Anticipazioni – Gabriella Galzio

Pubblicato il 5 marzo 2026 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo.
Redazione di Milanocosa

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Rose e Spine di versi strappati alle Ombre

Testi inediti di Gabriella Galzio

Con una Nota di lettura di Adam Vaccaro

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Invio ad Adam Vaccaro, rispondendo alla sua richiesta, queste poesie connesse tra loro e che potrebbero confluire in una sezione dal titolo a me caro “Le rose di Gaza” (di un futuro libro). “La mistica della guerra” è stata inserita nella antologia Non nel nostro nome, ed è ispirata alla Palestina, così come “Bunker buster”. Invece, “La guerra non è più altrove” e “Le grandi assenti” sono nate sull’onda dei fatti in Ucraina. Purtroppo il filo che attraversa queste poesie è la violenza bellica (con le sue implicazioni), rispetto alla quale anche la poesia fa fatica a nascere, come attesta “Sono versi strappati alle ombre”. Ringrazio ancora dell’attenzione.

Gabriella Galzio

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Premessa
La lettura di queste poesie inedite di Gabriella Galzio, mi spinge a fare una premessa operativa. Anticipazioni è un progetto elaborato con Luigi Cannillo circa 10 anni fa, al quale si unirono prima Laura Cantelmo e nel corso dell’ultimo anno, Margherita Parrelli. Sono stati centinaia gli Autori e testi analizzati con sollecitazioni di varia natura, che ci hanno arricchito e lasciato tracce di sensi rilevanti. Nel corso degli ultimi anni sempre più travagliati dell’orizzonte storicosociale (a partire dalla vicenda Covid, poi in un clima di guerre, dall’Ucraina alla Palestina, con il genocidio israeliano del suo popolo), ma anche per altri impegni, abbiamo ridotto le iniziali regolari cadenze quindicinali. Avevamo da un lato bisogno di spazi maggiori di riflessione, dall’altro di testi più rispondenti alla gravità crescente del contesto nazionale e internazionale.
Ultimamente sono stato però spinto a riattivare il percorso di ricerca, proprio in relazione a tale aggravamento, che assume caratteri sempre più catastrofici e distopici. Mi sono impegnato, l’anno scorso in diverse iniziative curate con Massimo Pamio, dal Manifesto in difesa della dignità violata, proposto e sottoscritto da centinaia di Autori, alla Antologia Non nel Nostro Nome. Iniziative mosse dal fine di sondare e sollecitare le presenze della cultura, non solo i poeti, a dare testimonianza di un resistente pensiero critico libero, capace di una creatività tesa a riaffermare il bisogno di un’altra prospettiva di relazioni umane. Per le stesse tali ragioni, ho sollecitato Autori/Autrici che considero sensibili alle problematiche sopra sintetizzate, come bisogno di coagulo di energie resistenti rispetto a un contesto sempre più disgregato e degradato. Dopo di che è seguito il recente post dedicato a inediti di Maria Pia Quintavalla, (A.V.)

E ora diamo spazio ai versi che seguono di Gabriella Galzio.

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Bunker buster

…la paura l’ha divorato
meglio un agguato di notte
meglio un campo minato

le bolge infernali
sono più rassicuranti
dotate di infinita bellezza
di etica tensione

lì il vento scorre verticale
nell’infinito abisso
pronto alla risalita

qui invece il vento “di profondità”
si schianta orizzontale
a una temperatura di 3000 gradi

volti dissolti, evaporati
soffio, sabbia e nulla più

così narrano le rose di Gaza

*
La guerra non è più altrove

Vuotano gli arsenali e
le bombe esplodono
ma qui non si fa rumore
non si contano i superstiti
le lacrime non scottano
non ardono gli altari
qui nell’obeso Occidente
fanno razzia i divani
i clic a intermittenza
nel buio dei cellulari
i video a ripetizione
le algebre nascoste
di pigri sciacalli in pensione
non siamo seri là fuori
quando strilliamo alle armi
col cuore degli altri, leoni
ipocriti, gente da poco
tremassimo sulla linea di fuoco
ma presto i mezzi pesanti
avranno ragione dei vivi
colpiti nel mezzo degli occhi
i sogni a passi leggeri
vedo avanzare catastrofi
perle di nero liquame
schizzare su alberi inermi
vecchi che oltre non reggono
all’urto dei bombardieri
la guerra non è più altrove
non migrano le urla
eccoli i nostri morti
mai così prossimi ai vivi
sono già dentro i muri
della nostra vita tranquilla

