati più perentori. E ancora più significativo sembra diventare lo spazio lasciato alla riflessione e alla interpretazione di chi legge. Lo stesso titolo ha valore polisemico: oltre che come participio passato di “insorgere” (verbo comunque compatibile con lo spirito dell’autrice) se viene scomposto in due parole può sottolineare un riferimento destinale, un compito alto e nobile per la poesia.
Anche in questo libro troviamo una forte coscienza della storia contemporanea con le sue tragedie e ingiustizie ma sembra accentuarsi l’attrito delle contrapposizioni e dei conflitti. Non mancano gli slanci lirici, i riferimenti alla mitologia e alla classicità o al mondo naturale: “nell’angolo del verde che concerta/ ulivo cycas susino su trapunta/ di pratoline e veroniche discrete// proseguono le prove silenziose/ di un tripudio che tarda a venire/ sinfonia di un incanto distante// ha due temi e più note in contrasto/ senza termine e data è l’orrore/ senza termine e data è l’amore”.
Si tratta di riprendere “il filo e la parola” come nella poesia d’esordio della raccolta. Seguendo l’invito agostiniano alla lettura che dà il titolo all’ultima sezione: Tolle, lege: “Dietro i vetri i tuoi libri/ custodiscono pagine da aprire/ in tutti i tempi, dicono tolle, lege!// Dato per perso, è pur tenace il filo/ rincorso a capitomboli sventati./ Prende fiato e dal margine addita.” È Il filo della consapevolezza, che si diparte da una lunga tradizione, e alla fine della raccolta si ricongiunge con quello della prima poesia. Quel filo da un lato afferma la dignità del lavoro poetico, “la tela della poesia”, ma, più in generale, consente alla vita di farsi largo, nonostante tutto, a riaffermare una forma di speranza e di impegno.
Anche in questo auspicio, oltre che nel puntiglio e nelle manifestazioni di insubordinazione, sta il percorso comune delle due raccolte. Così in Opera incerta troviamo: “Così va l’azzurro oggi/ non cerco altre parole/ Si affacciano discrete/ se offrono riparo.// Sui sentieri interrotti/ non portano salvezza/ rabberciare non sanno./ Duetta l’ombra con la luce.” Oppure: “Posa la mano sul ghigno amaro/ la ruga appiana di constatazione./ Prenditi sottobraccio il riso/ saluta i sassi e cammina nel sole. E in Insorte: “Contro le spalle/ rimbalza la borraccia/ ritmo di passo.// Bussa la sete/ compagna di viandanza/ sperando ancora.” Passaggio quindi percorso, nella sete di conoscenza, di giustizia. Sete di parola.
Infine, ma non meno importante spicca l’omogeneità delle scelte stilistiche, come si diceva ribadite nella raccolta più recente: l’ordine nella disposizione del testo e la versificazione asciutta, con poesie scandite in sobri distici, terzine e quartine nelle quali i versi, da quinari a settenari, tendenzialmente non superano endecasillabi. Con il contrappunto delle rime, e assonanze, allitterazioni, neologismi, fino a gruppi nominali senza articolo. In un tono che sa arrivare a suggestioni liriche senza scivolare nella deriva del sentimentalismo.
Il rigore metrico-ritmico e lessicale non vuole essere formalismo o manierismo, ma rappresenta una scelta di stile tanto più perseguita quanto rigorosamente si presentano anche le varie tematiche. Le risposte cercate rispetto a quella “interrogazione permanente” devono essere sostanziali, sollecitate dalla stessa formazione etica e culturale di chi scrive. E, nel caso di Anna Maria Curci, anche dall’esperienza di insegnante, traduttrice, organizzatrice culturale e nella sua attività critica, in una paideia a vasto raggio che si sviluppa coerentemente, in attraversamento costante, anche nelle sue raccolte poetiche. : “[…]// C’è un tempo di usci chiusi,/ uno di porte aperte./ A metà strada indosso/ bizzarro giustacuore.”

