L. Cantelmo

Anticipazioni – Leila Falà

Pubblicato il 15 gennaio 2021 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Leila Falà

Poesie inedite
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Nota di lettura di Laura Cantelmo
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Nota poetica

Seguendo un consiglio di von Hofmannsthal, nel mio lavoro tendo a voler nascondere la profondità nella superficie. È la possibilità di parlare un linguaggio quotidiano, leggibile, che possa suggerire una profondità senza apparentemente volerla dichiarare. Sarebbe bello saper parlare a tutti e che la poesia potesse essere letta negli stadi. Ma la poesia che noi conosciamo e che sappiamo fare non è per tutti, è complicata, complessa, è ricercata. Ma di certo non ricerca un nesso con il grande pubblico. Forse spesso non è neanche interessata ad averlo. È dedicata in genere ad altri, molto simili a noi, a nicchie di ascoltatori che ci costruiamo.
Ha lasciato quel terreno di gioco ad altre forme, alla canzone, per esempio. O forse alla pubblicità.
La stessa cosa è successa col teatro, il teatro di ricerca e forse anche con altre Arti. Mi accontento quindi per ora di dire ciò che posso, di farmi spazio con la leggerezza che riesco a trovare, rimanendo tra le parole in uso. Cerco magari lo scarto, l’ironia che serve a stare nella doppiezza della realtà. E suggerire il resto, il profondo, a volte ineffabile, come la vertigine che ci assale quando osserviamo piu attentamente l’umanità e le cose.
E quanto accade loro.

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Donato Di Poce – Il limpido e il sommerso

Pubblicato il 8 dicembre 2020 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Donato Di Poce, Il limpido e il sommerso

Riflessioni su Lampi di verità, I Quaderni del Bardo ed., Lecce 2017
L’altro dire, Edizioni Helicon, Fano 2020

