Recensioni e Segnalazioni

Gli Attraversamenti di Beppe Mariano

Pubblicato il 9 marzo 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Beppe Mariano
ATTRAVERSAMENTI
Edizioni Interlinea, Novara 2018

Come dice nella nota critica di Giovanni Tesio, che accompagna, assieme a quella, more poetico, di Gianni D’Elia, l’ultima raccolta Attraversamenti di Beppe Mariano, ciò che compete al poeta e di cui si parla sono gli “attraversamenti di spazi, di tempi (di tempo), di vite”, per testimoniare attraverso di essi “l’orma, l’ombra, la traccia che sono le parole a segnare, a sostenere, nonostante la debolezza del loro naturale statuto”.
È insomma l’attraversamento della vita nella molteplicità delle sue occasioni e degli incontri (penso a persone concrete, Giuseppe Conte, Giorgio Barberi Squarotti, Stefano Verdino, il prefatore Giovanni Tesio, per restare ai più noti evocati nei versi), in cui il poeta, come un “migrante”, al culmine di un periplo di disgrazie e miserie, di vicissitudini e migrazioni, di disperazioni e speranze, di guerre e mari faticosamente vinti e superati non soltanto metaforicamente, si pone drammaticamente la domanda: “Mi sono salvato: perché io fra i tanti?”: l’attraversamento della storia, della storia dei nostri anni, su una scena di miti intramontabili che hanno nomi antichi (Edipo, Ismaele) ma solo per parlare dell’oggi, senza alcuna concessione al patetismo, che “solo la poesia” (per citare il titolo di un testo della seconda sezione Pietr/erba) sa salvare e conservare con laica pietas per risvegliare le coscienze dal torpore.
In questo senso, Mariano, già autore di una monumentale silloge Il seme di un pensiero (Aragno, 2011), fin dal primo e più caratterizzante poemetto, quello che dà il la a tutta raccolta, fa parlare la propria coscienza con una domanda in cui s’avverte sconcerto e stupore e insieme vicinanza con l’Altro, con le vittime di un Male irredimibile, che a tante prove non sono scampate: domanda tragica di una sensibilità perplessa di fronte a un orizzonte incomprensibile e in cui risuona il senso di una storia che non sa riconoscersi “nella maledizione che altri subisce e che altri sommerge”, che, come rileva Tesio, fa pensare ai Sommersi e i salvati di Primo Levi, per concludersi con il riconoscimento e l’affermazione dell’impegno a testimoniare, a “ricordare”, strappando all’oblio lacerti di vita. Un tema questo della memoria, che, urgente nell’ultimo testo della sezione, L’angelo, si innesta sulla presenza di luoghi, della Montagna (il “suo” Monviso), come ancoraggio a un sistema di valori, fatto di “gente” e di “storia” (“il tuo corpo mappa diventa della memoria: / della tua gente, della tua e loro storia”).
Qualcosa di più di una generica, buonista, solidarietà, insomma: è, il suo, l’atteggiamento morale di un individuo che si interroga sui fondamenti stessi dell’esistenza, sulle ragioni ontologiche dell’essere, con una determinazione amara che fa pensare al Leopardi del Canto notturno: “Dove comincia il cielo, dove finisce? / L’antica domanda si riformula / in una mente diventata troppo logica: / indaga il cosmo, non più chi l’ha pensato”.
A concludere l’intera raccolta, nella terza sezione Sconfinamenti, un testo, In regioni alte, che tematicamente e moralmente condensa e sintetizza il tutto, in cui campeggia il tema di una “vecchiezza” ostinata e al tempo stesso rapacemente ancorata alla vita (“corsara”) che non si rassegna e continua a proclamare la sua fede nel “poco verde che rimane”, nel residuo di umanità che l’individuo continua a coltivare nell’impervio e disumano paesaggio dell’oggi.
Vincenzo Guarracino

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Luca Ariano – Contratto a termine