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Anticipazioni – Maurizio Soldini

Pubblicato il 5 aprile 2024 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: https://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa
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Murizio Soldini
Inediti

Con nota di lettura di Luigi Cannillo

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Nota di poetica
La mia poetica? Non mi affido ad alcuna progettualità operativa, se non a un continuo lavorìo di fondo sulla parola, che si articola a partire dall’esistenza e da una prospettiva performativa in un work-in-progress tutto immerso nel mare magnum della vita. Non scrivo a partire da idee a priori e dall’ego, ma cerco di partire dalla materia, dall’humus, dal fango col quale ci si sporca le mani nelle meccaniche terrestri e nelle loro dinamiche. Sono prioritari il dato reale ed esperienziale, i sensi, le percezioni, gli accadimenti, le cose e le persone. Di qui alla scrittura il passo è breve come un fulmine. In una dimensione prettamente fenomenologica. Il tentativo ultimo è dare un senso, al di là dei sensi, all’esistenza. Sono in controtendenza nello stare ancora(to) nel Novecento e nel non aderire al mainstream attuale votato per lo più al nichilismo minimalista, tanto più ché la mia ricerca è tesa anche al canto, che ormai è quasi del tutto dismesso dalla maggior parte dei poeti contemporanei.

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Ricerche poetiche – Paolo Gera

Pubblicato il 2 aprile 2024 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Nascita e cura della parola poetica
Ricerca delle articolazioni e dei suoi sensi biologici e sociali

Adam Vaccaro

Paolo Gera, Ricerche poetiche, puntoacapo Ed, 2021

“m m/ m m m/ ma ma/ ma ma ma ma ma/ smarrita// p p/ p p p p/ pa pa/ pa pa pa pa/ paura// t t/ t t t t/ te te/ te te te te/ terra// l l/ l l l l / la la la la la/ luce” (p.7). Pelurie verbali e balbettii, cui seguono alla pagina successiva: “sora paura/ si’ oscura/ allumini esta selva/ morte luce/ via terra/ vita porta significatione/ mi ritrovai sole”

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Reperti metropolitani – Mario M. Gabriele

Pubblicato il 27 marzo 2024 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Moti d’Essere tra Tempo e Nulla
Entro gli orizzonti distopici contemporanei
Adam Vaccaro

Mario M. Gabriele, Reperti metropolitani, Gabdesign 2024

Continua, anche con questo libro, la personale circumnavigazione dell’orizzonte contemporaneo di Mario M. Gabriele, nell’arduo tentativo di cucire “echi più tesi a sommità che somma”, con un ossimorico “canzoniere-oratorio entro l’orizzonte distopico della totalità tempo-spaziale in cui stiamo vivendo”. Che fare e dire in tale contesto? Fu la mia domanda, posta nella recensione del precedente Red Carpet (Ed. Progetto Cultura, 2023, vedi a https://www.milanocosa.it/senza-categoria/red-carpet-di-mario-m-gabriele ). Domanda che Gabriele articola con vigore anche in questo libro nella sua Nota all’inizio e in IV di copertina: ”In questo stato di cose e di follia del potere, dove collochiamo la poesia?”
È una domanda cruciale, cui l’Autore – peraltro mio corregionale di Campobasso – risponde con questa ulteriore tessitura di poesia di una voce di lungo corso, che ha sviluppato una ricerca espressiva anomala rispetto a tante modalità attuali prevalenti, e forse anche per questo rimasta appartata, benché sia stata oggetto di attenzioni di rilievo.
Tra i suoi fondanti nuclei di senso c’è il Tempo, nomos posto con acuta intuizione talla base di una ricerca di pensiero critico rispetto ai degradi in atto, nella lucida coscienza che ogni identità collettiva è definita in primo luogo dalla percezione del tempo (basti pensare alle società più antiche anche oltre quelle greco-romane, a quella medioevale, alla società contadina e a quella industriale), radicalmente diversa entro i caratteri costitutivi, economici, sociali e culturali di ogni forma di Civiltà. La quale crea un sistema di valori che si affermano sempre come orizzonte migliore e non superabile, nel tempo presente e nel futuro.
È una affermazione ideologica che caratterizza anche l’assetto del capitalismo globalizzato in cui viviamo. Assetto di contraddizioni in termini, dati i suoi fondanti furiosi e incessanti cambiamenti, entro cui Gabriele articola versi, irsuti e privi di lucori glassati, a tratti con ritmi raptici. Forme con cui l’Autore traduce in primo luogo l’espropriazione del tempo vissuto dai soggetti singoli e collettivi nella dinamica di un tempo che non concede soste, H 24, come amano ripetere con orgoglio i suoi adepti più sussunti nella sua logica.
È una dinamica che sfocia in una ”hybris che, mentre rovescia in ottimismo idiota l’ironico avviso leopardiano di Magnifiche sorti e progressive, ci degrada in una crescente e inesorabile disgregazione.”, aggiungevo nella succitata recensione. Nella quale richiamavo anche qualche risposta data da Gabriele a Fausto Curi in una intervista del 2021, “Il Gruppo 63 e il manto di stelle sulla letteratura”. Alla domanda, “Cosa pensa del nuovo?, la sua risposta fu: “incrina le fondamenta di quello che gli preesiste…abolisce lo stanco presente e rende presente il futuro”. ”E la tradizione?”, cui rispondeva: “Esistiamo perché esiste la tradizione.: è la nostra madre. Il nuovo non può cancellarla. Deve solo integrarla e mutarla.”