Laura Cantelmo

Di Donato Di Poce colpisce prima di tutto l’indipendenza nel rivendicare, con toni di pacata polemica, la propria “normalità” di uomo e di artista. La “normalità” di chi scrive versi, in generale, è in realtà un ossimoro, sia per chi osserva dall’esterno del mondo letterario, sia per chi si trova ad affrontare quotidianamente la sfida della parola, della musica, del mistero che in parte costituiscono la sostanza della poesia. Infatti insita nella natura stessa di quest’ultima – come dissero i formalisti russi più di un secolo fa – è la ricerca dello slittamento semantico del linguaggio al fine di rendere nuova e sorprendente l’immagine rispetto agli stilemi della consuetudine quotidiana. Il bello (o forse anche il brutto) di questo nostro tempo che ci vede scrivere nonostante tutto, è dato, a partire dal secolo XIX, dalla scomparsa quasi totale di codici linguistici all’interno dei quali poeti e versificatori si trovavano ad operare entro forme prefissate, rispettando regole ineludibili che costituivano lo statuto della Poesia in termini di linguaggio, di tessitura di immagini oltre che di suoni e di rime, e quindi di musica. Una sorta di gabbia dorata, concessa ad esseri ispirati da Muse che, pur nella faticosa adesione alle norme, li tutelava e li metteva al riparo, almeno in parte, da critiche feroci, nella consapevolezza che la poesia che affascina e conquista è comunque una rara e misteriosa fusione di pensiero e di intima armonia. C’è chi plaude alla scomparsa di quel sistema di norme e chi ne sente la mancanza. E c’è chi si muove con disinvoltura all’interno di questo mare magnum di conquistata libertà, senza però dimenticare il passato. Ed è a quest’ultima categoria che Di Poce appartiene. Parliamo di un Autore al quale sta principalmente a cuore esprimere il proprio Io senza torsioni semantiche e sintattiche, ma in modo limpido, privilegiando il livello pittorico delle immagini che scaturisce dalla sua attività di artista visivo.
E che non rifugge da strumenti retorici di carattere morfologico, quali assonanze e allitterazioni (“Cercheremo…Scaveremo…Sveleremo…Cancelleremo…) o da anafore, nell’intento di rafforzare concetti il cui significato viene dilatato dalla ripetizione e dalla concatenazione di unità linguistiche, facendo trapelare, con piccole sfumature semantiche, la parte sommersa e più vera del Sé. “Lampi di verità/In un’Italia piccola e impura,/Un’Italia che stava già smarrendo/ I bozzoli dell’utopia e della ragione.” Così recita il testo di apertura di Lampi di verità (che raccoglie poesie a partire dall’anno 2000), dedicato a Pierpaolo Pasolini e ad Enrico Mattei, introducendo il tema alla crisi morale, politica ed economica del nostro paese. Ed ecco il progetto che si manifesta in una poesia di intento civile:”Noi cercheremo/ Quella verità che sgorga dal vero/ E quella poesia che fa sognare/ Un nuovo mondo e un nuovo futuro”. Toni accesi e quasi messianici, dettati da una speranza che stentava a svanire (questo testo è ascrivibile al 2012) a cui succedono strofe che formano acrostici, attraversando vite di scrittori, di amici e luoghi della memoria come “Binario 21”, riferito alla tragedia della Shoah. Una scrittura che con varie modulazioni narra la solitudine dell’uomo (“voce del silenzio”), il desiderio d’amore, la scelta di uno stile privo di orfismi e di compiaciuti giochi linguistici: “Bisogna uscire da Sé/ Dal proprio buio/ Dalla propria assenza/…/Dire basta ai luoghi comuni/ Ai ricami delle parole innamorate…” (“L’Altro dire”).
Nella silloge omonima questi versi costituiscono una bella dichiarazione di poetica, con una dedica non casuale alla figura di Carmelo Bene, artista che volle “uscire dalle trappole del proprio genio” (pag.11), facendo della sua pervicace diversità attoriale un vanto che lo espose sia a critiche pesanti che ad entusiastici successi. L’uso metapoetico dei propri versi serve a Di Poce per manifestare in modo diretto la propria poetica, sempre all’interno di una vena polemica, ora esplicita, ora più velata. Una affermazione della propria identità di scrittore, della propria scelta stilistica, della propria libertà linguistica e di pensiero. Una poesia che sottolineando il valore della chiarezza e dell’autenticità si inerpica per ripidi sentieri in cima ai quali stanno il mistero, l’indefinito, il visibile e l’invisibile, evitando l’effetto straniante dovuto alla trasgressione dal linguaggio comune: “Grafèmi, fonemi, lessemi/ Lasciavi tracce ovunque/…./ Cercatore di armonie e polisemie/ …./ Donaci la grazia di un raptus CreAttivo/…/ L’Eco selvaggio del dolore/ Di un mondo che muore ogni giorno/ Inondaci di grafèmi, ma di poesia sazziaci”. (“Grafèmi”). Quello che un mondo ottuso “senza dignità” non vuole vedere, quelle “bare d’acqua” sommerse in un mare di indifferenza, sono la scena reale, la tragedia dei migranti, le vite inghiottite dal mare che solo il ”poeta immenso” vede. Il dolore, sempre sotteso, è insito come destino ineluttabile dell’umanità, persino nella scrittura, che può ridursi a “macchie d’inchiostro”. Così pure l’amore, rappresentato da indecifrabili figure femminili, riconducibili a personificazioni allegoriche della ispirazione poetica . In fondo ciò che Di Poce vuole è affermare la propria essenza di Uomo nel senso più autentico, aperto alla realtà del mondo e al dolore dell’Altro. “Ombre dal fondo”, seconda sezione della silloge L’altro dire, sviluppa il tema della la personalità dell’Artista demiurgo, creatore e distruttore delle proprie opere, consapevole della indipendenza della propria arte tra muri di separazione e ponti di condivisione. E poi, nella terza sezione, “Conseguito silenzio”, l’Autore approda alla sintesi del discorso che è andato dipanando: “Elogio dell’imperfezione” e “Conseguito silenzio” raccolgono segni di consapevolezza dell’umano limite, che conducono il poeta Di Poce a una catartica leggerezza, degna di un finale sfumato di contenuta ironia e demiurgica teatralità: “…In un silenzio creativo/ Ho posato la penna e non ho scritto più nulla/ Finalmente vivevo come avevo sempre sognato/ Conseguito silenzio!”
Milano, Novembre 2020

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Aggiornamenti Sito- 20 anni Milanocosa

Pubblicato il 13 novembre 2020 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini
Aggiornamenti Sito Voci Intrecci Progetti dei 20 anni di Milanocosa –
BookCity 14 novembre-Casa della Poesia di Milano

Evento annullato e sostituito da Video e post in Rete

Evento dedicato alla memoria di Marcello Montedoro e Annamaria De Pietro

come sappiamo, le disposizioni sanitarie hanno annullato tutte le iniziative culturali con presenza, anche in BookCity. Per cui, all’annullamento dell’Evento programmato, allegato e ripreso qui sotto del 14 novembre, in accordo con BookCity e La Casa della Poesia, ho elaborato la soluzione video che segue, già proposta e messa in atto per l’evento parallelo del 4 novembre alla Grechetto della Biblioteca Cerntrale Sormani (http://www.milanocosa.it/eventi-milanocosa/aggiornamenti-sito-20-anni-milanocosa).

