L. Cantelmo

Antologia Non nel Nostro Nome

Pubblicato il 25 novembre 2025 su antologie da Maurizio Baldini

Via Laghetto 2 – Milano

3 dicembre 2025 – h. 17,00-19,00

 

Associazione Culturale Milanocosa

in collaborazione con Edizioni Mondo Nuovo

presenta

 a cura di Adam Vaccaro

L’Antologia

Cento poeti italiani in difesa della dignità umana

NON NEL NOSTRO NOME

A cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro (Ed. Mondo Nuovo 2025, pagg. 220)

Un’antologia di poesia italiana, di voci che, nello scenario internazionale attuale, rivendicano la dignità primaria di non farsi ridurre a tifosi dell’una o dell’altra fonte degli orrori cui assistiamo.

Testi di coscienza critica e ricerca di un altro orizzonte di civiltà, che denunciano la disumanizzazione in atto, l’ipocrisia mondiale e le censure sul genocidio di un intero popolo o sull’aggressione di altri popoli per ragioni economiche e di sfruttamento.

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Percorsi di Adiacenza-XIV Edizione BookCity Milano

Pubblicato il 1 novembre 2025 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini

                            

                                      

 

XIV Edizione BookCity Milano

 Circolo Culturale De Amicis

Via De Amicis 17 – 20123 Milano

 12 novembre 2025 – H 17,00

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Progetto di Milanocosa

 Presenta

 Adam Vaccaro

Percorsi di Adiacenza

Antologia di ricerca critica dei linguaggi

Della Poesia e dell’Arte

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Un percorso di poesia, arte e vita, con reciproci arricchimenti tra Testo e Contesto

nella complessità della realtà contemporanea

Dialogano con Adam Vaccaro:

Claudia Azzola, Alessandro Cabianca, Laura Cantelmo, Luigi Cannillo,

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Trasmutazioni su Gradiva

Pubblicato il 23 luglio 2025 su Saggi Poesia da Adam Vaccaro

Segue l’intenso saggio di Laura Cantelmo, dedicato a Trasmutazioni – Alchimie in Caoslandia, puntoacapo Ed, Pasturana (AL) 2024, pubblicato sull’ultimo numero di GRADIVA – International Journal of Italian Poetry (Rivista internazionale di poesia italiana).

VISIONI E SFIDE DI PERSEO

Laura Cantelmo

Sulle “trasmutazioni” di Adam Vaccaro

Tu non lo sai quando e come

l’ala gelida del male ti passa accanto

né come è successo che la sua aria nera

abbia solo sfiorato i polmoni e quest’acqua

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LA POESIA DI ADAM VACCARO E LUIGI CANNILLO

Pubblicato il 25 giugno 2025 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini

BIBLIOTECA CHIESA ROSSA –

Via San Domenico Savio 3, 20141 Milano

(tram 3 e 15; autobus 79 e 65; MM2/verde-capolinea piazza Abbiategrasso)

 

GIOVEDI’ 3 LUGLIO 2025 – ore 18.00

LA POESIA

DI ADAM VACCARO E LUIGI CANNILLO

 

Presentazione dei libri di

Adam Vaccaro, Trasmutazioni. Alchimie in Caoslandia, Puntoacapo, 2024;

Luigi Cannillo, Dal Lazzaretto, La Vita Felice 2024.

   

Dialogano con gli autori

Laura Cantelmo e Roberto Caracci

Leggi la locandina 

Associazione “Centro Comunitario Puecher” – Sede legale: via Palmieri 8, 20141 Milano – Email: centropuecher@gmail.com

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Scarti Alfabetici di Paolo Gera con Abbecedario di Alessandra Gasparini

Pubblicato il 18 maggio 2025 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini

