Recensioni e Segnalazioni

Le stanze di Tiziana Antonilli

Pubblicato il 3 marzo 2020 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Quattro quarti con Resto
Tiziana Antonilli, Le stanze interiori, Progetto cultura, 2019

Adam Vaccaro

Questo libro di Tiziana Antonilli, attraverso le sue quattro sezioni, sembra disegnare un percorso da fermo o circolare. Che parte dal mondo intrasoggettivo e dall’oscurità della solitudine, e somma approcci, aperture e colori diversi, interpolando, osservando, dando nomi all’Altro: persone, orizzonti, territori. Se il bilancio non risulta esaltante, e il moto tende a ripiegare al punto di partenza, la cesura non è a somma zero o lunare. C’è un resto, di un disegno più spiraliforme che di cerchio. Perché le domande, o la domanda di fondo, riguardano la mancanza di senso, che non può placarsi con una passeggiata chiusa che narra da casa a casa.
“Celebra lo schermo/ la breve vita di un pomeriggio:/ corto d’autore con lama rossa finale./ Per dare un filo al narrare/ e ai lividi senso/ si punta alla cima più alta/ ma si ingolfa presto la notte/ la penultima dell’inverno/ e bitume ricopre in fretta/ i titoli di coda.! (p.50). È una poesia che in-forma il nucleo-cuore della ricerca, delusa ma non arresa, dell’Autrice: “Non è cammino per piedi scalzi/ o con scarpe di bassa lega”, davanti al “pianto di chi vive a valle/…/ mentre l’inverno stringe allo stesso modo/ becero i polmoni! (p.51). Il percorso procede per immagini accese, non tanto su frammenti, quanto su ri-evocati squarci di vita. La tecnica è quella di uno spot mobile che illumina scorci, tranci, riportati dal Soggetto Scrivente nella propria stanza, che in tal modo assume un senso sia interiore che materico, di casa del Soggetto Storicoreale.
Diventa insomma, questo, il luogo adiacente che congiunge un piano e l’altro della molteplicità identitaria. Diventa esercizio di resistenza (senso sottolineato anche nella prefazione di G. Linguaglossa) e di ripresa di vita, per cui siamo ben oltre un senso intimistico del titolo. La stanza non è chiusa ma aperta, per non farne loculo, davanti al quale non ci resta che piangere. Il Resto, seppure deludente, è fonte di arricchimento di pareti illusoriamente sicure. Ché gli apporti dall’esterno all’interno non sono solo di arredo, per rendere meno triste e spoglia la dimora intima, ma testimoni e costruttori per tutti i livelli dell’identità soggettiva di una visione per la quale Senso e Altro sono due nomi della stessa Cosa, l’uno specchio dell’altro. Talché non può essere perseguito il bisogno vitale del primo, senza abbracciare, dibattere e combattere la terribile, violenta, affascinante complessità del secondo. Sostanza e materia, oggi, di realtà metropolitana, globalizzazione ecc..
Moto, Altro e (ricerca di) Senso sono i pilastri su cui si regge la struttura del libro, tutti nomi di apertura e interminabilità fenomenologica, che non trae alimento da un Essere – dio o altra ideologica fissità – ma da esseri, non solo antropologici, costituenti la poiesi della totalità: “com’è lungo il pomeriggio/ quanta festa ha in serbo/…/ Si rivoltano i vermi/ la luce avanza”, mentre “rantolano l’ultimo freddo gli stracci/ agli angoli delle strade” (p.24); “ombretto rosso sole/ inanellava il blu/ inarreso dello sguardo/…/ allora sembra di nuovo possibile/ che uno schiocco di dita/ ci inabissi all’istante”. Il verso suggerisce una torsione: nell’istante. Ma quale istante? Un infimo insignificante frammento, o quello che per un attimo ci inabissa nel nulla?
Il che comporta un’altra domanda: quale nulla? Del nichilistico pensiero unico dominante l’orizzonte neoliberista della postmodernità, o quel punto zero della oscillazione esistenziale – esplosione orgasmatica, biologica e mentale – da cui può ripartire la rinascita e la “Pienezza dell’esserci” (p. 34)? Punto su cui (ricordo Seamus Heaney), i versi offrono una ulteriore chiosa alla complessità relazionale tra identità singole/collettive.
Né chiusure psicotiche, né aperture inermi. Né casa chiusa, né fiducia acritica. Il brillìo e il dono di ogni tipo di relazione, non deve annullare la ricchezza delle duplicità, cadendo nell’illusione fusionale – di coppia o collettiva. La fonte vitale è molteplice, la sola “ricca d’acqua” che può “irrigare la vigna” (p.29) comune.
Il senso è dunque di percorrere l’inverno, per rinnovare dalla sua “pancia ruvida e nera…gli anni sottratti” (p.26) alle rinascite; e se il bilancio è in rosso e “Briciole hai ricevuto” (p.81), “nel mondo sconquassato/ …/ nella notte del senso” (p.87), se anche “fluttuavi/ da una malinconia all’altra” (p.92), perché “da noi l’alba è prematura” (p.51) e “l’estate è votata al fallimento” (p.95), il compito e il senso non arreso dell’amore antropologico, comanda: “va’ dissoda semina/ non altro t’affolli le ore” (p.41). È il moto vitale dalla notte al giorno, dall’inverno a possibili stagioni luminose della memoria, sempre presenti e sempre passate, in cui “la luce inventava il mare…Durata l’attimo che ci conquistò la meta/ la speranza” (p.43); tra “i germogli notturni…nel ciclo dei gesti, /quelli che aprono e restano/ lasciando dischiuso/ dei finiti il cerchio” (p.44).
Chiudo questa lettura con i bellissimi versi di p. 63: “certi che il Vuoto si sarebbe cibato di noi/ sgorga/ dal lago immobile che si piega sui larici/ duplicandoli in nascite infinite” (p.63). Versi che ci parlano dello spaziotempo furente, liquido e statico in cui siamo, dicono di quel noi e di quel Resto che rimane, che ci chiama e non può essere ridotto a zero: è solo da lì che può essere continuata la rincorsa vitale del Senso.
Febbraio 2020

