Dominio neoliberista

Pubblicato il 14 novembre 2012 su Saggi Società da Adam Vaccaro

L’AUSTERITÀ SOFFOCA L’ECONOMIA E LA VITA DEI CITTADINI

14 NOVEMBRE: IL RISVEGLIO DEI PIIGS

(Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna)

UNA “CURA DA CAVALLO” INUTILE E FALLIMENTARE

KAPPAÒ TECNICO: I TANTI SACRIFICI ATTUATI DA MONTI HAN FATTO SALIRE IL DEBITO E SCENDERE IL PIL.

SOLIDARIETÀ AI PAESI PIIGS

“IMPORRE UNA MAGGIORE AUSTERITÀ È STATA UNA MOSSA NEGATIVA, CHE HA PEGGIORATO LA SITUAZIONE” (Prof. P. Krugman Premio Nobel economia)

SCACCO ALLA CRISI EUROPEA IN 30 MOSSE

CONCLUSIONE

Il 14 novembre è la prima giornata di mobilitazione generale contemporaneamente in Portogallo, Italia, Grecia, Spagna e altri 36 Paesi dentro e fuori l’Unione europea, per protestare contro le misure di austerità che stanno facendo precipitare l’Europa nella recessione e per rilanciare un’idea diversa e più solidale dell’Europa.

UNA “CURA DA CAVALLO” INUTILE E FALLIMENTARE

Tra tagli alla spesa e aumenti delle tasse i governi Berlusconi e Monti, a partire dal 2010, hanno varato manovre per circa 300 miliardi di euro.

1) Con l’assoluto menefreghismo di Monti, nell’ultimo anno il potere d’acquisto delle famiglie italiane si è ridotto di un altro 4,1%, i poveri sono aumentati del 15%, migliaia di precari hanno perso il lavoro, i disoccupati sono saliti del 75%, arrivando alla cifra record di 3 milioni, con percentuali superiori al 30% fra i giovani, ed anche per il 2013 l’Istat prevede che il tasso di disoccupazione continuerà a salire (+11,4%), .

2) Mentre il 68% degli italiani dichiara di avere ridotto la spesa per l’alimentazione, secondo Confcommercio il tracollo dei consumi è stato del 3,3% a consuntivo del 2012, uno dei dati peggiori dal dopoguerra ad oggi, e per il 2013 l’Istat prevede ancora una diminuzione dello 0,7%..

3) Il risparmio delle famiglie italiane si è logorato per far fronte alla disoccupazione, agli aumenti, alla diminuzione del potere d’acquisto di salari e pensioni. Il calo dei risparmi si traduce anche nella riduzione dei depositi bancari, che, a sua volta, spinge le banche a essere meno accomodanti nell’erogazione di finanziamenti alle imprese, le quali, nella gran parte dei casi, hanno sperimentato a partire dallo scoppio della crisi una consistente riduzione dei loro profitti, così che – anche nei casi nei quali vi è volontà di investire – risulta impossibile farlo, sia per la restrizione del credito sia per l’impossibilità di autofinanziare gli investimenti.

4) Monti ha ritenuto erroneamente che bastasse cambiare alcuni aspetti di regolazione sociale, condizioni concorrenziali o di mercato del lavoro, per innescare un movimento di crescita, ma, nonostante il colpo alle pensioni, la cancellazione di fatto dell’art. 18 e la riduzione degli ammortizzatori sociali, la crescita non s’è vista. La riforma Fornero delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (art. 18) non solo non ha creato posti di lavoro ma ha tolto diritti, permettendo finora di licenziare senza motivo già centinaia di lavoratori. La riforma delle previdenza del governo Monti ha mandato invece molto più tardi in pensione togliendo lavoro ai giovani.