*
La mistica della guerra

Uscirono straziando le cime degli alberi
fuoriuscirono dalle orbite
i missili sganciati sugli altipiani
e fu un fragore multiplo
di obici e pallottole
a pioggia sopra i muri
crepati delle case
loculi inceneriti
fiotti di sangue
inarrestati

Poi fu un nero silenzio
aberrante di lapidi a cielo aperto
di corpi distesi in preghiera
su lastre di ossidiana
spiccavano occhi azzurri di speranza
increduli fino alla demenza

Su questa voragine insaziata
ci fu ancora chi volle seminare morte
in preda al delirio urlando forte
il nome di Dio
lo sguardo allucinato

*
Le grandi assenti

Ballano i neuroni sulle testate dei giornali
le prime ore dell’alba gettate alle ortiche
la primavera che scotta dalle pagine del coro:
si rianima la guerra, si riarmano gli arsenali!
e l’anima già dissecca i pochi fiori aurorali
e l’oro che sgorga dai sogni, buttato al macero
dei primi titoli di testa e la loro gogna…
siamo già invasi tutti, invasi nell’anima
il nostro giardino intimo infestato di vespe
a due passi dalla sorgente lo scolo velenoso
la guerra invade la psiche con i suoi tarli
premia le bombe: ma chi l’ha decisa?
chi presta giuramento? perché non disertano?
non fanno marcia indietro da questa età del piombo?
Continuano gli appelli, la mente infuria
in questo scorcio di notte, agitata da scintille
vano invocare il sonno, al passo nucleare degli eserciti.
Dovrebbero dividere, le donne le loro sorti
da quelle degli oligarchi, da tutti i poteri accerchianti
del proprio stesso aggressore disertare i letti.
Le grandi assenti, le donne dei dominanti
chi avete a fianco? con chi consumate commerci?
Avete svenduto l’amore, ridotto a merce di scambio
il fine pulviscolo d’oro, a nera polvere da sparo.
Avete profanato il tempio, e noi ora privi,
il nostro tempio è un bunker
dove nemmeno i pensieri respirano
e la luce dell’alba accomuna
plumbea e pesante
i cieli dei morti e dei vivi.

*
Sono versi strappati alle ombre

Sono versi strappati alle ombre
a quel poco di luce che dentro si aggira
furtiva dopo un diluvio di morti
quasi una musica afona ma continua
che non si stanca di darmi assedio
più forte del mondo assordante là fuori
la lascerò entrare dal retro
come si fa con gli amanti
che lungimiranti
coltivano il desiderio

*
Nota Biobiblio

Gabriella Galzio, poeta e scrittrice. Libri di POESIA: Fondali (1993), La buia preghiera (Campanotto,1996), Sofia che genera il mondo (I Quaderni del Battello ebbro, 2000), Apocalissi fredda (Agorà, 2001), Ishtar dagli occhi colmi (Moretti & Vitali, 2002), La discesa alle Madri (Arcipelago, 2011) e Breviario delle stagioni (Agorà, 2018). Libri di NARRATIVA: Romanzo di formazione Voglia di partire (Moretti & Vitali, 2021). Libri di SAGGISTICA: Ritorno alla Dea (Agorà, 2022). RIVISTA: Ha fondato e diretto “Fare anima. Semestrale di poesia, poetica e cultura”, ediz. Studio d’Autore. Ha partecipato a programmi RAI sulla poesia (“L’altra edicola” e “Festival di Sanremo della poesia”) ed è presente in antologie. È stata tradotta negli USA per il Festival – e l’omonima antologia poetica – “Le acque di Hermes” (Università di Charleston), in Germania (poesie e intervento poetologico) per la rivista “Matrix” e in francese per la rivista “Traduzionetradizione”.

