Poesia

Nel tremore degli anni – Filippo Ravizza

Pubblicato il 25 gennaio 2021 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Filippo Ravizza

Nel Tremore degli anni, puntoacapo Editrice, Dicembre 2020

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Adam Vaccaro

Avevo ricevuto e inserito quattro testi di questo ultimo libro di Filippo Ravizza, nella serie di Anticipazioni (http://www.milanocosa.it/anticipazioni/anticipazioni-filippo-ravizza). Leggendolo ora nella sua interezza, ritrovo validi i rilievi fatti allora, per cui li ripropongo con alcune integrazioni, in particolare sulla tematica del Tempo, filo rosso della sua ricerca espressiva.
Nella poesia contemporanea è spesso difficile enucleare una visione e un pensiero critico, alimento per me fondante un poièin capace di dire e darci contributi di conoscenza della complessità della vita, di cui il Tempo è tematica primaria. Sono premesse scontate entro la visione metodologica della mia Adiacenza, per la quale l’Atteggiamento generale o quella che Elio Franzini (Rettore Statale di Milano e prefatore di Ricerche e forme di Adiacenza) chiama Intenzionalità fungente, fonda e connota il punto di partenza. Seppure, per una adeguata analisi testuale, è decisivo il punto di arrivo.
Nel percorso poetico di Ravizza c’è un pensiero forte quale fonte epifanica di espressione, di ri-creazione di realtà e dei suoi infiniti piani, visibili e invisibili. Un piede-anima, come detto, non molto rintracciabile nel panorama poetico odierno, rispetto a quello innervato in esperienze affettive.
Nei testi di Ravizza c’è un Io che ribolle nella caldera vulcanica costituita dal complesso sistema concettuale di Hegel, di tesi-antitesi-sintesi tra Natura e Ragione, in cui, in ultima analisi, è lo Spirito che crea la Storia. Fondamenti della hegeliana Fenomenologia dello Spirito, che consentì a Marx di costruire il suo Materialismo dialettico, per il quale, in ultima istanza, è decisiva la struttura socioeconomica e storica e non lo spirito. Sono sistemi imprescindibili negli sviluppi del pensiero delle “teste occidentali” (p.18), che ricomprendono etica, arte, religione e ogni altra area della totalità antropologica.
Se dunque l’Io e le sue Modalità di controllo del linguaggio (Mod-Io), sono forze primarie nelle forme di cui ci stiamo occupando, come agiscono le altre modalità (Es e SuperIo)? La matassa espressiva dell’Autore conferma in primo luogo i detti fondamenti di pensiero e cultura, con la domanda sul “vero” della scrittura poetica, distinto da ogni altro vero. Talché ne consegue che la Verità (assoluta) è mito ideologico e falso.
Da questo tronco portante, si dipartono rami tesi ai mille ansimi, attimi e forme della vita, con i loro terminali sensitivi di gemme e foglie, sciolte al vento come capelli: immagini e flussi che trovano ritmi consonanti e danzanti, capaci di far sentire ”la carezza del mondo”, di cui però la ruvidezza del tronco smaschera subito la dolcezza, necessaria quanto precaria “maschera impossibile”, che “abbraccia questi capelli/ bianchi questi occhiali queste teste/ occidentali…” (p.18); “La vita la matita del tenere/ intatta e lieve l’ondulante/ carezza la carezza del tempo! (p.38).
Sono qui tracciate linee che sanno far librare e vibrare il poièin, in una musica che congiunge spazio-tempo quali nomi diversi della stessa Cosa. Ed è la forma a dirlo, ribattendo come chiodi aggettivazioni dimostrative, che intrecciano ritmi ripetizioni e significati (tra Mod-Io ed Es), grumi verbali di più aree mentali che chiamo gatti di Schroedinger. E che tra carezze e lucori dell’occhio, superfetano il qui e ora. In cui il tronco trema insieme ai rami, conscio che l’invisibile è più forte del visibile, in una tensione adiacente tra radici ed emozioni-pensiero che in-forma versi e flussi che paiono promettere punti di arrivo, anche se ansimi di enjambementes annunciano significati che lo negano: “arriveremo, arriveremo senza/ mai pensarci, senza mai pensare,/ la fine inaspettata coglierà/ mentre staremo cantando mentre/ staremo stringendo nelle braccia/ il nulla”.
Ma non è disegno né pianto nichilista; “qui a Milano/ qui sulla terra intera tra/ un giorno tra un mese/ tra un milione di anni/…/ verrà finalmente l’uguaglianza/ …una comune/ dimensione umana.” (ultimi versi del libro, p. 47). È una punta che incide la pietra del tempo, e insieme un puntello per proseguire nella lucida coscienza del destino naturale: “se verrai vita mia a bussare/ alla mia porta in un giorno di sole/…/…oh sì oh sì qui/ qui dove ora io ti guardo/ vita mia quando mai ti amerò/…carezza…della pagina bianca nella/ tua illusione che chiamasti ‘amore’”. (p.20). L’Io, dalla sua torre di avviso e resistenza di coscienza critica, non smette di misurarsi col Tempo, pur sapendo che il proprio decadrà come uno yogurt; “In questo abito chiamato tempo/ della mia Milano Novecento/…/ con Vladimir e Natascia la Storia/ già era con me ma io non lo sapevo.” (p.24); “crudele cecità oh viltà viltà/ del tempo mio tempo tuo tempo/ tempo nostro povero e breve”, “superficie/ falsa…/ verità che in realtà non esiste” (p.39). Coscienza critica che si riafferma con forza rispetto alle sirene della “allucinazione: tutto ci/ sarà finché ci sarò io, poi/ il niente che non ha parole”. (p.40).