Pubblicato il 12 febbraio 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

In questa nostra precaria esistenza
Adam Vaccaro

Luca Ariano
Contratto a termine
Qudulibri, Bologna 2018

Questo libro (si) pone l’obiettivo e la sfida di poter trovare una forma poetica che risponda alla crescita, nell’arco degli ultimi decenni, di enormi difficoltà concrete della vita vissuta dalle masse lavoratrici prodotte da un capitalismo fondato su una visione, una ideologia e una prassi neoliberiste, in una cornice non più nazionale ma mondiale.
È possibile creare una espressione poetica che si faccia voce di condizioni di estrema precarietà e livelli di sfruttamento arretrati in pochi anni a livelli prossimi a quelli della prima metà del secolo scorso?
Luca Ariano prova a dare una risposta con testi come in presa diretta su condizioni, che contraddicono le declamazioni retoriche di civiltà dei poteri occidentali. Si potrà dire – da parte di chi concepisce il poièin entro moduli che hanno contribuito a porre gran parte della poesia contemporanea in un mondo a parte e pressoché senza pubblico – che non è questa la risposta adeguata. Che la poesia non può fare a meno di rinnovarsi senza diramarsi da tronco e rami creati dalla storia delle forme precedenti.
Ma è anche vero che il Novecento ha fornito, non solo in poesia, esempi di rotture totali di forme. Dunque occorre riformulare anche modalità di lettura per poter dire se una forma o l’altra possa dirsi poetica. Da parte mia ho sviluppato una ricerca che ho chiamato Adiacenza, attraverso la quale ho approcciato la lettura di testi diversissimi, con la convinzione che il fascino e la funzione della poesia, scattano quanto più tutte le lingue del corpo sono nel corpo della poesia. Da cui, la domanda, leggendo un testo: nella sua trama agiscono tutti i linguaggi che costituiscono il corpo e l’identità del Soggetto Scrivente (SS)?
Questa è una sfida che non è solo di Ariano, è di chiunque senta la necessità di tradurre qualcosa, qualunque cosa, in una forma chiamata poesia. È una sfida che non può avere sicurezze, come quelle che in modi diversi possono avere la stesura di formulazioni critiche, di un rendiconto, di un documento, o anche di una prosa creativa. In questi altri casi, ci sono metodi, grammatiche e linee progettuali che guidano la stesura. Con la poesia, invece, anche nel caso di bisogno di narrare una storia, il gesto poetico si caratterizza come progetto ignoto al SS, perché se l’ipotesi da me fatta è valida, tra le lingue che agiscono e fanno il corpo ci sono anche le modalità di utilizzo di esse da parte dell’ignoto in noi, chiamato Es o inconscio.
È una parte che non possiamo controllare ed è disinteressata alle grammatiche e ad ogni altra regola dell’Io. È una parte che muore dalla voglia di parlare, e al tempo stesso di nascondersi nella sua essenza immersa nel rimosso dell’Io, che gli vieta di parlare. Senza una trama riconducibile al ritorno del rimosso non c’è poesia. Ma la trama riconducibile ad essa può acquisire mille forme, non può essere riconnessa a un’unica forma, visto che nasce proprio da esigenze fondate sulla rottura delle norme. Nella poesia classica fu incanalata nelle sonorità assonati e nelle rime, che soddisfano il suo bisogno di ripetizione, di ritorno e di nostos (vedi ad esempio nelle canzoni, la funzione del ritornello). Se tali modalità si evidenziano e diventano elementi portanti nel rap, nella poesia moderna, diventano meno sostanziali, rispetto a immagini polisemiche, ritmi connessi a salti logici ecc..
Rimane però una forza della forma del poièin più ricco nei secoli, la capacità di non essere solo esercizio sonoro acquietante e consolatorio come una ninnananna, ma di avere una trama portante di pensiero critico sul contesto presente, di essere esercizio di memoria e di virtude e conoscenza. Trama connessa ad altro dall’Es. Dopo di che il poièin può anche dare l’impressione di fare centro a occhi chiusi, ma la sua magia è frutto del coinvolgimento della totalità delle lingue e dei sensi, che apre a quel piano superiore leopardiano, a una sorta di supersenso o sesto senso, che non scaturisce dall’Io, dall’Es o dal Superìo, ma solo dalla rottura degli argini intrasoggettivi e da un orgasmatico concorso fraterno di essi nella totalità del Sé.

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Edmondo Busani – Itaca non esiste

Pubblicato il 11 febbraio 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Singhiozzi che denudano il ritegno
Adam Vaccaro

