Anticipazioni – Leila Falà

Pubblicato il 15 gennaio 2021 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Leila Falà

Poesie inedite
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Nota di lettura di Laura Cantelmo
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Nota poetica

Seguendo un consiglio di von Hofmannsthal, nel mio lavoro tendo a voler nascondere la profondità nella superficie. È la possibilità di parlare un linguaggio quotidiano, leggibile, che possa suggerire una profondità senza apparentemente volerla dichiarare. Sarebbe bello saper parlare a tutti e che la poesia potesse essere letta negli stadi. Ma la poesia che noi conosciamo e che sappiamo fare non è per tutti, è complicata, complessa, è ricercata. Ma di certo non ricerca un nesso con il grande pubblico. Forse spesso non è neanche interessata ad averlo. È dedicata in genere ad altri, molto simili a noi, a nicchie di ascoltatori che ci costruiamo.
Ha lasciato quel terreno di gioco ad altre forme, alla canzone, per esempio. O forse alla pubblicità.
La stessa cosa è successa col teatro, il teatro di ricerca e forse anche con altre Arti. Mi accontento quindi per ora di dire ciò che posso, di farmi spazio con la leggerezza che riesco a trovare, rimanendo tra le parole in uso. Cerco magari lo scarto, l’ironia che serve a stare nella doppiezza della realtà. E suggerire il resto, il profondo, a volte ineffabile, come la vertigine che ci assale quando osserviamo piu attentamente l’umanità e le cose.
E quanto accade loro.

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Due libri su Dante

Pubblicato il 5 gennaio 2021 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Segnaliamo due libri importanti, che hanno preceduto di qualche mese lo scoccare dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri:

– Aldo Cazzullo, A riveder le stelle, Mondadori, Milano, settembre 2020

– Alessandro Barbero, Dante, Laterza, Bari-Roma, ottobre 2020.

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Rinaldo Caddeo

Il libro di Cazzullo è una rivisitazione dell’Inferno della Commedia, canto dopo canto, cerchio dopo cerchio, incontro dopo incontro. L’autore accompagna a una spiegazione tanto precisa e accurata, quanto stringata e ricca di pathos, che non trascura niente e nessuno del viaggio di Dante nell’aldilà, una concatenazione di storie che attingono sia alla cronaca antica e moderna sia alla produzione letteraria, filosofica, poetica, cinematografica, artistica (da Platone a Marx, da Aristotele a Raffaello, da Empedocle a Camilleri, con frequenti riferimenti a cantautori quali Battiato, Dalla, Venditti). Innumerevoli personaggi, luoghi e vicende scorrono, come in un caleidoscopio, veloci e lampeggianti. Si passa così, di associazione in associazione, dalla Rimini di Francesca da Rimini alla Rimini della Isola delle Rose o di Zanza, l’ultimo playboy, “morto sul lavoro” (Aldo Cazzullo, A riveder le stelle, pag.42), di notte in macchina con una ventenne romena; da Farinata degli Uberti a Pier Capponi; da Capaneo a Mussolini; da Ulisse a Madame Bovary e Stanley Kubrick (2001 Odissea nello spazio); dal gigante Fialte al poeta greco di Alessandria d’Egitto, Konstantin Kavafis.
Questa sovrabbondanza associativa, queste scorribande nella storia e nell’attualità, in un orizzonte globalizzato e totale della cultura, trovano un fertile e cogente ancoraggio nella multiforme umanità dell’Inferno dantesco che sorregge lo svolgimento delle immagini, delle emozioni, delle riflessioni, non senza una garbata, diffusa ironia. Si tratta della società italiana, – dal medioevo ai nostri giorni, con le sue divisioni, i vizi e le virtù, le grandezze e le miserie, – e del complicato, conflittuale, contraddittorio essere e sentirsi italiani degli italiani. In particolare è forte il richiamo ai momenti cruciali della storia italiana moderna: il Risorgimento, La Prima Guerra Mondiale, la Resistenza, i periodi decisivi della creazione di una patria e della formazione di una coscienza nazionale, a cui l’autore ha dedicato, in volumi precedenti, esplorazioni illuminanti. E Dante, la Divina Commedia, è proposta come l’origine. Lo dichiara, nitidamente, nelle prime tre righe del libro: “Dante ama una donna che non c’è più e una patria che non c’è ancora. Una patria che – oggi noi lo sappiamo – nasce con lui.” (pag.3). Dante non è quindi solo il padre della lingua e della letteratura italiane ma anche: “il padre dell’Italia. Un nome che ripete quasi ossessivamente, fin dal primo canto del suo poema.” (Cazzullo, ibidem, pag.4).

