Frammenti d’amaro calice
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Mauro Macario, Scomposizioni, Edizioni Tabula fati, 2026
Adam Vaccaro
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Frammenti d’amaro calice nelle “Scomposizioni” di MAURO MACARIO lette da ADAM VACCARO
Negli eserghi c’è una citazione di Cesare Pavese, “Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale”, cui segue un’altra di Robert Walser: “La delusione non si scorda mai”.
Il libro ci immerge quindi in un corpo a corpo, con coraggio privo di schermi consolatori, nelle ferite, piccole e grandi, che la vita ci lascia nel suo scorrere fuori dal nostro controllo, tra delizie, illusioni e perdite. E i testi sono una sorta di anelli o tappe della propria vicenda antropologica, che pagano il conto e smentiscono il percorso di banderuola al vento nella mani di Eolo, rivendicando la responsabilità delle proprie scelte, di una individualità inarresa, seppure priva di ogni alone di individualismo becero: “ho tagliato il cordone ombelicale/ dal ventre sociale/…/ svestito di ogni addobbo precotto/… / senza legittimare nessun capobranco/ solo davanti ai giganti” (LA FILIERA DI PROTEO, p.13).
Ma da dove nasce questa che sembra una fuga ignobile dal campo di battaglia, di eretico disertore? La risposta c’è già in quell’esergo di Pavese. E la domanda nella domanda è: qual è la genesi di questa delusione? Domanda cui il libro dà una risposta che non investe l’Autore, ma milioni di contemporanei, per cui sta qui la cucitura del paradosso apparente di una individualità priva di individualismo. La scelta di “tagliare il cordone ombelicale” è scelta di vita e non di viltà, ed è di rivendicazione di un altro orizzonte e contesto sociale. La fuga non è diserzione ma asserzione, di un bisogno “indimenticabile…della felicità” di un campo di interscambi di ricchezza vitale, rispetto a un campo di morte, quale è quello servito dai poteri dominanti, ricoperto di menzogne e glasse retoriche, altrettanto violente delle armi con cui vengono squartati nemici, tra i quali bambini, entro una giostra di orrori gestita da chi rivendica di avere nelle mani lo scettro del diritto e di una superiorità etnica, eletta da Dio.
Questo libro è necessario, nel suo fare scomposizioni di parole e formule espressive, non per giochi verbali, ma per ricostruire sensi umani. E l’ultimo suo testo ne è un esemplare reperto, con una incisione spietata della ignominia teocratica e antiumana, che intanto l’umanità subisce: “Erode/ fece uccidere tutti i bimbi maschi/ Netan Yahu/ ha incluso anche le femmine/ da ragioniere pignolo/ ha completato l’elenco/ è questione di coscienza professionale/ uno sterminio non è tale/ se si esclude una parte della popolazione/ per ogni reclamo si può scrivere/ a Netan. Yahu. Israel.” (I CONTI TORNANO, p. 73)
Rabbia, denuncia, rigetto, sarcasmo sono i registri maestri che dettano il testo, con una chiusa geniale che frammenta, ma non riduce, moltiplica e colloca i sensi nella cornice del progressismo tecnologico, anch’esso arma di dominio mentale e sociale nelle mani dei macellai del campo di morte in cui siamo. Campo in cui l’Autore ritrova fratelli invisi (bili) alle piazze virtuali, che fanno da corona alla festa di una hybris progressista che gli strali leopardiani, già 250 anni fa, irridendo, ne cantavano le magnifiche sorti e progressive.
Questo richiamo del Faro Leopardi non è casuale, ché nel libro gli è dedicato il testo, nato da una visita nella sua Casa natale, in cui calpestando quei pavimenti la luce e l’intelligenza del cuore diventano accecanti, l’immenso ci tocca e la sacralità della vita più alta “ci cambia le misure umane/ sono io a essere piccolo/ dovevo venire qui per saperlo” (“CASA LEOPARDI, pp 48-49).
Sono su questa scia di ripresa di misura e sensi umani i versi di Macario, ripresa impossibile senza le voci, le urla, i sogni e i corpi cantanti dei sottoposti, delle vittime:
“La protesta in piazza/ più che le sue ragioni/ svela l’ingratitudine umana/ chiede più risorse/ per avere una vita/…/ questo lamento collettivo/ è insopportabile/ abbiamo tutto e di più/ un emporio planetario/ rigurgita oggetti e soggetti/& in svendita totale/scartiamo i pacchi dono/ i giocattoli non mancano/ la guerra tecnologica/ la guerra nucleare/…/ la bomba al neutrone// ucciderebbe le persone/ lasciando intatte le case/ che bello/…/ poi si dice che i governi/ ci fanno vivere in restrizione/…/ il menù dell’ultimo pasto/ un’abbuffata al plutonio/ poi un gran rutto universale. (CONQUISTE, p.50-51).
