Le Apocalissi disattese di Vito Davoli

Pubblicato il 20 gennaio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Le Apocalissi disattese del menù à la carte di Vito Davoli

Vito Davoli, Tanto vale chiamarle Apocalissi, Mas vale llamarlas apocalipsis, Ed Tabula Fati, 2025
Con testo spagnolo a fronte, Prefazione di Guido Oldani e Postfazione di Gianni Antonio Palumbo

Adam Vaccaro

Questa raccolta di Vito Davoli è una sirena accesa che scuote le nostre speranze e illusioni, lungo le derive sociali e antropologiche, sempre più implacabili di questi ultimi decenni:
“Non è soltanto sovraffollamento/ né la stanchezza può mai essere una colpa/ provata dalle percosse dei giorni/ come un macigno lanciato su un formicaio/ dentro un paese e un mondo/ in cui ci si dimena come vermi/ fra la necessità e l’autodifesa//…formiche eccitate ed affaccendate/ fra briciole di pane e ingressi nelle tane” – I FORMICAI (p. 33)
Sono parole impietose che si inerpicano dai polpacci ai capelli e non lasciano scie consolanti. Non è tempo di lenire attese impossibili, anche se sono suoni sgraditi ai sogni, in un tempo sommerso nella nebbia di falsità narrate dai timonieri, che disegnano orizzonti di grovigli caotici delle nostre miserie e dei loro privilegi tra scogli narrati come approdi felici.
Che fare, dunque, se la coscienza del sole resistente, scioglie in lucide perle la nebbia sottostante?

“recuperare anche gli errori/ le intenzioni e l’audacia/…e riaccendere il fuoco” (RECUPERARE, p.13), anche se “c’è talmente poco spazio qui” e “il senso estremo della libertà/ è chiuso sottovuoto// sotto la lingua d’alluminio della confezione” (LA CONFEZIONE, p. 17)
Denuncia critica, con risposta cruda, altrettanto irridente e fulminante di un ghigno di Marziale. alle falsificazioni confezionate dalle narrazioni della Verità ufficiale.
Ma resiste in noi il brillio che scioglie la nebbia, che rivendica; “no, non siamo tartufi/ nessuno può comprenderci a naso/ non siamo compartimenti stagni/…/ ché dalle crepe entrano luce ed aria” (CANI DA TARTUFO, p.19).
Il libro è innervato nel Nomos del Realismo Terminale, talché la prefazione è di Guido Oldani, che ne ha la paternità, una visione articolata su tre fondamenti: i crescenti accatastamenti di uomini e cose, incantamento oggettuale prevalente rispetto ai fulgori della Natura, similitudini metaforiche rovesciate per il predominio delle emozioni prodotte dagli oggetti, rispetto all’orizzonte naturale. In tale contesto, pur senza alcuna mozione nostalgica, la creatività umana è spinta a mettere come termine di confronto metaforico la realtà ipertecnologica e artificiale, rispetto a quella vissuta in ambiti naturali.