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Il Breviario delle Stagioni di Gabriella Galzio

Pubblicato il 27 febbraio 2020 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Gabriella Galzio, Breviario delle stagioni, Agorà &CO., Lugano 2018

di Laura Cantelmo

Quello che nel suo Breviario Gabriella Galzio compie con regolarità liturgica, immersa nella purezza edenica del suo giardino, è un cammino iniziatico. Cammino di conoscenza scandito giorno dopo giorno dall’avvicendarsi delle stagioni “mitiche e cosmiche, cioè generate nella bellezza” (v. Postfazione dell’Autrice). Hortus conclusus sospeso in un’atmosfera metafisica, esso è luogo di meditazione investito di sacrale ritualità contemplativa, dove l’Autrice come Vestale si addentra nel mistero della Natura e della poesia sollevandone con stupore estatico il mistico Velo, cui la poesia stessa dà voce: “sogno una poesia/ avvolta in una tela di lino/ scritta su immacolata parete/ candore del pane/ sulla tavola”. Un vero percorso di conoscenza e di purificazione, simile a quello che nei riti Misterici di Eleusi le antiche culture Mediterranee riservavano agli iniziati al culto della dea delle messi, Demetra, e di sua figlia Persefone, la Kore simbolo della primavera. Nell’abbandono alla libertà dell’Es, al flusso della percezione e della visione trova voce e impulso amoroso ciò che per l’Autrice è nutrimento di vita: “questo ho amato, questa poesia”. Esperienza che trascende i limiti del giardino fino a sollevare il Velo rarefatto, “gentile”, che adombra il reale. Ed è oltrepassando le “porte della percezione” cui alludeva Blake che la visione della Vestale lambisce il cuore del mistero: dalla magia di ciascun fiore, dalla vita che anima il giardino e dallo stupore di fronte alla vista degli animali riceve alimento l’ispirazione poetica: “Sai che le anatre / hanno trovato la via del torrente? /…e il giardino si espande/ per vie d’acqua/ e poesia cresce/ in acqua chiara”. La poesia è dunque una forma di estasi amorosa ed è al contempo veicolo di conoscenza. Laddove il Velo consente di avvicinare il mistero, si manifesta nella natura una condizione speculare a quella dell’esistenza umana, un’alternanza di dolore, di perdita e di amore che introduce momenti epifanici della vita personale dell’Autrice e riflessioni sul suo vissuto “pubblico” nella società.
Velo, Acqua, Tempo, Casa, Giardino, Amore sono parole chiave e simboli di valenza polisemica, collegate al desiderio di purezza e di purificazione “dai veleni” e dai rumori/rumours della città, che le rende paradigmatiche del tema del sacro. Ad esse si associano ricordi di viaggio, immagini di altri giardini, quelli andalusi dell’Alhambra, lussureggianti evocazioni del paradiso islamico dove risuonano i versi del Poema del Cante Jondo di García Lorca e il ritmo del più voluttuoso tra i balli di coppia, il tango argentino, investito a sua volta di valore simbolico.