Scarti Alfabetici e Abbecedario

Paolo Gera e Alessandra Gasparini

Dialoghi tra Parole e Immagini

Viale Bligny 41 – Milano
26 maggio 2025 – H 17,00 -19,00

Associazione Culturale Milanocosa
presenta
A cura di Adam Vaccaro

Paolo Gera

Scarti Alfabetici

con Abbedìcedario

di Alessandra Gasparini

Terra d’Ulivi Edizioni

Ci sono parole che ne contengono altre. Attraverso gli scarti alfabetici, la sottrazione di una lettera ad ogni passaggio, si va alla ricerca di questi ospiti semantici sino al completo esaurimento del vocabolo e l’approdo all’ultima lettera superstite. Anch’essa infine scompare con il termine della poesia.” (Paolo Gera)
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Scarti alfabetici di Paolo Gera con Abbecedario di Alessandra Gasparini
Un libro di passione creativa tra parola e immagine
A caccia del cuore pulsante della poesia
Terra d’Ulivi Edizioni
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Dialogano con gli Autori
Adam Vaccaro e Laura Cantelmo
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Info:
GOGOL’OSTELLO SPAZIO CULTURALE, Viale Bligny 41 – 20136 Milano – T. 3519811603

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Anticipazioni – Marco Plebani

Pubblicato il 8 aprile 2025 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: https://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa
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Marco Plebani
Inediti
Con nota di lettura di Luigi Cannillo

Nota di poetica
Questa mia ricerca è stata diretta verso un linguaggio che prevedesse il cosiddetto “grado zero della scrittura”: assertività al minimo, bandito ogni orpello stilistico, lessico oggettivato, eliminazione di arcaismi, di apocopi e anastrofi, anche se, qualora lo leggeste, troverete che la lirica di stampo tradizionale sopravvive come atto di ribellione consapevole. A ciò aggiungo che le liriche prevedono, in alcune, “follie tutte mie” a cui non ho potuto resistere: onomatopee isteriche e non-sense.

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Fra tempi e terre – Maria C. Baroni

Pubblicato il 4 aprile 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Maria Carla Baroni, Fra tempi e terre, Stampa 2009, Azzate (VA) 2023. Pagg.25. € 7,00

Nota di lettura di Laura Cantelmo

Di Maria Carla Baroni conosciamo la sensibilità militante nell’impegno politico, oltre alla tempra pugnace nella lotta ininterrotta contro il sistema socioeconomico attuale, che sta mostrando un crescente cinismo sociale, con le piaghe che ne conseguono.
Nella sua più recente raccolta, Fra tempi e terre si percepisce una tensione lirica più alta, rispetto al passato, dovuta alla sensazione del trascorrere del tempo verso una meta fatale, la cui presenza è già individuabile nella solitudine, che in questi anni si è aggravata per tutti. Eppure, emerge, incontaminata, una eraclitea convinzione che tutto scorre, ma non si estingue: “L’oceano del tempo avvolge la vita e le sue forme. […] Danza delle dune nel deserto /nel vento che passa/e trasforma.” (“Miraggi”). Si nota nelle stesse parole chiave del titolo, che il tempo è diventato dominante nella sua quotidiana percezione esistenziale, in quel fluire che investe i giorni, mutando gli aspetti della natura e l’anima delle città. Il pensiero si concentra sui luoghi in cui ha vissuto o che ha conosciuto: l’Africa, lapidariamente descritta nella sua perdurante condizione: “All’alba/ accorrono all’acqua/ a corona di una rotonda sorgente / prede e predatori insieme. /All’alba all’acqua/ in una luce soffusa d’attesa/ è sospeso l’artiglio della morte.” (“Alba all’Etosha Park”). Appare in modo esplicito, in questa bella raffigurazione di un’alba in Namibia, una delle parole chiave – morte. La sua presenza in questa raccolta è pervasiva, spesso affidata a una serie di immagini che appartengono a quel campo semantico, determinando l’atmosfera di quasi tutti i testi. Come pure vi aleggia l’idea di prede e predatori – immagine potente, che, con la ripetizione della radice pred, sottolinea la critica al capitalismo imperante e al suo spirito di rapina, tema portante dell’intera silloge.
La stessa immagine ritroviamo in Milano, sua città natale “Milano un tempo/città d’acque lente […] Ora mare di cemento” (“Città che fu d’acque lente”). Il senso tragico dell’indebolirsi della consapevolezza politica, del degrado della vita sociale, emerge nel clamoroso contrasto tra povertà e ricchezza che sembra – questo sì – un destino irreversibile che turba i nostri pensieri. Toni di profonda malinconia che si alternano a quel “tutto scorre”, irrefrenabile destino “fluente verso la sera” e al contempo affermazione di una forza che si trasmetterà, si spera, ad altre generazioni: “Avere un fine di liberazione /come faro lontano” nel caleidoscopio della Storia di chi “tutto è costretto ad accettare” (“La Storia”).
Il senso di vacuità del reale domina nelle riflessioni relative alla decadenza antropologica (“Divenire”), alla fragilità culturale e di prospettive delle giovani generazioni: “Giovani compagne/[…] fiori di una sola primavera/ senza speranza di visione futura.” (“Giovani compagne”). Mentre l’asserzione “Sono una forma del divenire”, mancando il soggetto grammaticale riferito alla voce verbale – sono – potrebbe, se in prima persona, rappresentare l’affermazione dell’Io, della propria capacità di resilienza -“Acqua e fuoco”- della fiducia nella forza vitale dell’amore, così importante nella sua stessa vita: “un amore che dura anche in assenza” (“Quel che rimane”) – che pare “poter vincere qualunque muro/impotente all’alitar della morte.” (“Amore e morte”).
Le bandiere sventolanti nelle piazze, che animavano le precedenti raccolte, sono qui sostituite da: “Ora noi a nude mani alzate, /protese/contro frane di diritti/rubati, la Madre Terra /sventrata […] Il Sistema. /Proteo che uccide per non morire.” (“Proteo”). Un atteggiamento di impotenza insolito in quest’Autrice così appassionata, tanto che i toni di denuncia sfiorano lo sconforto. Tuttavia, il testo conclusivo – “Quando riproveremo” – è un grido di speranza, a futura memoria – l’idea che sia necessaria una maggiore libertà nella concezione del partito ed è anche l’attesa di un avvenire di equità e giustizia, quella che ha sempre ispirato la sua vita, così intensa e ricca di sentimenti e di fede nel futuro. Ė la fedeltà a sé stessa, che si proietta in un domani che dovrà essere affermazione comune, non solo anelito privato, “senza la cappa del partito/Stato/ opprimente e onnipresente/ pur astratto e lontano/ come ora il mercato.”