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Echi di Identità Bonefrana a Milano

Pubblicato il 20 dicembre 2020 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Echi di Identità Bonefrana a Milano
Segnalo una approfondita analisi dei vari temi e linguaggi del mio libro Identità Bonefrana, proposta nel corso dell’incontro del 15 dicembre scorso al Salotto Galzio – ovviamente con Zoom -, vedi link al video video , e basterà cliccare sui tempi (in azzurro) per accedere alle singole parti. Ora, il testo dell’Autrice è stato pubblicato sulla Rivista Online Odissea, vedi a

https://libertariam.blogspot.com/2020/12/il-destino-di-esse-re-di-gabriella.html

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Anticipazioni – Francesco Sassetto

Pubblicato il 16 dicembre 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Francesco Sassetto

Inediti – Con nome di donna

Con commento di Luigi Cannillo
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Nota di poetica
Nei testi qui presentati – estrapolati da una silloge in fieri – ho voluto proporre temi e momenti della società contemporanea che mi sembrano significativi nel mettere a fuoco un quadro desolato e dolente del tempo in cui viviamo. Una poesia cosiddetta “civile” (che pratico con convinzione da tempo) che muove dalla volontà di denudare le offese, le ferite, il dolore che segna – spesso annientandole – le esistenze dei più deboli, vittime di sopraffazioni e violenze. Con nome di donna vuole sottolineare un’attenzione privilegiata alle vicende vissute da donne che, nel corso del tempo, ho incontrato e conosciuto, alle loro vite che hanno attraversato sofferenze, abbandoni, solitudini, nel desiderio di “commuovere” – nel senso etimologico – il lettore, risvegliarne una pietas, una capacità di comprensione e partecipazione troppo spesso assopita e distratta.
Versi che vogliono essere anche “racconto”, adottando per questo un andamento narrativo e descrittivo, insieme, sul piano linguistico-stilistico, ad una sorta di “scivolamento” dell’italiano nel dialetto veneziano e viceversa, a rendere con più efficacia e concretezza fatti ed ambienti (quasi sempre veneziani o veneti), un sermo humilis in grado – mi auguro – di evitare il rischio, sempre in agguato quando si affrontano queste realtà, di cadere nella retorica, nell’enfasi o nel pericolo della “lacrima facile”, per restituire, con voce nitida e robusta, l’asprezza di vicende intrise di umiliazioni e dolori.

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Auguri Milanocosa 2021

Pubblicato il 9 dicembre 2020 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini
Auguri Milanocosa 2021

Copertina del DVD dedicato ai nostri 20 anni – a cura di Adam Vaccaro e

Giacomo Guidetti – con testi e contributi di:
 
Claudia Azzola, Maria Carla Baroni, Rinaldo Caddeo, Luigi Cannillo,

Laura Cantelmo, Roberto Caracci, Alfredo De Palchi, Annamaria De Pietro,

Barbara Gabotto, Angelo Gaccione,Gabriella Galzio, Gabriella Girelli,

Tomaso Kemeny, Giuseppe Leccardi,Giancarlo Majorino, Marcello Montedoro,

Guido Oldani, Paolo Quarta, Maria Pia Quintavalla,

Filippo Ravizza, Fausta Squatriti, Adam Vaccaro, Walt Whitman. 

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Donato Di Poce – Il limpido e il sommerso

Pubblicato il 8 dicembre 2020 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Donato Di Poce, Il limpido e il sommerso

Riflessioni su Lampi di verità, I Quaderni del Bardo ed., Lecce 2017
L’altro dire, Edizioni Helicon, Fano 2020

