Fabrizio Bianchi

Fabrizio Bianchi

Fabrizio Bianchi

Nato nel 1946 nel ravennate, da sempre vive e lavora a Milano. Durante gli studi si occupa di giornalismo per l’unica testata universitaria multicampus per la quale rappresenta l’Italia a un convegno internazionale sulla stampa studentesca organizzato dal Council of Europe a Strasburgo. Dopo la laurea svolge il compito di assistente di critica d’arte all’Università Statale di Milano e praticante giornalista come segretario di redazione
di una testata culturale, incaricato per le recensioni d’arte di una testata specialistica della Montedison e responsabile della pagina settimanale dedicata al mondo giovanile di un quotidiano nazionale. Pubblica le prime poesie sulla testata culturale della SIPRA, concessionaria della pubblicità RAI.

Dal ’68 al ’73 organizza alcune mostre d’arte, collabora come critico alle fortune di una piccola, innovativa galleria milanese, vince i suoi primi premi letterari e il premio giornalistico Viareggio. E pubblica -come vincitore per l’inedito di un concorso- il suo primo libro. Nel frattempo è chiamato a lavorare come copywriter nella filiale italiana di un’Agenzia di New York: da allora non abbandonerà più la pubblicità, lavorando per i marchi consumer più noti e fondando nel 1979 una sua agenzia, che oggi ha sedi a Torino, Cuneo e Milano. Fonda anche una società di produzione video che ha il merito storico di aver realizzata ed edita per il Prof. Veronesi, negli anni ’80/’90, la più completa collana al mondo di filmati scientifici sulle tecniche operatorie, di diagnosi e di cura per organo del cancro, commercializzata poi dalla UTET.

Dopo più di vent’anni, dal ’96 ricomincia ad occuparsi attivamente di poesia (pur non avendo mai smesso di praticarla) presentando suoi lavori ad alcuni concorsi. Tra i premi principali ricevuti: Raffaele Nesci (Modena),
Rhegium Julii (RC), Premio Internazionale Città di Milano, Aldo Spallicci (Castrocaro), Emily Dickinson, Joha (Gioia del Colle), Laboratorio delle Arti, Succisa Virescit (Montecassino), Montemerlo, Etolia (Castellaneta), Maestrale/San Marco (Sestri Levante), Cuore di Tenebra, Città di Quarrata, Vallesenio, Michele Pavel/Young Museum, Novipoesia, Comune di Lanzo, Città di Bitonto, Il Porticciolo, Palinuro Poesia, Città di Capannori, Sesto Fiorentino, Container, Pieve di Soligo. Riceve inoltre numerosi premi speciali della giuria, attestati e segnalazioni e viene pubblicato su riviste, plaquettes e antologie. E’ selezionato per la poesia, con altri due autori, per i readings del Festival “Frontiere” (Antologia Molte più cose/Mappe della nuova intelligenza, edita da Castelvecchi), sponsorizzato da Musica! e dai jeans Levi’s.
Scrive in coppia con Daniela Monreale il libro Corpo a Corpo, edito da Lietocolle, ed entra a far parte della redazione della rivista bolognese Le Voci della Luna, di cui è attualmente direttore editoriale.
Con il gruppo Amici di Helle Busacca si occupa della pubblicazione degli inediti e della promozione degli scritti -appena tradotti e pubblicati in sloveno- della straordinaria poetessa (sua insegnante di lettere al liceo ed amica) morta a Firenze nel 1996. È socio di Milanocosa dal 2004, di cui è Vicepresidente e membro del Consiglio Direttivo.

Congo

E buttiamo fuori anche questa merda questo schifo.
[Questo veleno che mi brucia ancora le viscere]
Non che oggi non ci siano altri orrori
altri massacri. Solo in Africa: in Uganda, in Ruanda
[tra Tutsi e Hutu] in Somalia.
Tra Etiopia e Eritrea.
In Algeria, in Costa d’Avorio, in Nigeria.
Così tanti. Sempre uguali. Le stesse facce
di bambini in lacrime. Con mosche.
Donne accovacciate con lo sguardo nel vuoto.
[flosci neri sacchetti grinzosi per mammelle]
Morti ai lati di strade terrose. Con capelli di stoppa. Membra incartapecorite.
[solo i denti, bianchissimi, esposti in macabri ghigni]
Senza sangue. Svuotati fantasmi. Incomprensibili
tarlate mummie. Mute e senza identità.
Polverosi e assolati servizi televisivi scadenti, privi di pathos.
[solo a tratti un crepitare di mitra lontano in sottofondo]
Noiosa routine da telegiornali senza scoop.
Desolati numeri di conti correnti con sigle improbabili.
Momenti per lo zapping. [io ti escludo, e non esisti]