5) La spending review, ben lungi dall’essere riduzione degli sprechi, aumenterà la recessione, come hanno ben evidenziato il working paper del Fondo Monetario Internazionale scritto da Nicoletta Batini, Giovanni Callegari e Giovanni Melina, e Lawrence Summers, già Ministro del Tesoro e consigliere economico della Casa Bianca, sul Financial Times  del 30 aprile 2012, perchè “ogni taglio significativo della spesa pubblica, senza eccezioni, è sempre stato seguito da un pesante calo del prodotto interno lordo” (prof. P. Krugman)

6) Le retribuzioni contrattuali orarie a settembre salgono solo dell’1,4% su base annua, perciò sotto l’inflazione addirittura di 1,8 punti! Senza contare gli ulteriori effetti della spending review. Sulle spalle dei dipendenti pubblici si sono risparmiati 6,5 miliardi nel biennio appena trascorso che arriveranno a 13 miliardi a fine 2014 per effetto del blocco ormai quadriennale dei rinnovi contrattuali. Il ricorso a politiche di “svalutazione interna”, di austerità salariale, è molto diffuso in Europa, ma queste scelte hanno come risultato a cascata (prof. M. Husson) un’ulteriore depressione della domanda interna e perciò della produzione, con effetti di recessione economica.

7) Le nuove norme su deduzioni e detrazioni fiscali contenute nella pasticciata legge Finanziaria (legge di Stabilità) del Governo Monti, sommate alla reintroduzione dell’Imu sulla prima casa e alle rivalutazioni catastali, fanno sì che oggi intraprendere l’acquisto di una abitazione diventi sempre più difficile, e infatti il calo nel settore delle costruzioni tra gennaio e agosto 2012 è accelerato a -12,8%.

8) Secondo uno studio condotto dal CER, l’impatto sulle famiglie dell’incremento delle aliquote IVA deciso da Monti (un aggravio di più di 6 miliardi di euro su base annua!), avrà effetti iniqui e regressivi, nel senso che chi ha meno, in proporzione paga di più in misura pressoché tripla rispetto alle famiglie con il reddito più elevato.

9) Il fisco ha usato la mano pesante, come dimostra il caso dei carburanti il cui aumento dei prezzi, tra il 2010 ed il 2012, è dovuto per il 56% all’aumento del prelievo fiscale: un salasso aggiuntivo di 6 miliardi di euro, tutte risorse sottratte ai consumi. Quanto maggiore è la tassazione (e/o quanto minore è la spesa pubblica), tanto minore è il tasso di crescita, dal momento che le politiche di austerità contribuiscono anche a frenare la crescita degli investimenti privati (per il tramite della restrizione del credito che queste generano), determinano aumento della disoccupazione e conseguente riduzione dei risparmi privati. A ciò si può aggiungere che, per quanto attiene al bilancio pubblico, la riduzione degli investimenti e l’aumento della disoccupazione – in quanto riducono la produzione – contribuiscono a rendere sempre più difficile ridurre il rapporto debito pubblico/PIL, ponendo seri dubbi in merito alla razionalità delle politiche di rigore di bilancio in fasi recessive.

KAPPAÒ TECNICO: I TANTI SACRIFICI ATTUATI DA MONTI HAN FATTO SALIRE IL DEBITO E SCENDERE IL PIL.

1) Il Bollettino economico della Banca d’Italia, n. 70 (ottobre 2012), stima variazioni del PIL negative per il 2012 e per il 2013, prefigurando un quadro occupazionale ancora sfavorevole e peggiorando le previsioni di risanamento delle finanze pubbliche. Il PIL nel 2012 si è contratto del 2,3% e le previsioni di Morgan Stanley e Citigroup si aspettano per il 2013 una caduta del PIL tra il -1% e il -2,2%. I discorsi di Monti sull’imminente ripresa appaiono dunque per quello che sono: una presa in giro verso i cittadini italiani. La flessione del PIL dipende soprattutto dalla contrazione degli investimenti delle imprese e dalla diminuzione della domanda interna di beni e servizi, dovuta alla riduzione della spesa delle famiglie. Ovvero alle politiche di austerity seguite sin’ora.

