Viteliù – Nicola Mastronardi

Pubblicato il 22 settembre 2018 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

VITELIÙ – IL NOME DELLA LIBERTÀ
Nicola Mastronardi
Itaca srl, Castel Bolognese, 2012

UNA STORIA MAGISTRALE
Adam Vaccaro

Un arco di storia sconosciuto o conosciuto solo per scorci, raccontati perloppiù da chi, nel secolare scontro storico tra Popoli Sanniti e Impero Romano, ha prevalso. Qui la narrazione è fatta dalla parte dei Sanniti, sopraffatti, ma al tempo stesso fonte di contributi decisivi nella definizione di quella unicità e molteplicità, da essi per primi chiamata Viteliù-Italia. Il che è stato possibile, perché hanno tenacemente resistito e difeso il nucleo prezioso della loro identità.
Al centro, c’è dunque quest’ultima complessa tematica di una narrazione avvincente, che oggi ci offre una misura che va ben oltre il quadro storico, pur documentatissimo e sorretto da una immaginazione e una scrittura dense di poesia. Grazie alle quali dalla materia storica emergono e rimangono impressi nella memoria del lettore personaggi ed emozioni di una tragedia e una etnia, che i peggiori sogni imperiali di Roma hanno tentato ripetutamente di cancellare.
Sono sogni di dominio e di potere assoluti che nel corso della Storia hanno replicato molte forme di mostri e orrori. E che, anche nella contemporaneità, fanno apparire non di rado molti inni alla civiltà, alla democrazia, alla libertà e ai diritti umani, declamazioni retoriche e utopie lontane, a fronte di una sorta di tsunami che incrocia tecnologia e oligarchie economico-finanziarie.
Al centro di questo libro straordinario c’è quindi una passione di conoscenza di sé e dell’altro, che per me è l’asse portante di ogni discorso sulla libertà: senza di esso, quest’ultima diventa una declinazione (solo) ideologica. Occorre, prima di tutto, acquisire coscienza e cultura per saper custo-dire la propria identità. Che o è collettiva, o non è, perché l’identità individuale, senza una connessione viva con una comunità, diventa delirante e miserevole individualismo. Ma l’ideologia oggi dominante è questa: diceva la Thatcher, la società non esiste, esistono gli individui.
Questo libro è dunque importante, perché inanella una storia – fatta di tante storie – che mostra il contrario. Per questo è, non solo conoscenza, coscienza e riconoscenza dovute a un passato che appartiene a tutta l’Italia (e, a mio parere, non solo), ma attualissima sollecitazione a ricostruire un pensiero critico rispetto alle tremende e antropologicamente distruttive tendenze in atto. Le quali non sono solo produttive di caos violento, guerre e imbarbarimenti di un capitalismo finanziario imperialistico, che rivendica libertà da ogni regola e condizionamento. Sono premesse e condizioni che storicamente hanno già mostrato risultanze regressive, con ripartizioni della ricchezza tendenzialmente precapitalistiche e medioevali.
Questo libro è quindi – non solo per l’Autore o per chi come me, sente e riconosce le proprie radici sannitiche – un salutare ricostituente vitale di quella intelligenza della contemporaneità, carente nonostante la sovrabbondanza di informazioni, senza la quale la libertà diventa un fantasma e con essa un disegno di futuro, per i più, difficile e oscuro.
Settembre 2018

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Roberto Sanesi: “Ho sognato la vita…”

Pubblicato il 20 settembre 2018 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

“Ho sognato la vita…”
(Rapporto informativo, I, 1966)