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Futili arpeggi – Antonio Spagnuolo

Pubblicato il 26 marzo 2024 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Arpeggi di resistenza vitale

Adam Vaccaro

Antonio Spagnuolo, Futili arpeggi, La Valle del Tempo, Napoli 2024
Vedi anche in
https://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com/2024/03/segnalazione-volumi-antonio-spagnuolo_22.html

A ridosso del precedente, Riflessi e velature (stesso Editore, 2023, vedi una mia nota di lettura a http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com/2023/09/segnalazione-volumi-antonio-spagnuolo_17.html), anche questi Futili arpeggi proseguono l’incessante “instancabile e inconfondibile…parola disegno e musica della propria esperienza”, anima di uno stile, che incarna per me una non frequente autenticità e adiacenza tra Soggetto Storicoreale e Soggetto Scrivente.
Antonio Spagnuolo è tra gli autori di poesia contemporanea che non tradisce mai questo mandato etico ed estetico, di cui ho seguito con affetto e stima il lungo percorso attraverso i decenni della nostra conoscenza letteraria e personale. Anche in questa nuova tessitura testuale ritrovo quel “nucleo epifanico e filo rosso”, fedele al battito del suo cuore di novantenne fanciullo, capace di inventare ali con cui sfidare la forza di gravità e l’impietoso giogo imposti dalla natura, dalle tragedie e dai limiti umani.
Il titolo di questa raccolta è un ossimoro incistato nella coscienza di tali polarità, benché accettate con sapienza di umiltà socratica: sappiamo i nostri limiti, non ci raccontiamo illusioni di superamento, ma la vita è tale se moriremo da vivi, senza trascinarci tra maschere e finzioni che sfregiano la sua sacralità con ombre più consone alla sua fine che alla sua gloria.
I versi di Antonio, continuano a farsi sentinelle e artigli, anche se ricoperti di morbide carezze, necessari all’Autore per il suo canto vitale, che sorridendo insegna continuando a danzare sul crinale segreto della nascita e del moto delle vele della poesia, con gli arpeggi della sua “straordinaria freschezza e giovinezza emotiva” (vedi mia nota citata):
“Ho appreso il canto argentato della sera/ con la semplice follia delle mie nostalgie” (p11)
Sono i primi versi, una sorta di la che intona il loro arco teso.
Ma non è un arco che si appaga e aliena nelle onde illusorie di una pace cullata dal sospiro del tramonto. Sono feroci gli orizzonti di guerra disegnati dal presente, per cui, “Piena di fiamme la fusione scandita/ di madreperle, come l’inquietudine/ che il crollo ha segnato tra le mura,/ Chiedo sgomento per chi suona/ la sirena del flusso di odio / tra le caviglie fasciate dal gelo/ e sguardi allucinati di bambini.” (p.15)
Non è dunque un suono appagato di sé:
“Onda e vento balzerebbero contro/ nella rete tremolante delle note,/ a vaneggiare il messaggio che turba/ ogni delirio.” (p 19)
Il “Suono incrinato dalla sfrenata illusione/ che riecheggia tra le mie memorie” (p20), “come crudele artiglio che nella luce/…impasta sangue” (p.21), “Eppure era soltanto l’altro ieri/ che festeggiammo cinquanta anniversari”, mentre “incido vertebre invecchiate” (p.24).
C’è un entresci tra personale e orizzonte oscuro dell’attuale presente, in cui il primo si colora e scolora. Ma “Fare poesia è attingere chimere,/ ipotesi di azzardo e di speranze/ con ritmo serrato oltre il silenzio.” (p. 25).
Per cui non si smette di andare a caccia di svolte, aperture e riprese di vita: “Da un semplice azzurro rinascerà/ la timida speranza del prodigio” (p.51).
Memoria e corpo sono le fonti di conscio e inconscio che dettano parole: “Mordono la schiena le parole/ che sembrano lampeggi d’infinito/ fredde ad un senso di abbandono/ nel perfido congegno delle stelle.“ (p.76). L’Io è lucido e ridotto, ma trama vigile e necessaria alla complessità di sensi del testo poetico. Per cui, seppure “È giunto il tempo di chiudere i conteggi/ e affido il mio bagaglio di poeta/ all’illusione dell’eternità.”, e “Le virgole, i puntini e sospensioni/ che bloccavano spesso il mio sussurro/ pungono a piena pioggia nei ricordi,” (p.79), non facciamola diventare metafora di arreso salice piangente.
È questa la sollecitazione inscritta nell’ultimo testo della raccolta: “Se nella craniosezione del cerchio/ trovi un Pgreco affumicato alla brace/ stai pur certo che le tue illusioni/ avranno risultati eccezionali.” (p.81): uno squillo di splendida resistenza vitale.
Come scrissi a commento del libro precedente, il tempo accumulato non è vissuto da Antonio Spagnuolo come un ammasso privo di senso, sta solo a noi e alla nostra responsabilità farne fonte che continua a produrre suoni, a volte urla, di inni che riaffermano sensi proiettati a un Oltre e Altra Vita.
21 marzo 2024