2) Il debito pubblico italiano in rapporto al PIL anziché scendere è aumentato, passando dal 121,7% del secondo trimestre 2011 al 126,1% del 2012, il dato peggiore dopo la Grecia. Ma non è un caso isolato, perché i Paesi in Europa che, come l’Italia, hanno applicato misure drastiche di controllo di bilancio, cioè misure depressive della domanda interna di beni e servizi, hanno continuato ad incrementare il loro debito, e a causa dell’incremento del debito pubblico hanno avuto un maggiore crollo del Pil, e una contrazione permanente della base industriale

3) La Banca d’Italia, nel Bollettino economico n. 69 del luglio 2012, ha stimato che le previsioni negative di crescita per il 2012 e il 2013 fossero da attribuire per un terzo all’aumento dello spread e al rallentamento dell’economia globale; per un terzo ai vuoti della domanda interna (caduta di consumi e investimenti); e per un terzo alle stesse manovre di finanza pubblica all’insegna dell’austerità. In pratica i tagli di Monti hanno determinato caduta di consumi e investimenti, e quindi circa 15 miliardi di euro di minori entrate nelle casse dello Stato, e altrettanti miliardi di maggiori interessi dovuti allo spread perché l’indebolimento della crescita economica ha generato aumento del debito, quindi nessuna riduzione dei tassi di interesse.

4) L’inefficacia delle politiche di austerità di Monti è stata sottolineata perfino dai Magistrati della Corte dei Conti che hanno esaminato il 2 ottobre la “Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza” del governo Monti, prendendo atto che è lo stesso Governo a riconoscere di aver sbagliato previsioni per quanto riguarda crescita, investimenti, spesa delle famiglie, e di conseguenza per quanto attiene al risanamento delle finanze pubbliche, riscontrando gli effetti negativi sui consumi delle famiglie (-3,3%) e sulla crescita, che è diminuita, con previsione negativa anche per l’anno prossimo.

5) Lo spread si è momentaneamente ridotto non certo per merito del governo Monti, col quale, anzi, qualche mese fa aveva raggiunto addirittura quota 500. Lo spread è sceso solo per l’annuncio del Governatore della Banca Centrale Europea (BCE) Draghi di intervenire in misura “illimitata” sui titoli del debito pubblico a breve scadenza sul mercato secondario, peraltro condizionando insensatamente l’intervento a pesanti vincoli recessivi. In compenso c’è stato un uso del panico da spread per colpire i diritti sociali formali e sostanziali, e per smantellare ciò che ancora rimane delle riforme realizzate negli anni ’70 a tutela dei lavoratori e, più in generale, della sicurezza sociale.

6) I dati Istat della produzione industriale confermano che la situazione è drammatica, dato che l’Italia ha visto sparire quasi un quarto della sua produzione. Ad agosto 2012 rispetto ad agosto 2011 il calo della produzione industriale in Italia è stato il maggiore in Europa, -5,2%. Secondo l’Istat, si è avuto un calo nel settore delle costruzioni del 12,8% ad agosto 2012. Il solo settore delle nuove abitazioni è crollato tra 2008 e 2012 del 44,4%. Siderurgia, auto, alluminio, commercio, bancari, edilizia, elettrodomestici, ceramica, tessile, settore aeroportuale, navale e delle telecomunicazioni sono i comparti oggi drammaticamente più a rischio. L’industria negli ultimi 5 anni ha perso circa 700.000 posti di lavoro considerati anche i lavoratori in cassa integrazione (aumentata del 315% dal 2008) mentre nel settore pubblico i posti di lavoro sono calati di 124.700 unità ma la stima è destinata a salire per i rovinosi effetti della spending review del governo Monti.

