Anticipazioni – Cristina Annino

Pubblicato il 1 giugno 2017 su Anticipazioni

Anticipazioni
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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Cristina Annino

TRE INEDITI

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Con un commento di Adam Vaccaro

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Nota di poetica sui testi
Queste tre poesie nascono da un pensiero: quando si perde il “senso condiviso”, plurale, diciamo il senso sociale o, ancor meglio, il rapporto con la realtà condivisa, nasce il bisogno della sostituzione, dell’artificio, il bisogno “sregolato” di essere più potenti della normalità. Cioè della Norma che regola appunto i rapporti tra gli esseri “sociali”. In ognuna a modo suo c’è un Ego prepotente, sostitutivo, se vogliamo allarmante.

Cristina Annino

I due Pini

Il riflesso lo copiò sotto i pini
del cielo romano, poi altrove.
Ogni azione
è spirito della carne. Avvio
poderoso! puro-puro, fumandolo
con sé; che altro? (Forma
rombica del viso, lampi fiochi).
Sempre
sicuro, James; ora c’è quel
ritratto di signora, lento, una
crepa sul muro. Io non sono
Flaubert che mai
viaggia solo, non esce … Anche
un gatto può guardare un re, ma
se guarda me, che ci vede?
Si diverte così, si sdraia su
sofà grigio malva, beve in quel
modo affettuoso di Chandler anni
dopo. L’altro prevede tutto
da casa, come un
veggente. “Dimmi Hanry, la
la digestione cos’è? Assimila
le differenze, perde identità o
se la prende, no!? quella di lui
fu dura, magari poca. Ma se
la pasta va mangiata al
dente…il difetto qual è?” Non sente,
annusa della carne l’idea,
straparla, viaggia signora distante
morale; si chiede: dove
andrò, che già non mi basta l’Europa?

Dio allo stadio

In una parola mai
ho amato il tennis, quei visi viola toc
tic. Lui in ginocchio non si gira
fin dal tempo
delle elementari (le alunne brave con
la saliva!); già pollo da banco, le palle
anche allora gli uscivano dal selciato
sui piedi. Grosso
e nano, fissava quei feti. Ora è qui.

Lo vedi il Padrone? “ Ma chi?” Fiato
etere d’una radio masticava
delicato tra virgolette. Con la creta
ci fregò l’alleanza; allora capii: “Facciamoci
un sorso di fango, dai…” per un lampo
gli fui amico, lui no. Ancora
solo, nano, sembrava persino
la rete. Era un net.” Microfono, prego!
c’è Dio allo stadio?” Macché. Il silenzio
marchese (tic toc e sole
che uccise Van Gogh.) “Non hanno
sentito la voce” risi di nuovo, lui
mogio, la radio cadutagli tra
le gambe: perché lo tengono in mano: le
palle! Guarda lì.

Si sbaglia sempre aumentando il volume:
nella fede, un’ intesa, in amore; si sembra
coglioni a voler bene. Il suo fiato
sapeva di gola. Persino la polvere
che non c’era la vidi. Ne presi un po’
con la mano e scesi come uno dei
due dalla
Montagna, dove il baratto non vinse,
ma fece storia. Mi pulsò qualche
vena vegetariana; rimisi in tasca
la birra. Seguì l’esplosione d’un
ace che allargò vento ecumenico
dalle narici.

La vera tragedia di Fritz

Occhi fasciati da titoli di giornale
a lettere cubitali, è una cosa
che acceca; occhiali forse. Nel viso
ha un inizio d’eczema. Lavora,
comanda, seduto
sul cellulare che intanto gli vibra
i reni. È unto
di sé; e ora che fa? Si piega,
oppure svolazza, parla
credo. Si preme le tempie malva.

Gli va di potere e basta, quanto
al granchio l’acqua. Ogni
giorno si immerge così
di lato, rotonda cosa nuotandola
la corrente: finché sente
vertigini al naso. Ho le cheleee! e nessuno
lo sa…Urla estasiato al baccano
del mare scortese, come i fanciulli.

Ma al lavoro è meccano
di terra; se non ha
l’emicrania, se sono in tredici
sulla tovaglia: l’ecosistema
è una palla. Noi lo inquineremo
coi Libri, pianta per
pianta, saremo i primi, in tale
bottega …
-Ehi, Fritz, già siamo,
realtà vera, un passa parola,
direi, anche sacra; una specie
di … comunione. Ci
pensate? Risciacquo
di cose altrui che non ci
ricasca sopra. Servizio
per il Paese. Allora
in coro, dài: viva, viva, lo
sciacquone, pulitore
dellaa
vita miaa! viva, viva..!”

