LA POETICA DI ADAM VACCARO
Tra memoria, materia e luce
Due poesie
Scintille, da La casa sospesa, Joker, Novi Ligure 2003, con postfazione di Gio Ferri
Biciclette, da La piuma e l’artiglio, Editoria&Spettacolo, Roma 2006, con prefazione di Dante Maffia
Lucrezia Lombardo
La poesia di Adam Vaccaro si sviluppa intorno a un rapporto molto intenso tra memoria personale, esperienza concreta e ricerca sul linguaggio. La sua produzione poetica, iniziata negli anni Settanta, attraversa diverse raccolte e mantiene costante l’attenzione verso ciò che costituisce la materia più profonda dell’esistenza: il lavoro, il corpo, la terra, gli affetti familiari, l’infanzia e il rapporto tra individuo e storia.
Tra le più toccanti poesie di Vaccaro si annoverano senz’altro Biciclette, del 1997, e Scintille: entrambe partono da episodi apparentemente semplici e quotidiani per trasformarli in occasioni di riflessione sul tempo e sul significato stesso del vivere.
In Biciclette il punto di partenza è un ricordo dell’infanzia legato alle estati molisane e alle corse in bicicletta. Il paesaggio viene immediatamente restituito attraverso una forte concretezza sensoriale: le “frotte di biciclette nel sole annegate”, la “polvere”, i “sassi”, le “cicale stordenti”, il cigolio dei freni e delle pedivelle, il sudore.
Non si tratta, però, di una semplice rievocazione nostalgica dell’infanzia. Vaccaro costruisce piuttosto un ricordo nel quale la bellezza e la durezza dell’esperienza sono inseparabili. La salita sulle “colline molisane” è fatica fisica, ansimo e sudore, ma nello stesso tempo diventa una forma di conoscenza. Particolarmente significativo è il personaggio di Sentenzio, che insegna ai ragazzi, attraverso un linguaggio quasi scherzoso e popolare, a “imparare a sudare le regole / del piacere”.
In questi versi emerge uno degli aspetti più interessanti della poetica di Vaccaro: la capacità di trasformare un’esperienza concreta in una riflessione esistenziale senza abbandonare la dimensione materiale. La fatica non è semplicemente qualcosa da sopportare, ma diventa una condizione attraverso cui raggiungere il piacere.
Anche il gioco infantile contiene quindi una prima educazione alla vita: conoscere il limite, affrontare la difficoltà e scoprire che proprio dentro lo sforzo può nascere una forma di libertà e di felicità. La poesia, tuttavia, assume progressivamente una dimensione più drammatica. Dopo la salita arriva la discesa, vissuta dai bambini “a testa in giù come siluri dalla guerra / ormai finita”. Il riferimento alla guerra e alla condizione dei padri che “scappavano in cerca / di fortuna e schiavitù” amplia il ricordo individuale fino a comprendere la storia collettiva.
Il Molise dell’infanzia non è soltanto il luogo del gioco, della luce e delle biciclette: è anche una terra segnata dalla povertà, dall’emigrazione e dalla necessità di cercare altrove una possibilità di vita. Il ricordo, dunque, non idealizza il passato, ma ne conserva insieme la bellezza e la sofferenza. Il finale della poesia rompe bruscamente l’incanto infantile. La “testa rossa / scomposta da un invisibile sasso” introduce la morte, o comunque la violenza improvvisa che interrompe il gioco. Quel sasso diventa quasi un simbolo: è “incastonato nel piacere di una nuvola bianca / di calzoni corti e biciclette anni ’50”. La memoria appare così come uno spazio nel quale convivono elementi opposti: felicità e tragedia, innocenza e perdita, luce e dolore.
La poesia non cancella ciò che è accaduto, ma conserva questa contraddizione, impedendo che il passato venga trasformato in una semplice immagine nostalgica. Un procedimento simile si ritrova in Scintille, ma questa volta il ricordo è legato alla figura del padre e al lavoro artigianale. Il poeta ricorda il padre mentre affila gli scalpelli nella sua bottega di falegname. Anche qui l’attenzione è rivolta agli oggetti e ai gesti concreti: la mola, la mano sulla manovella, il rumore del lavoro, le scintille che si staccano dal metallo.