Ma è il tema del Tempo, quello della Natura – il Tempo/Tempio – ad assumere una posizione cruciale nell’ambito del sacro. La ciclicità degli eventi genera la speranza di un ritorno, necessaria ad affrontare l’esistenza con un senso di serenità che il tempo lineare imposto dalla tecnologia ignora. Quest’ultimo, nel frantumare l’Io individuale e l’intera compagine sociale ha posto l’essere umano in una drammatica condizione di precarietà e di dolore – “la ferita dell’esistere”.
Rinchiuso entro l’unica dimensione di un eterno presente privo di memoria e di progettualità, esso condanna l’umanità alla solitudine e alla “demenza digitale” (riferimento dell’Autrice a Manfred Spitzer, Demenza digitale). Sarà dunque il ritorno a una concezione ciclica temporale – il Tempo della Natura – a ricomporre l’unità dell’Io e il nostro essere nel mondo.
È l’Amore, che è sia poesia che relazione con l’Altro, cui la Galzio dedica una sezione importante della raccolta, ad ispirarne il tono generale. L’attesa e la grazia esplosiva dell’unione nell’amore passionale (unica concessione alla presenza maschile) sono mimeticamente raffigurate dalle rose, in particolare dalla “rosa vellutata nera”, allegoria della vittoria di Eros su Thanatos: ”mi sono rimaste le rose/ nel luogo spoglio dell’amore”, nell’attesa “che il luogo torni/ ritorni a germogliare “.
I “brevi” testi (una delle ragioni del titolo) sono quasi fotografie istantanee di immagini naturali, in uno spazio sospeso sono apparentemente simili agli Haiku giapponesi senza esserlo, come afferma l’Autrice, se non nell’essenzialità dei versi dedicati alla contemplazione della Natura e nella concezione temporale. Vi prevale la presenza mitico-archetipa di divinità femminili che simboleggiano le stagioni (Vesta, Afrodite, Flora, Pomona…) collegate alla cura, alla Casa, “una poetica, in nulla diversa dal mio cuore” che connota la raccolta, ad affermare “un asse erotico e mistico tutto femminile” – un’architettura di pensiero, che lungi dall’essere pura rarefazione, consente persino la critica al male della società attuale.
Si percepisce l’eco di María Zambrano, il cui immaginifico discorso filosofico rifiuta la rigidità razionalistica (v. Chiari del bosco, 1977), indicando il corpo come principale medium della conoscenza e dell’ispirazione artistica – il corpo che è carne, sangue, sensi e respiro – con riferimento alla concezione sensuale dell’amore dei mistici spagnoli nella fusione con il Divino.
Il linguaggio è alato, illuminato dalla delicatezza delle immagini, dalla ricorrenza di termini riferiti al candore e alla leggerezza, cadenzato da una musicalità discreta che ben si addice a quelle che si possono leggere sia come poesia pura che come metapoesia e note di vita vissuta. Nella sua grazia pittorica esso riesce ad affrontare con lievità anche la bruttura del mondo presente, senza nulla togliere alla chiarezza del discorso. Una semplicità “che finalmente possa parlare a un comune lettore” (v. Postfazione) senza negare alla poesia l’enigma che ne è sostanza.

