Aky Vetere

Aky Vetere, nasce a Verona il due Dicembre millenovecentocinquantaquattro.

Lietocolle pubblica Mnemosyne (Duemilacinque) e Angelo senza cielo (Duemilasette).
E’ redattore de La Mosca di Milano. Ha aderito a Milanocosa nel 2006.

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Il mare dopo la tempesta
è gonfio come il pianto di un bambino
e la luna trattiene con fatica
sotto la sua rete di luce
una minacciosa indigestione d’acqua.
Guardo così davanti alla notte,
io,
immagine e somiglianza di un rospo
ora parte dell’abisso marino
che la luna nutre col seno,
allaga,
poi ride impazzita,
ringrazia e se ne va.

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Ogni giorno ritorni acqua,
occhi e pensieri scendono al numero,
assolvono l’abisso che sottrae lo sguardo.
Poi risalgono irrigati
e un forte trasalire galleggia nella speranza
che chi crede non verrà mai confuso.
Me lo dici sempre quando il vento
diluisce il tempo in nuvole di pane.
Moltiplichi la mia bocca di fame
che muta osserva muovere il cielo.
Ma un corvo inabissa il dubbio
e la nuvola immobile
nasconde questo divenire.
La sua sottrazione mi ricorda
lo spento nella malattia;
rimane la paura di riempire
il segno che muove e muore.
Così cade la manna e i corpi
sono un compiuto movimento d’aria;
aria, riprendono
e il fiato è la promessa mantenuta.
Scende in basso, dove il respiro
incontra ancora parole.
Le muove soltanto dove le piante
hanno radici profonde per bere.

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Se ti giri indietro dove la luce curva
per colpire il muro e oltre non vedi,
scopri che l’anno si è raccolto in sogno.
Gli uomini lo hanno diviso in giorni,
numeri interi, infiniti.
Girati!
La notte ha imparato a vivere nell’ombra;
una definizione essenziale dell’esistere,
allacciata in alto e in forza
che la profondità sottrae al cielo.
Questa notte puoi amarmi fiore di luna
come fossi ombra di luce.
Risalimi per esserti sogno,
ombra per la notte,
cammeo d’avorio, vereconda follia.

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Per Mara,
a Vincenzo

Vado con la paura.
Mi confondono il precipizio
e questa anticamera stretta,
la trasparenza consistente
che separa tutto, elabora, scarta.
Dovremo accettare il muro
d’acqua prima che ci annienti.
Saranno i ricordi quest’acqua nera;
attraverseranno molte lingue
prima di entrare nella rete
con le branchie digerite d’aria.
Non ci resta che ripetere il gesto;
è una sottrazione al moto,
all’ansia del finire.
Viaggeremo insieme,
e sarà la rimanenza a recitare
il sillabario della notte,
dove vede poco ciò che nasconde molto
e qualche indecisione.
E’ la sola cosa che ci resta,
il dove per sottrarre il quando,
prima che il gremito cancelli tutto.
Nell’istante.

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