Vincenzo Guarracino

Roberto Sanesi nasce il 18 gennaio del 1930, a Milano, da una modesta famiglia di origine pratese (il padre, Angelo, è infatti un restauratore di mobili), che si era trasferita nel capoluogo lombardo in cerca di migliori condizioni di vita e di lavoro.
Durante l’infanzia, si appassiona precocemente al teatro. Come in seguito racconterà, il rinvenimento in casa del nonno di un numero considerevole di libretti d’opera, alimentano in lui il gusto per la lettura e successivamente per la scrittura: “A furia di leggere libretti d’opera mi aveva preso l’idea del teatro. Avrò avuto sette o otto anni quando passai un’estate a Galciana nella parrocchia del prozio Arturo. Nel pomeriggio andavo in fondo all’orto e davo inizio a un dramma, per lo più di cappa e spada”. È proprio il prozio Arturo, parroco di Galciana, un paesino non lontano da Prato, a incoraggiarlo e guidarlo alla scrittura: “Sotto un gazebo nell’orto della parrocchia, al tavolo di pietra, in certi pomeriggi estivi trafitti dal ronzio delle vespe in sospeso su certe susine claudie o damaschine quasi completamente sfatte, fingevo di scrivere drammi cavallereschi. Lo zio Arturo mi veniva alle spalle, leggeva, mi diceva che non potevo limitarmi a far entrare in scena il Conte di Vallombrosa lasciandolo in silenzio. ‘Sennò non succede mai nulla’”, confida in una nota commossa alla poesia Lo zio di Galciana (nell’antologia L’incendio di Milano e altre poesie, 1995).
Nel ‘42, in conseguenza della guerra, assieme alla famiglia ripara a Prato, dove resta fino al ‘45. Risale a questo periodo una passione precoce per la poesia, solo per pudore qualificata come “artificio inutile” (in Rapporto informativo, II, 1966), che si traduce nella composizione di testi che rivelano un talento già promettente. Di questi, alcuni confluiranno nell’antologia Poeti italiani contemporanei, curata nel ’47 da Pietro Bernardini e pubblicata a Rovigo; altri, invece, si ritrovano nella raccolta Ora vorrei che l’angelo, pubblicata postuma, nel 2002, a cura della moglie Anita, presso le edizioni Il Bulino di Roma, con incisioni di Mario Raciti.
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Anticipazioni – Francesco De Napoli

Pubblicato il 15 settembre 2018 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Francesco De Napoli

Inediti
Epigrammi
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Con un commento di Adam Vaccaro

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BREVE NOTA DI POETICA

La mia produzione poetica si snoda seguendo due diversi registri o filoni. Il primo, lirico-esistenziale, si sviluppa dipanando il sottile filo d’una memoria elaborata come simbolo ed espressione d’un mondo, quello del “profondo Sud”, ormai dileguatosi. Il secondo, satirico-epigrammatico, è impegnato nell’impietosa osservazione della società in cui viviamo, con condanna di malcostume e abiezioni.
Sono due versanti non antitetici, bensì complementari, d’una poetica volta a penetrare e abbracciare le manifestazioni più inquietanti o paradigmatiche dell’esistenza, che sembra aver rinnegato del tutto i bei sogni di libertà, fratellanza, giustizia, uguaglianza.

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Anita Guarino Sanesi

Pubblicato il 10 settembre 2018 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Anita Guarino Sanesi
Di te, di me, dell’albero
ExCogita Editore, Milano 2014
pp.263, 18,50 E.

ANITA GUARINO SANESI

 Un libro su un poeta e sulla (sua) poesia, Di te, di me, dell’albero, edito da ExCogita di Milano. Un libro di poesia, abitato da un grande fuoco, quello dell’amore-poesia, che fa di quest’opera, veramente commovente e coinvolgente, ben più di ciò che sembrerebbe a prima vista promettere, un saggio cioè biografico-critico.

Il poeta è Roberto Sanesi, scomparso troppo prematuramente all’alba del nuovo millennio, il 2 gennaio del 2001: uno che ha incarnato agli occhi di molti (quorum ego) la capacità di dar voce, polimorficamente,  in modo plurimo e prismatico, alla poesia intesa come ricerca ed esperienza di senso, come messa in gioco di sé in territori vastissimi, dalla poesia, alla critica d’arte, alla traduzione, sulla scena della nostra inquieta contemporaneità.

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Ciao Donatella Airoldi

Pubblicato il 7 settembre 2018 su Senza categoria da Adam Vaccaro

Devo purtroppo comunicare una tristissima notizia, appena appresa.

