Angela Passarello – Poema Rupe

Pubblicato il 6 ottobre 2022 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Rupe daimon di Girgenti

Adam Vaccaro

Angela Passarello, Poema Rupe, New Press Ed., 2022

In questo libro è come scalpellato sulla pietra, con caratteri lapidari e icastici, un affamato e inesausto, vorace daimon che incarna quel chiodo su cui poi la nostra vita ruoterà e che Claudio Magris chiama primogiardino. È il luogo reale e immaginario, l’orizzonte geografico e umano in cui la nostra identità comincia a interagire col mondo, disegnandone primi tratti, con paralleli e meridiani del visibile, ma anche sprofondi nell’oltre invisibile, dentro e fuori di noi.
Memoria e presente, orrori e gioia di vita, infimo e immenso diventano fuoco vivo che inventa una lingua viva e rinnovata da un intreccio inestricabile, erotico e doloroso con l’Altro. Ne nascono corpi e accrocchi di segni, sensi e suoni, tesi a una immagine animale della totalità, simbolizzata dalla Rupe – utero di rinascita e creatività di questo poièin, che oscilla tra noto e ignoto custodito nelle mani di quel daimon che ci tiene, ci appartiene e ci sfugge, tra umano e divino, quale era inteso dai Greci, radice culturale cui il testo è profondamente innervato. Opportunamente Angelo Lumelli ne ricorda nella Prefazione i dibattiti sulla costruzione di una forma, poetica e no, tra accenti contrapposti, analogici e rivendicazioni della anomalia di ogni diversità, di cui la lingua si fa testo a fronte, contro ogni noto e consueto.
La espressività di Angela Passarello, non solo in questo Poema, ruota intorno a tale chiodo, cui lei dà nome di Rupe, icona del suo primogiardino, sempre presente e sempre passato nel suo venire e stare nel mondo. Tale immagine dà nome al testo e diverta nucleo atomico esplodente di detto e non detto, di dicibile e indicibile, crinale epifanico di poesia, con invenzioni verbali che accorpano termini e ci proiettano sia nel cuore della Rupe, sia sul nostro universo, denso di domande e ben poche risposte.
La Rupe assume perciò qui quasi il nome di un’astronave umana o un ufo, che affascina e spaventa, concreta e al tempo stesso onirica, piena di buchi in cui a tratti rimane in gola la nostra fame di significati e di senso. E tuttavia, la prima Sezione del libro, con lo stesso titolo del libro, in una sequenza di anelli vocativi- invocativi, con molecole apparentemente slegate, man mano costruiscono tessere di un mosaico e una catena di sensi, ricchi di magnetismo comunicante.

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Anticipazioni – Franz Krauspenhaar

Pubblicato il 30 settembre 2022 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Franz Krauspenhaar
Inediti 2022
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Nota di lettura di Luigi Cannillo

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Nota di poetica
Questi sono versi del patire e del riderne, dentro e fuori. Alcuni formano minerali, piante; altri, pensieri che sono grattacieli, e addirittura nuvole alte nel cielo. Senso di se’ e materia, mai pianto ma accettazione che non si spezza nella rassegnazione. Dove c’è lotta, le parole seguono.

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L’estranea canzone di Mariapia Quintavalla

Pubblicato il 14 settembre 2022 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Il sogno e l’utopia al vaglio del tempo
Laura Cantelmo

