M. Parrelli

L’orizzonte che ci spetta – Marco Bellini

Pubblicato il 10 ottobre 2025 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Marco Bellini
“L’orizzonte che ci spetta”
Lietocolle, 2025

Nota di lettura di Margherita Parrelli

Vi è qualcosa nella poesia di Marco Bellini che contribuisce a fare del mondo un luogo meno sconosciuto e, se ci si lascia andare alla sua parola, se le permettiamo di parlarci, finanche confortevole, non comodo e accogliente, ma decisamente capace di rendere forte per il mezzo dello stare insieme, del condividere la sorte e l’appartenenza.
Non è uno sguardo tragico il suo, ma uno sguardo attento, accurato, commosso, che riesce a originare un movimento comune, a prendersi cura delle forme di vita che popolano l’ambiente.
Parimenti vivono nei versi di Bellini l’ontano, il rovo, il ciuffo di ortiche, il giornaletto porno perduto nel bosco e la cascina abbandonata, i grattacieli e i boschi, il bar del paese, l’averla, la vigna e il libro esemplare unico della biblioteca di Merate, il figlio in un amore che riconosce la reciprocità: “ti ho insegnato e così ho imparato/ a pensarti, a tenere quel filo che partiva/ da due punti sul pianeta/ (la mia presenza, la tua presenza)/ per incontrarsi in un luogo lontano”, il vecchio nel quale “ritorna primordiale il movimento della bocca” del succhiare per nutrirsi, “la Teresa che cammina ancora su quel lungomare/ sparpagliata”, il sogno dell’uomo che muore nel sonno poco dopo essere “rientrato mentre il campanile,/ infilato nella nebbia,/ prendeva a botte la mezzanotte”.
Il vivere insieme è un vivere tra pari e gli esseri viventi popolano i luoghi tanto quanto i luoghi popolano gli esseri viventi, ma questa uguaglianza tra le forme di vita non significa perdita del senso di responsabilità degli umani, azzeramento della coscienza, rimozione del pensiero-dato reale che la storia dell’homo sapiens sul pianeta ha un impatto sugli altri suoi pari.

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Cura – Mauro Sambi

Pubblicato il 11 settembre 2025 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Mauro Sambi, Cura, Ronzani Editore, 2024

Premio Lerici 2025

Nota di lettura di Margherita Parrelli

üchtern.

Nella sensazione delle poesie di Cura la parola tedesca nüchter è arrivata. La poesia di Mauro Sambi è sobria, non nel senso di priva di ebbrezza, anche se l’ebrezza non è la sua cifra, e neppure pienamente nel senso di moderata, controllata, disadorna, sebbene sia il linguaggio, ricercato e colto, che la scelta di rientrare nella rima rendano il ritmo di Cura in certo qual modo controllato, ma nel senso etimologico e delle connessioni semantiche che l’aggettivo nüchtern porta in sé. üchtern deriva dall’incontro della parola latina nocturnus con la parola del medio alto tedesco uohta e di quella uchte comune nello stesso periodo nelle lingue parlate nella Germania del nord, che ugualmente significano notturno e notte.

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Frammenti di inesistenza ed allegrie – G. Pio Fortunato

Pubblicato il 12 agosto 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Giansalvo Pio Fortunato, Frammenti di inesistenza ed allegrie, Puntoacapo Editrice, 2025

