Fermagenesi di Isabella Bignozzi

Pubblicato il 24 marzo 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Isabella Bignozzi, “Fermagenesi”
Anterem Edizioni, 2025

Nota di Lettura di Margherita Parrelli

Fermagenesi, l’ultimo lavoro di Isabella Bignozzi, è parola poetica estatica, flusso che cerca ascolto nell’interiorità. Inizierò da qui: all’interno del libro vi era un’immagine. Racchiusa tra le pagine sottili vi era un’immagine che accompagnava la lettura, sostava tra la mattina e la sera, poi tra la sera e la mattina. A volte sostava nella dimenticanza, nell’intermezzo che distoglie, che allontana dal centro vitale. L’immagine era Gesù e il suo sacro cuore, stava umile e sincera su un foglietto rettangolare lucido con una preghiera sul retro.

La devozione è una promessa semplice che nasce dal cuore, dall’amore che Gesù ha consegnato al mondo, che invita alla contemplazione, invita alla creazione di uno spazio sacro condiviso che si origina nell’interiorità, quello spazio condizione unica e indispensabile all’accoglimento. Isabella Bignozzi prende le mosse dal centro, cerca la dimora nel centro, “nei rossi battenti cuori”, e scopre “un rovescio di sporgenze” che “univa nell’unità dell’uno”. “Il flusso del tepore indiviso” era “ricchezza aurea, luminiscenza”, mite calore dell’amore che sgorgava dal cuore e le diversità tutte erano interezza nel tempo fermo della genesi. L’unità regnava e ogni sporgenza era segno di una differenziazione che risiedeva ancora nella potenzialità della volontà divina, stava prima che si manifestasse nella creazione e l’essere separato non era separatezza, asprezza dell’antagonismo, ma segnale di appartenenza all’unità di Dio. Il creato era Dio e le creature tutte erano in Dio “movenze immobili piene di vocazione, piene di cammino”, “brevità astrali”, testimoni dello splendore divino e capaci di trattenere in sé la luce che “scalda il buio vastissimo”.  Nell’amore divino risiedevano le creature, ferme nel momento della genesi, in quell’attimo eterno della creazione.

Così era, prima del tempo, nella genesi fermata, nel momento in cui il dopo e il prima risiedevano insieme ed è lì che l’autrice ci conduce con le sue parole intense. Sentiamo con lei e vorremmo sostare avvolti nella luce tiepida dell’amore divino, ma la storia irrompe, Isabella Bignozzi fa sì che irrompa nell’estasi in cui è avvolta e ci ha introdotti. Nel pieno della gloria appare la visione “degli ultimi, di chi si piega come un dettato, tra tempeste di maschere” e nel testo fa ingresso il noi. Non più creature quasi astratte, ma un noi umano gettato nel tempo della sua storia, un tempo “finito come non si deve, di cui si sente poco il melisma”, quell’unica vocale cantata su più note, struttura fondamentale del canto gregoriano, il melisma, l’unità che si dà nelle forme del molteplice, e il coro di voci si rompe in una pioggia dirotta,“coro dirotto della pioggia”.

Da questo momento in poi la prosa di Isabella Bignozzi, che è indubbiamente immersa nella tradizione mistica, assume la forma di un contrappunto, di un dialogo intenso tra la tragedia dell’allontanamento dell’umano dall’amore divino e la testimonianza di questo stesso amore. E se “il lutto di ogni suddivisione” persiste e assume forme cangianti di tormento e perdita, l’amore riappare pervicace, si fa “ossessivo germogliare del rosso aperto (…) che s’inerpica pianissimo come un rocciatore illeso di paradiso, sugli sfondi irreali che mettono in scena l’ottusa morte”. Questa lotta tra il bene e il male non sembra avere una fine. Rinasce il bene strenuamente non solo e non tanto in atti concreti, ma nell’intimità della preghiera, che lo alimenta, lo rinforza ogni volta che sembra essere sconfitto: “la fermagenesi che non demorde, riappare da dentro, dall’intimo profondo”. “Sia fatta la tua volontà. Sia fatta fino a che non nasca una vittoria senza luogo”, scrive l’autrice e qui il sia fatta la tua volontà non è un’abdicazione al male, un’accettazione passiva degli eventi umani, del destino, ma una strenua difesa del bene, che discende dall’amore divino e che in esso si rafforza, quel “interminato soffio che” sopravvive “nella durata”.

E’ solo verso la fine che l’io della poeta in preghiera si affaccia per riconoscere le sue fragilità, per confessare il suo tormento, le sue incertezze, “un uccello scarno mi abita il futuro, e studia ogni mio male a ritroso”, i limiti del suo ascolto “ma io non so ascoltare che nel primo mattino, quando c’è più luce”. E proprio in quel momento di assenza dal sé terreno, “tutto ruota un’altra volta” e Isabella “prova” sente, sperimenta, esperisce “come sia pernottare nell’eclissi che canta”. Un cammino sempre possibile quello del ricongiungimento all’unità dell’amore, che chiede raccoglimento e apertura verso il divino, verso il divino che è in ogni umano.  Grazie di questa preghiera che si dilata come luce sull’acqua del mare.

Margherita Parrelli

One comment

  1. Isabella Bignozzi ha detto:

    Sono onorata e felice di questa lettura così attenta e sensibile di Margherita Parrelli, e di essere ospite della vostra ricca e pregiata Associazione Culturale. Ringrazio Margherita e tutta la redazione dell’accoglienza e del bellissimo dono ricevuto.

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