Mariapia Quintavalla, Estranea canzone, puntoacapo Ed. , Pasturana 2022

Torna a parlarci la poesia di Mariapia Quintavalla, grazie alla nuova edizione di Estranea canzone, poemetto dato alle stampe per la prima volta nel 2000. L’apprendistato poetico di questa Autrice registrava già allora un numero considerevole di opere ricche di giovanile freschezza e di interesse innovativo, caratterizzate da “perlustrazioni e rammentazioni di un’area cubofuturista e surrealista con connesioni nell’area della poesia italiana degli anni settanta” (A. Zanzotto, “Per una poetica di Mariapia Quintavalla”, in Nuovi Argomenti, 1994, nota critica che, successivamente integrata, ritroviamo nella prima edizione e anche nella presente).
Dopo un tempo che appare remoto dalla prima edizione, tanto da poter rendere brucianti le ferite della storia fino a stravolgere il volto di un’opera di invenzione di singolare novità, alla prova dei fatti la rilettura di un testo pubblicato una ventina di anni fa e oggi rivisto, afferma il proprio valore permanente nel percorso diacronico della ricerca di una nuova lingua poetica in quanto voce e sogno di un nuovo mondo.
A conclusione del romanzo in versi Le Moradas” (1996) che precede Estranea canzone, un canto intitolato “Prologo”, in cui ritroviamo lo stesso tessuto linguistico dell’opera in cui è inserito quasi a volere introdurre Estranea canzone, comprende una significativa dedica ”agli invisibili, fratelli e sorelle/ di generazione che non presero la parola”. La parola è dunque compito etico di chi quella parola è riuscito ad avere, potendola usare in nome di fratelli e sorelle. Un abbraccio fraterno ai senza voce che è di per sé elemento illuminante – respiro umano che connota l’opera. Il Canzoniere intitolato Le Moradas, intreccio di storia personale e di riferimenti ad Autori importanti per l’Autrice, come Antonio Porta e Franco Fortini, è momento significativo nella poetica di Mariapia Quintavalla in quanto anticipa e consolida il progetto di Estranea canzone, quello di costruire una visione del mondo e di dar voce ai sogni con una strana lingua inventata, antica e inedita.
Estranea canzone costituisce un passaggio più maturo, in cui il lettore non può che abbandonarsi all’invenzione linguistica evitando di decodificare il testo, mentre poco alla volta ne individua il racconto autobiografico che ha inizio nel luogo natio, Parma, l’Emilia del suo cuore, per procedere seguendo “il filo più forte ….quello del destino della poesia.” (Marisa Bulgheroni. Dialogo con Francesca Pasini, Circolo della Rosa e Libreria Tikkun, Milano, 2000). Ancora oggi esso sfida il lettore in ogni singolo testo, in ogni verso, quasi appartenesse a un codice linguistico a noi affine, sia pure rimodellato a sua volta in totale libertà. Tornano alla mente le dicotomie saussuriane, quali langue e parole, secondo le quali la Poeta, partendo dalla lingua nativa (langue), crea la propria personalissima e intima parole. Di cui, oltre a Bulgheroni, Pasini e Andrea Zanzotto, che ne hanno discusso dettagliatamente e con passione, anche Adam Vaccaro, in Le tracce e il luogo di Alice (Ricerche e forme di Adiacenza, Asefi, 2000) ci ha offerto illuminanti osservazioni.
Ci viene riconsegnato ora un poemetto in sestine avvolto in una atmosfera “agli albori del tempo”, che offre molti piani di lettura e intende proporre una lingua poetica attraversata dall’esperienza delle avanguardie del secondo Novecento senza averne subito interventi di carattere freddamente intellettualistico.