Il registro è questo, di una dolorante-irridente pulce leopardiana:
”Hiroshima non bastava/ Nagasaki non bastava/ il massacro dei nativi d’America/ non bastava/ la chimica umana/ doveva compiere il suo capolavoro/ vedere i carnefici di Auschwitz/ rifondarsi in Israele/ e risentire a Gaza/ l’urlo di Munch,” (CICLO RICICLIO CILICIO, p. 48).
Il senso del limite, del sacro sono le guide di percorso di dolore condiviso, per cui il libro è una sorta di Via Crucis circolare, che non ha un Golgota, né un Dio come termine e sbocco, che promettono rinascite e paradisi, anche se consentono di poter chiedere, sia pure inutilmente, nello strazio dell’ultima Stazione, allontana da me questo calice.
Qui e ora, il libro, senza attese e soccorsi, ci offre una tensione autobiografica, e mentre rifiuta di scrivere “la mia autobiografia” (p.26), ci offre, tra stazioni pubbliche e private, piani diversi e intrecciati, inseparabili, di queste ultime:
“ci siamo staccati l’un l’altro/ con grazia fraterna/…/ l’accanimento terapeutico/ è sconsigliato per limiti d’età/ quando le emozioni tacciono/ là dove un tempo cantavano” (L’ANNUNCIO, p.18);
“Ricorso l’impero del sole/…/ e felicità condivisa (L’APPARTENENZA, p19);
“Vederti oggi vecchia/ mentre dormi tranquilla/ e torni giovane/…/ per ancorarmi a te/ chiedendomi/ chi dei due/ sopravviverà all’altro/ e quando” (NOTTE CONIUGALE, p,27), “in fondo siamo nati per morire/ ma è solo un dettaglio” (p.29).
Amore e morte sono il nostro tessuto di sogni e realtà, restituito dai frammenti luminosi del libro:
“gente felice/ fisiologica/ non teologica/ accoglienza festosa/…/ né Dio né padroni” (ONIROTOUR, p. 30);
“C’è qualcuno che scrive messaggi/ a gente volata in cielo/…/ Ciao Roberto se vedi mio cugino/ digli che lo pensiamo sempre” (AVANTI C’È POST, p.44); oppure, “Riposa in pace/rapido, esaustivo, sbrigativo/ rispetta i tempi di produzione” (RIP, p.46).
Sacralità laica, innervata negli umili e negli invisibili, alimenti di visione critica che non risparmia alcun ambito oligarchico, civile o religioso:
“i cardinali votanti/ ripassati col fondotinta/ per la diretta televisiva/ sfilavano austeri in una coreografia celeste/…/ sembrava un misical hollywoodiano/ mancava il tuffo di Esther Williams nell’acquasantiera/ e Fred Astaire coma Papa americano” (CONCLAVE, p.49);
“Cari fratelli/ care sorelle/ ce ne siamo date tante/ in ogni epoca storica/…/ ma siamo figli di Dio/ a sua immagine somiglianza/ sia fatta la sua volontà. (gaffe censurata)” (FUMATA BIANCA, p.55).
Del libro, abbiamo cercato di evidenziare i nuclei più evidenti di sensi e di registri espressivi, ma il testo è da scorrere, leggere e rileggere, in ogni sua pagina, ricca di emozioni e trascrizioni del proprio vissuto, altrettante stazioni di un percorso doloroso e gioioso, restituito – come sottolinea Anna Leone nella sua PRESENTAZIONE – con “una scrittura antagonista…di voce scomoda, non allineata, nel ventre crudo della parola” (pp.5-10). In tale quadro, trovano tuttavia spazio espressioni di tenerezza e gratitudine che cercano quella giustizia assente nel teatro del mondo contemporaneo, parole come quelle della lettera dedicata a Leo Ferré, maestro fraterno, cui è spinto a dirgli, davanti al ferale inventario offerto e sofferto; “Sì, Leo, con dolore ti dico che è meglio tu non ci sia.” (CARO LEO, p. 61-63)
La tensione e il progetto di questo memorabile libro, sono di trascrivere “le pieghe” di una “sindone pagana”, per “versare lacrime e umori/ in un calice sacro/ darmi la comunione/ assolvermi/ impotente a scrivere/ una poesia di materia e spirito”. (TRASCRIZIONE, p.33). E sono quasi le stesse esatte parole della ricerca leopardiana di una poesia materiale e lirica.