Edmondo Busani
Itaca non esiste
Diabasis srl, Parma 2015

Un Autore e un libro dallo sguardo lucido e a tratti livido, verso sé stesso e l’Altro. Graffi che vogliono incidere e lasciare il segno, sul proprio corpo, nella propria memoria e in quella altrui. Una ricerca espressiva che, nell’arte visiva richiama quella del grattage dei surrealisti. Max Ernst e Joan Mirò la utilizzarono come gesto teso a graffiare la pellicola superficiale per scovare strati e policromie materiche come forme dell’invisibile e dell’inconscio, moltiplicando le percezioni immediate del visibile. La tecnica venne successivamente sviluppata e affinata nel frottage (sfregamento), in particolare da Hans Hartung, con l’utilizzo di strumenti più disparati, non solo utensili appuntiti, ma anche pennelli particolari, rulli e altro. L’intento e il senso è di andare oltre la superficie, frammentare e insieme rivelare la pulsazione materica, il respiro cosmico e quel confine tra luce e ombra che normalmente ci sfugge.
I testi di Edmondo Busani fanno ricordare tali tecniche. Partono sempre dal tempo presente per poi sprofondare con tempi al passato – anche remoto – e aprirsi a visioni evocate da un dire che sa dire oltre il detto. Ne scaturisce una sorta di ansimare tra vuoti e pieni, un respiro trattenuto che poi si libera in singulti: “I singhiozzi denudano il ritegno/ / Un grido infernale gonfia il volto/ squassa le ossa consuma l’anima/ tace la parola”. Sul limite di parola e silenzio, “La luce si spegne senza rumore/ s’ovatta nello spazio/ l’accidente patito// Nell’orto la neve sbiadisce…”(p.16). L’ultimo verso segue dopo un doppio intervallo e il testo chiude con una immagine che, più che metafora, è allegoria, aperta (vedi i puntini finali) sul proprio stato interiore. Un graffio che scava sotto la pelle del visibile.
Lo stato interiore che viene fatto trasparire è un’ombra di luce che trasmette sensi di solitudine, di viaggio da fermo, di sguardo che guarda impotente. Ne dà ulteriore conferma il testo successivo di p.17, che merita di essere riportato per intero: “Ballano nello specchio/ del tempo le maschere// furono corpo erano cervello/ impasto di carne e nervo/ di muscoli e sangue// Vagano bianche le secche figure/ il timido passo lecca la vita/ la fiutano col moccolo al naso// Svagate si guardano/ sciamani giocano le carte/ propongono numeri/ fingono di dormire per non parlare…// i loro profili scarniti/ danno il braccio alla luna/ lasciano nell’aria un tanfo lieve/ sul tavolo un’aspirina.”
I puntini sono segno ricorrente, del limite tra detto e nondetto che questa scrittura cerca, per coscienza acuta e lezioni della stagione ermetica che sono diventati nucleo del proprio stile. “La debolezza/ sarà la carta vincente”(p.25) dice con autoironia che denuncia lo stato di blocco, ribadito anche a p.66: “Guardo la rotaia perdersi all’orizzonte…”, ma, “Resto in piedi all’entrata/ granello nella fila per l’altrove.”
Tra le figure cui dà corpo la trama del testo c’è sicuramente l’ossimoro, che tra graffi sull’infimo e tensione alla totalità sa rendere il respiro della materia cosmica e dell’universo (interiore ed esteriore), tra luci e ombre che si creano a vicenda – “il grido delle rondini rompe le parole/ le ombre scavalcano il fascio di luce/ per spegnersi nel cortile perlato”, p.37 – immaginando altri possibili orizzonti.
Sola vendetta possibile per chi “Rimane vincolato alla terra”(p.36), e quindi irride “Itaca non esiste”, fermo con la penna in mano, a cercare di dare conto della propria fragile sostanza umana, rotta e indifesa, nel rumoroso silenzio e vorticoso tempo fermo spacciato dal tempo presente.

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Sulla poesia di Giovanni Albini

Pubblicato il 9 febbraio 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Una riflessione sulle Poesie di Giovanni Albini

“Mi tengo stretto alle parole”, dice Giovanni Albini in un testo, Testimone, che ha il sapore di una specie di dichiarazione di poetica, di un’istantanea che condensa il senso di un’intera esperienza di vita, nel segno di “piccole” ma necessarie, essenziali cose: tra un brivido iridescente di “felicità” e il dono impagabile di un “bacio”, la vita dispiega le sue magie, godendosi le “parole” che la dicono e ricordano fissandosi nel prodigio di una scia di suoni e di luce, nell’attimo effimero della loro apparizione e scomparsa.
Godendosi le “parole”, restando ad esse “stretto” e fedele: come dire che le cose esistono, ci sono se dette, se assaporate nei loro suoni, nei loro sapori. Che sono in grado di salvare dal naufragio, dal rischio della perdita di senso: “un guscio” protettivo e accogliente, come un caldo alveo di sentimenti.
Interpretando l’esistere come un “ex-sistere”, non “un permanere”, bensì un continuo spostarsi e oltrepassare, travalicando il permanere, andando verso la possibilità aperta, verso orizzonti e accadimenti attraverso i quali l’esistenza possa mutare nel corso del tempo. È l’avverarsi e il divenire forse di un sogno, in cui l’io possa avvertirsi a casa propria, pienamente padrone di mezzi e prospettive, benché con l’avvertenza di un senso di precarietà, dell’incombenza anche del dolore: un tendere sempre verso un modo di intendersi diverso e inassimilabile, verso “l’infinito o il nulla”, ecco, giusto come dice una lirica del 2001 il Gabbiano solitario, senza che immagini e ricordi, le “piccole cose”, si cancellino ma per via delle “parole” si addizionino in una sorta di catalogo di meraviglie, in un “oggi” perenne, come un’interminabile rivelazione.
È questo che intravediamo, in questo come in tutti i testi della breve silloge, governati da una educazione espressiva esemplare: una “felicità” in divenire, emozioni e brividi dell’anima, cui fanno da sfondo luoghi, figure, incontri, atmosfere di esotico fascino e suggestione, tra isole caraibiche e Marocco, contrassegnati spesso da nomi di forte impatto emozionale (Cuba, Havana, Playa de l’Este, Medina di Fes), e in cui trovano il loro spazio e la loro casa “pigri sogni e parole” e un desiderio inesausto di gioia che può prendere le fattezze come dei paesaggi di sogno dei mari attraversati e vissuti, così più ancora di femminili forme statuarie invitanti al gioco dell’amore.
“Sono felice nel mio spazio”, esclama con soddisfazione Albini, “felice” come il Principe di Oscar Wilde, “custode della bellezza e della miseria”: uno spazio fatto di cose semplici ed essenziali (il mare, una palma, le nuvole, il vento), esposto a un “sole” che è non solo quello fisico ma anche quello metaforico, metafisico. Pare di sentire Ovidio che con orgoglio proclama di stare bene nel suo tempo: “Prisca iuvent alios;…haec aetas moribus apta meis” (“Amino gli altri il passato; io mi compiaccio di appartenere al mio tempo: questa è l’età mi appartiene e piace”).