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Anticipazioni – Alice Serrao

Pubblicato il 12 novembre 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Alice Serrao

Poesie inedite
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Nota di lettura di Laura Cantelmo
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Nota poetica
La poesia è per me uno sguardo sulle cose: i versi sono uno strumento delicato e prezioso con cui raccontare la realtà ed entrare in relazione con essa. Il mondo stesso è definito dalla lingua che usiamo, dalla precisione delle parole che sviluppano e leggono il reale e il nostro sentire in relazione ad esso. La potenza della parola poetica risiede nella sua funzione creativa e adamitica; segna la traccia di un passaggio umano e lo salva.
Nella mia poesia sono centrali i temi del femminile e della maternità. La donna, infatti, condivide con la poesia e il divino, il segreto della creazione: può mettere al mondo, conoscendo, a sua volta, il passaggio da figlia a madre secondo una linea ereditaria al femminile. In “PadreMadre”, questo tema assume però nuovi risvolti, in quanto la donna arricchisce la propria identità anche in relazione al ruolo di moglie e al dialogo imprescindibile con l’altro sesso. “PadreMadre” racconta il venire al mondo e i suoi tre attori – madre, padre e figlia – attraverso una lingua a tratti lirica e a tratti vivificata da punte di concretezza espressiva.
“Dietrolacattedra” è invece il mio lavoro più nuovo: non condivide nessuno dei temi intimistico-esistenziali delineati nel precedente “A piene mani”, ma si propone di guardare alla realtà quotidiana della scuola e di descriverla anche alla luce della straordinarietà del tempo storico che stiamo vivendo. L’aula vista dalla cattedra offre un ribaltamento di prospettiva e costituisce un punto di osservazione privilegiato dell’umanità in formazione, della magia dell’adolescenza.

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Aggiornamenti Sito- 20 anni Milanocosa

Pubblicato il 6 novembre 2020 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini

Evento annullato e sostituito da Video e post in Rete su

Voci Intrecci Progetti dei 20 anni di Milanocosa

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Cari tutti,

come paventato, è arrivata purtroppo la mannaia delle disposizioni sanitarie, per cui la Direzione Cultura dell’Assessorato ha dovuto sospendere fino a data da destinarsi tutte le iniziative con presenza di pubblico. In tali condizioni, ho esaminato le possibilità alternative e, insieme alla Direzione della Biblioteca Sormani, abbiamo deciso di utilizzare registrazioni video immessi in YouTube, con i testi relativi diffusi sul nostro Sito e gli altri consueti spazi in Rete. Seguono entrambi i link:

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Anticipazioni – Riccardo Olivieri

Pubblicato il 1 ottobre 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Riccardo Olivieri

Poesie inedite
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Nota di lettura di Laura Cantelmo
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Dichiarazione di poetica
Leggendo con la passione di chi ha trovato nella poesia una cura, nel senso più concreto e chimico del termine, qualcosa che ti cambia i passaggi dei fluidi, elettrici, tra le sinapsi, e ti cambia la giornata, in questi trent’anni di letture, nei quali ho portato dentro di me tutto il Novecento e non solo, sono arrivato gradualmente a cercare sempre più una poesia “fedele alla vita”, aperta e luminosa, pur dura. Ecco, credo, perché dopo tutti questi anni, se ora mi si chiedono i miei poeti di riferimento (tolti i grandi, che tutti amiamo, in particolare Sereni, Caproni, il Bertolucci di “Viaggio d’inverno, e Penna) io posso dire almeno tre nomi: Mario Benedetti (Uruguay), Alberto Nessi, Giuseppe Conte (chi non ha letto, rispettivamente, “Inventario”, “Ladro di minuzie” e “L’oceano e il ragazzo” ha perso un gran regalo dalla vita). Non mi interessa più – sarà perché sono arrivato a 50 anni e lo sguardo sulla vita è cambiato – non mi interessa più, dicevo, una poesia – magari anche alta in termini lirici/musicali – ma disillusa, dove il disincanto (in parte giusto) diventa assenza di speranza.