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Se ben ricordo – M;ariella Parravicini

Pubblicato il 30 gennaio 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Mariella Parravicini, Se ben ricordo, puntoacapo ed., Pasturana (AL) 2024

Nota di lettura di Laura Cantelmo

Nell’abbandonarsi a Mnemosine – alla memoria – come si addice a una grecista, Mariella Parravicini ci dona questo poetico testo nel quale vibrano i toni sommessi e le sfumature di una voce narrante. Una vera phoné, piena di delicati sussulti, con le modulazioni di un racconto serale, prima di abbandonarsi al riposo, popolato da inconsapevoli sogni infantili e da comprensibili incubi, per gli adulti. Un tempo, durante il quale ci si scambiava pensieri e ricordi attorno ai camini o alle stufe, nelle terribili notti di quegli inverni di guerra, noti come i più freddi del secolo scorso. C’è la nostalgia di un’intimità ormai rara, che non vuole distruggere il presente, ma trova la forza di vederne i semi in quel passato, che certamente non fu rose e fiori. Di conseguenza la narrazione oscilla tra un passato felice e un presente malinconico, tra sogno e realtà.
Se ben ricordo è il memoir di una ragazza perbene (mi si consenta la citazione da Simone de Beauvoir). Un’esistenza normale, non propriamente banale, se consideriamo che i primi anni di vita attraversano la Seconda Guerra Mondiale, vissuti da lei, milanese, in campagna come sfollata, in fuga dalle bombe che radevano al suolo le città. Benché neppure lì fosse garantita la pace, la campagna diveniva uno spazio mitico per bambini, lasciati alla felicità di scorrazzare a perdifiato per aie e campi, alla ricerca di luoghi che la fantasia arricchiva e rendeva fiabeschi, mentre la corte – l’aia- era, per Mariella, “scenario delle mie emozioni e passioni”, il suo palcoscenico.
Un paese di pianura, nella Lomellina, al confine tra Lombardia e Piemonte, dove Mariella assaporava una felicità pura, lontana dagli orrori, possibile solo nella mente infantile, che si prolungò nel dopoguerra, per il periodo estivo. Lo sguardo di allora trova delle affinità con l’oggi, rivivendo intensamente il mito dell’infanzia, con arcane venature di sacro. Figure di nonne, di zie e zii che consentivano libertà impensabili in famiglia, a Milano: la Zia Rita “gemella eterozigota” della madre, dolcissima e ricca di una sua tranquilla filosofia, a differenza della sorella, più rigida e formale, “el Ziu Gasparin”, figura tipica delle campagne, ma non per questo scialba, emigrato in Sud America e al ritorno, silenzioso, nel suo mantello nero, frequentatore dell’osteria fino a ora tarda. Dominante, inavvicinabile e pieno di mistero, l’Autrice, turbata da quei silenzi, lo definisce “spirito divino della casa”.
E poi le campane, che oggi inducono alla malinconia perché segnale di lutti e perdite, invitavano al Vespro, celebrato con la grandiosità del canto gregoriano. La presenza dei Tedeschi, visti inizialmente come numi tutelari – le donne che li frequentavano alla fine del conflitto scontarono quella consuetudine con le teste rasate a zero, punizione riservata ai collaborazionisti., La proiezione in miniatura dei grandi drammi del nostro paese, dentro un paesino di campagna. Infine, la piazza, che di sera, nel dopoguerra, si popolava di crocchi di donne, a chiacchera, sotto nuvole di falene che danzavano intorno ai lampioni.
