Scrittura e Letture

Domande e Risposte sulla poesia di M. R. Madonna

Pubblicato il 30 novembre 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Domande stimolanti sulla poesia di Maria Rosaria Madonna, con risposte di Giorgio Linguaglossa e Marie Laure Colasson

1) Maria Rosaria Madonna (1940-2002), che in vita ha pubblicato solo poche poesie (Stige, 1992), può essere considerata alla stregua della poesia di Amelia Rosselli? può essere considerata una del-le massime autrici di poesia del secondo Novecento?
2) E come si rapporta la sua poesia alla possibilità di rappresentare l’irrappresentabile, ovvero il collasso e la miseria del Simbolico?
***
Accolgo con piacere la proposta di pubblicazione di G. Linguaglossa, dalla quale ho tratto le sintetiche considerazioni che seguono:
Rosaria Madonna, nomen omen, abita un Altrove francescano, sebbene privo di pace e cratere di un nostos vivificante di fame irriducibile del Mondo: “Avendo io dimora tra le schiere dei beati/ tra coloro che sono esenti dal crimine/ tra coloro che stanno in quieta contemplazione/ tra divine dulce-dini et beati oculi,/ ora tornare voglio tra i dannati eterni.” . Per cui, la visione non è tesa a un Para-diso di ricreazione antropologica d etica, perché rimane nella storia incarnata dall’Inferno dante-sco: “reclusa vergine nel monasterio, intendo/ lo svolgersi dei tempi e il tramonto dei regni./…Ego sempiterno dolore amo et rinsavisco,/ marcisco e porto lo crocefisso sulle spalle/ leggero come l’albero di betulla”.

Continua a leggere »

“Percorsi di adiacenze” – Lettura ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Pubblicato il 16 novembre 2025 su Scrittura e Letture da Maurizio Baldini

Segue questa approfondita analisi ermerneutica di Percorsi di Adiacenza, di Giorgio Linguaglossapubblicata sulla Rivista internazionale L’Ombra delle Parole, e condotta entro una interessante triangolazione tra visioni diverse, quale da me auspicata – qui svolta in rapporto alla propria e a quella di Paolo Ruffilli. 

Ringrazio Linguaglossa dell’attenzione dedicata alla mia quarantennale ricerca teorica e criticaE invito a leggere e commentare, utilizzando il link sottostante. 

Continua a leggere »

Frammenti di inesistenza ed allegrie – G. Pio Fortunato

Pubblicato il 12 agosto 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Giansalvo Pio Fortunato, Frammenti di inesistenza ed allegrie, Puntoacapo Editrice, 2025

