Ilaria Palomba, Restituzione, Interno Libri Edizioni, 2025
Nota di lettura di Margherita Parrelli
Un poète doit laisser des traces de son passage, non des preuves. Seules les traces font rêver.
Scrive così René Char in “La bibliothèque est en feu et autres poèmes”.
La lettura di “Restituzione” è una traccia da seguire, una traccia che invita a seguire un percorso di visioni.
La visione non si da, non si offre, se non si è pronti ad accoglierla. Il manifestarsi è possibile solo dove si sia creato spazio e l’accoglienza è la capacità dello sguardo di riconoscere il senso di ciò che appare, di abbandonarvi lo sguardo, di inabissarsi ed elevarsi in ciò che si offre allo sguardo.
La visione è un dono per l’essere umano e, pur trovandosi sempre all’uscita dal dolore o lungo la via del dolore, non è un automatismo dell’esperienza di dolore. Il dolore lascia sempre tracce, ma non a tutti è dato di renderle sogno, visione.
In questo suo lavoro poetico Ilaria Palomba restituisce a se stessa e a chi la legge la sua capacità di guardare oltre il dolore, di abbandonarsi alla visione, abbracciarla e crederci pur sapendo che non c’è modo di trattenerla.
Lo fa con un linguaggio poetico feroce e dolce, sempre altamente musicale, con un uso delle anafore che amplifica il campo emotivo, con il ritmo lungo di un verso sciolto, con sapienti e intense immagini fatte di luci e ombre, orizzonti marini e terre fiorite, nude stanze e case infestate, arbusti selvatici e boschi, animali chiamati a testimonianza, assurti a simbolo. Lo fa con tutta la profondità, la trasparenza, la leggerezza e la forza dell’acqua del mare e la sua luce. Lo fa per il tramite del visibile elevato a visione, lo fa con la potenza di uno sguardo rivelatore, che rende la sua poesia un’esperienza sinestetica. Lo fa con un guardare che usa la lingua come una miniera e vi estrae forza evocativa, capacità di risveglio, temerarietà e crudezza, con una “scrittura che eleva e raggela”. Lo fa ipotizzando ciò che non è, ma nell’ipotizzarlo lo svela, lo anima e lo porta in vita. I suoi periodi ipotetici sono interminabili protasi le cui apodosi non ne concludono il senso, ma piuttosto lo lasciano aperto, come il molteplice che è racchiuso nella visione.
Ilaria Palomba sembra voler chiamare a raccolta tutto l’esistente per tentare l’inabissamento e il superamento nell’elevazione e ci lascia con la circolarità di un verso finale, apodittico e incontrovertibile: “chi attraversa la notte possiede il giorno”.
Guardavo le luminarie nel mare, i vascelli salpare.
Se solo potessi scordare il giorno,
deglutire l’affanno,
sollevare le braccia,
incarnare l’asceta,
dove sono le ore?
Scolora il sapore delle ferite sull’acqua,
scolora il chiarore esangue del pianto,
scolora il rimpianto,
scolora le pareti bianche del mare,
scolora il mercato imbastito dei carri,
scolora il bosco, la pineta e i fiordi,
scolora i ricordi,
le urla dei corvi.
Dalle notti postume riemergevo senza fratture.
Sacra luce delle cripte,
accogli le carovane nel deserto.
Luce di cielo livido al martirio,
nelle lingue del sole
ogni luce scompare.
Tutto raggiunge la pienezza,
all’apice dell’estasi si torna in basso.
Non ho mai vinto la bramosia
di esserci e sparire, di sparire dalla vita comune.
È un’illusione, la sparizione,
sei sempre nel mondo, chiunque può vederti.
L’ebbrezza illude di esser vivi,
forze che non sono certa di poter contenere.
L’impermanenza della madre, l’inversione.
Voglio tornare indietro, tornare acqua,
non fiume, ma mare, voglio
andare oltre la linea di confine.