Persino la morte, inesistente per una mente infantile, era vista senza drammi. Nel dopoguerra, finanche i funerali di Gasparin offrirono una ammaliante spettacolarità, con le bandiere rosse sventolanti nel corteo funebre – perché lui era comunista- definizione a quel tempo incomprensibile per i bambini. Immagini ed impressioni che Mariella si porterà dentro, fino a quando, da adulta, individuerà nel teatro la passione della sua vita. Infine, il divertimento delle balere, dove si apprendevano i “codici intriganti delle danze”, avendo presente il monito della Zia Rita, secondo il quale “i omen” erano soggetti con cui giocare alla provocazione, ma inaffidabili e tutti uguali. Una scuola di vita per imparare a difendersi dalle trappole della seduzione, in una sorta di malizioso brio mozartiano o rossiniano, tra il serio e il faceto – “Vorrei e non vorrei”, oppure “Ma se mi toccano dov’è il mio debole…”.
Forse fu quell’alata riserva di spirito mitico che, al rientro in città, diede a Mariella, elegantemente vestita dagli abiti di sartoria della Zia Rita, la capacità di scovare la poesia un po’ dappertutto, trasferendo sulla pagina versi leggeri e spontanei, ora in italiano, ora in dialetto milanese, frutto di brevi, impressionistiche emozioni che ritroviamo qua e là, nel racconto.
Quei momenti di felicità dell’infanzia ricompariranno talvolta anche a Milano, in uno degli angoli più suggestivi, dove si trova la sua casa attuale, di fronte alla facciata della storica Basilica di S.Eustorgio, con le sue severe linee romaniche, che svettano tra gli alberi e i voli dei piccioni, dietro a cui, anche lì, nelle notti serene, occhieggia la luna.
Milano, via Stendhal, residenza dei suoi genitori. Un palazzo con scale di marmo bianche, mai viste, dove “il Parravicini”, suo padre, fine cesellatore, viveva con la madre, divenne il luogo del dovere scolastico, dei freni imposti dalla madre, che si alternavano alla gioiosa libertà delle estati in campagna, dove la luna splendeva più bella che mai. Milano, ancora dolente, devastata dalla guerra, al tempo in cui un’adolescente come Mariella, sognando la felicità, andava da casa a scuola e ritorno, intrecciando amicizie e sognando l’amore. Scale di marmo, che un giorno lei scese, vestita da sposa.
La vita ha sedimentato in Mariella – ormai non più la bimba campagnola dalle guance rubizze – un quoziente di felicità e di sguardo sull’Altro, che l’ha sempre soccorsa nel superare il dolore, la perdita e l’assenza, aprendola a quel po’ di bellezza riservato dalla vita, come riflesso di quel vissuto lontano.
Anche il teatro, attraverso il quale Mariella avvicinava al mito greco gli studenti del Liceo classico dove insegnava, la faceva sentire adiacente alla felicità nel suo appassionato lavoro di regista, di fronte al sorprendente livello dei risultati raggiunti dai ragazzi.
E sta proprio in quel far parlare Mnemosine – i ricordi- il filtro magico grazie al quale la felicità trascorsa riesce ad attenuare la malinconia del tempo che fugge. Se letto silenziosamente, quel vissuto può apparire “normale”, ma grazie alla potente intensità della memoria, la voce che giace muta sulla pagina diventa racconto confidenziale tra intimi, phoné, colonna sonora di una intera vita, a cui riuscirà persino a dare maggior senso.