Ci si trova a navigare un fiume che sgorga dall’interno, la cui onda tiepida e contenta plasma un discorso franto e cadenzato, ispirato dall’irrefrenabile impulso creativo dell’inconscio – quello foco – che operando sul lessico, stravolge fonemi, inventa neologismi grazie all’uso di morfemi – prefissi e suffissi – fino a renderli radiante materia polisemica. Una ricerca che rifiuta l’inerzia del modello “significante/significato” della linguistica saussuriana, inventando in modo spiazzante un vocabolario del tutto personale. L’intento è di approdare alla forma canzone, composizione epico-narrativa consegnata alla storia dalla tradizione fiorita in Francia nel Medio Evo. “Chansons de gestes” che allora davano vita a un racconto in versi di gesta guerresche, in seguito acquisita dalla lirica italiana.
La canzone di Quintavalla è una autobiografia “tutto fratture e crampi” (Zanzotto) intrecciata con le vicende del proprio percorso letterario in un quadro storico che è il dato antropologico e politico di riferimento. Una dinamica elaborazione dei fatti dell’esistenza individuale che si identificano, contrastano o si fondono grazie a una passione poetica che mediante una nuova lingua intende rappresentare/prefigurare un nuovo mondo, non solo la poesia, cui offrire uno “statuto simbolico” inedito e universale: “la voce nuova non era scherzo, era cambiato/ il fulcro – nella vita e morte”. Il che avviene all’uscita di una giovinezza eternatura nella raggiunta consapevolezza della maturità, “nel mezzo del cammino”.
Diviso formalmente in X Canti, il poemetto procede per stazioni, come una via crucis, sottolineando in tal modo l’asperità del percorso. Allusioni letterarie attuali o lontane ne affermano con forza il sostanziale legame alla tradizione letteraria e in particolare ai poemi epici. In una delle citazioni ariostesche, che definirei creativa “le donne, i cavalier, l’armi, gli odori” il tono ironico o forsanche sarcastico svela l’intento innovativo rispetto a quella illustre tradizione. Nella parole di Quintavalla è proprio il termine canzone a dare avvio a ogni vicenda legata al destino della donna nella sua interezza e complessità intellettuale e biologica. Gli esergo stessi sono tratti da modelli di donne – Linspector, Zambrano – che hanno elaborato un discorso di liberazione di genere.
I versi iniziali, introdotti da puntini di sospensione, aprono a un’atmosfera atemporale, indefinita: “…è nello spirito…nell’onda/ tiepida e veloce ma contenta, nel/ tempo del risveglio che continua” – gioioso inno all’ispirazione che sgorga dalla raggiunta maturità. Per valutarne la densità di senso basterà, come premessa, analizzare il titolo. Il termine canzone implica una componente essenziale della poesia – il ritmo, la musicalità, il canto che saranno qui “nuovi”, mentre l’aggettivo estranea (da ex trahere, tenersi al di fuori da una tensione drammaticamente alienante e insieme liberatoria) nella poetica di Quintavalla va inteso nella sua duplice natura di aggettivo e di sostantivo. Se ne deduce che Lei, soggetto in terza persona della narrazione e del canto, si pone al di fuori dalle consuetudini letterarie e linguistiche formali e da un punto di vista esterno persino rispetto alla narrazione autobiografica. Infatti quel foco/quella incantevole scintilla la infiammano al punto da inducerla a elaborare il passato superando e rimodellando la lingua poetica nella morfologia e nella sintassi al fine di narrare, in una sintesi linguistica estrema, il passato e poter divinare il futuro (v. Marisa Bulgheroni, “Quali parole ci salveranno”, in Leggendaria 2001).