Nota di lettura di Margherita Parrelli

Il testo parla e il poeta si fa parlato per mezzo del testo che testimonia il suo esserci, il suo essere nel mondo e del mondo. Giansalvo Pio Fortunato sta nel tempo delle cose e il suo sguardo temporale muove dalla tradizione, o meglio è nella tradizione classica del mito e religiosa della cristianità. Il suo essere tradizione non è un volgersi indietro ma un guardare in avanti, un tendere verso il futuro dalla prospettiva della pienezza del presente.
Non a caso a mio avviso, “Frammenti di inesistenza ed allegrie” ha inizio nel momento in cui l’esserci si manifesta: il tempo. La lirica d’apertura, “Odissee”, ha il tempo dell’andare a ritroso verso casa, prende inizio dall’apprendimento di una temporalità che è “un conto lunghissimo”, e disvela la condizione umana dell’ “essere stati / nel confino alla terra”, terra che immediatamente si tramuta in materia, proiettando il mito dell’Odissea nella dimensione moderna dell’universo, dell’immensità nella quale l’astrofisica ci ha gettati, nel futuro dunque, che è il nostro presente tanto quanto il passato.
Colpisce in questi primi versi l’uso delle proposizioni che sviluppano grammatiche alternative e conducono nel mezzo di paesaggi tanto inaspettati quanto insoliti, una caratteristica della scrittura del poeta. Si noti, infatti, che la materia non è specificazione del sostantivo confino, non si dice: il confino della materia, ma il confino alla materia, indicando la direzione verso cui il confino si volge.
L’odissea di cui racconta Giansalvo è quella della soglia, dell’essere stati sul confino e aver potuto guardare alla terra, che per antonomasia dichiarata è la materia, l’unica nostra possibilità di esistenza, l’unico luogo dove l’esistenza si dà.
Pochi versi a seguire il poeta diviene più esplicito e descrive l’esserci come un “cammino in bilico”, fatto di un “susseguirsi di strozzature / ed alchimie”, tipico del “passo d’uomo unico”. Questo esserci è caratterizzato sempre più chiaramente nei versi successivi come “odissee perpetue”, cioè come un’irrequietezza che è un mal di vita e arriva a tramutare l’istinto di sopravvivenza nel suo contrario: “nel rifiuto continuo di una certezza / l’istinto al non sopravvivere / la negazione del corpo”.
Nella parte seconda di questa prima intensa lirica, che prendo come esplicativa e rappresentativa della poetica e della versificazione propria di Giansalvo, fa il suo ingresso la paura, il senso di perdita estenuante che si impossessa dell’essere umano, lo fa precipitare nell’attrazione delle sirene, lo mette in fuga, senza che nulla lo leghi “all’albero maestro”.ùLa paura è qui perdita di sé, senza l’acquisizione del senso, della consapevolezza che conferisce l’angoscia heidggeriana, tanto che essa viene definita come “l’arte amara e trita” e rappresentata come un male incapace di vedere il male.
Così l’ascoltare il canto delle sirene ha una sua efficacia solo per chi si accontenta di rimanere nella superficie delle cose privandosi della consapevolezza: la paura “induce ai salvati solo/ per l’efficacia nel saper udire/ il margine buono delle sirene:/ è facile la fuga/ che scova la pietà del male,/ non vedendo il male.
Prosegue il poeta dichiarando: “quando saprò il segno di Itaca/ sarà troppo tardi, avrò iniziato/ le misurazioni che mi diranno casa/ ed il risultato, il limite pietoso,/ cresciuto nella volontà/ di non evadere più, sarà l’inizi/ della carneficina (…) saprò il tenero/ e l’aspro della scelta”.
In questi versi fa ingresso la consapevolezza della condizione umana, del suo essere tenera e aspra insieme, dalla quale deriva la capacità di non seguire il canto delle sirene e accedere alla pienezza della libertà, all’esperienza del limite pietoso come atto libero e volontario. Una pietà tutta cristiana nei confronti della limitatezza dell’esperienza umana esercitata da un atto volontario, quindi di libertà, di non evadere più dalla condizione propria dell’esistenza, dell’esserci nel tempo.
In questo passaggio mi sembra si possa rintracciare con chiarezza la profondità dello sguardo cristiano di Giansalvo e la sua capacità di congiungerlo a quello della cultura classica, ravvivando entrambe le tradizioni che vivono in lui, nel suo essere poeta del presente.
Questo primo esemplare componimento si conclude con la negazione del mito dell’odissea in quanto viaggio del ritorno: “le odissee (…) non ammettono ritorno”, sono il tempo dell’addio. La fine del mito del ritorno al passato, l’abbandono dell’addio come atto definitivo e inesorabile, consente di inglobare il passato nel presente, di trasformarlo in un più mite “arrivederci/ posto sulle anime semplici”; un arrivederci che getta un ponte verso il futuro e rende a sua volta il presente accogliente e aperto alla speranza, una speranza tutta cristiana.
Non è lettura semplice quella di “Frammenti di inesistenza ed allegrie”, a volte ci si può sentire persi, altre irritati da un logos che sembra negare l’acceso al movimento verso l’altro, altre ancora impossibilitati ad abbandonarsi alla lettura. Richiede invece attenzione, desiderio di fermarsi, capacità di penetrare lentamente la parola, non lasciandosi travolgere da una scrittura eloquente, ricca di immagini e traslitterazioni, potente nella forza del sentire e del concepire.

Continua a leggere »

La scrittura del femminile di Anna Santoro

Pubblicato il 4 luglio 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Anna Santoro, la scrittura come atto politico del femminile

Lettura dell’ultima raccolta: Echi di slittamenti (forse) irreversibili (Puntoacapo 2025)

di Nadia Cavalera

Nella scrittura di Anna Santoro – poeta, narratrice, teorica e instancabile tessitrice di reti culturali – si avverte tutta la forza di una voce che non ha mai smesso di essere dissonante rispetto ai canoni dominanti, e sempre in consonanza profonda con il pensiero femminista. Ma non un femminismo astratto o dogmatico: quello di Santoro è un lavoro lento, concreto, che da decenni incide il reale con le sue domande radicali sulla parola, sul corpo, sulla memoria delle donne e sulla necessità di riscrivere la storia culturale a partire da ciò che è stato rimosso. Un lavoro il cui percorso affonda le radici nella sua biografia intellettuale e militante: dagli anni Sessanta delle occupazioni e dei gruppi extraparlamentari fino alla fondazione de L’Araba Felice, associazione culturale nata nel 1984 a Napoli, vera fucina di sperimentazioni poetiche, di ricerca sulle scrittrici del passato, di performance vocali e progetti di lettura. Un laboratorio vivente dove la poesia si è fatta gesto, la voce si è fatta corpo, la scrittura si è fatta poiein, forma di vita e di resistenza.