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Rumore di fondo – Leila Falà

Pubblicato il 20 marzo 2024 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Leila Falà Magnini, Rumore di fondo, puntoacapo, Pasturana (AL) 2023
Nota di lettura di Laura Cantelmo

Cos’è il rumore di fondo, se non un trambusto indistinto, un’interferenza nel nostro silenzio interiore, che vorremmo eliminare per cogliere i messaggi che ci vengono indirizzati e che ci sfuggono? In questa sua recente raccolta, Rumore di fondo, Leila Falà di quel rumore avverte il fastidio, ma allo stesso tempo lo ascolta, cercando di individuarne qualche suono positivo. Ed il rumore di fondo si può sentire solo se intorno vi è solitudine e silenzio. Un silenzio agognato, pur trovandosi in compagnia, perché la socialità, che dovrebbe farci sentire meno soli, in alcune circostanze è più fastidiosa del silenzio stesso e diventa percezione di un’assenza. A quel punto, benché in contraddizione con sé stessi, si desidera stare soli. (“Raddoppia”)
Attraversa questa raccolta, di ispirazione profondamente umana e al contempo filosofica, l’intento di rappresentare una realtà straniante vissuta come gravosa e allo stesso tempo di alleggerirne il peso con uno spirito giocoso, che sa acutamente parlare di seri problemi del linguaggio, inteso come specchio della civiltà attuale. Traspare dai versi una percezione di solitudine e di sconcerto che a sua volta si fa rumore di fondo, quasi eco di una moltitudine di cui l’Autrice si sente parte, ma con la quale la relazione non è facile. Tanto che la tendenza al divertito uso delle parole, al suo prendersi gioco di certe posture intellettuali che coinvolgono ormai tutti, non funge da antidoto, ma suona come cambio di registro di fronte ai temi di profonda natura che vengono trattati.
Partendo dall’analisi della comunicazione sulla base della linguistica saussuriana, l’Autrice fa del messaggio, inteso come lettura dei diversi segni della comunicazione, lo strumento per analizzare sé stessa e il proprio modo di porsi rispetto ad esso, nella consapevolezza che la parola e le altre modalità comunicative sono messe in discussione allorché ci si rende conto che, invece di favorire lo scambio, esse provocano l’isolamento.
Non a caso, nell’epoca dominata dalla comunicazione, che dovrebbe prevedere l’interazione delle idee e delle esperienze tramite strumenti che vengono definiti social, si assiste al risultato opposto, all’affacciarsi sul vuoto. Quel vuoto che, mutuando la definizione data dalla fisica, con una metafora chiameremo pneumatico, entro cui c’è il nulla assoluto.
Nell’intera raccolta la composizione dei singoli testi ruota intorno a termini semanticamente affini – vuoto, solitudine, silenzio. Sotto la forma di un diario personale con l’abile utilizzo delle parole, per il quale l’Autrice trova spunto nella sua attività di attrice, oltre che di poeta, si avverte lo smarrimento di essere coinvolta nel meccanismo della modernità, del consumismo, dell’alienazione, oltre che della techne. Diabolicamente trascinati in una connessione che paradossalmente nega il proprio ruolo – cum /nectere – ci ritroviamo nell’isolamento. A tal punto che la parola, termine derivante dal latino medievale – parabula – si svuota della propria originale ricchezza polisemica per mutarsi in elemento stereotipato, quindi sterile.