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Anticipazioni – Leila Falà

Pubblicato il 15 gennaio 2021 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Leila Falà

Poesie inedite
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Nota di lettura di Laura Cantelmo
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Nota poetica

Seguendo un consiglio di von Hofmannsthal, nel mio lavoro tendo a voler nascondere la profondità nella superficie. È la possibilità di parlare un linguaggio quotidiano, leggibile, che possa suggerire una profondità senza apparentemente volerla dichiarare. Sarebbe bello saper parlare a tutti e che la poesia potesse essere letta negli stadi. Ma la poesia che noi conosciamo e che sappiamo fare non è per tutti, è complicata, complessa, è ricercata. Ma di certo non ricerca un nesso con il grande pubblico. Forse spesso non è neanche interessata ad averlo. È dedicata in genere ad altri, molto simili a noi, a nicchie di ascoltatori che ci costruiamo.
Ha lasciato quel terreno di gioco ad altre forme, alla canzone, per esempio. O forse alla pubblicità.
La stessa cosa è successa col teatro, il teatro di ricerca e forse anche con altre Arti. Mi accontento quindi per ora di dire ciò che posso, di farmi spazio con la leggerezza che riesco a trovare, rimanendo tra le parole in uso. Cerco magari lo scarto, l’ironia che serve a stare nella doppiezza della realtà. E suggerire il resto, il profondo, a volte ineffabile, come la vertigine che ci assale quando osserviamo piu attentamente l’umanità e le cose.
E quanto accade loro.

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Due libri su Dante

Pubblicato il 5 gennaio 2021 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Segnaliamo due libri importanti, che hanno preceduto di qualche mese lo scoccare dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri:

– Aldo Cazzullo, A riveder le stelle, Mondadori, Milano, settembre 2020

– Alessandro Barbero, Dante, Laterza, Bari-Roma, ottobre 2020.