E’ venuta a mancare Donatella Airoldi, uno dei due pilastri fondanti, con Mavi Ferrando, della Galleria d’Arte Quintocortile.

E’ un fulmine doloroso quanto inaspettato, perché lei era malata da tempo ma pochissimi – nemmeno io – ne erano al corrente.

Una persona ricca di riflessioni, emozioni e creatività che lascerà un vuoto – non è una frase di circostanza – impossibile da colmare.

Posso solo ricordare le 15 edizioni di PoesiArte Quintocortile, un appuntamento annuale del giugno milanese che abbiamo realizzato insieme, Quintocortile e Milanocosa, con uno spirito di collaborazione raro tra poeti, artisti e musicisti. Uno spirito di passione e ricerca di relazioni vive con la realtà problematica contemporanea, da cui scaturiva quella atmosfera particolare, intesa e lieve, che l’iniziativa ha sempre trasmesso a partecipanti e pubblico!

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Le Geometrie scalene di Laura Cantelmo

Pubblicato il 2 settembre 2018 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Laura Cantelmo
GEOMETRIE SCALENE
Poesie 2005-2015
Marco Saya Edizioni, Milano 2016
pp.89, 12,00

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LAURA CANTELMO

È una scrittrice, Laura Cantelmo, che, ancorché da una posizione appartata e dimessa (l’ultima raccolta, Un luogo di presenze, risalendo al 2005), da anni si propone sulla scena non soltanto di Milano (è membro dell’Associazione Culturale Milanocosa cui presta un fattivo contributo) come una presenza critica e poetica di notevole interesse, tanto da salutare con vivo plauso chi, come Roberto Caracci, se n’è occupato approfonditamente auspicando altresì che altri le dedichino una riflessione non solo parziale, quale può essere l’occasionalità della recensione di un libro.
Per cominciare a parlarne ecco dunque la sua più recente fatica, la raccolta Geometrie scalene. Poesie 2005-2015, edita da Marco Saya e accompagnata sul piano critico da Adam Vaccaro, che dell’Associazione Culturale è lodevolmente da sempre infaticabile e riconosciuto demiurgo.

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Ladri di “erre” – Gianni Rodari

Pubblicato il 26 agosto 2018 su Temi e Riflessioni da Adam Vaccaro

Gianni Rodari ha scritto questa poesia nel 1962 …
e sembra scritta oggi
A. V.

Ladro di “erre”

C’è, chi dà la colpa
alle piene di primavera,
al peso di un grassone
che viaggiava in autocorriera:
io non mi meraviglio
che il ponte sia crollato,
perché l’avevano fatto
di cemento “amato”.
Invece doveva essere
“armato”, s’intende,
ma la erre c’è sempre
qualcuno che se la prende.
Il cemento senza erre
(oppure con l’erre moscia)
fa il pilone deboluccio
e l’arcata troppo floscia.
In conclusione, il ponte
è colato a picco,
e il ladro di “erre”
è diventato ricco:
passeggia per la città,
va al mare d’estate,
e in tasca gli tintinnano
le “erre” rubate.

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PER RODOLFO DI BIASIO

Pubblicato il 23 agosto 2018 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Rodolfo Di Biasio
Mute voci mute
Ghenomena Poesia, Formia 2017
pp.23, 8,00 euro