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Quinta vez-Maria Pia Quintavalla

Pubblicato il 11 dicembre 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Nei cerchi sonori del materno
Quinta vez, di Maria Pia Quintavalla, Stampa 2009, Azzate (Va), 2018

di Luigi Cannillo

Stamane, mi sono svegliata già stanca e un po’ agitata come da un sonno duro e senza pace, e avrei voluto parlare con te, madre:
mi sento così strana senza il nostro telefono senza fili, che quei fili ho cercato amorosi nel buio, per un po’, senza trovarli.

Intanto risentivo la tua bella voce sensuosa avvolgermi, e un po’ solare, ma l’aria pareva potesse smarrire quei tesori se non li afferravo presto, come quel tuo ondeggiare lieve.

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Il Ventilabro di Francesco De Napoli

Pubblicato il 12 novembre 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Francesco De Napoli, VENTILABRO-Scotellariana

Graphisoft Edizioni, Roma 2019

Questo libro di Francesco De Napoli è un denso poemetto che prova a tradurre in versi la terra desolata, esteriore e interiore, focalizzata da un punto di sguardo posto nel Sud. Ne deriva una forma di lucida dolorosa denuncia civile interconnessa a una mancata paideia – nome e stella polare della Rivista e del Centro Culturale di Cassino, che l’Autore dirige da decenni – che purtuttavia è valore di una funzione formativa imprescindibile, assegnato all’esercizio letterario in genere, e al poiein in particolare. È il valore centrale che diventa fonte di forma, esplicitata da titolo e sottotitolo.
Ventilabro era la pala di legno usata dai contadini per ventilare il grano e separarlo dai residui superflui – metafora e simbolo dunque della capacità umana di distinguere valore e disvalore, trasmessa dall’esperienza della coltura della terra, radice di una cultura che con tutti i suoi limiti riusciva a tradursi in una koinonia antropologica, non arresa alle folate distruttive del vento della storia. È una concezione nel solco dei maggiori poeti moderni – da Leopardi a Eliot –, alieni da purezze parnassiane e intimismi spirituali, che coltivano una forte connessione con l’interesse collettivo degli ultimi, da cui possono derivare tensione a mettere in comune entro, appunto, la visione di una funzione formatrice.
Il sottotitolo richiama Rocco Scotellaro, modello espressivo radicato nel territorio di cui si fa voce e pensiero critico tutt’affatto localistico. De Napoli ne trae magistero e linfa per aprirsi a una riaffermazione dei più alti valori antropologici, attraverso una lunga serie di Voci rimaste pressoché inascoltate, qui evocate e incastonate nei versi con cognome e nome – Fortunato Giustino, Martino Antonio, Levi Carlo, De Martino Ernesto, Silone Ignazio, e Popia Antonio, Sinisgalli Leonardo ecc., per citarne alcuni – a imitazione delle elencazioni burocratiche e della relativa lingua ingessata. Che però dal testo viene denegata e ribaltata in sensi opposti, rovesciandone i moduli come una clessidra.
È un filamento delle scelte di stile di questo testo, che punta il dito sul linguaggio formalistico di chi ha gestito in modi ignobili la vicenda storicosociale italiana negli ultimi decenni. E articola una trama che conduce alle devastazioni di cui il testo fa come un inventario-rendiconto di quella che opportunamente è stata qualificata una catastrofe antropologica. Uno sbocco che non è piovuto casualmente dal cielo, ma ha padri e madri terreni, eroi del trionfo ideologico e finanziario del modello globale neoliberista.
Riuscire a dare forma di canto a temi che abitano poli come quelli suddetti è la scommessa difficile, su cui si è misurato Francesco De Napoli con questo poemetto – ma anche, peraltro, in tutto il suo percorso espressivo, Estraiamone qui alcuni stralci esemplificativi:
“La terra noi consumiamo da protervia/ infame appagati, indegni e vili mietitori,// dissipatori incauti di memorie e valori/ senza espiazione né remissione”. Sono i primi quattro versi, che danno il là alla tessitura testuale, tutta in distici” (p.11).
“Difficile riconoscere/ / la mala pianta che ammorbati letarghi/ intacca d’innocenti votati alla mattanza/ … sui fianchi franosi del Vulture ferrigno”. “”Poesia inesauribile dei castighi e delle fughe,/ ogni traguardo pare inibito alla speranza” (pp.12-13).
Ma con “la mia brilla e languida lamentazione…/ Scoprii disfatte ma ostili le antiche radici” (p.15) a “le trame del potere e le spire della piovra” (p.22), “tra i pidocchi rumorosi/ del capitale,,, Rocco,/ prova tu a pronunciare il tuo nome” (p.23), in “rime/ d’un arcaico rivoluzionario sentire” (p.24).
Si dipana, insomma, e declama un cantico dei conti e del vento di un autunno avverso, che non può tacere e lancia appelli per una disperata ricerca di salvezza umana. Sia pure nella coscienza del proprio “inutile, pletorico e patetico…querelare gramo”, contro il “risolino ebete dei santocchi annoiati,/ l’ironia condita d’un perbenismo ricercato” (p.19).
Dunque, benché senza illusioni il poeta risponde, tra accenti di umiltà autoironica, alla necessità di testimoniare la propria resistenza e il suo rifiuto: “L’incoscienza del poeta non avanza né arretra” (p.23), alimentata anche dallo sguardo fascinato dalla sua terra di origine; “A strapiombo sul mondo sono i picchi e i dirupi/ del lucano Appennino: lassù davvero ti cinge// dell’universo il mistero. Avvinto fissi luna e stelle/ sinistre e confidenti, castigate e incombenti” (p.38).