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Laura di Corcia – Epica dello spreco

Pubblicato il 7 febbraio 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Laura Di Corcia
EPICA DELLO SPRECO
Dot.Com Press, Milano 2016
pp.55, 10,00 euro

“Frontale”, ne definisce l’esordio Viola Amarelli, che evidenzia altresì la sua “capacità di utilizzare quasi magrittianamente” figurazioni e metafore; Laura Garavaglia, nella prefazione, non si limita a rilevare soltanto che la sua è un’opera già matura a dispetto della giovane età (essendo nata a Mendrisio nel 1982) ma aggiunge anche che possiede qualità e potenza “visionarie” e Anna Lamberti-Bocconi le riconosce una “voce” ben forte e autorevole nel proclamare, “a colpi di pensiero e di immagini”, una voglia di capire non comune, la decisione di esserci, a dispetto del “tempo” e del suo “enigma” indecifrabile.
Sto parlando della giovane Laura Di Corcia, che si propone all’attenzione (e all’ammirazione) dei lettori italiani e ticinesi con la sua raccolta Epica dello spreco meritandosi pienamente gli elogi che le stanno elargendo critici ed estimatori. Tra questi, oltre i già citati, vanno annoverati, innanzi tutto, il suo mentore, Giuseppe Langella, accademico ma anche poeta e critico, promotore assieme a Guido Oldani del Movimento del Realismo terminale, tenuto a battesimo nell’antologia Luci di posizione, poesie per il nuovo millennio (2017), poi il poeta Giancarlo Majorino, Maestro e già fatto oggetto di un suo pregevole profilo biografico-critico (Vita quasi vera di Giancarlo Majorino, 2014), e infine l’auctor per antonomasia, il ticinese Gilberto Isella, poeta verso la cui raccolta più recente, L’occhio piegato (2015), la giovane autrice ha sicuramente qualche debito, se non altro per certe tangenze tematiche e stilistiche.
Cosa c’è di notevole in questo suo libro? Due cose principalmente: il suo linguaggio poetico, innanzi tutto, e poi la capacità di orchestrazione delle sue tematiche intorno a un fulcro già ben evidente nel titolo.
Partiamo dal primo, dal suo disporsi e distendersi in maniera direi poematica, attraverso 25 lasse di diversa estensione, in una scrittura che si protende, molto sperimentalisticamente, in un flusso discorsivo dai molteplici livelli semantici per ritmi e toni, in un ductus espressivo molto marezzato e cangiante che, tra strutture ora brevi ora stroficamente più ampie e distese, si modella sull’andamento del pensiero e della riflessione (nel senso più letterale del termine di un soggetto che si ripiega e rispecchia su se stesso, sul paesaggio che lo circonda, e con esso si identifica, penso al testo 4), sul ritmo si direbbe del pensiero (diastole-sistole), per approdare progressivamente a un prosciugamento quale è quello che si constata negli ultimi testi.
Per quanto riguarda il secondo, la trama cioè dei contenuti, colpisce che tutto parta da una constatazione, che leggiamo nel primo testo, “Viviamo appesi a un dramma, / un’idea fissa ci perseguita” e che questo “dramma” angosciosamente consista, stando all’autrice, nel vivere tra la palude (nel testo 2) e il lago (nel testo 4), tra stagnazione e impotenza (ma anche pacificazione e rasserenamento), non senza però una forte tensione verso un “sogno” di cieli finalmente sgombri, verso un brillio di “stelle” da lasciare “a bocca aperta”, dopo essere scampati a una palude che, più che sanguinetiana (la “palus putredinis” di Laborintus) e manganelliana (penso alla Palude definitiva del ’92), somiglia a quella del poemetto Mundus Niger di Emilio Villa dallo spessore molto metafisico: come dire nell’attesa di un’essenziale “salvezza” di là da venire, che nel testo 35, il definitivo, è paradossalmente identificata nello “spreco” (“È nel più piccolo dei microcosmi / che puoi trovare la salvezza. / Non sai vivere se non sai sprecare”).
È un termine ambiguo, “spreco”: significa insieme dissipazione e inutilità ma anche investimento di energie, tanto più se coniugato al termine “epica”, che mette in scena un gioco di rapporti, generoso e fertile ma al tempo stesso fallimentare, una sorta di “hypnerotomachia”, di teatro ideologico e visionario nutrito di fantasmi e memorie, di speranze e illusioni, e che rapportato all’ambito della scrittura chiama in causa un’idea di espropriazioni e assimilazioni di modelli e stili diversi ben centrifugati (come non sentirci esplicitamente in questi testi Milo De Angelis, coniugato a certe soluzioni anche espressive dell’ultimo Majorino?).
Un’”epica” che è poi un’etica, un modo di essere, a considerare quel che si dice in un testo molto interessante, il 30, dove vengono evocate due figure letterarie e umane di particolare spessore, ossia Tasso e Ariosto. “Di unicità abbiamo bisogno, di Tasso e non di Ariosto”, dice, dopo aver precisato con enfasi ottativa “oh come gli atomi già formano una specie di strada / che sbrana i molti sentieri, accorpa le inutilità”: questo per dire che, nella coscienza dei limiti (“il confine fra chi sono e chi non sono”, testo 2), si privilegia un’attitudine seria e compresa della drammaticità delle cose, piuttosto che la leggerezza della fiaba.

