Le fratture inguaribili
In
Sulla terra rotta, Antonella Sica, Arcipelago Itaca, Osimo, 2026
Con disegni di Attilio Zinnari
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Adam Vaccaro
Il primo testo, indica e trasmette già il senso del libro, di bisogno etico di recupero e restituzione di memoria, che quindi dilata i sensi del titolo con ciò che rimane sotto, perduto, tra le crepe che diventano e inventano il libro:
IL SUO NOME RIMASTO SOTTO
“Ci incontravamo/ e ridevamo/ ci scambiavamo sussurri/ e tazze di tè./ Non stavamo gioendo./ Preparavamo solo il dolore nei ricordi”
Citazione di Haidar al-Ghazali, Il loro grido è la mia voce – poesie da Gaza.
Cui seguono, nella stessa pagina:
“crepa, crepa, crepa, poeta! [dici]/ infila le mani nel buio che hai dentro/ tocca quel male/ come una cosa un amen una rosa”, citati da Voragini d’azzurro, di Adriana Tasin.
Sono l’incipit creativo dell’Autrice, schegge di luce e dolore, prive di ogni pianto scontato, sequenze verbali che sono trasmutazioni di tragedie riprese come da una telecamera, che trafiggono la nostra pelle per diventare condivisione e denuncia, in un moto emozionale che porta il lettore nel luogo del delitto consumato contro non singoli esseri, ma contro tutta l’umanità. Ne sono un esempio questi splendidi versi:
“Deflagra la luce sul campo/ coi bimbi salta la palla/ il sorriso minato/ in pezzi nel cielo con gli arti// in volo i piedini, le mani.”(p.11)
Tre brevi versi, come salti di palla, e il campo di gioco diventa orrore di guerra, riuscendo a farne volo che sconvolge e ci coinvolge, proprio perché disegna in noi video sequenze di una levità che inventa un campo semantico antinomico rispetto a ciò di cui si fa voce, accentuando in tal modo sgomento e strazio. Similmente alle foglie cadenti d’autunno dei “Soldati” ungarettiani. È il timbro e il registro stilistico di tutto il libro:
“La madre sui corpi/ gli occhi divaricati// gli uomini intonano/ il nome di dio/ allineano i sacchi bianchi/ sulla terra rotta” (p.12);
“Piange il padre/…/ il suo petto è un rifugio/ che non basta/ contro il mondo che frana” (p.15)
Sono come stazioni di un oratorio e una via crucis laica, di un dio invisibile e minuscolo, ma con sensi androgini di entrambi i principi creativi, femminile e maschile. Ne scaturisce la proiezione della totalità di una antropologia perduta, raffigurata nell’immagine della terra rotta, che frana, priva di contrafforti resistenti.
Eppure “Gli occhi trattengono/ la casa che cade” (p.21), mentre “Seduto sulle viscere” (p.22), “Guarda la mano” che “conta ciò che manca” (p.23).
Mentre “Azzurra dondola l’altalena/ il volo trattenuto/ da sacchi di trincea” (p.24). ma “Non c’è più nessuno/ a contenere la loro notte/ i mostri strisciano lungo le pareti” (p.27)
In parallelo al mondo reale, quello digitale: “Pixel a brandelli i corpi dei bambini/ l’inferno scorre virale fra i pollici” (p.34), dove “voi pensavate e noi pensavamo la guerra/ non è qui da noi non c’entra con noi non è qui/ è un film che ti guardi la sera con birra e popcorn/…/ ma viene fuori che no/ ti alzi un mattino ed è lì e la guerra sei tu” (Iryna Šuvalova, Poeti d’Ucraina, p.36).
Così anche “La telecamera trema/ correndo tra le bombe” (p.39), e “La telecamera sull’auto/ dal vetro sfondato/ riprende ancora/ in diretta Youtube” (p.44): “sulle strade massacrate/…/ sui bambini in fila/ per l’acqua potabile” (p.45), “Salta il palazzo/ in aria tra le colonne del giornale” (p.47), dove “la parola/ rimane un’ombra bianca/ in campo bianco/ come una resa” (p.55).
In sintesi, Antonella Sica sa inanellare catene di versi, in frammenti spogli di ogni retorica di salici piangenti, che realizzano una doppia entrata, di noi nel campo degli orrori, e di tali scempi nelle nostre carni. Realtà, coscienza e dolore condiviso in uno scenario che, se non presenta uscite salvifiche, continua ad aprire in noi il sogno e il bisogno di salvarle, se vogliamo salvarci.
10 agosto 2026
Adam Vaccaro
