TRA EROS E THANATOS
L’alchimia della parola nella poesia di Patrizia Bambini
in
Patrizia Bambini, La luce imperfetta, puntoacapo, Pasturana (AL) 2023
Nota di lettura di Laura Cantelmo
La poesia è anche culto della parola, della sua polisemia. Se usata con la stessa abilità evocativa di una pennellata di colore, di un colpo di scalpello o di bulino, la parola sa evocare la complessità di un’emozione e dell’esperienza nel suo dispiegarsi, cogliendo l’essenza delle cose grazie alla ricchezza metaforica ed allusiva di ogni lemma, alla pregnanza di ogni richiamo semantico. I versi di Patrizia Bambini si caratterizzano per un linguaggio originale e trasgressivo, in un dispiegarsi di testi che affrontano la tematica dell’amore tra la vana attesa della felicità e una dirompente prevalenza del dolore, che rende pulsante l’insensatezza esistenziale che ne consegue.
Non solo nel titolo questa silloge richiama un autore complesso come Paul Celan, ma anche nell’uso delle immagini dettate dall’angoscioso viluppo/sviluppo della tematica di Eros e Thanatos nella relazione amorosa, vissuta come esperienza totalizzante e imprescindibile. Il tema dell’assenza e della perdita viene analizzato e declinato come drammatica lacerazione: dove vi era stata un’unione profondamente percepita nel cuore e nelle membra, lo strazio del distacco viene paragonato al taglio traumatico che alla nascita separa il neonato dalla madre. Vi sono, infatti, allusioni al travaglio del parto, alla madre stessa (p. 13) e non a caso, poiché la nascita è la prima esperienza nella quale dolore e amore coesistono in modo drammatico, preconizzando il comune destino umano, come diceva Leopardi. In tal modo la sofferenza riservata all’essere viene ampiamente metaforizzata nell’esperienza amorosa, descritta con pregnanti sfaccettature – “amore / cilicio”.
L’autrice non parla mai di sé per esteso, nulla ci narra se non del proprio patire: “L’averti amato troppo è la mia croce” (p.31), il che induce a pensare che l’amore, sentimento per lei di importanza assoluta, si possa leggere come metonimia della vita. L’originalità linguistica di Bambini si avvicina a quella dei movimenti che tra fine Ottocento e inizio Novecento miravano a un rinnovamento della scrittura poetica secondo le modalità compositive della musica, al fine di consentire uno sviluppo più organico del tema, mentre la parola, svincolata da rigidità semantiche e sintattiche, avrebbe acquisito una pregnanza tale da suscitare emozioni vicine all’estasi, esattamente come avviene nell’ascolto musicale. L’uso spregiudicato del linguaggio agglomera e separa immagini, realizzando la fedele rappresentazione del turbine provocato da situazioni penose. – “Sento l’urlo che non posso”, “ché se ti penso ancora rinasco amore”, “Seppelliamoci sotto l’idea di noi/o soffiamoci ancora pensiero”. Una sorta di monologo interiore, si direbbe, con le infrazioni della lingua parlata, adeguate al carattere intimo del tema. Ci si chiede se si tratti di sperimentalismo non dichiarato o sia semplicemente una scelta stilistica che l’autrice avverte come affine.
Collocandosi, pensiamo inconsapevolmente, ma a buon diritto, tra i poeti delle avanguardie novecentesche che si scostavano dalla rigorosa corrispondenza tra significante e significato, nel comporre e scomporre il topos Eros/Thanatos secondo le modalità della variazione musicale (non suonerà casuale ricordare qui l’uso che ne fece Amelia Rosselli), l’autrice modula il tema con tonalità sempre diverse mediante lemmi che rientrano principalmente nel campo semantico della morte e del dolore:
“Rannicchiata m’immagino restare/inginocchiata a un sorso nel deserto” (p.22), oppure: “Riversami il tuo fiume, vita dannata, / rimanimi terra solo immaginata,/disfami le ali ché io cada/ dentro quel miraggio che si fa luogo/per una ferita” (p.24).
Un inferno interiore, la cui drammaticità sta nella presenza totalizzante del sentimento, dove la poesia esplode con la manipolazione delle figure e del linguaggio: “alle dita l’arduo compito/ di rimediare, / con un verso ultimo, al verso della civetta, /che sul ramo, a nottate intere, / su qualche bozzolo sta a profetare” (p.28). Apparentemente l’uccello notturno non è visto qui come nunzio di morte, essendo riconsegnato al suo classico destino profetico. Mentre invece il termine verso, usato in due differenti connotazioni, evoca ora la vita, di cui il verso poetico è incarnazione e simbolo – e ora la morte – nel lugubre squittio dello strigide messaggero di lutti, secondo l’interpretazione popolare.
Una poesia “selvaggia” la definisce nella suggestiva prefazione Mauro Macario – drammatica e profondamente lirica, seppure in controtendenza rispetto a una affermata tradizione – spesso stucchevole – di rime d’amore. Da essa traspare un atteggiamento ribelle, un linguaggio impegnato a spogliare il tema da ogni pericolo di logoro romanticismo a favore di una realtà svelata con rabbia: “questa nottata che mi ferisce col cilicio/che tu m’indossi/come se fosse amore” (p.20).
Si avverte l’autenticità dello strazio sempre efficacemente traslato: “una guerra di trincea”, insieme al farsi strada della sensazione di un inesorabile tradimento della vita: “E lo so che la vita è bugiarda, /s’infinge endecasillabo perfetto/su un pentagramma.” (p.45) Mettendo a nudo senza veli i fantasmi che la tormentano – “Al capezzale muoio/ solo per chi mi chiama amore” (p.21) – il testo diviene grido e dura rivendicazione contro l’ignoto dell’io: ”devo farci i conti e non so/ le regole elementari,/ l’ABC della vita altrove dalla neve/che mi fai intravedere/un segno di follia/ della mia primavera in anticipo/”.
Dall’assoluto dell’amore al dissidio con la realtà, il sogno è ricondotto a dimensioni più terrene: “Sono in un tempo in cui non ci sono regole/ […] e non so più dire se nella parentesi graffa/ c’era, ieri, il mio sorriso o il tuo” (p. 52). “Perché sento che ogni cosa da sempre/ poi cade.” (p.53).”: e sarà la coscienza dell’ineluttabilità di Thanatos – a sottolineare un passaggio non banale verso una rinnovata visione dell’esistenza. Verso una nuova luce. Dall’oscurità alla rinascita, dal gelo della neve allo sbocciare di una nuova primavera, ci si rende conto che il percorso di conoscenza e di riscatto ha ricevuto stimolo e verità grazie alla poesia. Nella raggiunta maturità, il riconoscere sé stessa entro un cerchio di luce finalmente perfetta, fa di questa silloge un poema di formazione, se non un vero e proprio apologo.
Milano, 12/09/2026 Laura Cantelmo

Grazie di questa lettura!