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Per Francesco Belluomini

Pubblicato il 6 febbraio 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

PER FRANCESCO BELLUOMINI

“Un percorso da stato d’emergenza /da vero giramondo dei mestieri”, descrive così la sua “avventura” umana e intellettuale, Francesco Belluomini, giusto all’inizio del libro, Ultima vela, autobiografia “in forma poetica”, che raccoglie e condensa il suo lascito di esperienze in forma di parole, la sua storia (“tutto me stesso”), sotto un titolo metaforicamente comprensivo e allusivo di molte cose, della passione del mare non meno che del fatto che questa fatica si colloca in maniera riassuntiva al punto estremo dell’intera sua vita e costituisce in un certo modo il suo testamento morale nel consegnare ai posteri, senza falsa modestia, i montaliani “fatti” e “nonfatti” di un’esistenza quanto mai singolare, ricca di emozioni e “invenzioni”.
“Un percorso da stato d’emergenza”, attraverso “differenti mondi”, ma con una stella polare, un punto di riferimento inderogabile dal principio fino alla fine, che è la poesia: coltivata e praticata direttamente o stimolata e promossa, con indefessa pazienza e fedeltà, a costo di fatiche e innumerevoli battaglie, nell’infido mare dell’esistenza, la poesia, intesa non solo nel senso più proprio di scrittura ma anche come continua messa in gioco e “invenzione” di sé sulla scena della vita, ha costituito per l’autore il fecondo lievito di progetti, propositi e realizzazioni nell’arco di almeno mezzo secolo, attraverso stagioni e libri e soprattutto attraverso la sua “creatura” più significativa e duratura, quel Premio di Poesia, autentico “monumento”, per sua stessa definizione, che, intitolato alla sua città, ossia Camaiore, continua a costituire, a partire dagli inizi degli anni Ottanta e a tutt’oggi, la testimonianza più viva e concreta di un amore sconfinato, capace di esporlo alle “raffiche di poppa” e ai “perigliosi fortunali” di malevoli e invidiosi inchiodandolo, “disarmato” ma tetragono, come un novello Ulisse, all’”albero del velame” della sua passione.
“Giramondo dei mestieri”, come dire uno che ha fatto sempre molte cose insieme, versutum, insomma, per dirla con l’antico poeta latino: è una bella e appropriata definizione di sé, non c’è che dire, che fa pensare a quella, celebre, di Salvatore Quasimodo che si fissava icasticamente nell’etichetta di “operaio di sogni”, e da cui bisogna partire per comprendere il senso di una ricerca inesausta e inesauribile, fatta di “mestiere” costruito con certosina applicazione fino a dar corpo a un’originale e complessa struttura strofica e metrica, a una historia sui, in “forma prigionata” di stanze prevalentemente endecasillabiche, fortemente scandite e scalpellate in una lingua dal forte sapore idiomatico, che, a dispetto di ogni assunto “discorsivo”, s’inseguono e incalzano, in uno “scrivere con foga compulsiva”, per quasi 2500 versi con irruenza tempestosa e a tratti perfino visionaria, obbedendo alla “voce” profonda e irrefrenabile dell’”inconscio” memoriale dell’autore, coerentemente col suo carattere ben noto e riconoscibile.
“Operaio di sogni”, non meno di Quasimodo, e “versatile” non meno dell’eroe di omerica memoria, Francesco Belluomini, “battitore libero” in politica così come in letteratura, si è interamente investito nell’impresa davvero titanica di dar voce, da “veloce tessitore di versi”, esclusivamente alle vicissitudini della sua vita, ma senza concessioni al patetico e senza indulgenza per un elegiaco lirismo da “carta straccia” (oltre che verso certa correttezza lessicale e sintattica troppo letteraria), al punto da preferire (per farsi un’idea della sua formazione) uno “scurrile” Domenico Tempio a Dante, con l’unica intenzione esplicitamente perseguita di ricostruire scenari, situazioni e figure (tra tutte, fondamentali e memorabili, quella del padre, di Rosanna e di Raffaella), che hanno contrappuntato il suo itinerario verso una “linea del traguardo” da sempre intravista e prefissata, grazie anche a una formidabile memoria che gli ha consentito ad ogni passo di non lasciar “nulla del raccolto”.
Il risultato è il poema di una vita, di continui andirivieni tra porti e mestieri i più diversi, una vita costellata da viaggi, avventure, disavventure, amori e perfino da naufragi, oltre che da libri: quelli suoi, in versi e in prosa, usciti presso Editori differenti, grandi o piccoli che siano, e gratificati anche da riconoscimenti sempre più prestigiosi in Italia e all’estero; e quelli altrui, letti insaziabilmente dapprima solo nelle pause di un lavoro faticoso da mozzo sulle navi, poi “nottetempo” e nei silenzi, da inventore e Presidente di un Premio Letterario, che è diventato nel tempo uno specchio della società non soltanto letteraria italiana.

