Solitudine e Comunità – Fabio Dainotti

Pubblicato il 24 gennaio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Solitudine e Comunità

Fabio Dainotti, Per gente sola, Book Editore, Padova, Gennaio 2026, pp. 108

Con Prefazione di Luigi Fontanella e Postfazione di Vincenzo Guarracino

Adam Vaccaro

Per la lettura di quest’ultima raccolta di Fabio Dainotti, devo riconnettermi ai rilievi fatti con la mia recensione del precedente L’albergo dei Morti, del 2023. Evidenziavo in essi: “il testo si svolge in sequenze e personaggi del teatro memoriale dell’autore, che dà forma a un reale e immaginario camposanto”. Dopo di che aggiungevo: “Ne scaturisce un impegno etico e di amore per la vita”. Con Fabio seguirono scambi, con utili conferme del senso implicito che avevo rilevato, con cui ribadiva: “Credo che la poesia abbia funzione di diletto e di elevazione…dell’animo quindi del sociale essendo ognuno inserito nella Società“. In tale “quindi” c’è la sintesi di una visione espressiva eticosociale, articolata in ciò che da parte sua definisce “contredanse della creazione letteraria”.

Ne deriva uno stile, che accentua anche in questa raccolta il “percorso al contrario”, lungo i rami e i frutti negativi, al fine di evocare il dolore di ciò che manca, fonte dell’inesausto bisogno antropologico di comunità, negato dai fondamenti del postmoderno neoliberista, che afferma, parola di M. Thatcher: “la società non esiste, esistono gli individui”. Sono i frutti malati tra i quali viviamo, di egocentrismi che si nutrono di hybris narcisiste, che negano se stessi, nella illusione di esaltarsi. Ne deriva una parola che diventa icona scabra e impietosa di tali condizioni irrisolte e patologiche. Una parola che pare a tratti un rosario arreso a un inventario immobile sulla superficie di povertà umana, che nega fessure di uscita, o profondità capaci di immaginare Altro e Oltre. Credo tuttavia che questi testi li evochino, mossi dalla coscienza critica della eliotiana terra desolata della realtà contemporanea, che non può non partire dalla coda, mi diceva, ”scavata nella mia vita, come scrive Ungaretti”. Di questa, i testi si fanno immagine verbale, con versi singoli spersi e resistenti sulla pagina bianca, che appaiono quasi reperti rupestri di una condizione desolata che urla piano. Ed è un ossimoro che rimane in noi, al pari di quello straordinario nucleo adiacente ungarettiano: “si sta come d’autunno, sugli alberi le foglie”. Foglie che dondolano sui rami “della mia vita”, che non esisterebbero senza l’humus della profondità sottostante, fonte di “succhi…di tutti gli uomini”, mi ribadiva ancora Fabio in quegli scambi. Ogni foglia è perciò voce e musica priva di senso, se perde la coscienza della connessione con tutto ciò che la alimenta. Per cui, Vincenzo Guarracino nella Postfazione sintetizza: “un libro che è insieme confessione e osservatorio, specchio e teatro del vivere”. Sì, del nostro vivere, qui e ora.

Il libro è strutturato in due sezioni, L’ORIGINALE MOSTRARSI, e REMEDIA Cose da fare, che potresti fare interconnesse dallo stesso filo rosso, critico, etico e affettivo, seppure svolto con accenti diversi nei loro attraversamenti tra superficie e profondità.

Della prima sezione (pp. 19-69), cito alcuni versi:

– “…i muri conservano qualcosa,/ di chi è vissuto prima:/ un alito, una muffa,/ un singhiozzo, una rima”;

– Negli abbaini gente/ sola si sdraia, fuma, pensa, sogna.”;

– “Le strade sono luoghi d’imprevisto/incontrarsi con gente d’ogni tipo, d’ogni risma.”;

– “Persone sole, anche sposate,/ negli alveari dormono, d’estate,/ un piede spunta fuori dal sudario.”

– “E pensa a tante vite (tanta gente)/, gettate nella storia, inutilmente.”;

– “L’uomo si siede sulla panca, è solo;/ e si prende la testa tra le mani.”

– “L’uomo solo si infila in una chiesa,/ quando fa caldo, piange, prega.”

– “Sosta sulle banchine l’uomo solo/ a vedere i piroscafi partire”;

– “Vorrebbe l’uomo solo stare altrove:/ in un posto qualunque.”

– “In fuga da sé stesso…/ ma se attraversa il mare, può trovare,/ sul molo, un altro sé ad aspettare.”;

– “A volte credi di essere già morto/ e camminare solo in mezzo a tanti/ che si credono vivi”

Sono versi di un Soggetto Scrivente deprivato di Comunità, per cui gente, è la parola più ripetuta, quale segno della dolorosa mancanza vissuta, ma che qui fa rima con inutilmente. È l’utero epifanico di versi “sfilacciati ed erratici”, come rileva Luigi Fontanella nella sua Prefazione, in cui “Si respira” la condizione non singola ma generale, di un ”vivere sospeso di gente presente e insieme assente…dentro una dimensione semi-onirica”. Entro la quale, il testo si misura con un contesto dominato dal vento distopico, violento quanto pervasivo, di una realtà che già mezzo secolo fa, venne immaginata e disegnata da George Orwell, nel suo geniale 1984.

La seconda sezione (pp. 71-101 ) rende esplicito, sin dal titolo, l’imperativo etico, che nella prima era implicito, nella contredance del suddetto percorso al contrario inanellato. Di essa scelgo i versi che seguono:

– “Hai provato lo strazio, la ferita/ dell’abbandono./ Ma ora prendi in mano la tua vita.”;

– “Tra le rame più alte c’è uno svolo/ di uccelli, s’intravede il cielo”;

– “Potresti chiamare qualcuno/ sentire il suono di una voce umana/di una persona viva”:

– “Puoi fare certi numeri al telefono,/ e parlare con donne a pagamento.”;

– “Puoi andare a puttane, per parlare/soltanto; senza fare;/ sognare di redimerne/ qualcuna, da sposare”;

– “Accompagnarti a un altro emarginato/ come te, un disperato”;

– “Qualcuno che ti chiami per la strada,/ ti riconosca, agiti le braccia. / Qualcuno che ti tolga la patente/ di nullità sociale dalla mente.”;

– “Ascoltare la musica, nel buio,/ le tue pene nascoste rischiarare.”

Lo strazio dunque continua a cercare uscite, che però lucidamente rifiuta soluzioni semplici di una condizione storica, con la quale ciascuno di noi deve misurarsi. In chiusura, il libro irride a pretese precotte e psicologiche di “consigli che si possono dare”, rispetto a una complessità epocale, in cui anche chi coltiva l’utopia di una ripresa di senso di comunità, avverte l’io/tu, che il problema è di massima complessità socioculturale, che non può che coinvolgere tempi lunghi, mentre nel breve i consigli individuali rimangono spesso scatole vuote e retoriche, talché il sarcastico avviso della chiusa: “forse sai sbagliare anche da solo”.

È l’ultimo verso di questo libro che mentre attraversa un deserto, non rinuncia al bisogno imperativo di “Cose da fare, che potresti fare”, alla ricerca di Uscite e Oasi di salvezza umana.

Adam Vaccaro

2 comments

  1. Laura Cantelmo ha detto:

    Stati d’animo ed atmosfere non nuove. Questo mondo travolto dalla follia rende sempre più soli, seppure resti, inesausto, il desiderio di vita.
    Grazie per questa illuminante nota di lettura, Adam.

  2. VACCARO ADAMO ha detto:

    Grazie Laura del commento e della condivisione

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