PER RODOLFO DI BIASIO

Ancorché schivo e appartato, Rodolfo Di Biasio gode di sinceri estimatori in Italia e all’Estero. Autore di numerosi libri di versi, di racconti, di un romanzo, oltre che di un’autoantologia poetica, Altre contingenze, che raccoglie e condensa i testi pubblicati dal 1958 al 1995, tradotta in inglese (da Barbara Carle, per Gradiva, 2001) e in spagnolo (da Emilio Coco, per Sial, 2008).
Io l’ho seguito da diversi decenni, apprezzandone, da sempre, lo sguardo severo e sereno sulle cose delle vita e sul mondo circostante (penso in particolare a Poemetti elementari, 2008), riscontrando la sua coerenza nel non sottrarsi mai alle responsabilità di far testimoniare alla parola letteraria le sue idee e il suo impegno civile e morale.
È in questi termini che si propone ancor oggi in questa sua ultima, breve ma succosa, fatica, il poemetto Mute voci mute, che, raccogliendo testi anche non recentissimi, nella conclusiva nota che correda le tre sezioni, La guerra, La fame, La peste, ci dà conto con un preciso rimando memoriale del filo della sua vita di uomo prima ancora che di scrittore, all’alba dei suoi ottant’anni: “Ho insegnato storia per tanti anni ed ho cercato di far cogliere ai miei allievi il dolore della storia… Il poemetto vuole essere una laica dolente meditazione su questo dolore”.
“Raccontare” il bene e il male della vita, come dice esplicitamente nel terzo dei tre testi, diventa così una scelta di moralità, una pratica di scrittura da operare con determinazione e senza compiacimenti retorici e lenocini culturali, a contrastare lo scadimento verbale ed etico da cui è afflitta la nostra esistenza quotidiana, come si evince subito anche dai versi d’apertura della sezione La guerra: “La mia scoperta del mondo / è legata ad una ragnatela di morte / che la Guerra, ai bimbi / si addice la maiuscola, / mi tesseva nei giorni / una stagione che mi cucì addosso / una seconda pelle di malinconia / mi velò il sorriso degli occhi / mi curvò le spalle / Il suo vento la sua furia ancora / s’accanisce a farmi tristi / nei giorni, nei miei giorni tutti, / le cose belle della vita…”.
Per “riscrivere” insomma la storia da un’altra prospettiva, per risarcire con la parola poetica “i morti” di cui la guerra “lastrica…/ il fiume” dell’esistenza individuale e collettiva, contrastando la “peste” che in senso traslato e metaforico l’assedia (“La peste è dell’anima / vi si annida / vi scava purulenti anfratti / e apre a un tempo malcerto / Né giunge a segno / la parola salvifica”): ridare voce e forza, dignità, alle “mute voci mute” delle vittime che chiedono “udienza” e attendono non una “sterile pietà”, bensì un ascolto, un empito di commozione, tale da tradursi e realizzare un “sogno” di “luce” e di fraternità.
“Vengo da un tempo / in cui non ebbi / la mia porzione di carne e di latte / Vedevo negli occhi di mia madre / la pena per i figli”, dice nell’incipit della seconda sezione, La fame, e si capisce da questo, come dai precedenti esempi riportati, come la voce di Rodolfo sia una voce che vuole raccontare senza indulgere a patetismi, senza fare dell’elegia un momento di puro appagamento letterario: scarno ed essenziale, di un’asciuttezza davvero esemplare, protetto da una moralità direi montaliana, non per commuoverci ma per ammonirci e metterci in guardia. “Una laica dolente meditazione”, davvero, per sé e per gli altri: ma senza assurgere a un rango di maestro, proposta in una forma affabile e commossa, su registri che sono quelli da sempre adoperati, dando voce a un’intima esigenza di canto, intrisa di pietas.

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Buona Estate

Pubblicato il 1 agosto 2018 su Senza categoria da Adam Vaccaro

Auguri di Buona Estate

Gabriela Fantato – La seconda voce

Pubblicato il 22 luglio 2018 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Gabriela Fantato, La seconda voce
Transeuropa, Massa, 2018 – pp. 64