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Nota di Lettura

Questi versi di Gabriella Galzio ci offrono un’eco quanto mai rispondente alla mia premessa. Sono versi che danno conto limpidamente delle mozioni critiche e sensitive da cui sono nati. Per cui mi limiterò ad aggiungere poche note a commento, se non la gratitudine di una articolazione verbale a cuore e mente aperti, di rose ricoperte di spine dolorose in un giardino devastato dalla violenza e insensatezza dei vertici del dominio globale. I quali si palesano sempre più i peggiori esponenti del genere umano, generati da una struttura economico-sociale che qualifica come massimo vertice di civiltà umana l’approdo attuale, in cui poche centinaia di persone hanno il diritto di appropriarsi del 90% della ricchezza del mondo, lasciando miliardi di esseri umani nella disperazione e nella fame. Persone inondate dalla ideologia neoliberista che li illude di poter andare dove vogliono, purché rimangano merce ed esercito di riserva del saggio di profitto, che si rivela e spara brutalmente se sente minacciata la propria legge.
Si innescano logiche di caos violento e senza uscite di dignità umana, in cui le storiche divisioni politiche tra destra e sinistra sono rideclinate tra chi difende una falsa libertà e chi la nega brutalmente, con nessuno dei poli/polli politici contrapposti che eserciti una critica verso l’alto, del banco finanziario dietro le quinte, gestore effettivo del gioco e delle sue logiche economico-sociali: motore di una struttura di ricchezza e potere concentrati, con guerre continue tra i diversi suoi detentori mondiali, e riduzione dei popoli a beccarsi l’uno contro l’altro, come polli di un Renzo, che non mette in discussione il braccio multiplo di drago imperialistico che li tiene sottomessi.
È un contesto che pone a chi cerca il suo superamento entro un altro orizzonte di civiltà, per quanto utopico esso sia, la domanda: hanno diritto gli esseri umani di immaginare e sperare di restare umani? Ed è la domanda cui queste poesie inedite di Gabriella Galzio a loro modo rispondono, dando nome agli squarci dell’inferno storico offerto e sofferto, con orrori peggiori di quelli disegnati lungo le spirali delle bolge dantesche:
“le bolge infernali/ sono più rassicuranti/ dotate di infinita bellezza/ di etica tensione”, rispetto a “volti dissolti, evaporati/ soffio, sabbia e nulla più// così narrano le rose di Gaza”
Dopo di che gli occhi di vetro ferito: “Vuotano gli arsenali e/ le bombe esplodono”, mentre “qui nell’obeso Occidente/…/ di pigri sciacalli in pensione/…/ vedo avanzare catastrofi/ perle di nero liquame/ …/ della nostra vita tranquilla”.
Così, tra “loculi inceneriti/ fiotti di sangue/ inarrestati”, “Su questa voragine insaziata/ ci fu ancora chi volle seminare morte/ in preda al delirio urlando forte/ il nome di Dio/ lo sguardo allucinato”. “Poi fu un nero silenzio/ aberrante di lapidi a cielo aperto/…/ spiccavano occhi azzurri di speranza/ increduli fino alla demenza”.
Sicché suonano giuste ma angosciose e inefficaci, domande sospese e in attesa di risposte: “la guerra invade la psiche con i suoi tarli/ premia le bombe: ma chi l’ha decisa?/ chi presta giuramento? perché non disertano?/ non fanno marcia indietro da questa età del piombo?”, così, “Ballano i neuroni sulle testate dei giornali//…/ si rianima la guerra, si riarmano gli arsenali!/ e l’anima già dissecca i pochi fiori aurorali/…/ Continuano gli appelli, la mente infuria/ in questo scorcio di notte, agitata da scintille”
Una furia critica, necessaria e vitale, che non risparmia nemmeno le sorelle travolte e corrotte del genere femminile, proprio perché è nucleo fondante della visione matriarcale di Gabriella:
“Le grandi assenti, le donne dei dominanti/ chi avete a fianco? con chi consumate commerci?/ Avete svenduto l’amore, ridotto a merce di scambio/…/ dove nemmeno i pensieri respirano/ e la luce dell’alba accomuna/ plumbea e pesante/ i cieli dei morti e dei vivi.”, sotto cui quelli che seguono “Sono versi strappati alle ombre/ a quel poco di luce che dentro si aggira/ furtiva dopo un diluvio di morti/ quasi una musica afona ma continua/…/…/ più forte del mondo assordante là fuori/ la lascerò entrare dal retro/ come si fa con gli amanti/ che lungimiranti/ coltivano il desiderio”.
Lo splendore della vita si riafferma, in questi versi, nell’intreccio adiacente, tra pensiero critico e visione, che ritrovano aria, luce e respiro solo se interconnessi e alimentati nel fuoco resistente dell’Eros.
5 marzo 2026

Adam Vaccaro

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