Nota di lettura di Margherita Parrelli

Il testo parla e il poeta si fa parlato per mezzo del testo che testimonia il suo esserci, il suo essere nel mondo e del mondo. Giansalvo Pio Fortunato sta nel tempo delle cose e il suo sguardo temporale muove dalla tradizione, o meglio è nella tradizione classica del mito e religiosa della cristianità. Il suo essere tradizione non è un volgersi indietro ma un guardare in avanti, un tendere verso il futuro dalla prospettiva della pienezza del presente.
Non a caso a mio avviso, “Frammenti di inesistenza ed allegrie” ha inizio nel momento in cui l’esserci si manifesta: il tempo. La lirica d’apertura, “Odissee”, ha il tempo dell’andare a ritroso verso casa, prende inizio dall’apprendimento di una temporalità che è “un conto lunghissimo”, e disvela la condizione umana dell’ “essere stati / nel confino alla terra”, terra che immediatamente si tramuta in materia, proiettando il mito dell’Odissea nella dimensione moderna dell’universo, dell’immensità nella quale l’astrofisica ci ha gettati, nel futuro dunque, che è il nostro presente tanto quanto il passato.
Colpisce in questi primi versi l’uso delle proposizioni che sviluppano grammatiche alternative e conducono nel mezzo di paesaggi tanto inaspettati quanto insoliti, una caratteristica della scrittura del poeta. Si noti, infatti, che la materia non è specificazione del sostantivo confino, non si dice: il confino della materia, ma il confino alla materia, indicando la direzione verso cui il confino si volge.
L’odissea di cui racconta Giansalvo è quella della soglia, dell’essere stati sul confino e aver potuto guardare alla terra, che per antonomasia dichiarata è la materia, l’unica nostra possibilità di esistenza, l’unico luogo dove l’esistenza si dà.
Pochi versi a seguire il poeta diviene più esplicito e descrive l’esserci come un “cammino in bilico”, fatto di un “susseguirsi di strozzature / ed alchimie”, tipico del “passo d’uomo unico”. Questo esserci è caratterizzato sempre più chiaramente nei versi successivi come “odissee perpetue”, cioè come un’irrequietezza che è un mal di vita e arriva a tramutare l’istinto di sopravvivenza nel suo contrario: “nel rifiuto continuo di una certezza / l’istinto al non sopravvivere / la negazione del corpo”.
Nella parte seconda di questa prima intensa lirica, che prendo come esplicativa e rappresentativa della poetica e della versificazione propria di Giansalvo, fa il suo ingresso la paura, il senso di perdita estenuante che si impossessa dell’essere umano, lo fa precipitare nell’attrazione delle sirene, lo mette in fuga, senza che nulla lo leghi “all’albero maestro”.ùLa paura è qui perdita di sé, senza l’acquisizione del senso, della consapevolezza che conferisce l’angoscia heidggeriana, tanto che essa viene definita come “l’arte amara e trita” e rappresentata come un male incapace di vedere il male.
Così l’ascoltare il canto delle sirene ha una sua efficacia solo per chi si accontenta di rimanere nella superficie delle cose privandosi della consapevolezza: la paura “induce ai salvati solo/ per l’efficacia nel saper udire/ il margine buono delle sirene:/ è facile la fuga/ che scova la pietà del male,/ non vedendo il male.
Prosegue il poeta dichiarando: “quando saprò il segno di Itaca/ sarà troppo tardi, avrò iniziato/ le misurazioni che mi diranno casa/ ed il risultato, il limite pietoso,/ cresciuto nella volontà/ di non evadere più, sarà l’inizi/ della carneficina (…) saprò il tenero/ e l’aspro della scelta”.
In questi versi fa ingresso la consapevolezza della condizione umana, del suo essere tenera e aspra insieme, dalla quale deriva la capacità di non seguire il canto delle sirene e accedere alla pienezza della libertà, all’esperienza del limite pietoso come atto libero e volontario. Una pietà tutta cristiana nei confronti della limitatezza dell’esperienza umana esercitata da un atto volontario, quindi di libertà, di non evadere più dalla condizione propria dell’esistenza, dell’esserci nel tempo.
In questo passaggio mi sembra si possa rintracciare con chiarezza la profondità dello sguardo cristiano di Giansalvo e la sua capacità di congiungerlo a quello della cultura classica, ravvivando entrambe le tradizioni che vivono in lui, nel suo essere poeta del presente.
Questo primo esemplare componimento si conclude con la negazione del mito dell’odissea in quanto viaggio del ritorno: “le odissee (…) non ammettono ritorno”, sono il tempo dell’addio. La fine del mito del ritorno al passato, l’abbandono dell’addio come atto definitivo e inesorabile, consente di inglobare il passato nel presente, di trasformarlo in un più mite “arrivederci/ posto sulle anime semplici”; un arrivederci che getta un ponte verso il futuro e rende a sua volta il presente accogliente e aperto alla speranza, una speranza tutta cristiana.
Non è lettura semplice quella di “Frammenti di inesistenza ed allegrie”, a volte ci si può sentire persi, altre irritati da un logos che sembra negare l’acceso al movimento verso l’altro, altre ancora impossibilitati ad abbandonarsi alla lettura. Richiede invece attenzione, desiderio di fermarsi, capacità di penetrare lentamente la parola, non lasciandosi travolgere da una scrittura eloquente, ricca di immagini e traslitterazioni, potente nella forza del sentire e del concepire.