Continua a leggere »

La materia non esiste – Marco Colletti

Pubblicato il 23 giugno 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Marco Colletti, La materia non esiste, La Vita Felice, 2024

In poesia possono convivere, e in qualche modo confrontarsi e perfino scontrarsi, tensioni diverse: un disegno razionale e l’espressione di una libera emotività. Oppure la concezione di una architettura compositiva nella distribuzione dei testi e la fluidità della loro successione. La materia non esiste di Marco Colletti ben rappresenta questa relazione. Come pure esprime il rapporto tra rivelazione e nascondimento, e tra esplorazione e smarrimento, scoperta e mistero. Il titolo perentorio della raccolta si riferisce a un mondo perduto che attraverso la poesia può venire percepito e rappresentato: “Mi piace pensare che la materia/ non esista. Poter camminare/ attraversando la gente, i loro corpi/ ricami del nulla, come se nessuno/ fosse veramente qualcuno/ C’è in questo sogno un delirio/ che favoleggio essere scientifico/ […]”. La stessa divisione nelle tre sezioni, “Mens”, “Cor” e “Sensus” si può interpretare come la distribuzione dei contenuti in tre specifiche sfere ideative e esistenziali, rispettivamente filosofico/concettuale, amorosa e sensoriale: tre sigilli, tre vertici nella asimmetria della forma di un triangolo e, di contro, come sintesi e unità nel significato simbolico del numero tre: le diverse nature della raccolta si incociano e convivono anche sotto questo aspetto.

Continua a leggere »

Nella ruota del criceto – Alfonso Graziano

Pubblicato il 28 maggio 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Alfonso Graziano
Nella ruota del criceto

Nota di lettura di Margherita Parrelli

Nella ruota del criceto, Macabor 2024, è una raccolta poetica corposa, frutto di una lunga riflessione, affronta temi cruciali quali la guerra, la sofferenza, il degrado, l’indifferenza ed è attraversata da un forte anelito morale.
I componimenti rispondono a un bisogno di scuotere, di denunciare lo stato delle cose, il deterioramento di un’umanità che conosce sempre meno il valore del vivere comune, della vita stessa: “Resti umani a perdere./ Tra vetri smussati dagli anni e levigati dalle correnti./ Agli angoli scivolano gocce di resina e benzina./ Nell’attesa della prossima combustione”.
Si ha l’impressione che il poeta si costringa e ci costringa a guardare con crudezza lo sgretolamento nel quale siamo precipitati, l’allentarsi di quei vincoli di solidarietà che tengono insieme gli esseri umani. Si tratta allo stesso tempo di una denuncia e di un appello a reagire, che osa sperare oltre il senso di impotenza e la speranza risiede nel non fare sconti.
La parola poetica di Alfonso Graziano è diretta, vigorosa, risuona come un fiume in piena, travolge, non è mai rassicurante, porta con sé la forza di una rabbia costruttiva, di un fuoco che non brucia tutto indistintamente, ma solo le stoppie e prepara il terreno alla semina. I suoi versi sono carichi di immagini, di visioni che chiamano a raccolta la potenza della natura dei suoi elementi aria acqua e terra. Alla natura è affidato il compito di ricostituire un equilibrio, di essere casa, testimone, luogo di preghiera e di rigenerazione, ma anche di patire insieme al poeta e a chi sa ascoltarlo.
Il dialogo con la natura è pervaso da una tensione tra due poli della poetica di Graziano, il sentire religioso di stampo francescano e una forma di anarchismo come atteggiamento critico. Tale tensione si svela in diversi passaggi e raggiunge acmi di grande efficacia.
Il bisogno di testimonianza e di impegno non esclude la presenza di momenti particolarmente lirici legati alla sfera intima dei rapporti affettivi, che permettono al poeta l’abbandono, la riconquista della fiducia nell’altro e la riconciliazione attraverso la consapevolezza di fare parte di un destino più grande che sfugge alla ragione, alla necessità di protesta e di critica: “È così che si vede quando il cuore ascolta/ Una fresia un pettirosso, improvvisi./ Quando le fusa stringono le gambe/ E le lacrime non pungono.
“È così anche col vento che spara/ Carezze ai visi veri ai sorrisi grandi./ Negli abbracci gratuiti che sanno di moribondo/ E il profumo del mare che penetra./ È così senza altro/ Ingenuamente nudi.”

