Giacomo Graziani -.La corteccia del mondo

Pubblicato il 16 marzo 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Giacomo A. Graziani, La corteccia del mondo, La Vita felice, Milano 2020.

Laura Cantelmo

Fin dal primo testo, in questa folta raccolta di poesie di Giacomo Graziani – in realtà una vera antologia – la visione del mondo dell’Autore si presenta in un’atmosfera che sfuma nell’onirico, pur attraversando il reale con le lusinghe che lo popolano e il conseguente disinganno: “Non sai se il mondo ti sfugge in un affanno/o sei tu a seguire troppo veloci inganni” (“Alta velocità”). Lo stato d’animo dominante, nell’approssimarsi della meta finale, ondeggia tra la riflessione e la malinconia di un nostos interiore che attraversa il tempo a ritroso. La corteccia che avvolge, come un albero, la vita è la rugosa corazza che protegge un’intimità di sangue e lacrime: “Essa racchiude storie di sofferenza e di vita e da esse solo linfa alchemica fuoriesce”. Con queste parole nell’esergo, nelle quali è racchiusa la vera premessa di questa antologia, un detenuto del carcere di Opera commentò la lettura dei testi, a quel tempo ancora inediti e tale fu l’emozione del Poeta da trarne spunto per il titolo.

Oltre all’eleganza dello stile, ciò che maggiormente caratterizza questa raccolta è la profondità del sentimento della natura e degli affetti. La narrazione di lungo respiro procede per quadri icasticamente suggestivi, grazie a figure retoriche, scarti semantici, rime e forme chiuse tradizionali, come il sonetto classico e perfino gli antichi haiku giapponesi. La sapiente prosodia, la melodia dei versi e l’acribia linguistica compongono un affresco nel quale l’allegoria della natura è lo strumento principale dell’impalcatura stilistica. Come di rito in poesia – arte che è sempre stata affidata a Mnemosine, personificazione della memoria e madre delle Muse – memoria è qui parola chiave, a cui fanno riferimento sinonimi e allocuzioni che appartengono a quello stesso campo semantico. Ne deriva che città, laghi, montagne e siti marini sono quasi tutti luoghi del cuore, la cui intima contiguità con l’Autore si riconosce nel delicato tono descrittivo, sempre a metà tra lo sguardo attento sulla natura e l’intima corrispondenza tra musicalità e pathos della descrizione.

Forse stupirà la scelta della classicità linguistica e prosodica in un tempo di tentativi di innovazione e di superamento delle forme del passato – pur essendo essi stessi ormai un po’ datati. La evidente ricerca della perfezione formale adombra una metafisica tendenza al sublime, oppure semplicemente uno scrupoloso culto del rigore, frutto della formazione stessa dell’Autore, di professione architetto. Sicuramente rappresenta una forma di rispetto per la purezza della lingua e dei canoni delle figure retoriche. Una scrittura poetica come quella di Graziani implica uno studio e un lavoro di cesello non indifferenti, mentre la ricerca della parola giusta è una esplicita tensione verso la verità: “Qui mi aspetta una pagina ancor bianca/muta sfida a raccogliere scintille/dal fuoco inarrestabile del vero” e ancora: “Non è mai indenne questo viaggio/ansioso tra parole non perfette” (“Viaggio difficile”). Volendo mantenere il controllo del linguaggio e la distanza emotiva dai temi, Graziani individua in una scrittura poetica vincolata a regole precise la maschera con la quale raggiungere l’obbiettivo, una sorta di sdoppiamento difensivo dell’Io.

Il senso di straniamento nel ritornare ai luoghi della vita senza sicuri approdi, come forestiero e al contempo come cittadino del mondo, in “un effimero racconto, come il mio//trattenuto nel petto che s’inonda /di lacrime segrete e mi confina/al margine di un giorno troppo tardo” comporta anche la continua ricerca del genius loci “in quanto solitario straniero che smarrito/ ritrovo mie radici in ogni dove” (“Caffè Farini”). Si svela così il senso di tanta segreta pena nel commiato ai luoghi amati. Una pena rattenuta per pudore, dentro la corteccia, facendo sì che la poesia resti segreta depositaria dell’amore e del dolore che permea l’esistenza. Nel percepire la distanza dal mondo attuale “in questo tempo di fuga” – che è il tempo accelerato dalla tecnologia in cui viviamo e dell’estrema caducità – egli chiede alle montagne, alla loro rocciosa, inamovibile stabilità “come reggere il vostro prepotente/ permanere e non infrangermi/in un abbraccio di disuguali essenze” (“Montagne”). Ora che l’età lo consente, urge in lui il desiderio del bilancio finale in una vita trascorsa senza pause di riflessione, benché il redde rationem sopraggiunga tardivo, poiché: “Come fanno i cavalli/non traguardai la meta/vissi in una corsa il puro esistere”. Non è difficile comprendere come il ritmo convulso della modernità confligga con le sue agresti origini romagnole, per lui nato a Milano da genitori di Bagnacavallo, luogo di vacanza in interminabili estati nei primi anni di vita:

Così attraverso le distese amate

sul germogliare di una terra

leggero è il passo e attento

cercando il luogo di una sosta in pace

[…] nel punto sospeso di un attimo

questa campagna dalle larghe braccia

dirà promesse di più lunga estate.”