Ridono tutti, poi
basta. Poi
gli portano il piatto e
lui vede due
visi: un granchio e sé
conditi insieme alla
pasta. Ci capicolla
dentro, ma ancora non crede. Ci
infila la mano come Tommaso. (Ultima cena,
poi segue l’orto).
“CHI, di Voi,
m’ha stracotto le Chelee!!!”

Nessuno può ingoiare
sé. Anche l’acqua lo sa,
che evapora.
Ripiomba così quel
gancio di nevralgia; o
pezzo di mondo che
distingue mare da chele
finte, lo schiaccia
sul tovagliolo, poi spreme
il guscio vuoto da sub “ Se
permetti, figliolo, io mangio…”
Più niente. L’iphon
vibra solo; qualcuno passando
lo prende:pronto!
*
Notizia biobibliografica
Cristina Annino, vive e lavora a Milano. Ha pubblicato, dal 1968 al 2016 oltre 15 raccolte di poesia. Tra queste: Ritratto di un amico paziente, Roma, Gabrieli1977, 1984 L’Udito Cronico, in Nuovi Poeti Italiani n°3, Torino, Einaudi. 1987 Madrid, Corpo 10, Milano ( vincitore del premio Russo Pozzale nel 1988); 2001, Gemello Carnivoro, Faenza; 2008 Casa d’ Aquila. Levante Editori, Bari; 2008 Magnificat con Puntoacapo Editrice, Novi Ligure (vincitore del premio Montano); 2012 Chanson Turca, LietoColle editore; 2013 Madrid, riedizione del libro per le edizioni La Stampa, Milano; 2013 Quaternario, ventisette poeti d’oggi, a cura di Maurizio Cucchi, LietoColle editore; 2014 Céline Edb edizioni, Milano; 2014 Chronic Hearing, selected poems 1977-2012, Chelsea Editions, New York; 2016 Anatomie in fuga, Donzelli editore, Roma.

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Nota di Lettura

Anche questi tre testi inediti di Cristina Annino non sono – come tutta la sua scrittura – di lettura immediata e possono apparire frammenti di frammenti sconnessi. Ma poi rivelano un mondo unitario e sorprendente, animato da tessere di un mosaico di spazio-tempo, fatto di profondità culturali ed accensioni sensoriali e affettive, ricomposte entro uno sguardo critico che non si appaga del proprio esercizio letterario.

Il primo testo si apre da un casuale punto di partenza nel moto incessante dell’attenzione, dando inizio a un viaggio tra memorie e lampi di esperienze, vicine e lontane, il tutto rappreso in una sequenza che combatte contro l’incomprensibile e lo zero di senso. Una battaglia che non trova molti punti di approdo, irta di domande che hanno ben poche bandierine da appuntare, ma non cessano di farsi e di stare nel flusso che vive e (intra)vede il senso unitario, tra cultura e animalità, tra carne e spirito, per cui: Ogni azione/ è spirito della carne. Una lezione di filosofia e di critica nonchalant e insofferente – a suo modo militante? – di ogni forma/residuo di platonismus perennis circolante nella nostra cultura occidentale, talché la domanda finale è enorme e conseguente: dove/ andrò, che già non mi basta l’Europa? Un bisogno di senso, di superamento di limiti e di tensione alla totalità che sono antichi e modernissimi.
L’insofferenza, condita di irrisione, continua entro le metafore e il perimetro di un campo da tennis, in cui svolano memorie infantili, tic toc di palle (non solo quelle del gioco, riecheggianti anche gioghi sociali), tra net e ace, tra polvere e fango in cui ballonzola un nano e un Dio-scrivente che scende dalla sua Montagna, che come l’Altro non può promettere alcun baratto o vantaggio, se non – forse – un sorriso. Sia pure dal sapore aspro e amaro.

E l’intreccio tra potere e sacro sfocia nella metafora multipla incarnata da “Fritz”, che oscilla tra deliri di onnipotenza di un dio-padrone di tecnologia e un dio-scrivente su cui spiove sarcasmo autoironico e, forse, il fantasma di un Fritz Lang, genio di Metropolis, che con parole-immagini uscì dal presente per restituirci uno squarcio di Zeitgeist dell’Europa. Spirito del tempo che riguarda domanda e tensione iniziali: (im)possibili e nostra “vera tragedia”. Ma anche, all’opposto, la nostra fonte di gioia. Dipende da noi. Come insegnano le nostre radici culturali più profonde, precedenti e ben oltre quelle giudaico-cristiane.

