Anticipazioni – Alberto Figliolia

Pubblicato il 1 novembre 2019 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa
*****

Alberto Figliolia
Inediti
Con una nota di Laura Cantelmo
***

Nota dell’autore
Poetica? Che cos’è la poetica? E che dire della mia poesia? Per quanto mi riguarda mi accontento di fare poesia: scriverla e divulgarla. Che poeta sono? Sono un poeta? Preferisco che rispondano gli altri: coloro che mi leggono, odono o seguono. Per quanto mi riguarda mi accontento di sperimentare viaggiando nei giorni, esplorandone le arduità, le luminosità e gli oscuri anfratti.
Ecco, la poesia si annida dove meno te l’aspetti. Occorre scovarla, occorre scavare dentro di sé e osservare il mondo con eterno stupore e fiducia e amore. La poesia è nel cuore di ciascuno; la poesia è negli occhi degli ultimi. In questo io credo fermamente.

Alberto Figliolia

Un sosia perfetto cammina

Un sosia perfetto cammina
all’alba, cocci di lampioni
sull’asfalto slabbrato,
lungo una strada di periferia.
Una ragazza dai capelli viola
scende le scale che conducono
alla metropolitana
strusciando le dita
sul corrimano logoro:
mi vede, mi affianca,
mi sorride stanca.
Una nordafricana arranca
con il passeggino
nel corridoio del filobus:
indossa una tunica
su cui è stampata
-pop art sahariana-
la scritta “Sweet Love!”
e un’infinità di cuoricini
getta lampi seghettati:
un tempo le sue antenate
soffiavan sospiri
dal moucharabieh.
E io procedo nel caos
del traffico: eggregore
meccaniche, fantasmi di sadhu,
cavalieri della malinconia,
per terra i petali
di alchemiche rose,
e alcoliche damigelle
mentre il cielo riversa
nel proprio ventre
balenanti nembi.

*
La ragazza dallo chignon verde

La ragazza dallo chignon verde
alla vetrata di McDonald’s
in riva al Lago di Lugano
guardando le nubi a mezza costa
sulla sponda opposta
sorseggia un caffè con la cannuccia

Un cagnolino passa sotto i tavoli e i sedili
per finire fra le mie scarpe:
mi osserva con occhi acquosi
(quasi umani tanto da esser davvero canini)
poi si ritira in buon ordine
più addosso all’odore degli hamburger

Un pallido vento muove appena
il verde di piante e cespugli
sopravvissuto al novembre

Il guaito, l’abbaio di un altro cane
una sorta di cieco urlo primitivo
come prima di un abbandono orgasmico

Un gabbiano vira con forza
sullo specchio grigio del lago piatto
e i passerotti balzellano
– asimmetriche figure picassiane –
sull’asfalto umido e lento

[e io non riesco a catalogare
il mio dislocamento:
sono tutto psiche
oltre questo maledetto involucro
di molecole impazzite?]

La musica dagli altoparlanti
irradia il senso di rimbombanti inutilità

e ombrelli vagano fuori
sul marciapiede trascinando
incogniti destini

Lugano-mattino, sabato 24 novembre 2018

*

Inno al Sessantotto

Occhi caleidoscopici vorrei avere
e un’aura elettrica
intorno al corpo scarificato.
E un verde psichedelico pigiama vorrei indossare
con alamari arancioni e bottoni con incisioni
di calamari oceanico-abissali
e guanti di seta nero-tenebra.
E in un letto a quattro piazze vorrei saltare e danzare
con lenzuola argentate come luna sospesa
su un lussureggiante e sospirante giardino d’oriente
per fare l’amore e non la guerra
con tutte le bajadere del pensiero.
E un giradischi dei ricordi vorrei accendere
sul cui piatto far girare le pagine
di Narciso e Boccadoro, le canzoni
di Jimi e quelle di John e Ringo e Paul e George,
dei Rolling Stones, e le sinfonie dei Pink Floyd,
le litanie elettroniche dei Soft Machine
e l’onirico urticante velluto dei Vanilla Fudge.
E 2001:Odissea nello spazio e Easy Rider vorrei rivedere
nel cineforum dei nostri cuori, e gli amici senza soldi rincontrare
in piazza nell’eterno discorrere senza meta.
E La fantasia al potere vorrei sentir proclamare,
perché il potere è sempre senza fantasia,
e Ce n’est qu’un début, e i fiori dai cannoni far capolino
e nelle bocche dei fucili sbocciare, e ogni ragazza
come una Marianna sulle barricate volteggiare:
da carezzare, da vezzeggiare, da amare.
E i capelli come rami impazziti vorrei catturare
di Angela Davis e sentirli frusciare
negli irraggiungibili meandri della mia anima graffiata.
E la voce di MLK vorrei riudire per un altro sogno
e le declamazioni dalla lunga veste di Allen,
quelle esplosive di Gregory e quelle alonate di Lawrence,
E la nuvola di fumo dal sigaro del Che vorrei annusare
e vederla sorvolare le pianure del disonore bastardo.
E una donna in forma di farfalla vorrei riconoscere
nelle mie pupille allo specchio e vorrei volasse
nei miei devastati interni togliendo loro
ogni maschera deturpante.
E infine vorrei assopirmi a una brezza soave,
a una brezza soave
dal mare,
dal mare…
e ridestarmi,
ridestarmi
in quello che sarei potuto divenire.