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Apprendistato alla salvezza – Pasquale Vitagliano

Pubblicato il 28 gennaio 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Pasquale Vitagliano, Apprendistato alla salvezza, Interno Libri Ed., Latiano (BR), 2022, pagg.66
Nota di lettura di Laura Cantelmo

La intensa qualità visionaria della silloge Apprendistato alla salvezza di Pasquale Vitagliano contiene un’unità tematica – la speranza di salvezza dal caos – che lo rende a pieno titolo un poema e, allo stesso tempo, una ricchezza simbolica e immaginifica che fa pensare a un’esposizione di arte figurativa.
Questa sua interessante singolarità, attribuibile a una predilezione culturale dell’Autore, si presta anche a una sperimentazione del linguaggio poetico affine a quello di alcuni importanti movimenti artistici del secolo scorso, come il Cubismo o la Metafisica, nei quali la sovrapposizione di oggetti di epoche storiche differenti o di provenienze contrastanti, ottenevano un sincretismo dove l’immagine aveva una fondamentale funzione evocativa. Qui il Poeta ottiene lo stesso effetto, attribuendo all’immagine un’importanza prevalente rispetto alla parola e alle sue potenzialità semantiche.
In poesia la giustapposizione di immagini su cui viene costruita l’architettura del discorso poetico vanta illustri esempi – il Surrealismo, Ezra Pound e il suo Movimento Imagista, oltre a T.S. Eliot, citazioni che si limitano ad alcuni tra i più celebri. Inoltre, la freudiana Interpretazione dei sogni ci insegna che la funzione dell’inconscio si esplica attraverso le immagini ed è intuibile grazie ad esse nell’esprimere uno stato dell’anima. Grazie all’atmosfera onirica nella quale questo poema è immerso, percepiamo qui uno stretto collegamento con l’Es. Ma va anche sottolineato che l’incalzante successione mediante la quale esse intendono rappresentare una terra desolata mira ad ottenere l’effetto di una sequenza cinematografica, fedele alle astuzie dello specifico filmico – il montaggio – a testimonianza della passione a tutto sesto dell’Autore anche per la settima arte.
Nella scelta di presentare i testi senza titolo, quasi fossero anonimi e nell’iniziare ogni verso con la lettera maiuscola, a sottolineare l’indipendenza di ciascuno di essi da quello successivo, non si può non ravvisare le atmosfere atemporali della pittura metafisica, oppure quelle della apparente casualità cubista, nella scomposizione spaziale di oggetti e immagini, ciascuno portatore di una sua verità. E ancora, il semplice atto di citare con la lettera minuscola, in una funzione grammaticalmente appositiva, lo scultore Rodin e il pittore astrattista Rothko, fa parte della ricerca stilistica di questo non semplice poema. Ma la citazione non è certamente a caso: il richiamo a Rodin, lo scultore francese amante sia delle forme possenti che delle figure sbozzate, simili ad alcune opere di Michelangelo (vedi I Prigioni, o la Pietà Rondanini), oppure al pittore Rothko, autore di vaste e nude campiture di colore, immerse in un inquietante silenzio nell’immensità del deserto, confermano il profondo impatto dell’arte figurativa sulla scrittura di Pasquale Vitagliano e sono azioni automatiche che paiono emergere direttamente dall’Es.
Nel titolo, il termine Apprendistato allude a un lavoro di apprendimento, umilmente teso a qualcosa di sacro – la salvezza – e di necessario alla sopravvivenza di fronte a un grave pericolo. Un impegno mirante a preservare quella nobiltà dell’essere umano, ormai persa, che l’Ulisse dantesco ci ha tramandato e scolpito nella mente, come monito: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” Come in molta poesia contemporanea, qui sembra evidente essere la perdita il tema principale, quella stessa perdita a cui alludeva Dante nel Canto XXVI dell’Inferno.