Laura Cantelmo

Di Donato Di Poce colpisce prima di tutto l’indipendenza nel rivendicare, con toni di pacata polemica, la propria “normalità” di uomo e di artista. La “normalità” di chi scrive versi, in generale, è in realtà un ossimoro, sia per chi osserva dall’esterno del mondo letterario, sia per chi si trova ad affrontare quotidianamente la sfida della parola, della musica, del mistero che in parte costituiscono la sostanza della poesia. Infatti insita nella natura stessa di quest’ultima – come dissero i formalisti russi più di un secolo fa – è la ricerca dello slittamento semantico del linguaggio al fine di rendere nuova e sorprendente l’immagine rispetto agli stilemi della consuetudine quotidiana. Il bello (o forse anche il brutto) di questo nostro tempo che ci vede scrivere nonostante tutto, è dato, a partire dal secolo XIX, dalla scomparsa quasi totale di codici linguistici all’interno dei quali poeti e versificatori si trovavano ad operare entro forme prefissate, rispettando regole ineludibili che costituivano lo statuto della Poesia in termini di linguaggio, di tessitura di immagini oltre che di suoni e di rime, e quindi di musica. Una sorta di gabbia dorata, concessa ad esseri ispirati da Muse che, pur nella faticosa adesione alle norme, li tutelava e li metteva al riparo, almeno in parte, da critiche feroci, nella consapevolezza che la poesia che affascina e conquista è comunque una rara e misteriosa fusione di pensiero e di intima armonia. C’è chi plaude alla scomparsa di quel sistema di norme e chi ne sente la mancanza. E c’è chi si muove con disinvoltura all’interno di questo mare magnum di conquistata libertà, senza però dimenticare il passato. Ed è a quest’ultima categoria che Di Poce appartiene. Parliamo di un Autore al quale sta principalmente a cuore esprimere il proprio Io senza torsioni semantiche e sintattiche, ma in modo limpido, privilegiando il livello pittorico delle immagini che scaturisce dalla sua attività di artista visivo.
E che non rifugge da strumenti retorici di carattere morfologico, quali assonanze e allitterazioni (“Cercheremo…Scaveremo…Sveleremo…Cancelleremo…) o da anafore, nell’intento di rafforzare concetti il cui significato viene dilatato dalla ripetizione e dalla concatenazione di unità linguistiche, facendo trapelare, con piccole sfumature semantiche, la parte sommersa e più vera del Sé. “Lampi di verità/In un’Italia piccola e impura,/Un’Italia che stava già smarrendo/ I bozzoli dell’utopia e della ragione.” Così recita il testo di apertura di Lampi di verità (che raccoglie poesie a partire dall’anno 2000), dedicato a Pierpaolo Pasolini e ad Enrico Mattei, introducendo il tema alla crisi morale, politica ed economica del nostro paese. Ed ecco il progetto che si manifesta in una poesia di intento civile:”Noi cercheremo/ Quella verità che sgorga dal vero/ E quella poesia che fa sognare/ Un nuovo mondo e un nuovo futuro”. Toni accesi e quasi messianici, dettati da una speranza che stentava a svanire (questo testo è ascrivibile al 2012) a cui succedono strofe che formano acrostici, attraversando vite di scrittori, di amici e luoghi della memoria come “Binario 21”, riferito alla tragedia della Shoah. Una scrittura che con varie modulazioni narra la solitudine dell’uomo (“voce del silenzio”), il desiderio d’amore, la scelta di uno stile privo di orfismi e di compiaciuti giochi linguistici: “Bisogna uscire da Sé/ Dal proprio buio/ Dalla propria assenza/…/Dire basta ai luoghi comuni/ Ai ricami delle parole innamorate…” (“L’Altro dire”).
Nella silloge omonima questi versi costituiscono una bella dichiarazione di poetica, con una dedica non casuale alla figura di Carmelo Bene, artista che volle “uscire dalle trappole del proprio genio” (pag.11), facendo della sua pervicace diversità attoriale un vanto che lo espose sia a critiche pesanti che ad entusiastici successi. L’uso metapoetico dei propri versi serve a Di Poce per manifestare in modo diretto la propria poetica, sempre all’interno di una vena polemica, ora esplicita, ora più velata. Una affermazione della propria identità di scrittore, della propria scelta stilistica, della propria libertà linguistica e di pensiero. Una poesia che sottolineando il valore della chiarezza e dell’autenticità si inerpica per ripidi sentieri in cima ai quali stanno il mistero, l’indefinito, il visibile e l’invisibile, evitando l’effetto straniante dovuto alla trasgressione dal linguaggio comune: “Grafèmi, fonemi, lessemi/ Lasciavi tracce ovunque/…./ Cercatore di armonie e polisemie/ …./ Donaci la grazia di un raptus CreAttivo/…/ L’Eco selvaggio del dolore/ Di un mondo che muore ogni giorno/ Inondaci di grafèmi, ma di poesia sazziaci”. (“Grafèmi”). Quello che un mondo ottuso “senza dignità” non vuole vedere, quelle “bare d’acqua” sommerse in un mare di indifferenza, sono la scena reale, la tragedia dei migranti, le vite inghiottite dal mare che solo il ”poeta immenso” vede. Il dolore, sempre sotteso, è insito come destino ineluttabile dell’umanità, persino nella scrittura, che può ridursi a “macchie d’inchiostro”. Così pure l’amore, rappresentato da indecifrabili figure femminili, riconducibili a personificazioni allegoriche della ispirazione poetica . In fondo ciò che Di Poce vuole è affermare la propria essenza di Uomo nel senso più autentico, aperto alla realtà del mondo e al dolore dell’Altro. “Ombre dal fondo”, seconda sezione della silloge L’altro dire, sviluppa il tema della la personalità dell’Artista demiurgo, creatore e distruttore delle proprie opere, consapevole della indipendenza della propria arte tra muri di separazione e ponti di condivisione. E poi, nella terza sezione, “Conseguito silenzio”, l’Autore approda alla sintesi del discorso che è andato dipanando: “Elogio dell’imperfezione” e “Conseguito silenzio” raccolgono segni di consapevolezza dell’umano limite, che conducono il poeta Di Poce a una catartica leggerezza, degna di un finale sfumato di contenuta ironia e demiurgica teatralità: “…In un silenzio creativo/ Ho posato la penna e non ho scritto più nulla/ Finalmente vivevo come avevo sempre sognato/ Conseguito silenzio!”
Milano, Novembre 2020