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Emilio Zucchi – Transazione eseguita

Pubblicato il 27 ottobre 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Emilio Zucchi, Transazione eseguita,
postfazione di Giuseppe Conte, Passigli Editori srl., Magno a Ripoli – Firenze 2019, pp.50

Il lettore deve essere grato a Emilio Zucchi per aver pubblicato la raccolta in parola, che nel panorama della poesia contemporanea offre ai predetti e agli artigiani del verso poetico un urlo: la poesia è un lacerto di voce che vola – o si dissolve – nelle obliquità sottili di una rete, unica agorà, che tutto raccoglie, cataloga, disperde. Il lettore, fin dai versi iniziali, percepisce un inferno rarefatto, notturno, anche se il lume è acceso. Un’immagine kafkiana diventerà la bussola del viaggio nella contemporaneità: un’esistenza orba – ammonisce il poeta – della società umana che si consuma, assorbendo frammenti di parole, di “luce dissonante/ sull’acqua lacrimosa”, mentre il pensiero rincorre i capitoli di un catalogo di spensieratezza sgargiante.
Il poeta parmigiano offre in queste sue liriche brevi – ad eccezione per una catalogazione storica di tragedie consumate – squarci di vita, che individuano anime e cose naufragate in una fanghiglia paludosa. I versi rincorrono il desiderio di ricordare, con l’auspicio di essere dimenticato, per poi confondersi tra pietrisco e calcinacci … umili materiali inerti mescolati “in fondo a un terrapieno/ ferroviario locale”; il lettore, nel silenzio della mente, condivide il bisogno della dimenticanza, perché essa si addice ai Poeti!
La dimenticanza è urlo senza voce che grida ciò che si è perduto nel trascorrere della storia e della cronaca. In queste liriche scarne non manca il dondolio armonico della follia che s’incarna nelle parole per concludersi con la banalità di una Transazione eseguita.
La raccolta poetica di Zucchi regala versi simili a frammenti di riprese cinematografiche, montate e poi smontate che narrano spasmi e sussulti, che si contrappongono, s’ignorano e si mescolano, confusamente: insonnia, mutuo, riduzione d’orario… Kiss and fly, Sharm el-Sheikh, selfie… Low cost e botox. Parole contratte, striminzite, senza respiro – forse – progetti di vita. Tra queste pagliuzze errabonde traspare il tradimento, forse un debito per una colpa, una moneta in cui le due facce sono l’eco l’una dell’altra, mentre tutto si consuma.
Nel pensiero, appaiono così le ombre bianche, in un vortice senza fine; baratri che si chiudono, che ingurgitano il tradimento e le lacrime.
La poesia, in questo grido, illustra e medita sopra un presente, che è vittima del delirio immobile che attraversa luoghi che cancellano la propria identità per seguire cartoline illustrate che dissimulano il vuoto riempito di nulla. Il mostro è vivo. La circolarità sembra non aver fine.
Edmondo Busani