Sappiamo che la lingua si rimodula nel percorso storico ed ecco Lei, donna di un nuovo tempo, farsi voce/gola della nuova storia e affrontare con l’energia di una più sicura coscienza il compito di fornire la lingua per un nuovo futuro mondo nel quale la donna ha finalmente diritto di parola e di poesia.
E dove troviamo a un certo punto solo plurali femminili invece che maschili, è la Poeta stessa a liberare la lingua/canzone/poesia (i termini si fondono e si confondono) dai vincoli di una pesante tradizione patriarcale. Mano a mano si agglomerano i termini che rappresentano metonimie/sineddochi/ossimori, tant’è che la lingua diviene sempre più affermazione e profezia di un’era dove la donna in un tempo/zolla non più colonizzato può uscire dalla notte e cantare, arare improvvise tenere canzoni da balconate, (che altrove saranno finestre o balaustrate).
Lei
La seconda parte, più autobiografica, porta alla ribalta Lei, bambina agghindata e connotata dalle scarpette rosse nella nativa Parma e il suo successivo trasferimento a Milano l’elettrica, dove, dismesse le danzanti scarpette, la donna adulta incontra tutta una lucciolata di amiche vecchie e nuove – sorelle/canzoni (l’identificazione è chiara e ripetendosi spesso, sempre più rappresentativa della poetica) che allacciano relazioni, favoriscono un convito, mentre invece altri – fottuti – esprimono ostilità: “le ingiungevano tacere o meglio andarsene”. Sempre più estranea di fronte ai malevoli inviti della perduta gente ad abbandonare il nuovo percorso già segnato “là il moderno e qui il sicuro ridacchiavano”, con la ripetizione di termini come sola/solitudine, Lei manifesta eloquentemente il suo stato d’animo.
Le ardite invenzioni linguistiche si succedono con frequenti evocazioni dei poemi epici e con richiami ai poeti contemporanei più amati, come Sereni, Fortini, Bertolucci. Insieme all’ardore della creazione del nuovo, sofferenza e resistenza suggeriscono parole che hanno la solennità di storie sapienziali incise nella pietra, alla ricerca di un posto altura/intimo e transustanziato per abbandonare le fole e sedersi al convito quasi ignoto delle amiche dove si dicono parole astanti (da ad stare, essere vicino) per sognare un altro mondo privo di colonizzazione. Il termine astante è una delle misteriose parole chiave che attraversando il poemetto denota un’atmosfera di rispettoso ascolto e contiguità delle astanti, con una sottile venatura di deferente rispetto.
Il tema del materno, introdotto dall’esergo di Maria Zambrano sull’origine filiale della madre chiama in scena le Madri di riferimento (tra le quali la presenza non del tutto rasserenante della madre naturale). Il congedo che ne segue apre a nuove progettualità e utopie con l’irrompere improvviso della figura luminosa della figlia, agile Ippogrifo, un fascio di luce che rischiara il presente e lo rasserena, sfocando momentaneamente le inquietudini del passato. Dopo una fase di drammatica afasia e il timore di non potere più scrivere, Lei non avverte più la sua estraneità nella modalità che conosciamo.
Verso il finale una notevole rarefazione della sintassi, l’uso di agglutinazioni, di allegorie, sineddochi, metonimie, paronomasie accresce la funzione di strumenti retorici evocativi di una forte densità di senso.
L’excipit vede la Poeta, “arricchita” dalla nascita di una canzone il figlio, trovare, dopo quel foco che si accese, un seguito di intente giovani, rifacere la storia, eredi e testimoni del suo percorso umano e poetico.
Un’opera “aperta”, avrebbe detto Umberto Eco, che con raffinato sortilegio sollecita il lettore ad “atti di libertà cosciente” in prima persona. Un impegno attivo, creativo e interpretativo autonomo (Umberto Eco, L’opera aperta).