La tematica, di evidente ispirazione nichilista, viene inquadrata entro una scena in una sospensione delle categorie spazio/temporali annunciate dall’esergo di Clemente Rebora: “Dall’immagine tesa/ vigilo l’istante/ con imminenza di attesa/ – e non aspetto nessuno:” Versi da tenere presenti per l’interpretazione della silloge stessa: l’importanza dell’immagine, la funzione del tempo – concentrata sull’istante, senza passato né futuro – l’attesa come stato d’animo, nell’ amara consapevolezza che nessun Godot comparirà. Anche nelle correnti di arte figurativa cui si accennava, la categoria del tempo viene “sacrificata” a favore dell’indefinitezza spaziale. Il tempo è memoria, organizzazione, sequenza – tutto quanto è escluso nella condizione che Vitagliano descrive.
Un paesaggio distopico, dunque. Nel vuoto derivante da una catastrofe non ben definita, la cui causa sembra essere la perdita del sogno – “un sogno che non ci appartiene più”. Ne viene coinvolto l’Io scrivente in quanto everyman, l’essere umano in generale:” Ho bussato a tutte le porte/ Qui non c’è più nessuno/ Salvo i fantasmi dietro le porte”. Il linguaggio (la parola) è ormai sterile: “Dopo la prova che la parola non cura”, il Poeta è espropriato dello strumento essenziale della poesia. Un barlume di speranza pare emergere dall’invocazione “la luce la luce è la luce”, (p.9), per la sua capacità di manifestare” la reale sostanza delle cose”. Sarà la luce illuminista della ragione? Braccato, sotto assedio, il Poeta si muove lacero, i sensi narcotizzati in un “corpo smemorato” (p. 21). Poiché “Tutto è stato detto prima” si è smarrita ogni certezza, tanto che “Non mi sembra vero/ Di essere riuscito a fare delle parole/ Copie” (p.25). Ne deduciamo che la scena del mondo estenuato fa riferimento alla realtà attuale: una eliotiana terra desolata, asfittica e disperatamente sterile, priva persino di quei lillà primaverili, sorprendentemente privi di speranza. “Pensare senza il pensiero/ Scrivere ciò che è illeggibile”: la sospensione della razionalità provoca azioni antitetiche il cui effetto è una “dolce aponia” – la mancanza di dolore fisico – che la nostra memoria, evocando Epicuro, associa ad atarassia, la serenità mentale, condizioni necessarie per il filosofo greco al raggiungimento della felicità come scopo della vita (p.19). Ci viene detto che sulla via di una possibile salvezza la dolce aponia non rappresenta l’oblio, ma unicamente uno stato di assenza del dolore, in un silenzio che è il silenzio del mondo. Qualsiasi coinvolgimento emotivo viene evitato: i sensi narcotizzati inducono quella aponia e, coerentemente col clima descritto, acuiscono il senso di totale disumanizzazione.
Il duro apprendistato verso la salvezza richiede anche l’affrancamento da sentimenti e da pratiche del passato, come l’esperienza del dolore o la scrittura poetica. Ed emanciparsi dal dolore è già di per sé una sorta di liberazione. Eppure, l’idea di una dissociazione della mente dal proprio corpo vive una contraddizione, una rivendicazione di proprietà della parola: “Benché pronunciate continuano/ Le parole ad essere le tue anche/ Se col corpo non c’entrano più”. Immerso in una realtà straniante, nella disumanità della tecnologia, che “vede inutile pensare”, il Poeta si rende ormai conto di aver perduto “virtute e canoscenza”, ovvero la sostanza della natura umana.
Le due sezioni finali introducono un vero e proprio cambio di stile e di atmosfera- vi troviamo dei testi che indicano in termini realistici la dimostrazione tangibile della devastazione, fornendo la chiave di lettura dell’intera silloge:” Taranto per noi” descrive lo sfregio subito dalla fulgida bellezza di un’antica e storica città, attraversata da una dolorosa ferita, un ponte che non unisce come dovrebbe, ma separa i due mari e due settori dell’abitato, testimoniando inettitudine e cecità politica.