Adam Vaccaro

12 comments

  1. Laura Cantelmo ha detto:

    Dissacrante Annino, gustosissima da leggere nella stimolazione continua a richiami della memoria, nella insofferenza verso il banale, il formale.
    Adam ne coglie giustamente la (forse) inconsapevole militanza, l’anticonformismo di fondo espresso attraverso una sorta di flusso di coscienza, la sferzante vena critica che non cede mai all’abbandono melanconico, ma riafferma una vitalità incrollabile.

  2. cristina annino ha detto:

    Io non credo, Laura, di essere proprio “dissacrante” (pur apprezzando l’aggettivo nel senso che tu gli dai), io presento un fatto. E’ la realtà che è dissacrante. Naturalmente, come altrettanto bene definisce Adam, un fatto non è mai slegato da infinite altre connessioni che, come bracci laterali, lo fanno esplodere; poi, avviene l’interezza narrativa e sparisce l’apparente sconnessione. Come dire, un fatto non è mai un fatto solo. Si può parlare di militanza inconsapevole, sì, se si intende come scontentezza e, come bene dici tu, privata del moralismo di certa cronaca militante.

  3. Flavio Almerighi ha detto:

    sicuramente la scrittura di Cristina non vaga per frammenti, ha una sua chiara visione di quanto sa e per quanto vuole dire. Sono belle poesie, che bisogna saper leggere, belle poesie scritte da una ragazza con gli occhi bene aperti su un mondo la cui specialità è andare a rotoli, negare ogni identità. Cristina ha la capacità tutta ossimorica di sapersene stupire ancora, ma nel contempo di passarci sopra e guardare altro.

  4. Silvana Baroni ha detto:

    Per parlare di Cristina ci vorrebbe un “avvio poderoso – puro puro – fumandolo”.
    Ho difficoltà a riferire l’emozione che la sua scrittura, da sempre, mi determina.Preferisco riparteciparla: ” nessuno può ingoiare sé – anche l’acqua lo sa “.
    Come non essere travolta dall’eleganza con cui sublima la sconcezza del vivere, come resistere al chiasso della carne, alla irrisione nevralgica di sé e del mondo?
    Si tratta di una cifra unica, una architettura compositiva tra le più ardite eppure domabile come poche alla comprensione di chi cerca più addentro.

  5. adam ha detto:

    Mi compiaccio per queste notazioni, di amici e interlocutori attenti che fanno rimbalzare lampi di intensità e complessità, della poesia offerta da questi testi di Cristina.

  6. Pietro Roversi ha detto:

    Da quarant’anni e passa facciamo conto su questo poeta quando abbiamo bisogno di frasi accurate e inaudite per catturare e fare riferimento a fenomeni che a volte avevamo osservato senza avere le parole per descriverli, a volte finiamo col riconoscere solo nel momento in cui grazie al poeta ascoltiamo in un colpo solo la visione del fenomeno e le parole per riferirci ad esso. Non fanno eccezione questi inediti. Esempii: “Anche /un gatto può guardare un re”, “Si sbaglia sempre aumentando il volume: / nella fede, un’ intesa, in amore”, “È unto / di sé”, “Nessuno può ingoiare / sé. Anche l’acqua lo sa, / che evapora.” Freccie nuove al nostro arco, il reale si fa realtà direbbe Luigi Bosco, e allo stesso tempo questo senso di uscire dalla lettura tarantolati, fulminati E ridendo a crepapelle. Forse perché sebbene ci sia una realtà al di fuori del linguaggio, quando si tratti di umanità, di riffa o di raffa si torna sempre lì, al linguaggio. Questi tre testi sono un trittico di ritratti, e attraverso il linguaggio esatto e appassionato che li attraversa finiamo per unire in una sola esperienza l’orrore del peggio dell’umanità con un momento di pietà per quello stesso peggio: “Con la creta
    ci fregò l’alleanza; allora capii: “Facciamoci / un sorso di fango, dai…” per un lampo / gli fui amico, lui no.” Ipotizziamo che siano un artistia, un religioso e un politico, ma anche se non lo fossero, o non sapessimo mai chi fossero, non cambierebbe il fatto che quando li incontreremo li riconosceremo grazie al fatto di averli letti già, qui, in questi termini. E sapremo anche che pensarne.

  7. Ronaldo Fiesoli ha detto:

    Il poetico ordinario di Annino è – nevralgica nevrastenia – sub-lime, si incolla al palato.
    Non cedi, del suo dire, nemmeno un “tuc-tic”, in deragliato crescendo.