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Anticipazioni – Lina Salvi

Pubblicato il 1 luglio 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Lina Salvi

Inediti

Con un commento di Laura Cantelmo
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Nota di poetica
La poesia è il sintomo di una rottura, la frantumazione di un equilibrio, la percezione di una distorsione in atto nel mondo. La parola poetica può porsi come anello di congiunzione tra l ‘ io e il mondo, la natura circostante. Credo che la poesia possa rimettere in luce le contraddizioni del mondo reale, della condizione umana, di una umanità terrena. Agire, direi, inseguendo la realtà del mondo che rappresenta, con la sua stessa scansione, recuperandone lo scarto, rifletterne le mancanze, puntare l’obiettivo su ritratti minimi. Prediligo l’osservazione di scene vuote e disadorne, il contrasto che deriva dalla loro frequentazione. Per lasciarmi incantare, molto spesso ferire, dalla loro allucinante bellezza, per poi affondare il un necessario scuro silenzio.

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Anticipazioni – Alessandro Assiri

Pubblicato il 15 maggio 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Alessandro Assiri

Inediti
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Con un commento di Laura Cantelmo

Nota di poetica
Sempre più facile sarebbe definire la poesia per negazione, eppure la Pessoiana affermazione che il poeta sia un fingitore, non mi ha mai trovato d’accordo, mi piace la poesia che somiglia a chi la scrive, la poesia che ci mette la faccia, perché se è vero, come credo, che non esista la poesia civile deve essere vero che esiste la civiltà della poesia. In fondo come sosteneva Raboni amo la “poesia che si fa”. Che si fa lingua, e dunque qualunque scrittore dovrebbe rispondere in primo luogo a questa.

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Anticipazioni – Adriana Gloria Marigo

Pubblicato il 1 aprile 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa
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Adriana Gloria Marigo
Sei poesie da Astro immemore silloge inedita

Nota di lettura di Laura Cantelmo

Nota di poetica dell’Autrice
Astro immemore è una silloge di quarantacinque poesie ispirate al Lago Maggiore: vi entrano il paesaggio essenziale e selvatico della sponda lombarda al confine con la Svizzera, i venti intemperanti capaci di rendere vicinissima l’opposta riva piemontese di Cannobio per la tersità dell’aria, la luce vividissima, le morene prealpine a protezione di questi luoghi di valichi e frontiere.

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Il Breviario delle Stagioni di Gabriella Galzio

Pubblicato il 27 febbraio 2020 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Gabriella Galzio, Breviario delle stagioni, Agorà &CO., Lugano 2018

