La forma atopica del Tardomodernismo
in
Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni, Edizioni Divinafollia, Bergamo, 2026
Adam Vaccaro
Angiporto
Prima di entrare nella lettura di questo ultimo libro di Ivan Pozzoni, devo riprendere due tappe di sosta su suoi testi precedenti: il post di Anticipazioni su testi inediti del 2024, e la lettura di Kolektivne NSEAE, libro – del 2025 (entrambi su milanocosa.it).
– Con la nota di poetica sugli inediti, Pozzoni scriveva: “Il poeta/sophos…con riot-texts” cerca di concretizzare “sovversione/eversione”, “impegno sociale a tutela dei deboli e dei diseredati, con opposizione allo star system dei dominanti e dell’arte.” Una nota di poetica che disegna un perimetro di sovversione estetica dell’Arte e della Poesia.
– In Kolektivne NSEAE, la ricerca espressiva prosegue entro un orizzonte di furie e fughe, innervate nella complessità contemporanea, illusoriamente libera, liquida e distopica. E aggiungevo: “Tiresia è stato ucciso e Diogene è senza lampada. Ma se l’io/noi è/siamo col sedere per terra, è l’ora della ricreazione e del gioco o dell’ira di bisogni che cercano altro e oltre, sia di stracci ermetici, sia di parole incazzate di deliri egotici? L’identità non esiste, al pari della società, dixit l’idiota bicefalo, impotente e onnipotente! Nella distruzione della polis, matrice matrigna di egolalie masturbatorie in ogni campo, anche in poesia.
Intanto il Dottor Stranamore fabbrica e dispensa milioni di bombe, predica pace e ride a crepapelle, idiota criminale che pensa di salvarsi su Marte, nell’iperuranio sopra il cielo di piombo. Mentre nell’affollato e ininfluente poetese rimane la fuga nell’ovatta di parole innamorate di sé, di una malattia che ho chiamato iperdeterminazione del significante, diventata pandemia parnassiana di significati rarefatti, che riducono il pubblico – come diceva Berardinelli, citato anche da Pozzoni – fino a rasentare lo zero, in un misero circuito con altri scriventi versi.
Già quel libro, dunque, tende a un libro-manifesto di guerra subita e di pace sognata, piena di lacrime asciutte e irrisioni clownesche, che non placano alcunché. Ma è già utile porre il problema, chiodo ribattuto ormai da decenni, non solo da Berardinelli, da Altri come Antonio Porta, che negli anni’90 pone agli estremismi della Neoavanguardia il problema della comunicazione, o della capacità di mettere in comune.
Anche Pozzoni pone a suo modo tale direttrice di ricerca: “Preso atto della conclusione della krisis e della transizione dall’evo moderno al nuovo evo tardomoderno, ho riconosciuto l’urgenza del discorso sul cambiamento di «paradigma» storico ed estetico, dovuto al venire meno del senso teoretico dell’ontologia estetica moderna…ho deciso di fondare uno nuovo movimento non ontologico, il Kolektivne NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica), aperto…a nuove menti in grado di captare il cambiamento di «paradigma» sociale ed estetico.” [p.13] È un direttrice di ricerca estetica interconnesa all’orizzonte interdisciplinare e sociale, quale anche da me innervata in poesia e critica, entro la metodologia dell’Adiacenza, parlando di Terza Riva. Percorsi diversi e in parte paralleli, che ribadii anche nella Introduzione alla XXV Antologia poetica di Liminamentis, curata da Pozzoni.
Ma scalfire con una biro o con una tastiera incuranti corazze, evoca pretese donchisciottesche. E tuttavia, che fare? Seguire beatamente e beotamente il flusso, o farne materia trasdotta della carne – tra furie interiori/esteriori che cambiano le carte in tavola giorno per giorno – nel sogno di cantarla tra radici antichissime e un postmoderno, sfociato in una poesia senza pubblico? Sono le domande di fondo cui gli “Hyperversi” del libro, “irti d’aculei erti/ sulla bocca del cannone e dello stomaco” provano a rispondere, e che ora ne Lo Stato Pontificio, arrivano come in porto con formulazioni teoriche compiute e testi conseguenti.