  8. cristina annino ha detto:

    Le note di lettura di chi commenta sono sempre molto importanti per un autore che presenta i propri testi. Gli danno infatti un ulteriore senso di coscienza del suo lavoro, lo “legittimano”, condividendone o no i contenuti. Mi piace molto questo scambio che definirei come un gioco comunque utile di palestra, di addestramento. Ringrazio perciò tutti di tale collaborazione.

  9. Giampaolo D. ha detto:

    Ecco, capicollare: chi lo sa fare, se non la realtà di un verbo stesso che riesce quasi a “fregarla” (la sua realtà)? Dire inquietudine, “sentendo” Annino – è dire gioco a sperticarsi pur non conoscendo le coordinate del fare sul serio (che sarebbe il suo opposto e contrario). Allora, da lettore – si dirà, gioia piena di una “piena” manifestazione! NO. Le categorie del sì e del no – o i contorsionisti-forse. Tutti falsi (e allora verificabili) punti di partenza, “incontrando” una impossibile scena di e da Cristina Annino. Mi domando, poesia dentro a un esterno, o fuori come presso un giardino d’inverno? Chi interroga, questa poeta. Niente. Cosa? Nessuno. Eppure, vi è una disperata cocente concentrazione di stame, in me lettore – e magari, sbagliando, si imparerà anche così a “stare”, altro verbo, non sostitutivo di niente (o qualcosa) dentro la “responsabile” natura di questa poesia. Tutt’occhi. Ma anche tutta sensi e nondirezione, ed insieme nonsenso e direttiva verso una comprensione sì critica e pure “umorale” del tempo. Ma tutta spaziale. E allora verticale (da terra). Tergiversare, nel significato arcaico è “voltare le spalle al nemico”, a quanto pare. E il nemico è oggi o dove?

  10. Carlo Bellinvia ha detto:

    Tre poesie piene di invenzioni surreali e spunti originalissimi, dettate da un’ironia fuori dal comune, corrosiva, che ritaglia questa forma spezzata dalla continua suspense, nella lunghezza interrotta dei versi che toglie il fiato e che scuote ogni fine del verso e trascina con sé pure il senso (in modo drastico, spiazzante, con un ritmo “asimmetrico” e non privo di insidie per chi lo recita!). Tutto il tessuto funziona per l’intervento interno di un legame, un collante biografico, al contempo visibile e invisibile al lettore, e forse per questo le hai proposte qui, così, in quest’ordine.

  11. leopoldo attolico ha detto:

    Non saprei come riassumere : guizzi del Verbo e dello Spirito ? Probabile . Certo c’è un ridimensionamento dell’ego e l’attenzione all’Altro , al Mondo , ad una Verità in gran parte condivisibile .Il tutto esperito da un linguaggio personalissimo , moderno , subito riconoscibile , che fa della sua “complessità “il suo punto di forza .
    Con un grazie a Cristina e ad Adam !!

  12. Michele Ortore ha detto:

    La Annino riesce a dar vita a quell’interessante paradosso per cui nelle sue poesie c’è una dialogicità diffusa, molto più efficace e originale rispetto a tanti altri poeti lirici che ricorrono spesso a virgolette e trattini (penso agli intercalari come “macché”, o al vivace mimetismo delle vocali prolungate nella terza poesia), ma questa dialogicità è anche enigmatica, perché ci sono più soggetti plausibili («Non sente, annusa della carne l’idea, straparla, viaggia signora distante morale») e il livello di astrazione rimane sempre altissimo. Come hanno già detto gli altri, c’è un tessuto di base vivacissimo, molto oscuro ma sintatticamente piano (anche quando è ambiguo); quasi ci si sente sulle guance, mentre si legge, la corrente d’aria mossa dal pensiero veloce della Annino. Con delle sterzate, poi, delle pause quasi gnomiche («Ogni azione / è spirito della carne»; «Si sbaglia sempre aumentando il volume: nella fede, un’ intesa, in amore; si sembra coglioni a voler bene») che prendono tanta più forza proprio per il contesto da cui emergono. Mi piace molto anche la sinestesia portata all’estremo dell’onomatopea (quei visi viola toc tic). E poi, come al solito, la potenza e l’ironia delle singole espressioni, quasi aforistiche («masticava / delicato tra virgolette»). Certo, sono poesie che per essere valorizzate andrebbero rischiarate in ogni passaggio, e in questo il confronto con l’autrice è indispensabile. Intanto grazie per averci messo a disposizione questi inediti!

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