Quattro foto sul muro – Francesco Sassetto

Pubblicato il 8 settembre 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

La memoria dovuta
In
Quattro foto sul muro, Francesco Sassetto, Arcipelago Itaca, Osimo, 2026
***
Adam Vaccaro

Ci sono in esergo di questa intensa raccolta di Francesco Sassetto, versi di una canzone di Ivano fossati, che dittano il nucleo creativo del Testo; “Come posso dire/ come passa il tempo/…/ come passalento”. Versi fatti propri dall’Autore per dire, “è così che si ripensa/ a tutto l’amore scritto”.
Il moto trascritto sulle pagine che seguono è dunque quello che va oltre quello vissuto e scritto. Un moto che combatte col tempo che passa – di un passare lento, vero e falso, perché è di un passo che sfugge, perché non è scelto e deciso da noi, e irride la pretesa di fermarlo, fissarlo in una immagine o in una pagina.
Ma questa sua irrisione ci incolla al muro del presente, degli attimi che viviamo e ci impongono di farne memoria, rovesciando la sua irrisione. Il senso di questo libro è questo, un corpo a corpo col tempo, che si fa materia resistente al suo deflusso impalpabile: noi siamo qui e siamo stati qui, anche se tu ci ignori. Siamo e restiamo qui, sul muro di un presente passato, che rimane grazie al presente mai passato della forma di tempo che chiamiamo memoria, che non è labile, ma tempo-di-carne viva che non muore finché questa memoria è viva. Vale a dire, non si può tenere viva la complessità della memoria senza il coinvolgimento del tempo sempre presente e sempre passato, custodito e vissuto dalla parte profonda della nostra identità, incarnata dall’inconscio.
Emergono con chiarezza alcuni nodi di senso lungo il filo rosso che li connette e ne è qualificato e strutturato. Filo di una memoria che è dovuta, imposta dalla re-sponsabilità etica di restituire il tempo ricevuto, rimasto appiccicato come una foto sbiadita su un muro che va oltre il presente, quale gesto testimoniale in faccia al nulla che si veste di eternità.
Un gesto che resiste solo se crea simboli, che nel libro si inanellano nella lingua natia, veneziana, e in immagini del repertorio memorale dell’Autore, rielaborate da Manuele Elia Marano. Citeremo per questa lettura alcuni versi, nella traduzione in italiano, sollecitando tuttavia la lettura nella musica del veneziano, abbinata alla visione delle immagini citate. Seguono pertanto citazioni enucleate in nodi principali di sensi lungo tale filo rosso resistente: Memorie formative, Cambiamenti epocali, Disvalori e dettami neoliberisti, Disgregazione e perdita di senso, Amore e morte.

Memorie formative:
“dalle suore di Cristo Re, ci insegnavano le orazioni/ che Dio è un amico che ti ama tanto. // …// chiudere in una prigione sicura/…/ bruciare sull’altare la loro giovinezza.” (p.24);
”da ragazzi si giocava a pallone in campo, mai segnato un goal/ …/ la vita somigliava a un pallone che non va/ dove vuoi, scappa via/ non l’acchiappi più. // Gli anni sessanta…costruire un Paese/ e distruggere una città/…/ fabbriche case condomini. // Arrivavano il frigorifero la televisione il termosisifone”, ma “finiva nell’immondizia il dialetto”, che è l’identità negata, “come finisce la giovinezza come/ si disfa ogni cosa si fa polvere // parole su biglietti cancellate/ quattro foto sul muto // da stare a guardare.” (p.25);
“si giocava ai soldatini gli indiani contro i cowboys / mia mamma mi raccontava le bestie arrivate nel Nuovo Mondo/ con i fucili e i cannono a derubare e sterminare / i popoli che da sempre vivevano là // Tutte balle i film di John Wayne. //…// Imparavo presto da che parte stare/ quali voci ascoltare //…// dove ti brucia il ventre/ ti batte il cuore. (p.27):