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Google – il nome di Dio, all’Arci Bellezza

Pubblicato il 12 settembre 2022 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini

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Arci Bellezza

Via Giovanni Bellezza 16/a – 20136 Milano

Lunedì 26 settembre – ore 18,30

puntoacapo Editrice

in collaborazione con

Associazione Culturale Milanocosa

Presentano

Google – Il nome di Dio

In quattro quarti di cuore

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Viaggio con la poesia di Adam Vaccaro

Alla ricerca di senso sotto il sole del pensiero unico

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Dialogano con l’Autore

Luigi Cannillo e Mauro Ferrari

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Google – Il nome di Dio – Letture 10

Pubblicato il 10 settembre 2022 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Google, fallace divinità virtuale

Claudio Zanini

Adam Vaccaro, Google – il nome di dio, puntoacapo Ed., Pasturana (AL), 2021, pp. 101

Vedi anche su https://libertariam.blogspot.com/p/arca.html

 Tra i molti versi dell’intenso libro di Adam Vaccaro, Google – il nome di dio, mi hanno colpito quelli dedicati al novello oracolo postmoderno: Alexa (anch’io ne ho un esemplare). La si interroga, dunque, questa novella Sibilla aspettando la risposta. Pausa ansiosa, quindi, s’ode quel languido risuonar vocale che par rivolgersi esclusivamente all’intimo tuo, segreto. Voce di simulacro incorporeo che allude alle strabilianti cose che potrebbe dirti, inducendoti a immaginarle in favolosi sogni, non a percepire l’esiziale inganno che t’irretisce. (Nota: nel film Her, (2013) di Spike Onze, uno scrittore s’innamora di una virtuale ma suadente voce femminile. Finirà amaramente disilluso quando Her gli dice che ha un paio di milioni d’amanti come lui.) Il poeta, però, non si lascia sedurre, anzi svela, con crudele sarcasmo il raggiro. Lo smaschera: Alexa, “piccola madonnina sul comodino” d’apparenza innocua è tremenda creatura dell’orrore plasticato. Voce, “che non puoi vedere né sentire” d’algoritmico nitore, perfetta nel suo vuoto suadente e nell’assenza di corpo e anima; “madonna-universo di miliardi di stelle, stelline madonnine” (27). Insieme ad altri sofisticati marchingegni, Alexa è generata dal potente dio Google, che chiede al fedele di affidarsi totalmente a lui: “venite a me, fanciulli (…) credete in me, solo in me”,(24). Divinità virtuale e in ogni luogo che, sebbene prometta un universo di merci, non riesce a concedere neanche “un po’ di pio pane di pace” (28) a un diseredato in fila al “Pane quotidiano” e dispensa soltanto illusioni e speranze fallaci.

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Antonio Spagnuolo – Proiezioni al crepuscolo

Pubblicato il 8 settembre 2022 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Contrappunti e fughe interminate di poesia
Adam Vaccaro