*

Mi guarda di traverso

Mi guarda di traverso
un bulldog dal manto
bianco maculato,
un occhio nero
e l’altro azzurro,
come il condottiero di Pella
che traversò i deserti
per giungere ai confini
del mondo noto
alla sua metà umana – fermato
solo dai barriti del vento
e della nostalgia.
Il bulldog invece è fermo
dietro le sbarre di una villetta
di questo hinterland mattutino;
lui non sa
d’esser stato un tempo
re e guerriero, d’aver sognato
di un altro mare oceano viola,
e si limita a sbuffare
ringhiando,
l’anima obnubilata
da uno strano sortilegio
in questo hinterland mattutino,
e l’eco martellante
da un bar lungo la strada abbacinata
di musica techno…

Cesano Boscone, domenica 10 giugno 2018, ore 8,09

*
Nota Biobiblio
Alberto Figliolia, milanese alla periferia dell’impero. La condizione di pesce fuor d’acqua non gli pesa, anzi gli si attaglia alla perfezione. Ritiene che il poeta di strada svolga un nobile e antico mestiere e da lungo tempo si esercita in tal senso, per le più varie contrade e luoghi, con l’amico Çlirim Muça. Performer con diletto quando gli capita, crede con fermezza nel martello libertario. Già collaboratore di testate e quotidiani nazionali, è ora per scelta un giornalista free lance e blogger (alberinube.wordpress.com; twitter@phigliolia). Con Silvana Ceruti conduce il Laboratorio di lettura e scrittura creativa attivo nella Casa di reclusione di Milano-Opera, curandone anche gli svariati progetti editoriali che ne scaturiscono. Ha scritto numerosi libri di poesia, spaziando fra vari generi (haiku compreso), di narrativa sportiva, di aforistica e altro ancora.

*
Nota di lettura
Declinando le generalità culturali e politiche di provenienza, il ‘poeta di strada’ Figliolia afferma paradossalmente di sentirsi a suo agio in una ormai stabile condizione/sensazione di straniamento. Senza presentarsi come uno “che ha fatto il ‘68” esibendo tanto di mostrine di riconoscimento, siamo certi che la sua vita è rimasta segnata da quella irripetibile esperienza – comunque la si pensi. Per cui risulta comprensibile la ragione del suo sentirsi “pesce fuor d’acqua”, vista la direzione che ha preso la storia dopo quegli anni. A suo merito va riconosciuta anche una coerente propensione a non uscire mai del tutto da quella tensione giovanile, come non ci si stacca da qualcosa che si è molto amato e in cui ancora si crede.
Così attesta la sua scarna nota biografica, così dice la sua poesia, che di quel tempo conserva anche uno scanzonato atteggiamento, pur non nascondendo i segni di un dislocamento, di una torsione del reale odierno che si avvicina all’immaginario pittorico di Picasso (v. ‘La ragazza dallo chignon verde’). I testi appaiono come sequenze filmiche nelle quali ogni strofa costituisce un fotogramma a sé stante, con un soggetto sempre differente all’interno di un contesto che, nonostante la evidente distanza di chi scrive, ha un che di decadente e di decaduto, una malinconia e un senso di inutilità il cui mistero profondo il poeta stesso non riesce a definire.
Così ‘Inno al sessantotto’ è una carrellata sui miti di quegli anni, dalla cultura, alla politica, ai simboli libertari, al maggio francese, al sigaro del Che e non solo, incarnati artisticamente dalle band che hanno trasformato la storia della cosiddetta ‘musica leggera’ elevandola dal provincialismo strapaesano alla dignità del pop. Il ‘disonore bastardo’ è dunque l’inferno in cui siamo immersi dopo quella luminosa illusione, ora che ci troviamo nei nostri ‘devastati interni’ popolati di maschere mostruose (quelle plasmate dal sonno della ragione, forse), con l’unico desiderio di raffigurare, nel sogno, ciò che avremmo voluto essere e non siamo divenuti.
Così il bulldog ringhioso e sbuffante, i cui occhi sono simili a quelli di Alessandro Magno – in ‘Mi guarda di traverso’, metonimia del poeta insofferente dell’odierna mediocrità – inconsapevole del proprio passato di ‘re e guerriero’, vagheggia un altro mare oceano. Ciò che l’atteggiamento scanzonato sembrava celare svela in modo inequivocabile una pungente amarezza sfumata di nostalgia. Non a caso le sue attività sociali tese alla diffusione della poesia per le vie della città e tra i detenuti, divengono così un antidoto al disinganno, quasi ad affermare con forza la valenza terapeutica e pedagogica dello scrivere versi.

Laura Cantelmo

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