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Lucetta Frisa – Nell’intimo del mondo

Pubblicato il 22 gennaio 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Lucetta Frisa
Nell’intimo del mondo
Pasturana, Puntoacapo 2016

Viene da lontano, Lucetta Frisa: da un lungo percorso di scrittura che da sempre interroga la vita, a partire da un punto essenziale che è la consapevolezza di un ancoraggio alla parola come chiave di lettura del mondo, all’idea, già enunciata ne I miti, le leggende (1970) e ribadita ne La costruzione del freddo (1990), di un “punto solare”, di un “cuore”, da cui si irraggiano infinite possibilità verso la conquista dell’io, oltre La notte alta del senso (un titolo mirabile del ’97), oltre l’”arida neve che nasconde il cuore”, verso la ricomposizione cioè di quello che in Modellandosi voce (1991) è definito “l’irrimediabile squarcio” della vita, la ferita originaria dell’esistere.
È a partire da ciò, da questo omphalos, luminoso e insieme oscuro, esaltante ma anche doloroso, che prende il via un’avventura esperita col viatico consolatorio della scrittura (si scrive “respirando”), costruendo ogni volta vere e proprie partiture liriche e drammatiche, storie di un’inquieta ricerca di luce, in cui si coniugano e trovano corpo pensiero e memoria in strutture di controllata densità, in una lingua mutevole e lunare, a tratti drammaticamente franta, cavalcantiana (“una scrittura / di nervi e sinapsi”, come è definita nella raccolta L’altra, 2001), la cui esplicita ambizione è quella di far lievitare e sopravvivere “in punta di penna” quell’idea di sé enigmatica e femminile, cangiante, che ognuno si porta dentro, nei propri intimi “inferni”, come una risorsa o una condanna.
Tra i tanti, c’è un testo in particolare che più di tutti colpisce e intriga. Un testo che assume per me un valore paradigmatico e mi fa dire, e non per ragioni esterne ad esso, che, sì, davvero con Lucetta l’incontro è con un’anima gemella: con una che a rileggerla continuamente la si scopre nuova e diversa, “altra”, giusto il titolo in copertina del libro del 2001. Si intitola, il poemetto, Porta Rosa ed è contenuto nella sezione Ritorno alla spiaggia (2009).
A parlare è in esso una donna: un’ombra che riemerge dall’”oltre” delle tenebre e della notte, nell’atto di “riprendersi la luce”, col solo ausilio di un canto che la richiama e riscatta dal suo Erebo, prestandole voce e consistenza, Euridice di un impossibile Orfeo. Non diversamente da quanto già avveniva anche in altre raccolte, nella raccolta La follia dei morti (1993) o in Siamo appena figure (2003), attraversate da simulacra luce carentum, notturne, virgiliane umbrae (Emily, sopra tutte, nella prima), protese all’apparire e perciò già vive, che diventano lingua, fissandosi nella luce del canto, componendo così un disegno in cui esistono come attesa e vigilia, in un alone fosforico di luce, in bilico tra inquietudine e consolazione, tra grigiore e luminosità, grate del loro dono e del loro attimo eterno di vissuto. Specchiandosi in un caleidoscopio di proiezioni, in “autoritratti”, disegnati nei versi per “non morire mai”, come si dice nel Secondo autoritratto notturno di Se fossimo immortali (2006)
“Cerco la mia casa”, spiega ansiosamente, quasi a volersi giustificare per il suo ardimento. “La mia casa era ai piedi di una strada in salita / e in cima una porta grande di pietra”. Sa dov’era e quanto arduo fosse abitarvi: al cospetto di un emblema di luce e di armonia, la Porta (quella che ad Elea “divide giorno e notte”, secondo il “venerando e terribile” Parmenide), la stessa, forse, ora serrata (cfr. ”Meditare davanti a oggetti chiusi / l’apertura del mondo”, in Maddalena, nell’incipit di Siamo appena figure), ora spalancata, alla cui guardia stazionavano “parole / che l’attendevano scalpitando” sempre in attesa di guidarla “verso un’altra lingua” (in L’altra, un libro attraversato tutto da lame di luce atterrita come “in una specie di fitto delirio eliotiano”, come in prefazione sottolineava Attilio Lolini).
Ma troppo tempo è passato, troppe stagioni umane hanno deluso e per sempre ridotto tutto a un infimo, “infinito inferno” di “cose distrutte” e impossibile le è ritrovarla e riconoscerla.
Per questo, in un siffatto paesaggio di rovine, ci si chiede che senso abbia la sua ricerca. E quale bisogno la spinga, lei che è una “morta”, a cercare ancora una dimora, diventata “fango / tra il fango”.
“Cerco la mia casa”, nel segno di un riacquisto di “luce”, lei insiste: quasi che casa e luce siano, come sono, la stessa cosa, nell’ordine snervante del tempo (“Ad ogni tremito passano i secoli”, Siamo appena figure, in Teatro della luce), schiacciato sotto “il peso doloroso del paesaggio”.
Forse lei che “non attende / segni dall’alto e dal basso”, cerca affetti, cerca tracce del suo passato e le scova dall’”intimo del mondo”, per appropriarci del titolo dell’intera silloge: dal mistero di una solitudine essenziale in cui fioriscono parole necessarie.
O forse è di essere riconosciuta o di riconoscere, sentire un luogo, quel luogo, come il suo proprio, che lei ha bisogno: di riconoscersi in esso e di mirarlo come lo spazio familiare della sua esperienza, al di là del tempo. Una cosa impossibile. Agli umani non è dato guardare il cielo se non soltanto per illudersi, per “indovinare / figure nelle nuvole alte”, senza aspirare ad altro, non concependo altra prospettiva se non quella di riconsegnarsi alla “polvere”, a quel simbolo cioè di morte da esorcizzare vanamente nel canto, come si diceva in un testo di Gioia piccola (1999).
È in questo silenzio, dinanzi a questa “polvere” e dinanzi a una “porta” che separa e unisce, si spalanca una prospettiva astrale, infinita: “parlerò solo alle stelle”, proclama all’inizio dell’ultimo poemetto, Perseidi, ed è la promessa di un canto che non chiede ascolto umano, di un canto che ambisce a ricostituire la scena primaria dell’invenzione stessa della vita, della propria vita (“Io ipnotizzo le stelle / loro ipnotizzano me / allargando allo spasimo / le mie pupille umane”), come in un idillio del siracusano Teocrito o in un’ecloga virgiliana, con la coscienza che carmina vel caelo possunt deducere lunam, che cioè il canto può operare l’impossibile, perfino tirar giù dal cielo la luna.