I cambiamenti epocali:
“su Povegli l’onda si allunga/ schiaffa alla riva alche senza fiato” (p.10);
“i soldi pochi/ per arrivare a fine mese// si riparava, si rappezzava…/ una tubatura, un’imposta, le tegole scheggiate…// E mio padre, mio zio, i loro amici operai/ tutti ad aiutare // io ero bambino/ stavo a guardare// mi sembravano santi…// La casa teneva duro…// Oggi la casa è nuova/ ristrutturata…// Dentro non c’è più nessuno.” (p.12);
“seduti sulle pietre a mangiare un panino/ all’una.// Sono quasi tutti albanesi, moldavi, africani…// quello che si dicono non si sa. // La rabbia di un tempo no/ quella non c’è più…// Madidi di sudore/ le labbra strette…// La gente passa sopra, nemmeno li guarda.// Loro restano là // sottoterra // dove il sole fa scura l’anima” (p.17);
“La partigiana sta là distesa su quattro blocchi di marmo tra le onde/ che sembrano accarezzare il suo bronzo, un braccio teso a indicare/ dove bisognava andare. // il 25 aprile tutta Venezia era là, a dirle grazie…// …/…a cantare bella ciao. // Oggi è sola nel silenzio, non va più nessuno/ e non siamo andati nella direzione che indicava.” (p.36):
“I ragazzi parlano poco una lingua strana/ – sepolto il veneziano – // un po’ inglese un po’ italiiano approssimativo” (p.39);
“mille amici in faceboock e nessuno la sera a fare due chiacchiere, guardare insieme la laguna che s’addormenta.” (p.40)

Disvalori e dettami neoliberisti:
Intanto “Venezia Patrimonio dell’umanità” (p.32) “l’hanno comprata come una prostituta // l’hanno gettata su un materasso/ er le sono m0ontati sopra, // A centinaia. // E noi zitti a guardare mentre la violentavano //…// Poi tutti, attori e figuranti, // tutti nella foto ricordo.” (p.33);
“Masud mastica poco l’italiano, ma ha capito bene qui come bisogna fare/ per fare presto i soldi. //…/ prega Allah se gli avanza tempo/…// Masud, bengalese nel cuore/ veneziano nelle tasche.” (p.34);

Disgregazione e perdita di senso:
“ogni tanto/ ti fermi a guardare/ vedi questo grande vuoto/ che tutto inghiotte/ nomi voci baci annegati/ nella nebbia di novembre. //…/ il senso di questo baraccone // questo correre su e giù // ma io… burattino da due soldi // non ho ancora capito” (p.42);
“lui crede alla moglie i figli i parenti gli amici/…/ ai giornali la televisione le partite di calcio //…// per non sprofondare un poco ogni giorno/ nel fango che inghiotte // e soffoca piano” (p.45);
“al mattino presto gente già stanca nel vaporino semivuoto, //…// l’anima aggrovigliata naviga a vista nella nebbia // senza più ridere/ senza più un grido” (p.46); (ultimi versi che ricordano la “lirica Casa al Mare di Eugenio Montale”);
“oggi i gabbiani divorano l’immondizia dai sacchetti abbandonati di notte/…// Al mattino un campo di battaglia/ cadaveri disfatti dappertutto/ lezzo di marcio e morte, // La gente li scansa. //m Fa paura la razza futura” (p.47)

Amore e morte:
“storie andate ballano in testa…/…//scrivo parole stracciate/…/ prima che sia ora di smettere” (p.8);
“in bianconero sulla riva/…/ la laguna nera/ ascoltava le onde //… // Le foto sono ancora là/ appese al muro/…incrostate di sale” (p.18);
“ghiaccio e nebbia // su una panchina alla Bragora con lei // baci fino a notte fonda/ batteva impazzito il cuore nelle sue braccia // la sua bocca // il sole della prima volta.” (p.21);
“di notte, a raccogliere freddo su freddo // basta baci sogni batticuore / da non dormire. // Una bella casa ristrutturata…/ …/ quando fa buio // come un sogno spento, (p.22);
“Giuseppe era già morto quando il proprietario gli aveva triplicato/ l’affitto del suo negozio, la sua vita./…/ Un magazzino colmo di scarpe/…// È andato via Giuseppe, il negozio sparito, nessuno/ lo vuole, troppo lontano dai percorsi dei turisti/ in questa città diventata una prostituta di lusso.” (p.35);
“andavi su e giù con il deambulatore per casa/…// per muovere le gambe. //…// È finito tutto una notte // Sei scivolata via piano/ con là.” (p.41);gli occhi chiusi // guardavi/ di