Ma il Congo no. E’ un mio mito, un simbolo [ancora vivo l’orrore]
Che mi ha segnato e scosso [ancora, dopo tanti anni]
Forse solo per una personale faccenda
non risolta. Un nervo scoperto [con acutissime
fitte lancinanti] solo a un nome: Katanga.
Mi rivedo, giovane e di generosa incoscienza.
Non con un eskimo. Ma con l’impermeabile bianco.
[o, più tardi con un trench verde di foggia militare
sotto cui nascondere l’Hazet 36. Fortunatamente
mai usata. Ma compagna inseparabile
per le uscite più rischiose. Una fredda sicurezza
al cromo-molibdeno. Pesante sobbalzante scomodo fardello
nelle corse. Nella tasca interna o in cintura, sotto il maglione.]
Poche volte, in realtà. da fiancheggiatore esterno. Solo
in due casi nel gruppo d’assalto. Con il tascapane e le molotov.
Una proprio in via Solferino, al Corriere.
[Dove più tardi avrei poi tanto voluto lavorare]
E il casco arancione. Uno dei primi AGV integrali
dalla pura eroica foggia d’elmo medievale. [E una nera,
impenetrabile funebre celata]
Feroce come un Brisighello. Un Dionisio di Naldo
alla caccia degli improbi nemici. Delle Bande Nere.
[Il mio capo stalinista di allora, poi incontrato, anni dopo
baffuto imponente dirigente di una società di marketing
con gli stessi occhiali tondi da commissario politico
e lo stesso freddo sorriso da killer. Ancora sanguinario.]
Il Congo, dicevamo. Quello vero, nel cuore dell’Africa.
Ottocentesca visione di giungla impenetrabile, bestie feroci
leoni, pantere, giganteschi serpenti avvolti in spire senza scampo,
neri, enormissimi oranghi. I cannibali.
Tagliatori di teste. Su piroghe in immensi fiumi [e cascate].
Spedizioni perdute [i portatori indigeni scappati nella notte ai TAM TAM].
L’Africa Nera. Come il mio cuore da assassino.
Un’innocua invenzione letteraria. Quanto più nero, e truce
il reale. L’indescrivibile caos da fine dell’impero nell’ex colonia belga.
Il Congo che si scioglie in Zaire, acqua. Un torbido fiume di sangue.
I massacri, già intravisti nel bieco, angoscioso film di Jacopetti.
Incomprensibili ferocie. [la collina delle mani]
Addio, Africa. Addio. Le belve ridotte in riserve. Sterminate da un bracconaggio
[inarrestabile

Ora il campo è libero per le belve più feroci. In divisa.
Bob Denard e i mercenari bianchi. I katanghesi di Mobutu.
Armi automatiche e bazooka al posto di scudi, lance, frecce
ma identico selvaggio brutale gusto per la caccia, la preda
il corpo a pezzi, sbranato O smembrato a colpi di machete.

Datemi i miei uomini. I miei carri. Dov’è il mio basco nero, gli anfibi
la tuta mimetica da combattimento [una sciaboletta di latta, invece
fasce azzurre di raso con fiocchi, da attillato ufficiale in parata. Foulard,distintivi e spillette.
Unica arma: una imprecisa Beretta a canna corta. Un modello d’anteguerra
incapace di centrare perfino un innocuo, statico bersaglio]
Una buffa esperienza. Che allora ho preso per maschia disciplina militare
[Ferrea mole, ferreo cuore. recitava il mio motto carrista]. Poi subito distolto
da un baratto mortale: la resa incondizionata a un biondo morbido corpo di nemica.

Ma io divago, divago… Ancora non riesco
ad aprire quelle pagine nere
a lacerarmi il cuore e far uscire il rospo. Il demonio.

Kindu, 1961.
Un anno dopo l’indipendenza proclamata.
Partite truppe e ufficiali del Belgio, ogni sergente congolese
si proclama colonnello. O generale, come J. Mobutu.
I suoi uomini alla caccia dei bianchi. Il desiderio di rivalsa
compenetrato con l’odio verso gli ex persecutori [autoelettisi filantropi,
amati padri-padroni, portatori di una missione di elevazione, educativa
di questa razza selvaggia di ex cannibali…
] e come tali si comporteranno
eccitati dal sangue di bianco, affamati di vendetta.
La scena: un piazzale sterrato tra l’aeroporto e la missione.
Un pozzo, al centro. Tra basse costruzioni bianche di calce.
E attorno una tensione crescente, una frenesia montante di bianchi occhi spalancati
che cercano, frugano, aspettano un segnale. Il via alla mattanza

[…]

MISTER ZHOU

[SUSHI & SASHIMI]

Dopo l’OutOff

[e un freddo, distaccato, sbrigativo De Angelis]
colmiamo l’insoddisfazione sui Navigli
[io e una Yoko dalla devota leggerezza
-davvero quasi insostenibile-
come le sue fragili e continue risatine
insondabili orientali, teneri moti d’imbarazzo]
ed eccomi [io che ho sempre odiato
il pesce e il crudo]
alle prese con [sublimi] bocconcini
crudi e bianchissimi di squisiti pesci impronunciabili
[ed urti di reale disgusto]
involtini di delicate [viscide] carni trasparenti
e -per fortuna- un /semplice tempura vegetale.
/saporito

Poeti esangui
tutti concentrati in privati [noiosi] malesseri
[in genere insegnanti: lettere o filosofia]
minime, /insipide esistenze che cercano riscatto nello scrivere
/malcotte

sublimando in preziosissime raffinate forme
/piccole ansie prese per universali angosce
/intime

incapaci di vivere davvero la vita
di amarne i reali odori & sapori
e il denso sangue nero che la irrora
E sporchiamola, dunque questa poesia
con tutte le scorie e la merda del reale
ingoiando, fino in fondo lo sperma di un mondo che ti stupra,
ti violenta, ti tortura a morte, oggetto senza dignità
corpo stracciato sotto il sudario del foglio
lenzuolo bianco che deve testimoniarne lo strazio
[vera sindone laica E sacra]:
come nel polittico di Vespignani
gli stracci sporchi, gli occhiali schiacciati
la camicia incrostata di sangue e di fango
la tavoletta di legno insanguinata [con capelli]
raccapriccianti reperti
[sulle tele, di una scandalosa bellezza]
dell’omicidio Pasolini.

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