Parte dunque da qui il moto creativo di Vito Davoli, con un atteggiamento – come sottolinea G. A. Palumbo nella sua approfondita analisi ermeneutica in postfazione – di “topos humilitatis”, di dichiarato debito alla costellazione oldaniana, persino con un testo poetico dedicato. Ma, anche per me, in lui è altrettanto radicata e autentica fonte di moto della propria identità, che fa rima con libertà di ricerca del creator irriducibile.
Vito perciò, da poeta maturo, fa del Nomos R.T. un predellino di arricchimento del proprio percorso autonomo (come rileva nella sua Prefazione anche Oldani), entro la ricchezza di convergenze parallele del canone-non-canone, tra gli approdi preziosi da salvare dello scrigno innovativo del novecento, nella poesia e nell’arte. Rispetto al quale occorre aggiungere – condiviso con Oldani – che la sua fascinazione ha poi generato scie di epigoni con testi senza realtà e senso.
La complessità intra e inter-soggettiva, se rompe binari canonici secolari/millenari, di timbri e frutti di altri contesti ed epoche, pone la creatività scrivente nel paradosso di custo-dire e superare, da me sintetizzato col termine Adiacennza. E che ritrovo trasmutato nelle disperate-vitali cantiche di Davoli, di luminosa rivendicazione ossimorica dell’umile orgoglio, di un menù à la carte.
La rivendicazione di dignità e verità, senza orpelli di retorica e menzogne, implica insofferenza, critica e autocritica. È il dono dell’umiltà, se intesa come odio delle supponenze dilaganti, quale base di crescita di sapienza umana liberata nel brillio del poièin. L’azione critica, senza capacità autocritica riduce la prima a versi da grillo parlante. Rispetto ai quali, le citazioni che seguono sono pietre libere à la carte, che rompono ogni piatto preordinato, e colpiscono Golia, ma non lasciano immuni nemmeno le illusioni di Davide:
“si è purosangue in redini speciali/ l’ho detto già una volta e lo ripeto/ ma il tempo è un disonesto croupier/ ed è il migliore dei mastri oleari/ da convinzioni setaccia la speranza/ e ne fa sansa.”, cui segue una chiusa magistrale: “si può essere stalloni in redini speciali/ e se non ci si sente imprigionati/ altro non si può dire che di aver fallito” (STALLONI, p. 77)
I mucchi di rifiuti liberi metropolitani (accatastamento di vuoti a perdere) offrono sapienze illuminanti: “c’è un frigorifero ch’è spalancato/ colmo fino all’orlo d’acqua piovana/…/quello non è un lago né pozzanghera/ come il pneumatico addosso al bimbo/ non è astronave né casa né abbraccio” (UN CAMPO, p.81), nel mentre che “piove luce in lontananza/ sulle onde del primo mattino”.
Sono versi cerniera di libera elegia materiale e lirica leopardiana, che si oppongono ai due che seguono in consonante chiave di realismo terminale; “il lungomare pare un bordo di padella/ crepita e sfrigola col bottino del sole/ un pullulare di baluginii di vita/ che sembra un fritto misto/ di abbagli e primavere profumate di abbagli. (LA PADELLA; p. 85). E a questi baluginii segue un testo esemplare della ricerca poetica di Davoli, che utilizza mentre fa esplodere e si prende gioco e va oltre giochi metaforici, per prendere alla gola questa realtà che sfugge di fallimenti e falsità, e rovesciarla sul tavolo: “la vita, quella vera, è un’ambizione/ che sfrigola di voglie e desideri/ e finisce per bruciarsi in padella.” (LA FRITTURA, p.87)
Così, il sole pallone da basket, esce e rientra nella natura, diventando “la luce dell’arancia, se lo tagli”. Immagine che poi Vito ne fa icona anche del suo profilo-avatar di rete.
Così, “la porta per un’altra dimensione/ un altro mondo, un nuovo ordine nuovo/ come molecole sbattendo a uno stargate/…/ la canna del cannone farà prima/….chi resta che possa perdonarci, / dallo stargate non ci passa tutti.” (LO STARGATE, p.93).
È un orizzonte a cerchio chiuso, cui anche l’Oltre del sacro non offre porte di uscita: “bella come un muricciolo a secco della terra mia/…./ è la mano dentro l’acquasantiera/ all’ite missa est del nostro canto/ rimasto nel silenzio dell’incenso” (SUL SANTUARIO DEL TUO CORPO SOLENNE, p.101).
Per cui la chiusa limpida e semplicemente umana è: “sintetizzare la lezione di Calvino/ senza parlare di persone e cose/ e trasformarla in canto./…/ con un saluto, grazie e arrivederci” (CALVINO, p. 103).

È la lezione trasformata in canto di tutto il libro, di una mano tesa nell’acquasantiera incarnata dall’Altro, non in cielo – in cui tra stelle lontane, brillano globi seduttivi senza verità – ma in tutti noi, che svestiti di metafore, metonimie e altre magie letterarie, restiamo affamati di vita: cerchio di luce sotto le vesti lacere di Tiresia, cieco veggente che il poièin pretende di incarnare, facendosi umile e irriducibile calco di una vita che rinasce, illuminata e impastata di terra.  Del realismo terminale, dunque, Davoli ha esaltato un ulteriore disincantato corpo a corpo con le terribili promesse apocalittiche dell’epoca contemporanea, dominata da criminali logiche imperialistiche, in cui siamo chiamati a scegliere, tra resa o resistenza pur utopica, sul crinale – quale ipotizzato anche dalla visione oldaniana – di un tragico e definitivo bozzolo-sarcofago di definitivo annientamento umano, o di premessa e promessa di un possibile bozzolo-farfalla di rinascita.
È solo da qui che “Quest’ossessiva ricerca del brillio” denuda l’“intento dell’oscuramento dell’altro”, sottolinea ancora G. A. Palumbo.

E anche per me è la chiave di un pensiero, una musica e un sentire critico adiacente, che parte dalla totalità del Soggetto Scrivente, tale se coinvolge i suoi vari livelli e linguaggi di testa, pancia e cuore.
Solo da qui si possono innervare versi che non restino imprigionati in giochi autistici, ma continuino a disegnare un altro mondo, disegno che appartiene a tutti e a nessuno, e chi vivrà vedrà.
19 gennaio 2026
Adam Vaccaro

2 comments

  1. Laura Cantelmo ha detto:

    Pur mantenendo ciascun poeta la propria identità e il proprio stile, sembra che una comunità disperata elevi un canto comune, un lamento su questo mondo che va a pezzi, pur in presenza di una rivendicazione di pochi “eletti” che con orgoglio si affidano a una intelligenza (artificiale) la quale, come obbiettivo, ha la cancellazione di ogni libertà e della democrazia. E noi sempre più disperatamente immersi nella nostra identità che si veste, volente o nolente, degli stracci consumistici, lottiamo per emergere e raccogliere ciò che resta dell’umano. Così l’energia vitale di Vito Davoli riesce ad fare, grazie a un inesausto desiderio di vita. Grazie anche di questa nota di lettura, Adam.

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