16 settembre 2026
Adam Vaccaro

Mauro Macario rappresenta una delle voci più sincere e forti dell’attuale panorama poetico contemporaneo. Si è sempre esposto, privilegiando la sua verità, la sua anarchia (è stato grande amico e sodale di Léo Ferré) alla grande ipocrisia sentimentalista del nostro tempo. Se c’è da affondare il colpo, Mauro non si tira certo indietro e lo fa ripudiando la retorica, ma lavorando sul materiale linguistico in maniera tanto ironica, quanto sofferta. La sua invettiva contro Netanyahu ne è un bellissimo e necessario esempio. È vero, per non essere politicamente corretti bisogna scavare anche in maniera impudica nel proprio dolore ed opporre agli idola tribus, alle parole d’ordine comandata, la propria ” laica sindone”. Qualche lettore, qualche uomo potrà forse riconoscere in quel foglio/lenzuolo le fattezze dell’autore, ma anche le proprie, non cancellate dall’infame meccanismo della massificazione. Complimenti a Mauro per la nuova raccolta e grazie ad Adam per la preziosa segnalazione.
Splendida anlisi, caro fratello Adam!
Riporto qui alcune mie righe sull’opera gigantesca di Mauro già postate in Fb.
Queste righe vogliono restituire a Mauro Macario, gigantesco Poeta e amico fraterno (”Scomposizioni” mi è giunto in dono alcuni giorni fa, accompagnato da un’affettuosissima e commovente dedica) il debito contratto con lui, in termini di vicinanza umana e di fare poetico. Da anni (penso alle potenti raccolte “Le trame del disincanto”, all’autoantologia “Il culto del disordine”, tanto per citarne due tra le più materialmente “corpose”) la poesia di Mauro è stata per me un “modello”, un punto di riferimento nell’indicare una via, un “modus poetandi” che solo i veri Maestri sanno trasmettere.
Anche in quest’ultima opera – lucidissima la “Presentazione” di Anna Leone – si ritrovano alcuni caratteri fondanti la poetica di Macario, il suo “modus” esemplare di fare poesia: “e io scrivo ancora poesie/ma non mi attardo/sul cinguettìo degli uccelli/o sui gerani ai balconi/vorrei dare/suono odore fiele/alle efferatezze umane”. E dunque “scavare/scavare tutta la vita/cercare un senso sepolto”. Ed i suoni, i ritmi, ora franti ora distesi e narrativi, i linguaggi adottati dal Nostro – attinti dalle più varie discipline, dalla medicina alla tecnologia, all’antropologia – la varietà di toni e di registri linguistici – che spaziano dall’ironia al sarcasmo più feroce, alla tenerezza malinconica ed elegiaca, dipingono un affresco bruciante e dolente del mondo contemporaneo, articolato tra vicende private e sferzanti fotogrammi di un tempo in cui la ferocia neoliberista ha stravinto, riducendo l’umano ad un avvilente e obbediente alieno che digita sullo smartphone e invia “messaggi/a gente volata in cielo”.
Questo il desolato panorama odierno, analizzato, indagato da Mauro qui e in tutta la sua opera. E se il Poeta si sente oggi ”un piccolo uomo/spaventato dalla vita”, specie ora che percorre “un’autostrada senza casello d’uscita”, tuttavia l’”animus” che nutre questi non è mai arreso, anzi, siamo di fronte ancora ad una poesia tesissima che non segue “nessun capobranco” (come scrive nel testo in ”incipit”), una poesia profondamente umana, che si arma di “un linguaggio carnale”, per “ascendere/dal ventre alla bocca”. Dove risuona l’eco dell’amato Leopardi, il desiderio di costruire una poesia materiale e lirica, che metta a fuoco dolori, delusioni, rabbie e illusioni di una vicenda antropologica, personale e collettiva, così densa e intensa da dover leggere e rileggere più volte ogni testo. Poeta come “confortatore e combattitore”, scriveva, appunto, il recanatese: non è forse questa la più autentica, profonda pulsione di chi scrive versi?
Memorabili e terribili, a titolo d’esempio, le liriche dedicate a Gaza, al genocidio in atto, dover “vedere i carnefici di Auschwitz/rifondarsi in Israele/e risentire a Gaza/l’urlo di Munch.” O, ancora, in “explicit”, il pugno allo stomaco de “I conti tornano”: “Erode/fece uccidere tutti i bimbi maschi/Netanyahu/ha incluso anche le femmine/da ragioniere pignolo” […] perché “uno sterminio non è tale/ se si esclude una parte della popolazione”.
Un Grazie di cuore, dunque, a Mauro Macario per la sua inesausta volontà di denuncia e resistenza, per queste “Scomposizioni” tanto preziose e necessarie.