7) L’attivo della bilancia dei pagamenti è paradossalmente dovuto più che all’aumento delle esportazioni (+9% nell’Eurozona e +4% in Italia), al crollo delle importazioni, che scendono in Italia del -6% a causa del tracollo della domanda aggregata, quella delle famiglie e della Pubblica Amministrazione, dovuta alle politiche di rigore del Governo Monti.

8) gli investitori stranieri hanno portato via dai conti italiani 92 milardi solo nell’ultimo anno.

Le ricette rigoriste imposte dal governo tedesco e fedelmente applicate da Monti, hanno dunque prodotto risultati opposti a quelli cercati, e le previsioni future di crescita sono al ribasso, come confermato anche dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).

SOLIDARIETÀ AI PAESI PIIGS

La Germania ha imposto ai Paesi periferici della zona euro una ricetta a base di depressione, disoccupazione e fallimenti aziendali. La stessa Banca centrale europea (BCE) ha seguito la linea dell’austerità, difendendo i Paesi periferici dalla speculazione solo a condizione che questi comprimessero ulteriormente la spesa pubblica e il costo del lavoro e si disponessero a vendere i capitali nazionali, incluse le banche. In Europa milioni di persone si ritrovano oggi schiantate dalla crisi, il lavoro precario dilaga, 25 milioni di europei sono disoccupati, il malcontento e il senso di ingiustizia sono diffusi e la protesta sociale sta crescendo ovunque. Il rapporto tra il debito pubblico e il Pil nell’eurozona anziché scendere è salito al 90% nel secondo trimestre dell’anno contro l’88,2% del primo trimestre, mentre nell’Ue a 27 è passato dall’83,5% all’84,9%. Sempre a causa delle politiche di austerità.

In Grecia la finanza internazionale, prima ha irresponsabilmente indirizzato una montagna di denaro verso il Paese, contribuendo a creare una bolla del credito, facendo esplodere l’economia, salire l’inflazione e diventare sempre meno competitivo il Paese, e poi, quando la finanza internazionale ha visto la mala parata, ha cercato di scappare precipitosamente, provocando altri danni gravi. La Grecia poteva essere salvata all’inizio della crisi con soli 30 miliardi di euro. Invece la Troika (Bce, Commissione Europea e FMI) ha voluto colossali piani d’austerity che hanno fatto crollare il Pil greco del 12% fino ad oggi, ed hanno fatto schizzare il debito al 165% (all’inizio era al 120%). Una cura che ha finito per ammazzare il paziente. Questo fa capire che l’obiettivo di queste manovre non è il risanamento ma dare linfa alla solvibilità dei titoli pubblici in possesso degli speculatori, ed obbligare la BCE a fare iniezioni di liquidità per allargare la base dei mercati finanziari e della speculazione. La Grecia è il Paese europeo con le più alte spese militari: ogni anno più del 3% del Pil se ne va per comperare gli scarti militari di Francia e Germania. Il Wall Street Journal ha da tempo rivelato che Merkel e Sarkozy avevano imposto l’acquisto di sottomarini, navi, elicotteri e carri armati come condizione per sbloccare il piano di aiuti alla Grecia. Si tagliano stipendi e pensioni, si licenziano i lavoratori, si nega la sanità agli ammalati e si massacra un Paese, ma le spese militari non si toccano mai!