Continua a leggere »

La formula della distanza – Lucilla Trapazzo

Pubblicato il 21 maggio 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Lucilla Trapazzo
La formula della distanza

Nota di lettura di Margherita Parrelli

l’ultimo libro, La formula della distanza (Il Convivio Editore, 2025), di Lucilla Trapazzo, autrice italiana che vive a Zurigo e frequenta la comunità poetica internazionale, sembra scritto nel tempo di un respiro, e del respiro possiede l’intensità e la fragilità.
È un libro che parla d’amore in tutta la sua complessità e in tutte le sue sfumature, ne parla in maniera denudata, senza il timore di esporsi. È un libro insieme cosmologico e corporeo, misterioso e semplice, trasmette l’importanza di assumere la prospettiva dell’accettazione senza mai cadere nella rassegnazione.
“Nella notte ghiaccia di pannelli ai vetri
essere di nuovo feto
nata una seconda volta
compiuta
nell’innesto della schiena piccola
dentro corpo grande

Continua a leggere »

Fra tempi e terre – Maria C. Baroni

Pubblicato il 4 aprile 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Maria Carla Baroni, Fra tempi e terre, Stampa 2009, Azzate (VA) 2023. Pagg.25. € 7,00

Nota di lettura di Laura Cantelmo

Di Maria Carla Baroni conosciamo la sensibilità militante nell’impegno politico, oltre alla tempra pugnace nella lotta ininterrotta contro il sistema socioeconomico attuale, che sta mostrando un crescente cinismo sociale, con le piaghe che ne conseguono.
Nella sua più recente raccolta, Fra tempi e terre si percepisce una tensione lirica più alta, rispetto al passato, dovuta alla sensazione del trascorrere del tempo verso una meta fatale, la cui presenza è già individuabile nella solitudine, che in questi anni si è aggravata per tutti. Eppure, emerge, incontaminata, una eraclitea convinzione che tutto scorre, ma non si estingue: “L’oceano del tempo avvolge la vita e le sue forme. […] Danza delle dune nel deserto /nel vento che passa/e trasforma.” (“Miraggi”). Si nota nelle stesse parole chiave del titolo, che il tempo è diventato dominante nella sua quotidiana percezione esistenziale, in quel fluire che investe i giorni, mutando gli aspetti della natura e l’anima delle città. Il pensiero si concentra sui luoghi in cui ha vissuto o che ha conosciuto: l’Africa, lapidariamente descritta nella sua perdurante condizione: “All’alba/ accorrono all’acqua/ a corona di una rotonda sorgente / prede e predatori insieme. /All’alba all’acqua/ in una luce soffusa d’attesa/ è sospeso l’artiglio della morte.” (“Alba all’Etosha Park”). Appare in modo esplicito, in questa bella raffigurazione di un’alba in Namibia, una delle parole chiave – morte. La sua presenza in questa raccolta è pervasiva, spesso affidata a una serie di immagini che appartengono a quel campo semantico, determinando l’atmosfera di quasi tutti i testi. Come pure vi aleggia l’idea di prede e predatori – immagine potente, che, con la ripetizione della radice pred, sottolinea la critica al capitalismo imperante e al suo spirito di rapina, tema portante dell’intera silloge.
La stessa immagine ritroviamo in Milano, sua città natale “Milano un tempo/città d’acque lente […] Ora mare di cemento” (“Città che fu d’acque lente”). Il senso tragico dell’indebolirsi della consapevolezza politica, del degrado della vita sociale, emerge nel clamoroso contrasto tra povertà e ricchezza che sembra – questo sì – un destino irreversibile che turba i nostri pensieri. Toni di profonda malinconia che si alternano a quel “tutto scorre”, irrefrenabile destino “fluente verso la sera” e al contempo affermazione di una forza che si trasmetterà, si spera, ad altre generazioni: “Avere un fine di liberazione /come faro lontano” nel caleidoscopio della Storia di chi “tutto è costretto ad accettare” (“La Storia”).
Il senso di vacuità del reale domina nelle riflessioni relative alla decadenza antropologica (“Divenire”), alla fragilità culturale e di prospettive delle giovani generazioni: “Giovani compagne/[…] fiori di una sola primavera/ senza speranza di visione futura.” (“Giovani compagne”). Mentre l’asserzione “Sono una forma del divenire”, mancando il soggetto grammaticale riferito alla voce verbale – sono – potrebbe, se in prima persona, rappresentare l’affermazione dell’Io, della propria capacità di resilienza -“Acqua e fuoco”- della fiducia nella forza vitale dell’amore, così importante nella sua stessa vita: “un amore che dura anche in assenza” (“Quel che rimane”) – che pare “poter vincere qualunque muro/impotente all’alitar della morte.” (“Amore e morte”).
Le bandiere sventolanti nelle piazze, che animavano le precedenti raccolte, sono qui sostituite da: “Ora noi a nude mani alzate, /protese/contro frane di diritti/rubati, la Madre Terra /sventrata […] Il Sistema. /Proteo che uccide per non morire.” (“Proteo”). Un atteggiamento di impotenza insolito in quest’Autrice così appassionata, tanto che i toni di denuncia sfiorano lo sconforto. Tuttavia, il testo conclusivo – “Quando riproveremo” – è un grido di speranza, a futura memoria – l’idea che sia necessaria una maggiore libertà nella concezione del partito ed è anche l’attesa di un avvenire di equità e giustizia, quella che ha sempre ispirato la sua vita, così intensa e ricca di sentimenti e di fede nel futuro. Ė la fedeltà a sé stessa, che si proietta in un domani che dovrà essere affermazione comune, non solo anelito privato, “senza la cappa del partito/Stato/ opprimente e onnipresente/ pur astratto e lontano/ come ora il mercato.”