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Adam Vaccaro – Tra Lampi e Corti

Pubblicato il 11 settembre 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Adam Vaccaro, Tra Lampi e Corti, Marco Saya Ed., Milano 2019

Affondare le mani e gli occhi nel presente – Da Sein, “essere nel mondo” secondo Heidegger – per scandagliarlo come ultima e inarrestabile pulsione, perché non esiste altra via, se la propria realtà socioeconomica e culturale risulta inaccettabile, questo è il tema fondante dell’architettura poetica di Adam Vaccaro. Con la passione che lo contraddistingue il suo occhio attento e disincantato affida alla parola poetica il suo grido di rifiuto e di protesta.

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Angelo Gaccione, L’incendio di Roccabruna

Pubblicato il 5 settembre 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Angelo Gaccione, L’incendio di Roccabruna,

Di Felice edizioni, Martinsicuro 2019

*

Laura Cantelmo

Sperduto in Calabria tra mare e monti, Roccabruna è il nome di fantasia di un paese reale, luogo d’origine di Angelo Gaccione e teatro delle storie narrate.

In bilico tra realtà e leggenda, esse risultano “talmente reali da parere inverosimili”, come avverte l’Autore, ma ciò che sorprende è come resti immutabile nel tempo la rete di soprusi e di sopraffazioni che si ripresentano ogni volta con la stessa brutalità. Quasi che nei secoli i rapporti umani e sociali fossero segnati da una insanabile dannazione che si tramuta in violenza spietata verso i propri avversari o verso gli animali, senza essere mai scalfiti dalla razionalità, da una consapevolezza umana o dal perdono cristiano. Ne emerge una distopia, un vero inferno dantesco i cui dannati, in corpo e in spirito, sono gli stessi abitanti di Roccabruna.

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VITELIÙ – IL NOME DELLA LIBERTÀ

Pubblicato il 20 luglio 2019 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini

Comune di Bonefro

Chiostro ex Convento Santa Maria Delle Grazie

in collaborazione con

Associazione Culturale Milanocosa

Presenta

11 agosto 2019 – ore 17,30

AttraversaMenti

A cura di Adam Vaccaro

Una Storia Magistrale

VITELIÙ – IL NOME DELLA LIBERTÀ

Nicola Mastronardi

Itaca srl, Castel Bolognese, 2012

***

Un arco di storia sconosciuto o conosciuto solo per scorci, raccontati perloppiù da chi, nel secolare scontro storico tra Popoli Sanniti e Impero Romano, ha prevalso. Qui la narrazione è fatta dalla parte dei Sanniti, sopraffatti, ma al tempo stesso fonte di contributi decisivi nella definizione di quella unicità e molteplicità, da essi per primi chiamata Viteliù-Italia. Il che è stato possibile, perché hanno tenacemente resistito e difeso il nucleo prezioso della loro identità.

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Assassinii e Salvezze di Haruki Murakami

Pubblicato il 18 maggio 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Assassinii e Salvezze di Haruki Murakami 
Rinaldo Caddeo

*
Murakami Haruki, Ranocchio salva Tokyo, Einaudi, Torino 2017

Lungo il crinale affilato dove il versante sfuggente della realtà si incontra e si unisce con le ripide inclinazioni del sogno, Murakami, alla pari con le sue altre grandi e piccole narrazioni, ci conduce in alto con le parole esatte di una lingua cristallina.
Questa volta è una fiaba metropolitana breve, poche pagine corroborate dalle illustrazioni di Lorenzo Ceccotti: un ranocchio gigante (oltre due metri) convince il nostro eroe, Katagiri, un impiegato di banca qualunque che vive da solo (ma non fa un qualunque lavoro: riscuote, con successo, i prestiti), a combattere contro il Grande Lombrico che vive a Tokyo, sottoterra e vuole provocare un terremoto catastrofico.
Come va a finire? Nessuna rivelazione (da parte mia). Dirò solo che finisce in quella feconda nicchia murakamiana dove non solo sogno e realtà ma anche anomalie e routine della vita quotidiana, il solito e l’insolito, si fondono con le regole, le trasfigurazioni e le sorprese del mondo fantastico.