Non è vero che la Grecia ha un sistema di welfare fuori controllo, come i conservatori amano ripetere; il rapporto tra spesa sociale e prodotto interno lordo, che è il criterio standard con cui si misura il peso della spesa sociale in un Paese, è considerevolmente più basso in Grecia (prof. P. Krugman) di quanto non lo sia, ad esempio, in Svezia o Germania. Il popolo greco non è composto di fannulloni e di irresponsabili, come sembra indicare una parte della stampa tedesca: i dipendenti greci lavorano in media 2120 ore all’anno, molto più degli stessi tedeschi, hanno vacanze più corte della media europea e l’età media del collocamento in pensione è di 61,7 anni, di nuovo maggiore della media europea. Esiste invece un altissimo livello di corruzione e di evasione fiscale. La produttività della manodopera in Grecia è bassa rispetto agli standard europei: all’incirca il 25% in meno della media, ma vale la pena di sottolineare (prof. P. Krugman), che la produttività della manodopera, ad esempio in Mississippi, è analogamente bassa rispetto agli standard statunitensi, e in misura più o meno uguale; e la California, uno Stato che vale un quarto dell’economia americana, è praticamente andata in bancarotta e se gli Stati Uniti possono sostenere il loro Stato più grande, perché l’Europa non può aiutare la Grecia, che vale solo il 2% del suo Pil? Invece il FMI, la Commissione Europea e la Bce, spinti dai conservatori tedeschi, hanno scritto un programma per Atene insostenibile, irrealistico, sbagliato e fonte di enormi sofferenze sociali, ma incapace di generare i risultati attesi sulla finanza pubblica in quanto distruttivo per l’economia reale.

La Spagna fino al 2007 godeva di buona fiducia nei mercati e un leggero deficit di bilancio trasformato in cinque anni in un avanzo del 1,9%. Poi, come in Irlanda, i tassi d’interesse eccessivamente bassi hanno favorito un fenomeno di bolla immobiliare simile a quello americano, e le banche si sono ritrovate piene di titoli tossici speculativi. Zapatero prima e Rajoy dopo, hanno messo mano al bilancio pubblico, seguendo la strada già tracciata da Grecia e Irlanda: aumento dell’IVA, tagli ai sussidi di disoccupazione e alle tredicesime dei dipendenti pubblici, riduzione del sistema pensionistico e privatizzazione di aziende pubbliche. Adesso in Spagna austerità e riduzioni di spesa hanno fatto sì che un debito prima molto basso salisse al 76%. Sei milioni di disoccupati, milioni di persone prive protezioni sociali, redditi crollati, 350 mila sfrattati, suicidi diffusi sono il dramma di questo Paese. La previsione più attendibile di flessione cumulata del PIL ci fornisce una cifra pari al -6,5%, e considerando che esiste una forte correlazione fra riduzione del PIL, aumento della disoccupazione e incremento delle sofferenze bancarie, ecco che la necessità di copertura finanziaria per gli istituti creditizi potrebbe lievitare più del doppio rispetto alla cifra calcolata. Senza contare poi il fenomeno inarrestabile di riduzione dei depositi presso le banche spagnole e la fuga dei capitali all’estero.

Il Portogallo è un altro Paese stremato dalla cura della Troika (FMI, Banca Centrale e Commissione Europea). Le piazze si riempiono di manifestanti a causa di tagli, licenziamenti e privatizzazioni voluti dai partiti di centrodestra, e l’economia si sta contraendo (-3,3%) mentre le entrate fiscali diminuiscono a causa della recessione.

Le politiche di austerità dovevano servire a ridurre il debito pubblico, ma, come si è visto, i dati di Eurostat confermano un aumento generalizzato (con la sola eccezione della Gran Bretagna) del debito pubblico nella zona euro e nella Ue a 27 nel secondo trimestre di quest’anno, trasformando un patto per la stabilità e la crescita in un patto per l’instabilità e la stagnazione.

Vanno subito approvati Piani speciali di aiuto per riattivare le economie dei Paesi PIIGS Grecia, Irlanda, Italia e Portogallo, e per evitare condizioni di austerità che conducono ad una profonda depressione che rende impossibile la realizzazione degli obiettivi dei piani di salvataggio ed il recupero di solvibilità. In questi Piani, l’investimento dovrebbe essere accompagnato da un sostegno sociale per mitigare i danni delle dure e controproducenti misure di consolidamento fiscale. È indispensabile inoltre rinegoziare i tassi eccessivi a cui alcuni Paesi hanno dovuto indebitarsi a partire dal 2009, e ristrutturare il debito pubblico manifestamente insostenibile, allungando la scadenza dell’intero debito a condizioni vantaggiose, quali un interesse pari all’inflazione e una piccola percentuale dedicata alla crescita.