di Laura Cantelmo

Quello che nel suo Breviario Gabriella Galzio compie con regolarità liturgica, immersa nella purezza edenica del suo giardino, è un cammino iniziatico. Cammino di conoscenza scandito giorno dopo giorno dall’avvicendarsi delle stagioni “mitiche e cosmiche, cioè generate nella bellezza” (v. Postfazione dell’Autrice). Hortus conclusus sospeso in un’atmosfera metafisica, esso è luogo di meditazione investito di sacrale ritualità contemplativa, dove l’Autrice come Vestale si addentra nel mistero della Natura e della poesia sollevandone con stupore estatico il mistico Velo, cui la poesia stessa dà voce: “sogno una poesia/ avvolta in una tela di lino/ scritta su immacolata parete/ candore del pane/ sulla tavola”. Un vero percorso di conoscenza e di purificazione, simile a quello che nei riti Misterici di Eleusi le antiche culture Mediterranee riservavano agli iniziati al culto della dea delle messi, Demetra, e di sua figlia Persefone, la Kore simbolo della primavera. Nell’abbandono alla libertà dell’Es, al flusso della percezione e della visione trova voce e impulso amoroso ciò che per l’Autrice è nutrimento di vita: “questo ho amato, questa poesia”. Esperienza che trascende i limiti del giardino fino a sollevare il Velo rarefatto, “gentile”, che adombra il reale. Ed è oltrepassando le “porte della percezione” cui alludeva Blake che la visione della Vestale lambisce il cuore del mistero: dalla magia di ciascun fiore, dalla vita che anima il giardino e dallo stupore di fronte alla vista degli animali riceve alimento l’ispirazione poetica: “Sai che le anatre / hanno trovato la via del torrente? /…e il giardino si espande/ per vie d’acqua/ e poesia cresce/ in acqua chiara”. La poesia è dunque una forma di estasi amorosa ed è al contempo veicolo di conoscenza. Laddove il Velo consente di avvicinare il mistero, si manifesta nella natura una condizione speculare a quella dell’esistenza umana, un’alternanza di dolore, di perdita e di amore che introduce momenti epifanici della vita personale dell’Autrice e riflessioni sul suo vissuto “pubblico” nella società.
Velo, Acqua, Tempo, Casa, Giardino, Amore sono parole chiave e simboli di valenza polisemica, collegate al desiderio di purezza e di purificazione “dai veleni” e dai rumori/rumours della città, che le rende paradigmatiche del tema del sacro. Ad esse si associano ricordi di viaggio, immagini di altri giardini, quelli andalusi dell’Alhambra, lussureggianti evocazioni del paradiso islamico dove risuonano i versi del Poema del Cante Jondo di García Lorca e il ritmo del più voluttuoso tra i balli di coppia, il tango argentino, investito a sua volta di valore simbolico.
Ma è il tema del Tempo, quello della Natura – il Tempo/Tempio – ad assumere una posizione cruciale nell’ambito del sacro. La ciclicità degli eventi genera la speranza di un ritorno, necessaria ad affrontare l’esistenza con un senso di serenità che il tempo lineare imposto dalla tecnologia ignora. Quest’ultimo, nel frantumare l’Io individuale e l’intera compagine sociale ha posto l’essere umano in una drammatica condizione di precarietà e di dolore – “la ferita dell’esistere”.
Rinchiuso entro l’unica dimensione di un eterno presente privo di memoria e di progettualità, esso condanna l’umanità alla solitudine e alla “demenza digitale” (riferimento dell’Autrice a Manfred Spitzer, Demenza digitale). Sarà dunque il ritorno a una concezione ciclica temporale – il Tempo della Natura – a ricomporre l’unità dell’Io e il nostro essere nel mondo.
È l’Amore, che è sia poesia che relazione con l’Altro, cui la Galzio dedica una sezione importante della raccolta, ad ispirarne il tono generale. L’attesa e la grazia esplosiva dell’unione nell’amore passionale (unica concessione alla presenza maschile) sono mimeticamente raffigurate dalle rose, in particolare dalla “rosa vellutata nera”, allegoria della vittoria di Eros su Thanatos: ”mi sono rimaste le rose/ nel luogo spoglio dell’amore”, nell’attesa “che il luogo torni/ ritorni a germogliare “.
I “brevi” testi (una delle ragioni del titolo) sono quasi fotografie istantanee di immagini naturali, in uno spazio sospeso sono apparentemente simili agli Haiku giapponesi senza esserlo, come afferma l’Autrice, se non nell’essenzialità dei versi dedicati alla contemplazione della Natura e nella concezione temporale. Vi prevale la presenza mitico-archetipa di divinità femminili che simboleggiano le stagioni (Vesta, Afrodite, Flora, Pomona…) collegate alla cura, alla Casa, “una poetica, in nulla diversa dal mio cuore” che connota la raccolta, ad affermare “un asse erotico e mistico tutto femminile” – un’architettura di pensiero, che lungi dall’essere pura rarefazione, consente persino la critica al male della società attuale.
Si percepisce l’eco di María Zambrano, il cui immaginifico discorso filosofico rifiuta la rigidità razionalistica (v. Chiari del bosco, 1977), indicando il corpo come principale medium della conoscenza e dell’ispirazione artistica – il corpo che è carne, sangue, sensi e respiro – con riferimento alla concezione sensuale dell’amore dei mistici spagnoli nella fusione con il Divino.
Il linguaggio è alato, illuminato dalla delicatezza delle immagini, dalla ricorrenza di termini riferiti al candore e alla leggerezza, cadenzato da una musicalità discreta che ben si addice a quelle che si possono leggere sia come poesia pura che come metapoesia e note di vita vissuta. Nella sua grazia pittorica esso riesce ad affrontare con lievità anche la bruttura del mondo presente, senza nulla togliere alla chiarezza del discorso. Una semplicità “che finalmente possa parlare a un comune lettore” (v. Postfazione) senza negare alla poesia l’enigma che ne è sostanza.

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