Arrivo in porto
L’arrivo in porto è una presa d’atto dello stato mortifero del soggetto-oggetto della scrittura, che dà forma a una ballata di irridente ricorsa a calcagna, morse senza alcun ristagno lacrimoso. Si può essere anti e far piangere o morire dal ridere, sulla povertà appesa a un salice senza sapienza, che tuttavia alimenta in Pozzoni versi sfolgoranti che strappano energia anche alla morte, come nello Stornello della morte e della resurrezione, primo testo Riot de Lo Stato pontificio. In esso si susseguono accumuli di ironia spietata, fino a una chiusa popolaresca, che fa ricordare i memorabili versi di Delio Tessa: l’è al dì di mort, alegher.
Cerchiamo di addentrarci allora, come Alice, nella lettura di un libro, arcigno, categorico e corredato da corposi supporti teoretici, come è richiesto a chi vuole aprire orizzonti totalmente contrapposti a quanto elaborato in precedenza, definito somma di cenere rispetto all’epoca in cui viviamo. Per cui il testo, Morte, in apertura del libro e prima parte dello Stornello della Morte e della Resurrezione, è conseguente:
MORTE
Il caro estinto fu discretissimo «poeta»,
l’indifferenza dei colleghi lo mutò in anacoreta,
e, un brutto giorno, morì di noia,
vacca troia.
È uno stornello che è anche una chiave tonale, della strategia espressiva dei Riots che articolano e strutturano Lo Stato Pontificio, quali trasmutazioni della visione storicosociale ed estetica di Pozzoni, definita con il Tardomodernismo.
È una visione che critica i limiti impliciti di ogni movimento successivo all’epoca moderna, dal post-modernismo all’iper-modernismo, facendone appendici replicanti senza uscirne le contraddizioni della krisis dell’ontologia del Moderno, in cui rimane invischiata ogni avanguardia. Pozzoni ne denuda e denuncia le ragioni connesse alla replica della stessa visione progressista, che non può non pervenire alla fine a “suicidarsi artisticamente” (p.5). E si innesta in questa serie di estinzioni e illusorie sequenze, l’arrivo in porto pozzoniano: “finalmente entra in campo il tardomodernismo”(ibidem)
Cos’è il tardomodernismo? Prima di tutto è, insieme, ”teoria e spazio storico, che supera a sinistra il post-modernismo e iper-modernismo dichiarando la fine definitiva dell’ontologia e il distacco totale dal modernismo, naturale o caricaturale; supera a destra post-modernità e iper-modernità, ufficializzando il trapasso dall’evo moderno all’evo tardomoderno (come ripetizione storica del trapasso tra evo antico ed evo tardoantico).” (ibidem). A tali assunti sono connessi sia i Riots (rivolte dis-ordinate di contenuti e forme) del versante creativo, sia gli strali contro la critica lettraria, che non può capire i sensi di tali testi, se rimane incapsulata nella visione radicalmente destituita di ogni fondamento da Pozzoni, di una ontologia estetica progressiva, comprese quelle che la replicano in negativo, e che tuttavia generano domande e poetiche, come in Linguaglossa, con “un interrogativo decisivo sul concetto di arte: ‘come e dove orientare la ricerca di un nuovo linguaggio poetico?’”. (ibidem)
Domanda di ermeneutica critica, di autentica interpretazione di un testo, cui Pozzoni risponde: “L’affermazione di Giorgio Linguaglossa è falsa: oggi, nel 2025, non si può porre mano ad alcuna ermeneutica dell’arte a seguito della Fine della poiesis, di quella che un tempo si chiamava «arte» nel tempo della storia progressiva; oggi, nel tempo della storialità (cioè della storia non-progressiva), la fine dell’«arte» trascina con sé anche la fine della critica d’arte. E qui il discorso si chiude” (p.6). E seppure può suonare come uno strappo ingrato verso ricerche e cordate parallele, ma non ci sono tradimenti se è la fedeltà della verità a imporlo. “Giorgio ricade nel post-modernismo di Jameson (1) e Danto, formalizzando, inavvertitamente, un’utopia della distopia, con una kitchen dystopian utopia” (Ibidem).