Per l’Autrice accade il contrario quando scrive poesia, dove la parola è strumento da “trascinare di qua e di là/ per un significato così al di là/…/ lei esisteva già/ a prescindere. / Mio, quindi.” (Sintetica lezione di metapoetica intorno allo scrivere versi, quello che tecnicamente si chiama “slittamento semantico” mediante cui il poeta attinge alla lingua comune e al proprio inconscio, individuando e connotando la sua personale parola.) (“Certo”).
La poesia, pur consentendo discorsi profondi sul rapporto tra arte e realtà, può dunque divenire anche campo da gioco. Con un provocatorio guizzo surrealista ispirato al famoso quadro di Magritte, Falà si lancia in una divertente parodia: “Questa non è una poesia./ Non ne possiede il ritmo/ l’afflato di immenso/…/ non è che fumo di finzione/ eppure non è del tutto un gioco/ …/ E non è/ neanche una pipa.” (“Non una poesia”): un piccolo gioiello di umoristica riflessione sull’arte, questo colto richiamo sottolinea la propensione dell’Autrice ad alleggerire una discussione teorica con il ricorso all’ironia. Contrapposto a quel testo, un altro sembra affermare il contrario: “Questa invece è una poesia “ed è, in fondo, l’espressione di un dubbio che nella sostanza non si discosta molto dal testo precedente.
Può anche capitare che la lingua poetica si coaguli in una girandola di lemmi tratti dal linguaggio comune – la langue saussuriana – trasformandosi in una sequenza di calembours: “L’oca langue/ langue d’oc/ lingua d’oca/ batte qua e qua/ sguazza e gioca//…/ Lingua di piuma/ che O-de Saussur-ra/ e si fa fioca/” (“Langue”). Per ritornare poi nei ranghi del racconto di sé, dei difetti personali dell’Autrice, della società e delle sue storture, tra le quali il linguaggio vacuo e amorfo dell’informazione, che non sa usare il tono e la violenza adeguati alla gravità delle situazioni. “Sull’orlo di questo precipizio”, indica che quel linguaggio asettico è sintomo e conseguenza dell’ignavia politica intorno al dramma del cambiamento climatico e alle tragedie ambientali e umane che ne derivano con i suoi “venti di tragedia” (“Sull’orlo”).
Tuttavia, “a sopire il vuoto” e la solitudine aiutano gli oggetti che acquistiamo, con cui stipiamo le nostre case – “i nostri resti” – nei quali “sento il tuo tepore”. Si svela così il doppio ruolo del consumismo, la sua funzione ambigua e consolatoria al tempo stesso: la critica sociale si muta in confessione intorno al nostro bulimico rapporto con gli oggetti. (“Oggetti”). Traspare qui l’atteggiamento ambivalente nell’Autrice che viene riproposto più volte – l’accettazione, obtorto collo, di alcuni aspetti positivi di una realtà che razionalmente si disapprova.
Infatti, pur nella lucida consapevolezza della degenerazione civile e culturale, perfino i luoghi comuni triti e inconsistenti – “pensieri quotidiani stesi ad asciugare”– a volte finiscono per essere rassicuranti. Affermazioni come “il cielo è sempre azzurro/ l’amore resta blu”, nella loro banalità, non sembrano porre questioni che pretendono risposte. (“Banale”)