Rivendicazione umile, è l’ossimoro che emerge da questi testi, immersi e innestati nel flusso ardente e circolante nelle carni di chi scrive. Che viene rivissuto, rivisitato e fatto fonte incessante di Rinascita, di Parola e Voce nuova, appunto, di seconda voce, che dà il titolo e il senso della raccolta. Seconda, quindi, che qui non ha riverberi di secondario, minore, ma di rinnovata vita nova. Termine che è anche nel nome della Collana di poesia, “NUOVA POETICA”, che accoglie il testo. E che sia un caso o meno, non importa.
Conta che l’elaborazione del nuovo, implica conoscenza, quindi passione per ciò che precede, pur senza appiattimento acritico da epigono: rivendicazione ferma e umile di amore, capace di ridare vita nuova alla ricchezza racchiusa, impressa e trasmessa nella e dalla Poesia che più ci coinvolge – vedi il poemetto che chiude il libro, Marina Cvetaeva, l’ultima notte.
Ma questo è solo uno dei due flussi radicali che genera la poesia di Gabriela – in particolare in questa raccolta –, quello che trae alimento da voci e scritture precedenti. L’altro alimento del libro è innervato nel contesto storicosociale, in cui l’esperienza – a diretto contatto o a distanza, nel tempo e nello spazio – sa trarne intensità ed essenze di fiori e tenebre. Sa farsi carne del Soggetto Storicoreale (SSR), per poi tradursi in voce del Soggetto Scrivente (SS).
Nel libro agiscono entrambi questi due corpi radicali, come pilastri costitutivi di una forte tensione alla totalità intra e intersoggettiva, che chiamo Adiacenza, che costruisce forma e intreccio delle lingue del testo e delle sue forze della forma, tratte dunque sia dalla stanza che nella strada.
Voce e parole che vogliono farsi Verbo sacrale (come sottolinea in Prefazione Laura Liberale), ispirato sia dal canto di carte – per l’Autrice – alte, sia da pre-testi incarnati da vite altre, fonti di dittati amorosi ed etici che impongono il dono di restituzioni degne, tra-dotte in materia e passione di poesia. Scorrono così, quasi come ex voto, memorie e figure che vanno da affetti famigliari a squarci di esperienze politiche condivise, a vicende drammatiche singole e collettive.
Ne scaturisce un moto che fa parlare di nuovo o dà voce a chi/cosa non ha mai parlato, vittime – in particolare femminili, benché prive di aloni femministi – i cui nomi tendono ad ammassarsi e a sparire irrilevanti: “il tormento sfiora le cose”, canta un verso, e sta in questo tormento la linfa adiacente che si fa “seconda voce”, di una pietas riparatrice contro una “Unica certezza, unica sorte/ una comunità d’ignoti, in marcia, in ressa,/…/dentro l’addio.” (Cancellazione, p.14)
Sacralità amorosa, animale e materica, un filo rosso conduttore dell’espressività di Gabriela, condensato nei versi intensi di La materia dei sogni e Materica, delle pp. 18 e 19: “Ecco il sangue giusto che ci corre,/ quel sempre scendere e poi ancora risalire,/…/…ancora e ancora/ a ogni vento”; e “Siamo carne, semplice materia/ – ossa, nervi sottilissimi noi siamo/…eppure, eppure se ti vengono dei sogni,/…/ vanno dove non t’aspetti/…e lì si ricomincia”. Precedono e seguono versi di altri due testi, Invocazione, e Invocazione II – non casualmente collocati subito prima e subito dopo, alle pp. 17 e 21 –, che abbracciano e insieme definiscono il nucleo della poetica di Fantato, non solo di questo libro: “Invoco quello stare dritto/ davanti e dentro il mondo”(p.17), e “Vita, vita schiacciata, vita che salva/ non sei, vita dei senzanulla,/ dei perduti e andati, dei mai trovati,/ vieni! vieni, vita dei senzavoce,/…/ Vieni, vita – sono qui, ti ascolto.”
Anche solo da pochi versi si possono cogliere i loro ritmi, con battiti omofonici e palpitanti, di un corpo del SSR, teso a comporre sequenze del SS di “parola materiale e lirica” (Leopardi). Ritmi che, come sopra detto, tra spazi intimi e luoghi aperti percorrono il crinale del trambusto di tragedia e gioia, tra fede e speranza nella ciclicità fenomenologica che “lì si ricomincia”, tra possibili rinascite e smarrimenti di un amore per la vita che resiste nelle proprie profondità inconsce e animali. Un tema che non si estingue in Gabriela (vedi L’estinzione del lupo, Empirìa, 2012).
Luglio 2018

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