Il padre ordina al figlio di girare “più forte”, mentre cerca di proteggere gli occhi dalle scintille. È una scena popolare e quotidiana, quasi minima, ma nella memoria del poeta assume un valore simbolico molto più ampio. Le scintille vengono infatti trasformate dall’immaginazione poetica in qualcosa di misterioso: “come pianeti finiti”, oppure come piccoli frammenti di luce che sfiorano “il braccio, la fronte”. Il lavoro manuale diventa così un’esperienza cosmica, che canta la fatica e l’autenticità della vita, che si da’ solo nelle cose terrigne e toccate. La materia pertanto non è mai inerte nella poesia di Vaccaro, ma attraverso il gesto umano si sprigionano luce e significato.
La scintilla, così, è contemporaneamente un fenomeno fisico e un’immagine della memoria, ed è un frammento di passato che il poeta vorrebbe conservare: “E se avessi potuto / spillarne uno, uno, / di quei momenti di lucefuoco”. Proprio l’espressione “lucefuoco”, scritta come una parola unica, è significativa della ricerca linguistica di Vaccaro, che tende a mettere in relazione parole e immagini, fondendole quando necessario per esprimere una realtà che il linguaggio ordinario non riesce a contenere completamente. La sua scrittura è infatti caratterizzata da una forte tensione sperimentale: la sintassi può spezzarsi, le parole possono accostarsi in modo insolito, il ritmo può seguire il movimento del pensiero e della memoria più che quello di una struttura metrica tradizionale.
Il linguaggio cerca dunque di riprodurre la complessità dell’esperienza. Nella seconda parte di Scintille, il ricordo personale si trasforma esplicitamente in una riflessione sul presente. “Ci sono specie di giorni” in cui è ancora possibile “arrampare grani di sole” e sentire sul viso uno “sfrigolio” più acuto. La memoria non è perciò qualcosa di definitivamente concluso, ma il passato continua a riemergere nel presente attraverso sensazioni, immagini e improvvise illuminazioni, tanto che la scintilla diventa il simbolo di un momento di conoscenza che non può essere completamente trattenuto, ma che la poesia tenta di catturare.
In entrambe le poesie è quindi evidente il rapporto tra memoria e materia. Vaccaro non ricorda in modo astratto: ricorda attraverso il corpo e i sensi. In Biciclette ci sono il sudore, la polvere, la luce, i sassi, il rumore delle biciclette; in Scintille ci sono il calore, il rumore della mola, il metallo e la luce improvvisa del fuoco. La memoria passa attraverso la materia e proprio per questo riesce a diventare poesia, dando vita a una tendenza che potrebbe essere definita “materialismo lirico”, per cui il passato e la condizione di fatica degli umili non vengono semplicemente raccontati, ma quasi nuovamente vissuti. Anche il tema del lavoro assume pertanto un ruolo centrale.
La fatica dei ragazzi sulle colline e il lavoro del padre falegname appartengono a due esperienze differenti, ma sono accomunate dall’idea che il rapporto con la realtà passi attraverso il corpo e attraverso il fare. Il lavoro può essere duro, persino doloroso, ma è anche un modo per entrare in contatto con il mondo e comprenderlo. In questo senso, la poesia di Vaccaro sembra opporsi a una concezione puramente astratta della letteratura: la parola poetica nasce dalle cose, dai gesti e dalle esperienze vissute. Un altro elemento fondamentale è il rapporto tra luoghi e identità. Bonefro e il Molise rappresentano per Vaccaro una sorta di luogo originario, che continua a vivere nella memoria anche dopo il trasferimento a Milano.
Il poeta non sembra però contrapporre semplicemente un Sud autentico e un Nord estraneo. Piuttosto, porta con sé il proprio passato e lo mette in dialogo con l’esperienza successiva. La distanza geografica diventa così anche una distanza temporale: tornare attraverso la poesia ai luoghi dell’infanzia significa interrogare ciò che si è diventati. La poetica di Adam Vaccaro può dunque essere letta come una continua ricerca di frammenti di luce dentro la realtà, anche quando questa realtà è segnata dalla fatica, dalla povertà, dallo sfruttamento sociale, dalla perdita e dalla morte.