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Gli Attraversamenti di Beppe Mariano

Pubblicato il 9 marzo 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Beppe Mariano
ATTRAVERSAMENTI
Edizioni Interlinea, Novara 2018

Come dice nella nota critica di Giovanni Tesio, che accompagna, assieme a quella, more poetico, di Gianni D’Elia, l’ultima raccolta Attraversamenti di Beppe Mariano, ciò che compete al poeta e di cui si parla sono gli “attraversamenti di spazi, di tempi (di tempo), di vite”, per testimoniare attraverso di essi “l’orma, l’ombra, la traccia che sono le parole a segnare, a sostenere, nonostante la debolezza del loro naturale statuto”.
È insomma l’attraversamento della vita nella molteplicità delle sue occasioni e degli incontri (penso a persone concrete, Giuseppe Conte, Giorgio Barberi Squarotti, Stefano Verdino, il prefatore Giovanni Tesio, per restare ai più noti evocati nei versi), in cui il poeta, come un “migrante”, al culmine di un periplo di disgrazie e miserie, di vicissitudini e migrazioni, di disperazioni e speranze, di guerre e mari faticosamente vinti e superati non soltanto metaforicamente, si pone drammaticamente la domanda: “Mi sono salvato: perché io fra i tanti?”: l’attraversamento della storia, della storia dei nostri anni, su una scena di miti intramontabili che hanno nomi antichi (Edipo, Ismaele) ma solo per parlare dell’oggi, senza alcuna concessione al patetismo, che “solo la poesia” (per citare il titolo di un testo della seconda sezione Pietr/erba) sa salvare e conservare con laica pietas per risvegliare le coscienze dal torpore.
In questo senso, Mariano, già autore di una monumentale silloge Il seme di un pensiero (Aragno, 2011), fin dal primo e più caratterizzante poemetto, quello che dà il la a tutta raccolta, fa parlare la propria coscienza con una domanda in cui s’avverte sconcerto e stupore e insieme vicinanza con l’Altro, con le vittime di un Male irredimibile, che a tante prove non sono scampate: domanda tragica di una sensibilità perplessa di fronte a un orizzonte incomprensibile e in cui risuona il senso di una storia che non sa riconoscersi “nella maledizione che altri subisce e che altri sommerge”, che, come rileva Tesio, fa pensare ai Sommersi e i salvati di Primo Levi, per concludersi con il riconoscimento e l’affermazione dell’impegno a testimoniare, a “ricordare”, strappando all’oblio lacerti di vita. Un tema questo della memoria, che, urgente nell’ultimo testo della sezione, L’angelo, si innesta sulla presenza di luoghi, della Montagna (il “suo” Monviso), come ancoraggio a un sistema di valori, fatto di “gente” e di “storia” (“il tuo corpo mappa diventa della memoria: / della tua gente, della tua e loro storia”).
Qualcosa di più di una generica, buonista, solidarietà, insomma: è, il suo, l’atteggiamento morale di un individuo che si interroga sui fondamenti stessi dell’esistenza, sulle ragioni ontologiche dell’essere, con una determinazione amara che fa pensare al Leopardi del Canto notturno: “Dove comincia il cielo, dove finisce? / L’antica domanda si riformula / in una mente diventata troppo logica: / indaga il cosmo, non più chi l’ha pensato”.
A concludere l’intera raccolta, nella terza sezione Sconfinamenti, un testo, In regioni alte, che tematicamente e moralmente condensa e sintetizza il tutto, in cui campeggia il tema di una “vecchiezza” ostinata e al tempo stesso rapacemente ancorata alla vita (“corsara”) che non si rassegna e continua a proclamare la sua fede nel “poco verde che rimane”, nel residuo di umanità che l’individuo continua a coltivare nell’impervio e disumano paesaggio dell’oggi.
Vincenzo Guarracino

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