Ora il clima non è più astratto, il tono è di denuncia, pur essendo il paesaggio simile alla distopia descritta in precedenza:” Ė accaduto anche alle loro case di essere lasciate sole/ Insidiate dalle piattaforme che affollano svuotandole/ Asfissiate dalle ghiere che le disabitano…”. Il danno è stato compiuto e adesso, nella sua cruda realtà, l’atmosfera del disastro si ammanta nuovamente di una desolante cupezza: “Nella nostra notte terrestre il silenzio è così grande che le luci si sono spente/ Ė come guardare una tenebra ed invece è una nottata calma in cui tutto è sistemato.” (p.48) “Tutto è sistemato” sono parole di fuoco, cariche di inquietudine. l
Dopo accenni ad altre catastrofi – la pandemia e l’incombenza della fine, il Poeta sembra avere raggiunto un traguardo: “Porto dentro di me ogni riparo” (p.46) benché dominato da un insopprimibile senso di perdita:” La luce non serve la speranza non smuove/ Alzati ascolta prova a spostarti cammina/ La luce non serve per salvarsi”. (p.47). Ma neppure la luce ha più un senso:” L’oscurità ti viene dentro/ Mentre la notte non ti lascia” (p.47). La vanità di ogni sforzo induce a una disperazione senza grida né lacrime, anche quelle ormai inutili. Moderno Lazzaro, il Poeta è costretto a muoversi attraverso l’oscurità e la desolazione universale, pur restando pronto alla lotta.
Il tono nichilista ritorna nell’ultima sezione, “Dopo la battaglia”, anche se “La guerra privata è finita” (p.53). Le storture e l’effimero di una società consumistica, le sue drammatiche guerre, le minacce nucleari, sono ora trattate duramente, con tono beffardo: “Il cibo inghiottito non ci nutre” e “Non c’è l’arsenico in questa torta/ c’è solo che siamo a dieta…potremmo morire tutti all’istante/ Tutto è diventato possibile/ Prima o dopo il bollettino ufficiale/ Anche che qualcuno alla fine si salva.” (p.56). Implicita denuncia dell’incapacità di reazione degli esseri umani di fronte allo sfacelo, che li destina all’autodistruzione.
Dopo tanto cammino, il ritorno alla realtà odierna dà nuovamente spazio al sogno:”. Finalmente ho fatto un sogno/ Che non era un presagio era/ […] promessa che la tavola è una terra/ Sulla quale nessuno chiede permesso.” (p.59) Un mondo di eguali, senza confini, civilmente aperto all’accoglienza, senza distinzione alcuna, ecco l’utopia mai rivelata. Significa forse che il sogno, quello supremo, con la S maiuscola consente finalmente la speranza?
Ma la conclusione è significativa: “Non mi aspettavo una guerra/ Per cui non devo combattere/ Eppure sono in trincea/ Con un solo colpo in canna/ Così devo difendere la chiave da passare al prigioniero”. (p.62) Possiamo dedurre dunque che l’apprendistato non avrà fine? Pur se la perdita, cocente, resta. E con un inquietante colpo in canna.
Privo di finale consolatorio, il dramma è raccontato con grande maestria e con fredda passione da un Poeta che pratica l’impegno politico dal basso, muovendosi con consapevolezza nel marasma in cui tutti viviamo. Sognando, però, come chimera, un mondo migliore.
Milano, settembre 2024

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Anticipazioni – Lorenzo Fava

Pubblicato il 26 gennaio 2025 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: https://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa
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Lorenzo Fava
Inediti
Con nota di lettura di Laura Cantelmo

Nota di poetica
Tentando in poche righe di dire del mio fare poetico, penso di poter dire di aver vinto la malattia psichica che mi abita come la stragrande maggioranza dei creativi con studio e dedizione. Non c’è giorno in cui non scrivo. È per questo che accennando a quanto mi trovi in difficoltà a dover dichiarare esplicitamente la mia poetica, più che rifarmi ai teorici, preferirei rimandare ai versi, ai miei appunti sparsi, di cui le poesie qui presentate spero possano essere un campione. La poesia per me è stata sempre una sintesi della crisi, una maniera di scendere nell’agone col dolore, di strappare l’ascia dalle mani del boia nel gioco del mondo. Prima che finisca il mio massacro spero di aver fatto sentire qualcuno meno solo.

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