Continua a leggere »

I poeti di Gaccione – Adam Vaccaro

Pubblicato il 16 marzo 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Angelo Gaccione, Poeti – Ventinove cavalieri e una dama,
Di Felice Edizioni, Martinsicuro, 2025
Adam Vaccaro

***

Articolo già apparso sul Giornale d’Italia, il 6 marzo e su Odissea del 9 marzo 2025 – seguono i link relativi:
https://www.ilgiornaleditalia.it/gallery/cultura/687640/angelo-gaccione-ritorno-alla-poesia-con-la-pubblicazione-di-poeti-ventinove-cavalieri-e-una-dama-per-la-di-felice-edizioni.html
*
https://libertariam.blogspot.com/2025/03/i-poeti-di-gaccione-di-adam-vaccaro_9.html

Continua a leggere »

Dal Lazzaretto – Luigi Cannillo

Pubblicato il 10 marzo 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Dal Lazzaretto di Luigi Cannillo: Memoria e Identità in Versi.
Nota critica di Valeria Serofilli

Luigi Cannillo, con Dal Lazzaretto, pubblicato da La Vita Felice, offre ai lettori una raccolta poetica densa di significati e stratificazioni temporali, in cui passato e presente dialogano costantemente attraverso la parola poetica. Il Lazzaretto di Milano, celebre per la sua risonanza letteraria ne I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, non è solo un riferimento storico, ma diviene il fulcro di una riflessione più ampia sulla transitorietà dell’esistenza, sulla persistenza della memoria e sulle trasformazioni urbane e sociali.
L’autore si muove tra il dato storico e la dimensione personale, intrecciando il ricordo della Milano della sua infanzia con la coscienza di un passato più remoto, che ancora sopravvive negli spazi cittadini e nei suoi mutamenti. Cannillo non si limita a restituire un ritratto nostalgico o meramente descrittivo della città e del suo simbolico Lazzaretto, ma costruisce una poetica che è al tempo stesso evocativa e meditativa, capace di dare nuova vita a ciò che sembra destinato all’oblio.
Il Lazzaretto, luogo di reclusione e sofferenza durante le epidemie, si carica nella raccolta di una valenza più ampia: da spazio fisico si trasforma in un locus della memoria e dell’identità, un simbolo della fragilità umana e della sua capacità di resistere. Come nel Manzoni, questo luogo diventa il teatro di una dualità fondamentale: da un lato, il dolore e l’isolamento; dall’altro, la possibilità di riscatto, di salvezza e di riconciliazione con il passato.
Cannillo lavora su questa ambiguità attraverso immagini che mescolano luce e ombra, presenza e assenza, vita e morte. La memoria, in Dal Lazzaretto, non è mai solo rimpianto, ma una stratificazione di significati che continua a vivere nella città e nei suoi abitanti. In tal senso, si può leggere la poesia Figure in posa sulla spianata, in cui il poeta osserva il paesaggio urbano e ne coglie le trasformazioni nel tempo, facendo emergere un senso di continuità tra ciò che è stato e ciò che resta:

Continua a leggere »


Benvenuto

Sei sul sito di Milanocosa, l'associazione culturale che svolge attività di promozione culturale secondo criteri di ricerca interdisciplinare con l'obiettivo di favorire la circolazione e il confronto fra linguaggi, ambiti e saperi diversi, spesso non comunicanti tra loro. - Libri