Pozzoni coglie nel segno: ogni richiamo a post/super/iper-moderno non può uscire dalla stessa logica avanguardistica, che implica una visione ontologica di progressismo storico, esaltato e irriso già dalle magnifiche sorti e progressive leopardiane. Sono approcci, cui non rimarrebbe che il fare in sé, chiusi in un laboratorio kitchen di una lingua liberata lacaniana (dell’Es), che parla da sola, castrando la pluralità di modalità operative dei cento e uno linguaggi (algoritmici e sensitivi), costitutivi la complessità di un soggetto in carne e ossa. E che il lettore si arrangi, tra sconcerto e meraviglia.Ma è una soluzione del problema posto da Pozzoni e/o da Altri da me richiamati, come Antonio Porta? Solo se si creano testi in cui interagiscono i vari livelli dell’operatività soggettiva, ne scaturirà quel gatto di Schroedinger, contemporaneamente vivo e morto. La ricerca dell’Adiacenza rientra nella tensione a uscire da una declamazione di Verità assoluta. In questa plaga liquida globale di dominio finanziario imperialistico e multipolare, che ruota su se stessa, predica il bene e produce male, attribuito sempre e solo all’Altro, siamo nella deriva perennemente irrisolta, tra guerre senza fine e orizzonti apocalittici, in cui il senso umano è annientato. Se il progressismo verso sbocchi salvifici, laici o religiosi, sono negati dalle dinamiche sociali concrete, è tale stato storico che genera la domanda di un’altra visione, che si impone a ogni “mente aperta”, e che Pozzoni chiama Storialità. La necessità di uno sguardo critico del percorso millenario che ci precede è imprescindibile, ma va depurato da ogni ideologia para-teologica di utopie progressiste, di un Avvento o un Porto di arrivi terminali e salvifici.
Ne consegue la perdita di senso, a specchio, di ogni disegno e disperazione distopici. La visione di una terra desolata, opposta a quella promessa, che non promette alcunché, ma senza un senso di nichilismo disperat, può esaltare la crescita dell’adultità, della res-ponsabilità soggettiva, della necessità solidale e paritaria (economica e sociale), senza guerre fratricide. In sintesi, la visione del tardomodernismo è atopica, perché non disegna e designa un orizzonte fondato su attese, ma su bisogni umani che premono, e che come il mallo di una noce contengono un nucleo di rinascita/resurrezione, rispetto all’attuale stato di morte.
Condivido perciò la ricerca di una poesia con modalità espressive fuori da ogni poetese ego-riferito e privo di capacità di conoscenza critica dell’orizzonte distopico, in cui siamo, assordati, accecati e catatonici, al pari della famosa rana bollita. Un universo liquido, quale disegnato da Bauman, illusoriamente libero entro pareti rigide, ma rese invisibili dai ferrei dettami finanziari fondanti la gentrificazione, non solo negli agglomerati metropolitani.
L’insofferenza, anche violenta dei testi di Pozzoni, è a mio parere interconnessa criticamente alla violenza crescente dei poteri occidentali in atto, sotto il manto retorico della ideologia del cosiddetto mondo libero, narrante un eden di democrazia e libertà. Certo, il lettore assopito dal tepore dell’acqua in cui siamo immersi, rimane “di primo acchito” – come ha annotato altrove Valentino Campo, spiazzato e confuso. Ma l’artista deve cantare la ninna nanna o sollecitare un atteggiamento di presa coscienza critica, lungo i binari danteschi di una poesia autenticamente liberà, capace di seguir virtude e canoscenza?