A caccia del senso perduto lungo il filo rosso del tempo, un termine risuona dunque replicato nel gong dei ritmi in cui si svolge, quel “passolento”, tempolento della canzone di Fossati, che ricorre con sensi contrapposti e ossimorici, sia per dirne le percezioni adiacenti della dinamica complessa, della biologica dell’inconscio.
Una dinamica di tempi lenti vissuti e sommati nelle cellule del corpo, contrapposte alla velocità dei cambiamenti epocali che in solo qualche decennio ci hanno travolto come uno tsunami sociale, economico e psichico, con sconvolgimenti pari a quelli di centinaia degli anni precedenti. Mutamenti così veloci e incessanti, che rendono impossibile una adeguata tempestiva elaborazione mentale. Il risultato è sgomento e impotenza, che unito a un resistente bisogno di senso e integrità, compone una complessità, quale quella articolata e soprattutto trasmessa dai versi.
Complessità che i versi, prima di ogni elaborazione da parte del Logos, riescono a far sentire. Il testo elabora cioè una forma di Adiacenza tra livello sensitivo e razionale, attraverso sequenze che sembrano dominate interamente dalle modalità di linguaggio dell’Io (Mod-Io), ma attraverso i ritmi che aprono varchi dei sensi, del corpo e, in ultima, dell’energia vitale dell’Eros. Ritmi innervati in sound musicali richiamati nel testo, anche con versi memorabili di Guccini. Ed è in questo sound, che Sassetto trasmuta nel proprio laboratorio espressivo, per connettere e trasmettere energia al piano alto della resistenza etica, alla ricerca di una Paideia volta al futuro, e quindi priva di ogni glassa nostalgica. Rimanendo dunque saldo su un piano che impone di non far ridurre in briciole il muro della memoria, senza il quale la direzione smarrita non sarà ritrovata.
E questo nucleo di senso, come ben rileva la Postazione Alfredo Rienzi, è un moto civico che coinvolge livelli di responsabilità politica, beninteso oltre retoriche ideologiche del politichese strumentale e degradato della attuale polis, prostituita e violentata al pari della città di Venezia. Alla quale Francesco dedica un testo, sopra citato, appassionato e furente, che ne fa non solo metafora ma simbolo della realtà più ampia, ormai completamente asservita al capitale finanziario globale.
È uno stato di tale degrado, violenza e orizzonti antiumani, cui non può essere contrapposto un poièin egolalico e parnassiano, rinserrato in squallidi e illusori affari propri. Quanto più minoritarie nel panorama contemporaneo, diventano preziose le ricerche di una Terza Riva espressiva, che pur rifiutando declamazioni retoriche e scontate, rinnovano una propria inattuale di parola leopardiana, materiale e lirica, quale quella di questa raccolta.
5 settembre 2026

Adam Vaccaro

3 comments

  1. Laura Cantelmo ha detto:

    Venezia, meravigliosa e fragile, ci fa pensare come sarà con l’innalzarsi del livello dei mari. Sassetto, con la sua straordinaria capacità di cogliere in un unico sguardo una realtà complessa, ci trasmette la sua rabbia e la dolente sensazione di una violenza subita, di una volgarità inarrestabile.

    Adam Vaccaro, molto sensibile alla tematica di Sassetto, ha ben enucleato il dolore e la sua furia, che il dialetto veneziano, dolce e anche un po’ sornione, trasmette con una sensazione di perdita e di devastazione, che hanno un nome: neoliberismo e logica di mercato. La memoria non può far altro che suggerire rimpianto e rifiuto del presente.

  2. Adam Vaccaro ha detto:

    Grazie Laura di questa tua bella sintesi, sia del libro di Francesco, che della mia lettura.

  3. francesco sassetto ha detto:

    Grazie di cuore Laura, Grazie di cuore Adam, per la vostra fraterna vicinanza, per aver così bene sentito il nucleo, il “grumo” centrale di questo mio libro. Di avene colto e sottolineato con vigore e passione l'”animus” di rabbia e impotenza, sì, Laura, è vero, rabbia e rimpianto di fronte all’incalzare feroce di un neocapitalismo – che piace a molti, purtroppo – che travolge sentimenti, bellezza, umanità. Della Venezia che ho vissuto da giovane, di quei rapporti di solidarietà, degli incontri, le “barufe” e i sorrisi non resta quasi più nulla. “Quatro foto sul muro”, appunto. E la consapevolezza amara che tale disumana dissoluzione di valori, etica, civiltà sia ormai globale, Venezia ne è solo un caso più appariscente, macroscopicoe metaforico ma il tarlo gelido dell’arricchimento furfantesco, della sete di danaro e potere (che non guarda in faccia niente e nssuno) credo stia putroppo sempre più erodendo le fondamenta di un’intera civiltà. Vi abbraccio forte, amici miei!

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