Laura Cantelmo

Laura Cantelmo

Laura Cantelmo è nata a Biella, ha studiato Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Torino e abita da molti anni a Milano, dove ha insegnato lingua e letteratura inglese in un liceo. Ha pubblicato Invito alla lettura di Ezra Pound, (Mursia, Milano 1978).
Collabora alla redazione delle Edizioni Punto Rosso. Ha fatto parte della redazione della rivista “InOltre” (Jaca Book). Si è interessata dei poeti anglo-caraibici Grace Nichols (“Poesia”, XII,129, 1999) e James Berry (“La Mosca di Milano”,n°7, 2001) traducendone anche i versi. Contribuisce al comitato di direzione della rivista di
poesia, arte e filosofia “La Mosca di Milano”, occupandosi principalmente di letteratura in lingua inglese e traduzione. Fa parte del direttivo dell’associazione Milanocosa, di cui è socia dal 2004.

E’ autrice delle plaquettes Fili d’acqua (che nel 1996 ispirò una mostra di arti visive presso la Galleria dell’incisione di Milano) e Un altrove quotidiano (2003). Sue poesie sono state pubblicate sulla rivista “La Mosca di Milano”, “Il Monte Analogo” (1, 2004) e nelle antologie Versi diVersi, (Melusine, Milano 1998),
Poesia vs. guerra, (Punto Rosso, Milano 2000), Poesia in azione, (Milanocosa, Milano 2002). Ha recentemente pubblicato una raccolta di versi, Un luogo di presenze, Joker, Novi Ligure 2005.

La cucina

Amo la pace della mia cucina, il felino piacere degli odori, l’acqua che bolle e parla, le piastrelle un po’ grasse di sapori, il libro conquistato alla lettura nei lunghi tempi del bollito e del risotto.
La finestra è l’osservatorio sulla ringhiera dei vicini, panni stesi e l’agliocon le cipolle sfrigolanti sotto l’occhiata a taglio dei cinesi che si affacciano fissi come creta. Questa stanza mi ha indicato il vero gioco della vita – l’oneroso limite del fare, gli orari scanditi,l’attesa, il silenzio di pietra, la ferita dei desideri traditi. Oltre i vetri la sera a lungo vi ha sostato una cometa in viaggio sull’Europa e sul nostro cortile, cintato dal vuoto quotidiano, mentre sul confine del cielo febbrili respiravano le stelle. Mi adagiavo nel suo fine biancore e sulla pelle avvertivo come un sospiro, il rigore della Storia, lo sgomento del suo trascorrere e colpire per poi cambiare rotta e regredire a stati più bestiali di cui si era persa memoria.

Non fu vista altrove, la cometa – il fiume delle galassie copriva il suo umido sguardo indifferente. Io la guardavo e mi chiedevo come l’insana mente degli umani dispensi ad alcuni pace, ad altri guerra, ad alcuni il senso del giorno, a molti il male della terra. Annegavo nel dubbio, mentre la cometa sbiadiva lasciandomi schegge di tempo da ordinare, per ricomporre l’enigma della vita.

Delta del Mekong

La pace del tempo dilava
nei tuoi nove figli le piaghe
slabbrate di storia. Le canne,
le frasche graffiate dal vento
sospingono i nostri malcerti
destini nell’onda infinita.
L’oceano attende, lontano,
risposte che ancora ignoriamo.

Tra verghe intrecciate ho nascosto
conchiglie di giada e manghi
succosi, per rendere il viaggio
più lieve.

La Baraggia

Era un deserto, la Baraggia,
domestica savana, forse lo è
ancora. Vi correvano lepri
invece di gazzelle e cavalieri
a cavallo e il vento scompigliava
le criniere. Branchi di sogni avidi
pascolavano nel secco dei
cespugli. Ai bordi della natura
selvaggia un’osteria vendeva
saracche, vino e qualche intruglio.
L’orizzonte ti correva incontro
a passo di quadriglia. Poi, sotto
i calanchi, di colpo precipitava
la pianura.

Cimitero nel mare

Il nostro mare è pece.
Ha monti alti come onde,
onde di calce come croci,
perle sul fondo come occhi
cani da guardia sulle sponde.
Il respiro migrante si confonde
tra i gorghi – recando
tralci di lacrime col vento.

L’urlo è voce di donna,
il grido morto di un bambino.

Naviglio

La vita che scorre sotto le strade,
sotto i nostri piedi, candida e
turpe di liquami, ha perduto
il suo profumo e dentro al fumo
sotterraneo rincorre i pesci
fino alle marcite.
Un desiderio la consuma, un’ansia
di mare, di onde alte infinite,
un bisogno di selci levigate
su cui scivolare in un gioco
di bambini.

Il nero mantello che la copre
cancella i segni di una pena
antica, della fatica crudele
delle chiatte colme di verdure
e di sabbia trascinate lungo
le alzaie da cavalli normanni
fustigati a sangue come schiavi.
Un’eco vasta di zoccoli ferrati
che annaspano sui ghiacci e sul
granito nel silenzio dei salici
in inverno resta nella memoria
di un vecchio della ripa, insieme
all’esplosione di glicini
e magnolie nell’aprile, al tempo
in cui la vita dettava le sue
leggi col lento martello
delle ore.

Quel vecchio è muto, immobile,
sfocato nell’alone di nebbia sotto
il rosso dei faggi. Tace lo spirito
umbratile dell’acqua cui si nega
la luce. E tace limaccioso
tra le chiuse il Naviglio scampato
alla rapina, che emerge
e s’avvita all’erba del fondale
grigio sotto la curva dei ponti.

Un cielo greve lo comprime,
lattine rimbalzano sull’acqua,
del popolo dei pub nella felice
ora di cemento e bile, falsa
felicità dei figuranti della
commedia nuova.

Il fiume attende, attendono
i fossati. Seduti sulle sponde
i pescatori lanciano l’esca
verso terre future, oltre
il muro che circonda l’erba
e confonde la vista. Quel muro
ci riguarda, riguarda il fluire
dell’acqua, la sete che ci preme,
che invano tentiamo di sedare,
cercando un’onda nostra, un più
serrato lido, un luogo di presenze
con un nome.

La lucertola

Vive nel sole la lucertola
avida di more e di zanzare.
Non conosce tremori di albe
né di brezze. Fichi e amarene
aggrappate al cielo disputa
agli storni, rubandone dolcezze.

Nella lotta perde la coda che
senza occhi corre impazzita
inseguendo lungo il muro
una ragione di vita.

[Da Un luogo di presenze, Joker, Novi Ligure 2005]

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