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Civette e Container – Edoardo Piazza

Pubblicato il 9 agosto 2025 su Resoconti Esperienze da Adam Vaccaro

Edoardo Piazza, Civette e container, Edizioni Ensemble, 2025

 Letttura di Margherita Parrelli

Civette e container, ultima raccolta di Edoardo Piazza, è un lavoro sul silenzio detto e il rumore taciuto. Seguendo la dichiarazione con la quale l’autore ci lascia nella nota finale, la sua ricerca poetica esplora il mondo pre-razionale e cerca una forma espressiva che stia nel flusso di coscienza, nella quale l’atto premeditato sia solo nella postura iniziale. Più che una dichiarazione, in effetti, si tratta di uno statement, un atto linguistico che tiene etimologicamente insieme la verbalità e la postura

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Nella ruota del criceto – Alfonso Graziano

Pubblicato il 28 maggio 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Alfonso Graziano
Nella ruota del criceto

Nota di lettura di Margherita Parrelli

Nella ruota del criceto, Macabor 2024, è una raccolta poetica corposa, frutto di una lunga riflessione, affronta temi cruciali quali la guerra, la sofferenza, il degrado, l’indifferenza ed è attraversata da un forte anelito morale.
I componimenti rispondono a un bisogno di scuotere, di denunciare lo stato delle cose, il deterioramento di un’umanità che conosce sempre meno il valore del vivere comune, della vita stessa: “Resti umani a perdere./ Tra vetri smussati dagli anni e levigati dalle correnti./ Agli angoli scivolano gocce di resina e benzina./ Nell’attesa della prossima combustione”.
Si ha l’impressione che il poeta si costringa e ci costringa a guardare con crudezza lo sgretolamento nel quale siamo precipitati, l’allentarsi di quei vincoli di solidarietà che tengono insieme gli esseri umani. Si tratta allo stesso tempo di una denuncia e di un appello a reagire, che osa sperare oltre il senso di impotenza e la speranza risiede nel non fare sconti.
La parola poetica di Alfonso Graziano è diretta, vigorosa, risuona come un fiume in piena, travolge, non è mai rassicurante, porta con sé la forza di una rabbia costruttiva, di un fuoco che non brucia tutto indistintamente, ma solo le stoppie e prepara il terreno alla semina. I suoi versi sono carichi di immagini, di visioni che chiamano a raccolta la potenza della natura dei suoi elementi aria acqua e terra. Alla natura è affidato il compito di ricostituire un equilibrio, di essere casa, testimone, luogo di preghiera e di rigenerazione, ma anche di patire insieme al poeta e a chi sa ascoltarlo.
Il dialogo con la natura è pervaso da una tensione tra due poli della poetica di Graziano, il sentire religioso di stampo francescano e una forma di anarchismo come atteggiamento critico. Tale tensione si svela in diversi passaggi e raggiunge acmi di grande efficacia.
Il bisogno di testimonianza e di impegno non esclude la presenza di momenti particolarmente lirici legati alla sfera intima dei rapporti affettivi, che permettono al poeta l’abbandono, la riconquista della fiducia nell’altro e la riconciliazione attraverso la consapevolezza di fare parte di un destino più grande che sfugge alla ragione, alla necessità di protesta e di critica: “È così che si vede quando il cuore ascolta/ Una fresia un pettirosso, improvvisi./ Quando le fusa stringono le gambe/ E le lacrime non pungono.
“È così anche col vento che spara/ Carezze ai visi veri ai sorrisi grandi./ Negli abbracci gratuiti che sanno di moribondo/ E il profumo del mare che penetra./ È così senza altro/ Ingenuamente nudi.”

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La formula della distanza – Lucilla Trapazzo

Pubblicato il 21 maggio 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Lucilla Trapazzo
La formula della distanza

Nota di lettura di Margherita Parrelli

l’ultimo libro, La formula della distanza (Il Convivio Editore, 2025), di Lucilla Trapazzo, autrice italiana che vive a Zurigo e frequenta la comunità poetica internazionale, sembra scritto nel tempo di un respiro, e del respiro possiede l’intensità e la fragilità.
È un libro che parla d’amore in tutta la sua complessità e in tutte le sue sfumature, ne parla in maniera denudata, senza il timore di esporsi. È un libro insieme cosmologico e corporeo, misterioso e semplice, trasmette l’importanza di assumere la prospettiva dell’accettazione senza mai cadere nella rassegnazione.
“Nella notte ghiaccia di pannelli ai vetri
essere di nuovo feto
nata una seconda volta
compiuta
nell’innesto della schiena piccola
dentro corpo grande

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Fegato in cartolina – Rosanna Frattaruolo

Pubblicato il 18 febbraio 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Rosanna Frattaruolo
Fegato in cartolina – je vais te dire un secret
Il Convivio Editore, 2024
(Primo premio silloge inedita Concorso Guido Gozzano 2024)