“IMPORRE UNA MAGGIORE AUSTERITÀ È STATA UNA MOSSA NEGATIVA, CHE HA PEGGIORATO LA SITUAZIONE” (Prof. P. Krugman)

a) Il Fondo Monetario Internazionale ha studiato 173 casi di tagli di bilancio dei singoli Paesi e ha rilevato che il risultato è stato la contrazione economica, quindi il ritardo della ripresa. Cosa del resto dimostrata dalle ricette tedesche della Bundesbank e della signora Merkel, applicate in Europa e anche dal Governo Monti, e tanto acclamate pure da Matteo Renzi, Casini & Co. Nonostante Alesina e Giavazzi continuino a fantasticare di ”manovre che hanno … minori effetti recessivi“, ovvero di politiche supply side di svalutazione del lavoro o tagli di tasse e welfare (expansionary fiscal adjustment), la realtà è qui a dimostrarci che le manovre di austerità varate dal governo Berlusconi prima e dal governo Monti poi, hanno incancrenito la recessione in depressione e hanno avuto come ovvia e unica conseguenza la riduzione della protezione sociale e dei redditi e quindi il calo dei consumi, della domanda interna: meno domanda vuol dire meno investimenti e produzione, meno produzione vuol dire meno introiti fiscali e meno occupazione, meno introiti fiscali vuol dire peggioramento della situazione del debito che alimenta a sua volta la speculazione, mentre meno occupazione vuol dire meno domanda di beni e servizi, in un circolo vizioso senza fine nel quale, senza cambio di politiche economiche, continueremo ad affondare inesorabilmente.

b) Nell’ultimo rapporto il Fondo Monetario Internazionale ha riconosciuto il proprio errore nel calcolo degli effetti dei tagli alla spesa pubblica e aumenti delle tasse sulla crescita economica, sottolineando come il “moltiplicatore fiscale” (accelerazione/deceleratore della crescita del PIL risultante da modifiche strutturali del bilancio pubblico) sia molto più forte di quanto si ritenesse in passato (passando dallo 0,5%, generalmente riconosciuto, a un valore che va dallo 0,9% all’1,7%). Ciò significa che per ogni punto percentuale di aumento della pressione fiscale e/o di tagli alla spesa pubblica la crescita del PIL si contrae più che proporzionalmente fino a -1,7 punti percentuali. Perciò i bilanci non si risanano mai, il PIL diminuisce, aumenta la disoccupazione e diminuiscono gli investimenti. Gli errori di valutazione del FMI sono imperdonabili perché hanno avuto un impatto incalcolabile sulla vita quotidiana dei cittadini europei. Tutto ciò rimette in gioco l’intera base delle politiche di austerità.

c) È stato recentemente pubblicato l’ennesimo studio che conferma il contrario di quello che la BCE stessa auspica, e conferma che l’austerità fa male e le espansioni fiscali fanno bene. I tre ricercatori mostrano che il componente della politica fiscale che funziona meglio sono gli investimenti pubblici e soprattutto la spesa pubblica per consumi di beni e servizi.

d) “Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”? Sciocchezze! Se osserviamo l’andamento degli avanzi primari (differenza tra entrate ed uscite al netto degli interessi) cumulati dallo Stato italiano dal 1992 ad oggi, ci accorgiamo che i nostri governi applicano il rigore e l’austerità da almeno 20 anni, senza che questo abbia apportato mai un reale beneficio all’economia nazionale o alla solidità del nostro Paese. I 600 miliardi € complessivi di maggiori entrate rispetto alle uscite che lo Stato ha raccolto in questi ultimi venti anni hanno prodotto soltanto impoverimento generale della maggioranza dei cittadini e inaridimento del tessuto produttivo, e sono serviti esclusivamente a pagare gli interessi sul debito, arricchendo coloro che vivono di rendita speculando sull’acquisto dei nostri titoli di Stato. Nulla in più di quello che abbiamo pagato con le tasse è stato speso nel miglioramento dei servizi pubblici, dello stato sociale, dei programmi assistenziali, con buona pace di quanti blaterano che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”!