(“La lunga estate”)

L’estate, tempo della maturità e della pienezza vitale che volge verso l’autunno, nella sua interpretazione metonimica, ma soprattutto la campagna e l’estate hanno mitiche risonanze che richiamano Pavese. Si pensi anche alle “larghe braccia della campagna”, chiara evocazione del materno – della Madre Terra. Dopo l’illusione – sempre in agguato – di qualcosa di permanente, la fuggevole caducità dei cicli naturali diviene richiamo alla concretezza: “Ė finita l’illusione dell’estate” (“Fine dell’estate”). La stessa considerazione si estende anche al lavoro di una vita, con una punta d’ironia sulla precarietà dei progetti insita nella professione esercitata:” Con tratti di matita/sono entrato nelle case di carta” lasciandole al loro silenzio (“Case di carta”). Versi in cui aleggia un senso di amara vanitas, non dolorosa, ma rassegnata e persino ontologica. Come avviene nella raggiunta percezione del limite navigando nel mare della vita: “Al tempo del tuo animoso navigare /nelle notti ansiose a leggere le stelle/ restò ignota la terra dei sogni. /T’illuse varcare il primo confine/ di sconfinato mare.” (“Il confine del mare”). Un tu sentenzioso, rivolto a sé stesso. Ed è anche così che, dialogicamente, sotto forma di un poema di formazione, si arriva a scrivere un’autobiografia. Il tema struggente dell’assenza – assenza d’amore – raggiunge l’apice nella dolorosa rievocazione della donna amata, perduta per sempre. Un semplice elenco di oggetti, di sostantivi privi di aggettivazione, più eloquenti- nel loro silenzio – di una disperata elegia, riescono ad esprimere la muta pena nell’immensità del vuoto d’amore:

Sul tavolo

sono rimasti i tuoi occhiali.

Le tue scarpe sporgono dal letto.

Sul ripiano del bagno

sono allineati i tuoi profumi.

Hai lasciato sulla sedia

la tua vestaglia.

Lo so, sei sul balcone

ad annaffiare i fiori

Ti aspetto in cucina;

ho preparato il caffè.

E ancora: “Ma tu che invadi i giorni col vuoto di un’assenza/forse vedrai di me l’ombra smarrita/del tuo spirito avvolto da quel manto/che in verità d’amore/per amore ti eterna ogni cosa finita.” Fino a concedere la confidenza più palpitante ed intima: “Quando fu che delle dita ingenue/fuggì l’ardita tenerezza/quando cadde l‘invito dell’ebbrezza/a scoprire il tuo corpo/tesoro di smarrita meraviglia”. La vera cifra di questa poesia è una avvolgente, sussurrata lievità, che conduce in una sfera di superiore bellezza. Ed è ancora l’amore a fornire ispirazione, con una felicità che si può definire stilnovista: “Come bambini/inermi sulla terra/ridono d’innocenza/[…] /Cavalcano puledri/lenti sopra le nubi/quando li sfiora un sogno/di lieve morte d’oro.” (“Gli amanti”). All’interno di tanta delicatezza, l’inevitabile connubio di amore e morte – di Eros e Thanatos- è una catabasi, come richiamo alla dura realtà. L’avvicinarsi dell’ombra: “Una attesa immemore vecchiezza” – ravviva un ribelle impulso alla speranza: “Davanti al cieco turbine del nulla/di rabbiosa speranza è la mia spada”, nella permanenza del sogno d’amore: “Portami da lei che mi aspetta/su una nuvola d’oro” (p.95).

A una sensibilità così attenta non potevano sfuggire la sofferenza sociale e le tragedie della Storia, insieme alla nostra incapacità nel contrastarle. A questo punto la prosodia si fa meno rigorosa, sembra liberarsi, il linguaggio scorre, pur sempre restando impegnato al controllo delle emozioni. In pochi testi, senza fare sconti a nessuno, una lingua limpida pronuncia una critica severa alla nostra Storia passata, alle tragedie della società attuale e all’indifferenza generalizzata. Con enfasi si rievoca il fascismo: “Chi più ricorda il rombo dei motori/che infondeva coraggio nell’inno di potenza” e la guerra che ne seguì: “nella carne sconfitti /nella memoria uccisi “. Poi la Resistenza: “il salto luminoso della storia […] un sogno di uguaglianza/per il sorgere di vera libertà”, ma “Ben presto l’inganno parve chiaro”. Eppure, a rendere più amara la delusione, resta nella mente il luminoso sorriso di speranza dei giovani partigiani che sentivano di realizzare un sogno che doveva risultare effimero. Il pessimismo cosmico, vagamente leopardiano, coinvolge sia la Storia del mondo che la vita privata.

Il testo finale sul martirio di Gaza -scritto al tempo della prima Intifada, ma ancora tragicamente attuale -ci inchioda all’assurdo in cui viviamo e che non sappiamo sconfiggere:” ma oggi d’un infame sterminio/vediamo i superstiti arrogarsi il diritto di torturare un popolo. Miserere!”. La stoccata finale non risparmia nessuno, né carnefici, né finti sostenitori delle vittime: “Noi, infingardi e ipocriti/con che bottino, futilmente astiosi/saliremo al trapasso? Miserere! (“Miserere per Gaza”).

Laura Cantelmo

2 comments

  1. Margherita ha detto:

    Una bellissima colma nota di lettura, grazie Laura!

  2. Laura Cantelmo ha detto:

    Grazie dell’attenzione, Margherita!

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