In questi testi, come in altri, Pozzoni colpisce aree di dominio e violenze, che vanno da ambiti italioti di insopportabili vessazioni fiscali, a ambiti internazionali, di massacri bellici e deliri criminali di onnipotenza, sia in Oriente che in Occidente, con Riots densi di ironia, sarcasmo, giochi parole tra linguaggio alto e basso, tesi a scuotere il lettore appagato da giochetti letterari, di ardite analogie e sinestesie, appagate di sé. È un punto focale. La nostra libertà e capacità di conoscenza autentica, possono essere acquisiti se ci si riduce a tifosi dell’uno o dell’altro dei poli imperialistici dominanti (USA, Russia e Cina)?Credo che, chiunque sia il frontman al vertice di uno o l’altro di tali Poli, è maschera di logiche, solo diversamente criminali. E credo che sia questo l’arduo compito di una cultura non asservita. E noi, cittadini di questa area del mondo, dobbiamo misurarci prima di tutto con ciò che connota e riguarda l’Occidente, tra cui si è evidenziata l’idiozia suicida dell’attuale U.
Quest’ultima, nell’attuale fase storica, è incapace di ogni autonoma cura degli interessi dei propri cittadini, asservita e ridotta a zerbino USA e getta, di dinamiche e interessi – che ci sia l’orrido Trump a il decerebrato Biden, o altri precedenti, Demo o Rep che fossero. La logica della guerra incessante, non è cambiata e non cambierà. E sta in questa la connotazione di fondo dell’orizzonte distopico, rispetto al quale un pensiero critico degno di tale nome, o è capace di immaginare un altro possibile destino di civiltà umana, o non gli rimane che cantare la ninnananna, davanti a dirupi apocalittici. È un direttrice di ricerca, che congiunge e non separa, l’estetica dall’orizzonte interdisciplinare e sociale, che ho sviluppato a mio modo lungo il percorso da me elaborato e costruito, in poesia e critica, entro la metodologia dell’Adiacenza, parlando di Terza Riva – fuori cioè da ogni iperdeterminazione sia del significante che del significato, cercando di denudare quell’ignoto del noto della realtà, in cui viviamo, ma che ci sfugge, ricoperta di manipolazioni e menzogne dei poteri in atto. È una griglia di analisi che pone, in altri termini, il problema di andare oltre ogni postmoderno e ipermoderno. La complessità del contesto nazionale e internazionale, tra velocità di innovazioni tecnologiche, finanziarizzazione, ripartizioni di ricchezze a pinnacolo su mari di miserie, libere in un universo liquido, ideologicamente teologico (vedi il titolo del libro) con verità assolute, di Bene / Male, pone gigantesche domande umane che chiedono risposte.
E l’elaborazione del tardomodernismo certamente “risolve l’antinomia teoretica di ogni nuova ontologia estetica ri-definendo la triade mittente-messaggio-destinatario…con la sua concezione di arte come interazione sociale’, utilizzando una strategia di risonanza magnetica,…magmatica, rifiutando ogni forma di…«poesia» distopica, sostituendola con «esperimenti» praxeologici atopici. Il tardomodernismo è atopico.
“La riot poetry tardomodernista non «[…] prende un frammento (in chiaro) e lo getta sulla parete bianca della tela del nulla […]»: organizza un frammento (in clearity) e – come un ariete – lo sbatte sulle mura bianche della tela dello Stato Pontificio. Papa re mondadoriano, you’re under attack!“ (pp.5-9). Di fronte c’è la cenere funeraria della “vagueness,,,regno della «poesia» del XX, epigonizzata nel XXI: ognuno, introduce versi ad cazzum, adducendo come fondamento l’ispirazione, senza conoscere i nuovissimi studi della neuroestetica: ispirazione e espirazione, ispirazione e espirazione.” (ibidem).
In ultima, matericità, fisicità, socialità giustiziano ogni ricatto accademico, conta “unicamente una cultura accademica…in grado di essere attuale. Il resto è noia (F. Califano). (ibidem). Per cui, ogni elaborazione – accademica o meno – esiste e resiste, solo se riesce ad essere trama della storialità del tessuto sociale.
30 Luglio 2026 Adam Vaccaro