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Rinaldo Caddeo

Il libro di Cazzullo è una rivisitazione dell’Inferno della Commedia, canto dopo canto, cerchio dopo cerchio, incontro dopo incontro. L’autore accompagna a una spiegazione tanto precisa e accurata, quanto stringata e ricca di pathos, che non trascura niente e nessuno del viaggio di Dante nell’aldilà, una concatenazione di storie che attingono sia alla cronaca antica e moderna sia alla produzione letteraria, filosofica, poetica, cinematografica, artistica (da Platone a Marx, da Aristotele a Raffaello, da Empedocle a Camilleri, con frequenti riferimenti a cantautori quali Battiato, Dalla, Venditti). Innumerevoli personaggi, luoghi e vicende scorrono, come in un caleidoscopio, veloci e lampeggianti. Si passa così, di associazione in associazione, dalla Rimini di Francesca da Rimini alla Rimini della Isola delle Rose o di Zanza, l’ultimo playboy, “morto sul lavoro” (Aldo Cazzullo, A riveder le stelle, pag.42), di notte in macchina con una ventenne romena; da Farinata degli Uberti a Pier Capponi; da Capaneo a Mussolini; da Ulisse a Madame Bovary e Stanley Kubrick (2001 Odissea nello spazio); dal gigante Fialte al poeta greco di Alessandria d’Egitto, Konstantin Kavafis.
Questa sovrabbondanza associativa, queste scorribande nella storia e nell’attualità, in un orizzonte globalizzato e totale della cultura, trovano un fertile e cogente ancoraggio nella multiforme umanità dell’Inferno dantesco che sorregge lo svolgimento delle immagini, delle emozioni, delle riflessioni, non senza una garbata, diffusa ironia. Si tratta della società italiana, – dal medioevo ai nostri giorni, con le sue divisioni, i vizi e le virtù, le grandezze e le miserie, – e del complicato, conflittuale, contraddittorio essere e sentirsi italiani degli italiani. In particolare è forte il richiamo ai momenti cruciali della storia italiana moderna: il Risorgimento, La Prima Guerra Mondiale, la Resistenza, i periodi decisivi della creazione di una patria e della formazione di una coscienza nazionale, a cui l’autore ha dedicato, in volumi precedenti, esplorazioni illuminanti. E Dante, la Divina Commedia, è proposta come l’origine. Lo dichiara, nitidamente, nelle prime tre righe del libro: “Dante ama una donna che non c’è più e una patria che non c’è ancora. Una patria che – oggi noi lo sappiamo – nasce con lui.” (pag.3). Dante non è quindi solo il padre della lingua e della letteratura italiane ma anche: “il padre dell’Italia. Un nome che ripete quasi ossessivamente, fin dal primo canto del suo poema.” (Cazzullo, ibidem, pag.4).

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Echi di Identità Bonefrana a Milano

Pubblicato il 20 dicembre 2020 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Echi di Identità Bonefrana a Milano
Segnalo una approfondita analisi dei vari temi e linguaggi del mio libro Identità Bonefrana, proposta nel corso dell’incontro del 15 dicembre scorso al Salotto Galzio – ovviamente con Zoom -, vedi link al video video , e basterà cliccare sui tempi (in azzurro) per accedere alle singole parti. Ora, il testo dell’Autrice è stato pubblicato sulla Rivista Online Odissea, vedi a

https://libertariam.blogspot.com/2020/12/il-destino-di-esse-re-di-gabriella.html

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Anticipazioni – Francesco Sassetto

Pubblicato il 16 dicembre 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Francesco Sassetto