Ma permane, insistente, la percezione del vuoto nel quale l’Autrice si sente immersa, facendone parte a sua volta – “Io e il mio vuoto siamo un tutt’uno/ solidali/ e ci facciamo compagnia// O forse dovrei dire che ci facciamo assenza”. In questo caso, coerentemente con l’ambivalenza dei suoi giudizi, se ne avverte il lato doloroso: “pur essendo vuota, sono sovrappeso. // Eppure, ai più risulto trasparente” (“L’involucro”). Benché, perfino nella ricerca di persone affini, capiti di incontrare “abissi differenti” (“Similitudini”), nel rumore di fondo è possibile individuare un suono amico – il battito del cuore – che melanconicamente e dolcemente ci tiene compagnia. Un battito la cui eco pare raggiungere anche noi, avvolti dalla stessa solitudine.
Perfino la Storia, come passato e memoria, quando affidiamo i nostri commenti a laconici post sui social, perde la sua ragion d’essere nell’eterno presente in cui sprofondiamo, Eppure nella Storia Falà si è trovata a vivere felicemente, come dice un ricordo di rivolte giovanili e femministe “dentro gli zoccoli/ nella ruota rivoluzionaria delle gonne/ respiravamo nella lingua degli abbracci/…/…nei discorsi dei nostri maschi antichi/ a cui non avremmo più concesso il potere/ di nominare solo loro il mondo con le parole giuste.” (“Anni delle rivolte”). Un ricordo che sa di gioiosa libertà e di amara disillusione, poiché i maschi “Ancora risiedono, forti e in parte misteriosi”, proprio come dopo una rivoluzione “mutilata”.
In tanta parte della poesia che in questi tempi viene scritta si rintracciano i segni di una lacerazione, della crisi di una civiltà che coincide con la crisi del singolo e la determina. Esiste qualcosa di indicibile, qualcosa che ci è stato per sempre strappato e che ci fa sentire monchi. Lo ritroviamo in passaggi estremamente toccanti – non a caso – anche in una poeta profonda come Falà: “Permane al fondo di ogni cosa/ non detta. Appare. Scompare. / Manca. Come fondo di caffè. /Che sia una parte di te? /…/Manchi tu a te stessa, mentre/ manca lo sguardo dell’altro/ senza giudizio./…/ Mancava sempre, anche quando c’era./…/ ti porta altrove, forse anche / a un aperitivo dove lei non c’è. / Tu, neanche.” (“Manca”). Avere il coraggio di affermare apertamente l’esistenza di quell’ignoto non detto che manca, mentre cerchiamo in noi stessi la quadratura del cerchio – noi che, insieme all’Autrice, siamo ben lontani dall’Uomo Vitruviano di Leonardo e dalla sua fiducia umanistica – significa che abbiamo perso il nostro cerchio.
Ci si ritrova messi a nudo davanti al mondo nel sentirsi strettamente vicini a chiunque, come Leila Falà, si riconosce inerme di fronte a quella indefinibile ferita e a quell’oscura afasia. Non possiamo fare a meno di commuoverci davanti a tanta schietta umiltà, alla sincerità nel confessare le proprie piaghe e le proprie contraddizioni, che permeano questa raccolta poetica.

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Anticipazioni – Margherita Parrelli

Pubblicato il 3 marzo 2024 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: https://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa
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Margherita Parrelli
Inediti

Con nota di lettura di Laura Cantelmo

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Nota di poetica

“Così, di nuovo, mi resi subito conto che i poeti non fanno ciò che fanno per sapienza, ma per una qualche disposizione naturale (physei) e come divinamente ispirati (enthousiazontes), alla maniera dei profeti e dei veggenti: anch’essi, infatti, dicono molte cose belle, ma non sanno nulla di ciò che dicono”.
Apologia di Socrate

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