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SOGNI E ALTIFORNI

Pubblicato il 21 gennaio 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

SOGNI E ALTIFORNI
di Gordiano Lupi e Cristina de Vita

Come un moto circolare in cui la fine si colloca con l’inizio e viceversa e di un percorso circadiano di un tempo chiamato vita, si ha una visione del vissuto e dei cambiamenti che, talmente distanti da se stessi, ci fanno rimpiangere ogni cosa, persino un vino forse pessimo fatto probabilmente ancora con il vecchio sistema della pigiatura con i piedi, all’odore di un’osteria ormai perduto nel tempo, dalle sedie impagliate, il tutto sovrastato dall’odore dal fumo bianco dell’acciaieria vanto e gloria economica di Piombino e della plausibile risorsa di sogni da realizzare e realizzati, pur con un lavoro molto pesante e quotidiano
Adesso il fumo della Acciaieria è spento per sempre, come un corpo in decomposizione che mantiene ancora una struttura esteriore, un sogno finito, ed è la fine della speranza di un futuro per molti. Anche certi vicoli si sgretolano come inanimati come quelli che conducono allo stadio Magona, anch’esso vanto di un tempo glorioso neppure tanto remoto.
Il protagonista chiave del romanzo è Giovanni, di ritorno da un’ubriacatura di successo calcistico in serie A nella sua amata Inter a S.Siro, torna alle origini di ogni cosa e trova tutto cambiato, è costretto a fare dei parallelismi sui ogni cosa, di un vissuto e di un modo di vivere il momento tra “ un attimino “che ha sostituito un “cioè, nella misura in cui…”
Piombino e le memorie con suo padre o le storie inventate dal nonno, che sapevano tanto di fantasia, ma che era il collante tra loro.
Piombino del campo di Magona dove un tempo con un calcio al pallone si mandavano in porta anche dei sogni che di realizzavano, come per Tarik, marocchino di Piombino dal piè veloce, partito per Torino dove di sogni ne realizza due: come attaccante nella serie A della Juventus ma soprattutto la ricomposizione della sua famiglia moglie e figlio in una situazione economica di benessere.
Era, allora, il tempo dei radiocronisti. “Tutto il calcio minuto per minuto” veri scopritori di talenti. Il tempo delle indelebili amicizie che si cementeranno oltre i sogni che si realizzano e che porteranno per un certo periodo lontano con un sicuro ritorno, poiché anche i sogni realizzati rinserrano la memoria del passato e quell’amicizia vera che non si ossida.
Neppure la villa di Salivoli dove vive con la madre, è un sollievo Per Giovanni al rimpianto di un amore lasciato sul lungomare di Trani quando giocava in serie C col Molfetta: Debora, mano nella mano, qualche bacio, la luce nei loro occhi, giuramento di amore eterno. Quando i sogni rimangono tali e tutto il resto sfuma nella nebbia si vive in un rimpianto sospeso tra quanto si è perduto e quanto avrebbe potuto essere.
Unica nota a Piombino rimasta intatta è l’amicizia, soprattutto con Paolo persona che non ha vissuto con le testa nei sogni ma li ha realizzati, innamorato di Celia una bella ragazza cubana, se l’andrà a prendere per farla sua moglie, e Celia sarà il collante alle serate con le sue cene dove i ricordi tornano vividi e dove Giovanni può sentirsi ancora a casa in una città dalle case affumicate da ripulire, delle parti storiche da restaurare e di librerie letterarie che aggregavano. Non c’è altro modo che buttarsi in politica spiega Paolo a Giovanni, in una Lista Civica dove ci si potrà battere su argomenti ben definiti, chiede a Giovanni di farne parte, lui lo farà solo come auditore.
Sarà Leonardi l’allenatore del Venturina a risollevare la tristezza di Giovanni, malato di rimpianto, offrendogli la possibilità di allenare come responsabile il settore giovanile. Alla fine del campionato, un viaggio a Creta e quarant’anni dopo un’amichevole con la squadra giovanile di Trani ripercorrerà mentalmente la sua storia con Debora: dolce, bella, innamorata: Non hanno sognato insieme. Lui ha seguito il suo sogno e lei la sua delusione. La rivedrà? Ne ha timore, dopo quarant’anni..
Tutto l’epilogo di questo romanzo si svolte nella seconda parte dal titolo” Sinfonia d’autunno – La voce di Debora di Cristina de Vita. Tutto da scoprire in questo romanzo così commovente e coinvolgente che, per quanto mi riguarda, considero un vero capolavoro