Margherita Parrelli

È labirintico questo ultimo lavoro di Rosanna Frattaruolo, ma il punto è che ci si trova dentro senza essersi accorti di esserci entrati, almeno così è stato per me.
Inutilmente ho ripercorso la strada a ritroso, seguito la numerazione romana da I a XXXIV dei componimenti che, ingannevolmente, potrebbero sembrare il testo principale, le cartoline inviate da nord a sud, da est a ovest dell’Italia, gli innesti fotografici che portano il nome di organi del corpo e appaiono improvvise in alto a destra, in alto a sinistra e poi scompaiono altrettanto improvvisamente e soprattutto inspiegabilmente.
Inspiegabilmente sono riuscita ad attraversare il libro di Rosanna e, nonostante il senso di smarrimento al quale la mia natura ordinata sempre istintivamente si oppone, sono giunta non alla fine ma altrove.
In questo altrove ho dimenticato la mia irritazione che chiedeva: dimmi dove mi porti, fammi capire, e ho cominciato a fare quello che l’autrice fa a pagina 23: “come lui (il poeta russo Chodasevic) ho ballato sulle punte/ poi sono inciampata nelle parole”.
Sì bisogna saper inciampare nelle parole per seguire Rosanna in questo suo viaggio poetico e lasciarsi andare alla scoperta che sta dietro ogni inciampo, che ne è la causa involontaria.
E Rosanna ha una capacità incredibile di trasformare l’inciampo in occasione, in approfondimento, in ricerca del senso, in perdono e distacco, in rincorsa e abbandono.
Si sente l’urgenza del suo dire, ne trasudano i suoi versi, la loro corporeità che non è materiale, ma materica fatta di ossa, carne, organi, sensi, emozioni, di un certo malinconico distacco che nasconde la forza del sentire, come qui: “mi pare di camminare su zucchero di canna oggi/ la dolcezza ha sempre un prezzo/ la dipendenza da saccarosio è scientificamente provata/ voglio morire obesa d’amore”.
Credo di aver capito il segreto che volevi dire, Rosanna, ma averlo capito, devo ammettere, non è così importante come credevo all’inizio. Al contrario sento che questa comprensione non mi piace affatto, per consolarmene mi dico: non importa se alla fine ho capito, forse non ho capito veramente, posso dimenticare, posso tornare al fastidio iniziale, alla spinta che Rosanna mi ha dato per lasciarlo andare e perdermi nella sua estate che dura fino a gennaio.

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Luoghi sospesi – A. Ferramosca

Pubblicato il 23 ottobre 2024 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Annamaria Ferramosca, Luoghi sospesi, Premio Città di Roma 2021, puntoacapo Editrice 2023

Nota di lettura di Margherita Parrelli

Luoghi sospesi di Annamaria Ferramosca è un flusso di coscienza, non ha un inizio né una fine e a indicarlo non è solo l’assenza di maiuscole, o le domande bambine che lo aprono e quella che lo chiude e ne svela l’anelito che lo percorre e ne è ragione: “forse è nel sentire il senso?”.

A svelarne la sua natura di flusso di coscienza, che si mostra e si disperde, è il senso di tempo unitamente molecolare e magmatico che lo attraversa e quello di spazio definito solo dall’essere dietro il vetro (“bambina/ isola d’occhi indagatrice (…)/ per ore a guardare/ di là dal vetro/ fuori dalla finestra”, p.9) o fuori il vetro (“fuori dalla finestra/ dove si mostra il mondo/ guardo (…)/ e riconosco e imparo/ il duro limite della parola”, p.45).
Separata o unita, nell’introspezione o nell’esposizione al mondo, Annamaria apprende che stare oltre il vetro non comporta alcuno svelamento, ma piuttosto l’incontro-scontro con il limite (“oh sapevo eccome lo sapevo/ fin da bambina/ che sarebbe finita così/ che la parentesi vissuta/ – o mai vissuta – si sarebbe chiusa/ con un arcano flop” p. 90) e che ciò che certo è unicamente l’impossibilità del ritorno allo stato precedente l’entrata nel modo, al momento prima della cacciata dal paradiso, alla gioia dell’inconsapevolezza, poiché una volta intrapresa la strada della conoscenza ha inizio anche la strada dell’estraneamento: “matta voglia di rompere questi vetri (…)/ farmi estranea a me stessa (…)/ lo so poi sarà impossibile/ ritornare nella stanza” (p.36).

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Anticipazioni – Margherita Parrelli

Pubblicato il 3 marzo 2024 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: https://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa
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Margherita Parrelli
Inediti

Con nota di lettura di Laura Cantelmo

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Nota di poetica

“Così, di nuovo, mi resi subito conto che i poeti non fanno ciò che fanno per sapienza, ma per una qualche disposizione naturale (physei) e come divinamente ispirati (enthousiazontes), alla maniera dei profeti e dei veggenti: anch’essi, infatti, dicono molte cose belle, ma non sanno nulla di ciò che dicono”.
Apologia di Socrate

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