Le Apocalissi disattese di Vito Davoli

Pubblicato il 1 marzo 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Vito Davoli, Tanto vale chiamarle Apocalissi, Tabula Fati 2025

A che punto è la notte?

Laura Cantelmo

La rappresentazione distopica del mondo globalizzato offerta da Vito Davoli in questa silloge scritta con piglio energico e con sincera rabbia e dolore appare talmente veritiera e toccante che ben le si addice una semplice domanda, tratta dal tragico Macbeth di Shakespeare: “A che punto è la notte?”.Attenendosi ai temi e agli strumenti canonici del Realismo Terminale, movimento poetico fondato da Guido Oldani, la silloge sembra fornire al lettore più di una articolata risposta a quella cupa interrogazione. E la malcelata ironia del sottotitolo “esercizi”, nel manifestare l’umiltà dell’allievo che onora il Maestro è anche rivendicazione della propria autonomia e chiara anticipazione delle sue innegabili capacità poetiche:” Ti sono così grato […] che preferisco accompagnarti in cucina/o meglio attenderti al tavolo/purché il menu resti sempre à la carte” (pag.15).

L’immagine del pianeta affollato da esseri umani di ogni ceto e razza “che si dimenano come vermi/tra necessità ed autodifesa” (pag.33), di città nelle quali vivono accatastate – parola chiave del Realismo Terminale – persone simili a merci di scarto, è un inferno che supera l’oscurità dello spleen di Baudelaire e induce alla ricerca di tormentose vie d’uscita. Lo stesso paesaggio raffigurante lo stato a cui, senza limiti né pudore, ci ha ridotti il sistema socioeconomico imperante, pare sospeso nella disperata aspettativa di “un nuovo ordine nuovo”, “un’altra dimensione” (pag. 93) a cui solo pochi potranno accedere. Con l’avverarsi di quanto Marcuse nel suo L’uomo a una dimensione pre-vedeva, o già constatava, la trasformazione dell’homo sapiens sapiens in acritico consumatore e lo scadere del cogito ergo sum al livello di “credere vale più di sapere“(pag.88), lo stato di reificazione della natura e dell’umanità stessa paiono una condizione inevitabile. Quell’accatastarsi di rifiuti da smaltire ricorda un delirio kafkiano – la fine del povero Gregor Samsa, protagonista de La Metamorfosi, il cui corpo trasformato in ripugnante insetto, per ordine della sorella viene gettato dalla cameriera nella spazzatura.

Nella silloge, attraverso una sorta di mise en abyme, si susseguono diversi aspetti della tragedia in corso, simbolici della perdita che l’umanità del nostro tempo ha vissuto e tuttora vive. Perdita di dei ed eroi, evocativa della “morte di Dio” di nietzschiana memoria e tema che qui ritorna come refrain. In un’ alternanza di speranza e disillusione il poeta attraversa momenti di candore: “io vivo nell’incanto dell’evento […]//resto così ad attendere lo scoppio/l’epifania della rivelazione. /” (pag.51) ed altri di nero pessimismo “sul lastrico di una speranza” (pag.25) oppure: “ho trasformato l’anima/ in una petineuse”(pag.49). Secondo la similitudine capovolta, strumento retorico oldaniano che sa rendere l’assurdità del reale, il sole diventa un pallone da basket o un’arancia da tagliare, gli esseri umani sono palloncini che finiranno per scoppiare e i più dolci ricordi sentimentali si trasformano in pomodori essiccati al sole. Amara e sferzante ironia – “dinamite esplosiva” secondo il modello pariniano di Oldani – che suona decisamente congeniale a Vito Davoli.

Eppure, da desolanti atmosfere trapelano talvolta minimi barlumi di speranza da cui ci si sente rinfrancati: “recuperare […] le proprie radici/il proprio tempo […] gli errori […] e riaccendere il fuoco.” (pag.13). Un fuoco catartico e vivificante, portatore di una speranza che condividiamo con affettuosa convinzione, pur se l’incombente disastro adombra un redde rationem esplicitamente annunciato dal titolo stesso – Apocalissi. Tradurre in versi un concetto filosofico ed antropologico non sembra aver frenato il poeta, essendo l’adesione ai principi del Realismo Terminale in sintonia con la sua Weltanschauung e questo è tanto più evidente allorché nei versi si sente palpitare il suo Io, il cuore. Infatti, dalla ricerca di una possibilità di recupero – altra parola chiave – emerge un Io intimamente partecipe, immerso nella disperata passione delle descrizioni, teso a trovare un senso con un’ironia purificatrice che riesce ad attenuare la cupezza generale. Se lo sguardo intento all’osservazione trasecola come quello di un fanciullo, sappiamo che non si tratta di “ottimismo della volontà”, ma di rivelazione dell’intima attesa di un essere superiore che venga in soccorso, una quête sempre inficiata dalla costatazione della sua inesistenza.

La profezia davoliana -” compra consuma crepa è il tuo destino” – assioma appartenente al campo semantico della morte – prefigura un’ecatombe planetaria e, come nemesi inevitabile, “presto si esaurirà la festa”. Non prevedendo la venuta di un Cristo Salvatore, l’Apocalisse di Davoli, diversamente da quella giovannea del Nuovo Testamento, non contempla alcuna possibilità di salvezza, ma necessita della consapevolezza e della volontà umana, secondo la legge di Mosé che raccomanda la non facile disponibilità dell’essere umano ad “amare il prossimo come te stesso”. Il periodico riaffacciarsi del sacro, nonostante le deludenti conclusioni, riappare in tutta la sua inefficacia nel testo paradigmatico “La Domenica delle Palme 2025”, dove il poeta si scaglia sarcasticamente contro l’insistenza del termine pace nella liturgia della Messa (una Messa storicamente datata, non a caso, 2025) di fronte al proliferare di guerre e massacri: il nostro presente non lascia molto a sperare.

Stanchi di vivere in una contemporaneità insostenibile, l’ansia di salvezza e la ricerca di senso continuano ad interrogare il poeta, tant’è che sarà l’attività sommamente umana di de-scrivere a favorire l’elaborazione della perdita, come compito pedagogico ed estremo atto di resistenza. Ma se” poesia è creazione e questo è un fatto certo” – affermazione giocata maliziosamente su due eteronimi relativi alla creazione:” Verbo (divino) che si fa carne” e “Parola (umana)che genera poesia” (pag.59) – quel Dio inutilmente evocato resta drammaticamente ancora una volta chiuso in “un tempio di latta/insieme alle sardine dell’Olimpo”: immagine blasfema, ma liberatoria, come un canto carnascialesco medievale. Sarà allora la Parola poetica – basta che non si tratti di quello stile nauseante e ipocrita etico ed anestetico – ad avere un compito salvifico? La domanda resta sospesa e attende risposta. Nell’altalena di immagini catastrofiche e di battute tra l’ironico e il sarcastico, questa silloge che sentiamo vicina nella sua spietata critica ci dice che nel tempo presente l’unica forma di poesia non può essere altro che quella di ispirazione civile. Ed è quanto gli esercizi di Davoli hanno brillantemente realizzato con profonda sensibilità civile e creativa.

Laura Cantelmo

Febbraio 2026

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