e) Limitare il disavanzo strutturale, come previsto dai Trattati europei, funziona (prof. J. Stiglitz) quando si è in piena occupazione, ma non quando si è in una fase di recessione. Per questo è irresponsabile il “Fiscal compact”, firmato da Berlusconi, che impone di avere un bilancio in pareggio o addirittura un disavanzo strutturale al 3% in una economia debole. È difatti il pareggio di bilancio non verrà mancato nel 2013 soltanto perché la Commissione europea, riconoscendo l’impossibilità per quasi tutti i Paesi dell’Unione monetaria di raggiungere tale obiettivo, ha modificato i criteri di calcolo della stessa contabilità. Tutto ciò era chiaro fin dall’inizio a molti economisti, tra cui Nouriel Roubini, perché con questi strumenti si innesca un “moltiplicatore keynesiano al contrario”, dove, per ogni euro in meno di spesa pubblica, se ne perdono due di Pil. Come ha scritto il prof. P. Krugman, Il tempo giusto per le misure di austerità è durante un boom, non durante la depressione”. Infatti è nei periodi di recessione, con la domanda aggregata insufficiente, che lo Stato, tramite il deficit spending, fa ripartire l’economia, rientrando poi dal deficit quando la crescita riprende. Ma se si impedisce il deficit di bilancio dello Stato tutto ciò è impossibile.

SCACCO ALLA CRISI EUROPEA IN 30 MOSSE (sintesi)

1) Modificare il Fiscal compact (v. sopra), 2) modificare lo statuto della Banca centrale europea perché possa promuovere sviluppo e occupazione e garantire in maniera illimitata i debiti sovrani, anche attraverso una “fiscal rule” anti-austerity 3) Eurobond europeo per socializzare i vari debiti sovrani e garantirli grazie alla forza dei Paesi virtuosi, finanziando una crescita ecologicamente sostenibile, 4) favorire una migliore distribuzione dei redditi – anche tramite una tassa sulla ricchezza- rafforzare i contratti nazionali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro per avere effetti di crescita, 5) armonizzazione europea della tassazione di rendite e profitti, 6) fiscalità progressiva coordinata a livello europeo per invertire la sperequazione sociale e territoriale che ha scatenato la crisi, 7) uno “standard retributivo europeo” per ridurre le divergenze di competitività, 8) istituire un Fondo europeo per lo sviluppo sociale ed ecologico, a gestione democratica, 8) euro-project bonds per investimenti sostenibili finalizzati a ridurre gli squilibri macro-economici tra le diverse aree della moneta unica, 9) Golden Rule per lo scorporo degli investimenti produttivi dal deficit, 10) ampio coinvolgimento della BEI (Banca Europea per gli Investimenti, 11) investimenti pubblici, ricerca, formazione, incentivi alle imprese e all’occupazione per generare redditi, consumo, crescita, entrate fiscali, meno spread e meno debito, 12) Transfer union interregionali e istituzione di un organismo per il bilancio in grado di riequilibrare le differenze tra la forza economica delle varie regioni, 13) apertura dei mercati, dei capitali e delle merci a Paesi extra-Ume condizionata a politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari e politiche di sviluppo coordinate, 14) obiettivi di inflazione a due velocità (più elevata per i Paesi core), 15) maggiore crescita della domanda interna in Germania, 16) una consistente riduzione delle spese militari, 17) divisione tra banche d’affari e commerciali, 18) restrizioni alle operazioni finanziarie ad alto rischio, 19) mettere al bando i prodotti finanziari più speculativi, 20) Bloccare le vendite allo scoperto 21) lotta ai paradisi fiscali, 22) nazionalizzazione di alcune grandi banche per portarle fuori dalla speculazione di Borsa ed utilizzarle come strumento pubblico per finanziare gli investimenti delle piccole e medie imprese e i consumi delle famiglie, 23) un tasso minimo per le imprese in Europa, 24) porre fine alla frode fiscale e all’evasione fiscale a livello europeo, 25) Realizzare una struttura di controllo sulla funzione e ruolo delle agenzie di Rating, 26) creare un’Agenzia europea di Rating pubblica e indipendente, già auspicata peraltro dal Parlamento europeo, 27) democratizzare le istituzioni europee con rafforzamento decisionale del Parlamento europeo per limitare lo strapotere di BCE, Commissione europea e Consiglio Europeo che dettano legge senza alcuna legittimazione democratica, 28) Piani speciali di aiuto per riattivare le economie dei Paesi PIIGS Grecia, Irlanda, Italia e Portogallo, 29) Ristrutturazione del debito pubblico dei Paesi PIIGS manifestamente insostenibile, 30) un fronte comune solidale dei Paesi PIIGS per correggere la linea sbagliata del rigore e dell’austerità.