Antonio Spagnuolo, Proiezioni al crepuscolo, Le stelle di Macabor 8, giugno 2022

Dovrei richiamare quello che scrissi nel 2019 a proposito di due libri precedenti di Antonio Spagnuolo – ISTANTI O FRENESIE, puntoacapo, 2018, e POLVERI NELL’OMBRA, Oèdipus, 2019 – vedi in http://www.milanocosa.it/eventi-milanocosa/mauro-macario-e-antonio-spagnuolo. In esso parlai di Sinfonie d’Autunno e di musica resistente agli schiaffi e alle dure leggi della vita. Con questo libro l’Autore continua a dare forma alla sua musica, che non solo resiste, ma entra nel nontempo, irridendo ogni inevitabile punto di arrivo del nostro limite umano.
È una musica che parte magari dalle perdite e insolenze dell’esperienza, ma trova poi modi di fuga per non piegarsi ad esse, facendo di questo moto fonte di invenzioni di onde sonore, interminate e interminabili di aria e libertà. Le singole molecole verbali – che i linguisti chiamano microtesti – diventano anelli di rifrangenze di uno spirito lucido incarnato in figure che ci conducono oltre le angustie di spazio e materie da cui incidentalmente partono.
Come nelle precedenti opere, Antonio Spagnuolo inanella platoniani attimi d’infinito, che la poesia autentica sa far brillare e risuonare tra corpo e sacralità, oltre il proprio giardino, vincendo la scommessa di non rimanere solo fascinose formiche di carta, ma lascito di sapori di vita.
I suoi sono moti di toccata e fuga che ci riconducono a quella musica inventata da un gigante del Barocco, quale è stato Johann Sebastian Bach. E la connessione tra le forme bachiane e la poesia di Antonio Spagnuolo spinge a un pur rapido richiamo di un arco storico in cui il Barocco divenne, in tutte le arti, la forma di un’epoca che va dalla fine del 16° secolo alla metà del 17°. Forme che a mio parere non sono sconnesse da un clima socioculturale di repressione di un pensiero unico dominante, articolato tra Chiesa romana, Tribunali dell’Inquisizone, Indice dei libri proibiti, monarchie assolute in Europa, con immense povertà di popolo, pestilenze e indifferenti, ignare sfarzosità nobiliari. Un contesto in cui maturavano, invisibili, le uscite rivoluzionarie successive.
Il Barocco diede forma a suo modo ai bisogni di andare oltre staticità apollinee, e Bach elaborò in Musica una architettura sonora che prende anche noi moderni col suo fascino, perché irride porti chiusi continuando a condurci lungo un flusso di domande di un oltre, che non è mistico ma terreno, quanto più è capace di trasmettere godimento nel tempo e nello spazio del presente.
Tutto questo, da un lato rende modernissima l’arte sublime dei contrappunti dinamici costruiti dalla musica di Bach, dall’altro ci fa capire perché essa continua ad affascinarci, nel contesto attuale, ugualmente ricco di insolenze che al momento ci appaiono senza uscite. Al tempo stesso, danno conto del perché, parlando e leggendo i versi di Antonio Spagnuolo, sia giustificato il richiamo della musica di Bach. E credo che anche solo pochi versi possano riuscire a darne un’eco:
“Era tempo di luci, a volte morbide, / attorno al tuo profilo delicato dei colori,/ tra le semplici velature di foschie/ lungo le strade del destino”, e mentre si “precipita a ritroso/ dove tutto si piega terribilmente/ nell’altrove.” (Prigioniera, p.7); “Attesa è oscuro filtro, un singhiozzo/…/ pronto al delirio di semplici dolcezze/…/ Prendo il foglio bianco a penetrare/ geometrie incredibili socchiuse alle ceneri/…nel rinnovare sorrisi ed utopie/ corrose.” (Attese, p.38); “Come una conchiglia sulla spiaggia/…tra sabbia e alghe lussureggianti/…Sento il piombo della morte sulla pelle/ nessuna promessa da offrire,/ soltanto narrare una storia/…rotolando nei sogni.” (Conchiglia, p.76).
E sia pure solo per confermare il filo ininterrotto delle fughe di Antonio, cito da ISTANTI O FRENESIE alcuni versi: “Era la storia che spezzava gli anni/ tra le mie parole,/ la paura del flauto ferito/ da quel dio insolito…/ sgualcendo cattedrali”.
8 settembre 2022

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Evgenij A. Evtušenko, Se tutti i danesi fossero ebrei

Pubblicato il 3 settembre 2022 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

In nome di una Cultura del coraggio

Evgenij A. Evtušenko, Se tutti i danesi fossero ebrei, a cura di Lorenzo Gafforini, con un saggio di Francesco De Napoli, Prima traduzione italiana di Evelina Pascucci. Lamantica Edizioni, Brescia 2022, p. 243.

 Va segnalato il rilievo culturale di questa edizione di Evgenij A. Evtušenko, Se tutti i danesi fossero ebrei, opera teatrale curata da Lorenzo Gafforini e arricchita da un saggio di Francesco De Napoli, che con passione e un magistero derivante da decenni di studio dedicati al poeta russo, ne mette in rilievo i nuclei fondanti della sua poetica: la funzione di impronta pasoliniana, secondo la comune matrice gramsciana, di “una cultura coraggiosa, libera e controcorrente”.

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Google – Il nome di Dio – Letture-9

Pubblicato il 9 agosto 2022 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

IL SORRISO MASCHERATO DI
GOOGLE – IL NOME DI DIO

Francesco De Napoli

Adam Vaccaro, Google – Il nome di Dio. In quattro quarti di cuore. Prefazione di Massimo Pamio. Postfazione di John Picchione. Con una Nota dell’Autore. Ed. puntoacapo, Collana Intersezioni n. 54, Pasturana (Al), 2021, p. 104.