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Anticipazioni – Filippo Ravizza

Pubblicato il 1 dicembre 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa
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Filippo Ravizza

Poesie inedite
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Nota di lettura di Adam Vaccaro
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DICHIARAZIONE DI POETICA
Vi sono alcune tematiche che io riconosco essere capisaldi di tutta la mia produzione poetica: la riflessione sui rapporti tra vero poetico e vero storico; sull’enigma del tempo; sul destino e sulla mancanza di un destino; sul ‘grande mai più’ ovvero l’annientamento che ci attende. Spero che, a livello formale, nei miei versi sia sempre avvertibile l’andamento ritmico, la cadenza timbrica che deve distinguere a mio parere la parola della poesia, che deve continuare ad essere diversa ed altra rispetto alla parola della prosa. La poesia in fondo è un’emozione che trova una forma. Il lavoro sulla parola, la ricerca della forma che sola può esprimere al meglio un particolare contenuto, mi paiono essere elementi portanti del lavoro poetico.

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Lo scrigno e il labirinto di Annamaria De Pietro

Pubblicato il 19 novembre 2020 su Saggi Poesia da Adam Vaccaro

Alla Poesia di Annamaria De Pietro

Riprendo due, tra i miei saggi critici, dedicati alla poesia di Annamaria: quello che segue,  sul suo Primo Libro delle Quartine, del 2015, e in fondo (link Il labirinto, in Sotto la Superficie, letture di poeti italiani contemporanei, (Milano, 2004).

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Lo scrigno salvato di Annamaria De Pietro
In “Rettangoli in cerca di un pi greco – Il Primo Libro delle Quartine”
Marco Saya Edizioni, Milano 2015.

Adam Vaccaro

Sono due le aree di esperienza, quali possibili fonti di una forma e di una espressione letteraria: quella vissuta al di fuori di ogni contesto letterario, e quella alimentata da quest’ultimo. Sono due ipotesi estreme e astratte, che non possono essere mai esclusive. L’esperienza col mondo della prassi non può non esserci, come l’esperienza con quanto la scrittura ha accumulato nei secoli. Ma è questione di misure. Nel caso di Annamaria De Pietro, anche non conoscendola o non frequentandola, i suoi testi non lasciano dubbi sulla preponderanza della fonte letteraria.
Ho seguito sin dall’inizio la produzione di Annamaria, sviluppata in forme e rami diluviali e variegati, ma sempre connotati dal timbro di un incrocio mobile tra ricerca ossessiva di precisione, fascinazione sonora e ricchezza barocca. I pregi della sua scrittura si sono articolati e sviluppati nell’arco ormai ventennale della sua ampia produzione poetica, entro tale preponderanza e quadro esperienziale, e entro tale inesausta ricerca creativa.
Scrissi, a proposito di Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002) che in particolare con quel libro Annamaria trasmetteva l’immagine di “uno strano incrocio tra un altare e un banco da lavoro di artigiano, di falegname o di faber”, e se “Il fautore, fattore, dell’altare è naturalmente figura sacerdotale, che pretende di incarnare i segreti dell’ignoto…, l’artigiano è colui che si muove qui, nelle fatiche del quotidiano, tra lampi del corpo e pietre del cuore, e per questo sa dare forma concreta all’evocazione, controllandone/ garantendone l’accuratezza esecutoria”. Termine che, sottolineavo, aveva anche un “carattere omicida, anzi di ‘matricidio’ e/o ‘parricidio’ del gesto della scrittura”, di cui De Pietro “sottolinea il re-inizio e l’iniziazione ai misteri più profondi della vita”; e “per questo la scrittura è ‘superba, assassina per buon diritto’, che nel processo generativo agisce ‘a tutto imponendo, violentemente, il suo patrimonio genetico, la sua serie formale’”.
“Dunque, accento posto sull’arte che nasce dalla morte, dalla perdita irreparabile (come la cera del modello da cui emerge l’oggetto fuso con tale tecnica) di ciò che ne è fondo epifanico…Arte del resto omologa a ogni spietata fenomenologia del processo vitale”: il “seme deve essere distrutto perché nasca la nuova pianta” e “milioni di spermatozoi devono morire per salvarne uno solo, uno solo alla volta. È la radice biologica della perentoria esclusività dell’amore…almeno, così come si è costituita nella nostra cultura. Allo stesso modo, la scrittura procede e costruisce le sue forme, uccidendo e scartando milioni di possibili parole per sceglierne e salvarne una, una sola alla volta.”
Chiosavo, però, che “sono gli accenti che contano. Cioè il punto di vista. Dello stesso processo possono essere ostensi i cardini (gli stessi) sul versante della vita o della morte”. E se “il sacerdote tende a illuminare lo scacco di ciò che precede”, per mostrarne “tutta la riduzione a residuo e nulla”, per “esaltare…la suprema e definitiva nascita, che si innalza autonoma e (quasi) sprezzante su ciò che c’era prima e ciò che ci sarà dopo”, salva dal “rischio della deriva di onnipotenza la presenza dell’artigiano, del faber. Che conosce l’umiltà e i segreti della materia. Che sa come ogni materia, anche quella fatta di semi neri sulla pagina, non viene dal nulla, viene da un immane calco ignoto, irraggiungibile e indimenticabile, cui la sua opera non può smettere di continuare a tendere…. Pena una perdita totale di misura di sé e/o di totalizzazione e ideologia del testo.”