CONCLUSIONE

L’austerità non funziona. Il piano di risanamento dei conti pubblici attualmente in corso ha determinato e determinerà nel 2013 un aumento e non una diminuzione degli indici di indebitamento dell’Italia e dell’UE nel suo complesso. La strategia di austerità dell’Europa sta facendo peggiorare le cose perché il consolidamento fiscale aumenta piuttosto che ridurre il rapporto debito-PIL a causa del calo della domanda e della produzione. Ma nonostante tutto ciò, la cancelliera Merkel afferma che ci vorranno altri 5 anni di rigore. E si intuisce il perché, dato che la politica dell’Unione è decisa di fatto dal Governo tedesco sulla base degli interessi materiali che esso difende, ovvero quelli delle imprese esportatrici tedesche. (per i numerosi vantaggi che la Germania trae da questa situazione vedasi il mio “Economisti contro il taglio della spesa pubblica” 28 sett 2012). Ma i disavanzi di bilancio possono essere consolidati solo in un’economia in crescita e nessuno può pagare i suoi debiti producendo di meno, e quindi queste misure di austerità dovranno essere seguite da altre ancor più gravose, fino a quando i cittadini, fustigati, oppressi e disperati diranno BASTA!

Da quando è esplosa la crisi dei debiti sovrani in Europa, non si contano più i governanti spregevoli e indecenti sfiduciati dagli elettori per averli impunemente frodati. Oggi la crisi si contrasta facendo valere l’indisponibilità totale dei cittadini ad ulteriori sacrifici: Il vostro parlare sia sì, sì; no, no; il di più viene dal Maligno” (S. Matteo Apostolo 5,37).

CE N’EST QU’UN DEBUT ! Questo è solo l’inizio, esclamavano i giovani nel ’68. E così la mobilitazione del 14 novembre dev’essere solo l’inizio di un percorso in grado di costruire in Italia e in Europa una forte opposizione sociale, culturale e politica per cancellare l’impostazione rigorista fallimentare dei governi europei e uscire dalla crisi prodotta da finanza e neoliberalismo.

Franco Pinerolo

14 novembre 2012

One comment

  1. Francesco De Napoli ha detto:

    Io arrivo persino a dubitare che la crisi economica che stiamo vivendo (anzi, “subendo”) sia una vera “crisi”. Temo si tratti d’una crisi “inventata” ad arte, semmai d’un “pretesto” per fare tabula rasa di cinquant’anni di conquiste del movimento dei lavoratori, in Italia e, in generale, nel mondo occidentale.

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