Inediti – Con nome di donna

Con commento di Luigi Cannillo
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Nota di poetica
Nei testi qui presentati – estrapolati da una silloge in fieri – ho voluto proporre temi e momenti della società contemporanea che mi sembrano significativi nel mettere a fuoco un quadro desolato e dolente del tempo in cui viviamo. Una poesia cosiddetta “civile” (che pratico con convinzione da tempo) che muove dalla volontà di denudare le offese, le ferite, il dolore che segna – spesso annientandole – le esistenze dei più deboli, vittime di sopraffazioni e violenze. Con nome di donna vuole sottolineare un’attenzione privilegiata alle vicende vissute da donne che, nel corso del tempo, ho incontrato e conosciuto, alle loro vite che hanno attraversato sofferenze, abbandoni, solitudini, nel desiderio di “commuovere” – nel senso etimologico – il lettore, risvegliarne una pietas, una capacità di comprensione e partecipazione troppo spesso assopita e distratta.
Versi che vogliono essere anche “racconto”, adottando per questo un andamento narrativo e descrittivo, insieme, sul piano linguistico-stilistico, ad una sorta di “scivolamento” dell’italiano nel dialetto veneziano e viceversa, a rendere con più efficacia e concretezza fatti ed ambienti (quasi sempre veneziani o veneti), un sermo humilis in grado – mi auguro – di evitare il rischio, sempre in agguato quando si affrontano queste realtà, di cadere nella retorica, nell’enfasi o nel pericolo della “lacrima facile”, per restituire, con voce nitida e robusta, l’asprezza di vicende intrise di umiliazioni e dolori.

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Donato Di Poce – Il limpido e il sommerso

Pubblicato il 8 dicembre 2020 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Donato Di Poce, Il limpido e il sommerso

Riflessioni su Lampi di verità, I Quaderni del Bardo ed., Lecce 2017
L’altro dire, Edizioni Helicon, Fano 2020