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Incontro con Adam Vaccaro-Parma

Pubblicato il 12 gennaio 2019 su Eventi Suggeriti da Maurizio Baldini

Martedi 29 Gennaio 2019

ore 18:00

presso la
LIBRERIA FIACCADORI

Incontro con il Poeta e Critico

Adam Vaccaro

conduce e modera
Luca Arian

LIBRERIA FIACCADORI – Via al Duomo, 8/A – 41121 PARMA – tel. 0521.28.24.45 lsp.fiaccadori@stpauls.it

scarica la locandina

Fondamenti neoliberisti e possibilità non contemplate

Pubblicato il 10 dicembre 2018 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Fondamenti neoliberisti e possibilità non contemplate
Dal libro di Marco Bersani
Dacci oggi il nostro debito quotidiano – strategie dell’impoverimento di massa

Adam Vaccaro
***

Al di là della sinistra socialdemocratica (PD e collaterali), completamente affondata negli ultimi tre decenni nel mare della ideologia e della prassi neoliberiste, anche le posizioni degli altri frammenti della sinistra storica, rimangono fallimentari e inefficaci su ogni piano: politico, sociale e culturale. La ragione sta nella carenza di analisi dei fondamenti neoliberisti, che non possono essere affrontati solo con gli impianti critici del secolo scorso, o con pappe del cuore buoniste, o con inflessibilità critica focalizzata sulle forme politiche nazionalpopuliste, nate per reazione ai crimini sociali del modello dominante.
Finché il focus della propria critica – per quanto riguarda l’Italia – rimane accovacciato su limiti (indubbi) dei 5S o su posizioni (inaccettabili) della Lega, si continua a oscillare sulla coda di una bestia che ci sta massacrando. E che persegue senza adeguate opposizioni il progetto di distruzione sociale, economica e politica, utilizzando immigrazioni, nuove tecnologie, crescenti impoverimenti sociali, per un azzeramento di quelle conquiste di civiltà che sono state ottenute (pur tra violenze e guerre prodotte dalle fasi capitalistiche fino agli anni ’70-80 del secolo scorso) nell’ultimo dopoguerra da un incrocio di visioni e interessi tra capitale e lavoro.
Conquiste – ricordiamolo – non regalate dal cielo, ma ottenute grazie a contributi di sangue di movimenti politico-sindacali. Ma rese possibili anche da una fase di capitalismo, ancora fondato – sintetizzando – sulla produzione e su una territorialità nazionale. Con un orizzonte mondialista, anche l’analisi marxiana andrebbe integrata nei confronti di un capitalismo che ha reagito alla caduta storica e tendenziale del saggio di profitto, facendo diventare primaria e dominante la componente finanziaria rispetto a quella produttiva, e rompendo ogni impedimento derivante dagli assetti nazionali. Un’azione che non poteva non produrre anche reazioni di vetero nazionalismo. Non è la fine della Storia – come qualcuno narrava – ma è certo tutta un’altra storia. Entro la quale solo con una sinistra a misura di tale Nuova Storia, possiamo sperare di riaprire alternative umane. In caso contrario oscilleremo tra barbarie, inferni perseguiti dal capitalismo globalizzato, e confuse reazioni popolari e nazionali, che rischiano di diventare solo appigli per ulteriori strette delle spire del liberismo da parte delle oligarchie dominanti a livello mondiale. Le quali, benché divise e contrapposte, sono unite nell’obiettivo comune di tenerci sempre più liberamente intrappolati, chiusi ad ogni altra prospettiva futura, economica e culturale.

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