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Aggiornamenti Sito- 20 anni Milanocosa

Pubblicato il 13 novembre 2020 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini
Aggiornamenti Sito Voci Intrecci Progetti dei 20 anni di Milanocosa –
BookCity 14 novembre-Casa della Poesia di Milano

Evento annullato e sostituito da Video e post in Rete

Evento dedicato alla memoria di Marcello Montedoro e Annamaria De Pietro

come sappiamo, le disposizioni sanitarie hanno annullato tutte le iniziative culturali con presenza, anche in BookCity. Per cui, all’annullamento dell’Evento programmato, allegato e ripreso qui sotto del 14 novembre, in accordo con BookCity e La Casa della Poesia, ho elaborato la soluzione video che segue, già proposta e messa in atto per l’evento parallelo del 4 novembre alla Grechetto della Biblioteca Cerntrale Sormani (http://www.milanocosa.it/eventi-milanocosa/aggiornamenti-sito-20-anni-milanocosa).

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Anticipazioni – Alice Serrao

Pubblicato il 12 novembre 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Alice Serrao

Poesie inedite
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Nota di lettura di Laura Cantelmo
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Nota poetica
La poesia è per me uno sguardo sulle cose: i versi sono uno strumento delicato e prezioso con cui raccontare la realtà ed entrare in relazione con essa. Il mondo stesso è definito dalla lingua che usiamo, dalla precisione delle parole che sviluppano e leggono il reale e il nostro sentire in relazione ad esso. La potenza della parola poetica risiede nella sua funzione creativa e adamitica; segna la traccia di un passaggio umano e lo salva.
Nella mia poesia sono centrali i temi del femminile e della maternità. La donna, infatti, condivide con la poesia e il divino, il segreto della creazione: può mettere al mondo, conoscendo, a sua volta, il passaggio da figlia a madre secondo una linea ereditaria al femminile. In “PadreMadre”, questo tema assume però nuovi risvolti, in quanto la donna arricchisce la propria identità anche in relazione al ruolo di moglie e al dialogo imprescindibile con l’altro sesso. “PadreMadre” racconta il venire al mondo e i suoi tre attori – madre, padre e figlia – attraverso una lingua a tratti lirica e a tratti vivificata da punte di concretezza espressiva.
“Dietrolacattedra” è invece il mio lavoro più nuovo: non condivide nessuno dei temi intimistico-esistenziali delineati nel precedente “A piene mani”, ma si propone di guardare alla realtà quotidiana della scuola e di descriverla anche alla luce della straordinarietà del tempo storico che stiamo vivendo. L’aula vista dalla cattedra offre un ribaltamento di prospettiva e costituisce un punto di osservazione privilegiato dell’umanità in formazione, della magia dell’adolescenza.

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