Impedimenti personali mi hanno, finora, costretto a rinviare una recensione dedicata con dovuta cura e attenzione a questo Google – Il nome di Dio. In quattro quarti di cuore. Ciò mi ha consentito, tuttavia, di leggere e rileggere più volte il volume, al punto da recepire in pieno con quanta forza, passione e verità Adam Vaccaro abbia portato a termine questo disperato capolavoro.
Illuminato da luciferini bagliori infernali, il mondo appare oggi come uno sterminato e virtuale luna park, una miserabile bancarella a cielo aperto che Vaccaro ritrae con tinte drammaticamente realistiche. Una visione del genere potrebbe trarre in inganno, qualora ci limitassimo a sin troppo banali considerazioni di tipo mediatico, riallacciandoci, ad esempio, al dittatore Grande Fratello del sin troppo abusato romanzo 1984 di George Orwell.
In questo poema, perché di un poema si tratta, certamente c’è anche questo, ma l’aspetto fondamentale capace di elevarne enormemente il valore poetico-culturale consiste nel volutamente sottaciuto, onde dare maggior risalto alla denuncia politico-sociale, timbro esistenziale che, per quanto devastato, rinvia alle allucinate intuizioni di Pier Paolo Pasolini, il quale, venuto a mancare nella metà degli anni Settanta, mai avrebbe potuto immaginare l’incontrovertibile imperium dell’omologazione dei cervelli che sarebbe scattato di lì a poco a livello planetario. Di questo fenomeno Pasolini, pur non potendone delineare le cause, tentò comunque, a suo modo, di tratteggiarne gli effetti salienti.
È quanto Adam Vaccaro riesce invece a rappresentare appieno, con assoluta fedeltà chirurgica e quasi fotografica – sviluppando, in un certo senso, il discorso già iniziato da anni e proseguito nella precedente silloge Tra Lampi e Corti (2019).
In Google – Il nome di Dio l’autore molisano, da molti anni stabilitosi a Milano, tocca sempre più le corde di una umanità avvolta e dilaniata dalle spire della sua stessa demenza ed emarginazione. È il caso della lirica Im/potenze, dove Vaccaro rinnova sapientemente quel clima pasoliniano di perversione e degrado un tempo tipico delle periferie e che ormai ha invaso anche i centri urbani:

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G. Galzio – Ricerche di paradigmi di un Nostos molteplice

Pubblicato il 17 luglio 2022 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Nostos senza Odisseo (*)

 Ricerche nel campo aperto di nuovi paradigmi

 Adam Vaccaro

(*)Una prima versione di questo scritto è apparsa sulla Rivista Odissea, vedi a https://libertariam.blogspot.com/p/liber.html

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Gabriella Galzio, Ritorno alla Dea, Agorà &Co, Sarzana-Lugano, 2022 – pp. 72.

Questo saggio di Gabriella Galzio nasce e viene da lontano, come ricorda nella Premessa, l’Autrice. Un lontano, nel tempo e nello spazio, che riguarda sia gli scambi vitali e culturali avuti nel corso della sua vita, sia testimonianze, riflessioni ed elaborazioni nel corso dei millenni, ripresi e fatti linfa della propria poesia e visione del mondo. Tutti lasciti elencati nella bibliografia in fondo al libro, del quale alcune parti sono già apparse su riviste.

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NELL’ORO DELLA QUERCIA – Un’Antologia da non perdere

Pubblicato il 7 luglio 2022 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Inoltriamo grati questa recensione di Massimo Pamio dell’Antologia curata da Gabriella Galzio, NELL’ORO DELLA QUERCIA, frutto di un percorso collettivo di circa tre anni di scambi tra Voci e Autori nel “Salotto” Galzio, che la Curatrice ha cucito e reso tela unica.

Ne emerge una sorta di Arazzo, intessuto nell’Oro della Quercia, simbolo di vita resistente quale offerto dalla plurisecolare quercia che troneggia al centro della Piazza 24 Maggio del Ticinese, quartiere milanese dell’appartamento che ha ospitato la serie di incontri.

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