Le biciclette e le scintille sono due immagini emblematiche: entrambe appartengono a esperienze concrete e infantili, ma diventano simboli di qualcosa di più profondo. Le biciclette rappresentano il movimento, il gioco, la scoperta del mondo e insieme la fragilità dell’esistenza; le scintille rappresentano invece la capacità della memoria e della poesia di far riemergere improvvisamente un frammento di luce dal passato. In definitiva, la poesia di Vaccaro nasce dall’incontro tra esperienza individuale e storia collettiva, memoria e presente, corpo e linguaggio, materia e immaginazione, società e intimità. La sua scrittura non cerca di allontanarsi dalla realtà, ma di penetrarla fino a trovare, nelle cose più semplici, una verità più ampia.
Biciclette e Scintille mostrano bene questa capacità: un gruppo di ragazzi che pedala sulle colline e un padre che affila uno scalpello diventano occasioni per interrogarsi sul tempo, sulla perdita, sul lavoro, sull’identità e sul senso stesso del ricordare. La poesia, in questo modo, diviene proprio quella “scintilla” capace di sottrarre per un istante gli affetti all’oblio e di trasformare un frammento di vita in memoria condivisa
8 settembre 2026
Lucrezia Lombardo
Biciclette
Frotte di biciclette nel sole annegate
imbiancate tra polvere e sassi arrampicate
sulle colline molisane spietate e ricche
di cicale stordenti in coro ininterrrotte
al cigolìo di freni selle e pedivelle
tra ansimi e perle silenti di sudore
Sentenzio sciamando in cima tra sogni
castagni e quercioli col cuore balbettante
nei calzini gridò tra risate e pernacchie
a quell’impasto di luce e fatica un modo
a suo dire d’imparare a sudare le regole
del piacere s’una forma di piacere delle regole
In discesa a testa in giù come siluri dalla guerra
ormai finita al sol dell’avvenire cui nemmeno Sentenzio
sapeva che dire mentre i padri scappavano in cerca
di fortuna e schiavitù a noi sembrava bastare
quella scodella di polvere luce e sassi bianchi
fino a quando
ci ritrovammo muti
attorno alla testa rossa
scomposta da un invisibile sasso – impietoso sasso
incastonato nel piacere di una nuvola bianca
di calzoni corti e biciclette anni ’50
***
Scintille
Capitava a mio padre di affilare scalpelli
Nella sua tana dalla volta gobbata
– schioppata dimenticata – di falegname.
La mola girava e sputava scintille e io giravo
giravo a manovella, più forte, diceva
mio padre, più forte, e la mano sugli occhi.
Ma le scintille spulciavano l’aria
come pianeti finiti, o baciavano appena
il braccio, la fronte.
E se avessi potuto
Spillarne uno, uno
di quei momenti di lucefuoco.
Ci sono specie di giorni in cui succede
D’arrampare grani di sole, di sentire sul viso
Uno sfrigolio più acuto
Che preme e vorresti inchiodare
Stralunato e sordo al comando
Insistente mutourlante: gira, gira più forte!

Poesie di memoria e di fatica, restano belle nel tempo per la loro freschezza e intensa verità umano di un periodo lontano anni luce dall’oggi, Un’epoca fresca di speranza, quando si credeva che la civiltà sarebbe sempre stata più vicina all’essere umano. Invece…
Lucrezia Lombardo ha nitidamente commentato i versi di Adam, analizzando e mettendone in risalto le immagini e la ricerca linguistica, quando i suoi versi non si erano ancora inaspriti di fronte alla distopia odierna che lui, come noi, vive con grande amarezza.
Una nota perfettamente adiacente, direbbe Adam.
Grazie Laura della tua nota a commento, di restituzione dei sensi dei testi e della intensa lettura di Lucrezia
Le scintille spulciavano l’aria. Un’aria con la sua immobilità e solennità dei gesti! Bell!