Laura Cantelmo

Di Donato Di Poce colpisce prima di tutto l’indipendenza nel rivendicare, con toni di pacata polemica, la propria “normalità” di uomo e di artista. La “normalità” di chi scrive versi, in generale, è in realtà un ossimoro, sia per chi osserva dall’esterno del mondo letterario, sia per chi si trova ad affrontare quotidianamente la sfida della parola, della musica, del mistero che in parte costituiscono la sostanza della poesia. Infatti insita nella natura stessa di quest’ultima – come dissero i formalisti russi più di un secolo fa – è la ricerca dello slittamento semantico del linguaggio al fine di rendere nuova e sorprendente l’immagine rispetto agli stilemi della consuetudine quotidiana. Il bello (o forse anche il brutto) di questo nostro tempo che ci vede scrivere nonostante tutto, è dato, a partire dal secolo XIX, dalla scomparsa quasi totale di codici linguistici all’interno dei quali poeti e versificatori si trovavano ad operare entro forme prefissate, rispettando regole ineludibili che costituivano lo statuto della Poesia in termini di linguaggio, di tessitura di immagini oltre che di suoni e di rime, e quindi di musica. Una sorta di gabbia dorata, concessa ad esseri ispirati da Muse che, pur nella faticosa adesione alle norme, li tutelava e li metteva al riparo, almeno in parte, da critiche feroci, nella consapevolezza che la poesia che affascina e conquista è comunque una rara e misteriosa fusione di pensiero e di intima armonia. C’è chi plaude alla scomparsa di quel sistema di norme e chi ne sente la mancanza. E c’è chi si muove con disinvoltura all’interno di questo mare magnum di conquistata libertà, senza però dimenticare il passato. Ed è a quest’ultima categoria che Di Poce appartiene. Parliamo di un Autore al quale sta principalmente a cuore esprimere il proprio Io senza torsioni semantiche e sintattiche, ma in modo limpido, privilegiando il livello pittorico delle immagini che scaturisce dalla sua attività di artista visivo.
E che non rifugge da strumenti retorici di carattere morfologico, quali assonanze e allitterazioni (“Cercheremo…Scaveremo…Sveleremo…Cancelleremo…) o da anafore, nell’intento di rafforzare concetti il cui significato viene dilatato dalla ripetizione e dalla concatenazione di unità linguistiche, facendo trapelare, con piccole sfumature semantiche, la parte sommersa e più vera del Sé. “Lampi di verità/In un’Italia piccola e impura,/Un’Italia che stava già smarrendo/ I bozzoli dell’utopia e della ragione.” Così recita il testo di apertura di Lampi di verità (che raccoglie poesie a partire dall’anno 2000), dedicato a Pierpaolo Pasolini e ad Enrico Mattei, introducendo il tema alla crisi morale, politica ed economica del nostro paese. Ed ecco il progetto che si manifesta in una poesia di intento civile:”Noi cercheremo/ Quella verità che sgorga dal vero/ E quella poesia che fa sognare/ Un nuovo mondo e un nuovo futuro”. Toni accesi e quasi messianici, dettati da una speranza che stentava a svanire (questo testo è ascrivibile al 2012) a cui succedono strofe che formano acrostici, attraversando vite di scrittori, di amici e luoghi della memoria come “Binario 21”, riferito alla tragedia della Shoah. Una scrittura che con varie modulazioni narra la solitudine dell’uomo (“voce del silenzio”), il desiderio d’amore, la scelta di uno stile privo di orfismi e di compiaciuti giochi linguistici: “Bisogna uscire da Sé/ Dal proprio buio/ Dalla propria assenza/…/Dire basta ai luoghi comuni/ Ai ricami delle parole innamorate…” (“L’Altro dire”).
Nella silloge omonima questi versi costituiscono una bella dichiarazione di poetica, con una dedica non casuale alla figura di Carmelo Bene, artista che volle “uscire dalle trappole del proprio genio” (pag.11), facendo della sua pervicace diversità attoriale un vanto che lo espose sia a critiche pesanti che ad entusiastici successi. L’uso metapoetico dei propri versi serve a Di Poce per manifestare in modo diretto la propria poetica, sempre all’interno di una vena polemica, ora esplicita, ora più velata. Una affermazione della propria identità di scrittore, della propria scelta stilistica, della propria libertà linguistica e di pensiero. Una poesia che sottolineando il valore della chiarezza e dell’autenticità si inerpica per ripidi sentieri in cima ai quali stanno il mistero, l’indefinito, il visibile e l’invisibile, evitando l’effetto straniante dovuto alla trasgressione dal linguaggio comune: “Grafèmi, fonemi, lessemi/ Lasciavi tracce ovunque/…./ Cercatore di armonie e polisemie/ …./ Donaci la grazia di un raptus CreAttivo/…/ L’Eco selvaggio del dolore/ Di un mondo che muore ogni giorno/ Inondaci di grafèmi, ma di poesia sazziaci”. (“Grafèmi”). Quello che un mondo ottuso “senza dignità” non vuole vedere, quelle “bare d’acqua” sommerse in un mare di indifferenza, sono la scena reale, la tragedia dei migranti, le vite inghiottite dal mare che solo il ”poeta immenso” vede. Il dolore, sempre sotteso, è insito come destino ineluttabile dell’umanità, persino nella scrittura, che può ridursi a “macchie d’inchiostro”. Così pure l’amore, rappresentato da indecifrabili figure femminili, riconducibili a personificazioni allegoriche della ispirazione poetica . In fondo ciò che Di Poce vuole è affermare la propria essenza di Uomo nel senso più autentico, aperto alla realtà del mondo e al dolore dell’Altro. “Ombre dal fondo”, seconda sezione della silloge L’altro dire, sviluppa il tema della la personalità dell’Artista demiurgo, creatore e distruttore delle proprie opere, consapevole della indipendenza della propria arte tra muri di separazione e ponti di condivisione. E poi, nella terza sezione, “Conseguito silenzio”, l’Autore approda alla sintesi del discorso che è andato dipanando: “Elogio dell’imperfezione” e “Conseguito silenzio” raccolgono segni di consapevolezza dell’umano limite, che conducono il poeta Di Poce a una catartica leggerezza, degna di un finale sfumato di contenuta ironia e demiurgica teatralità: “…In un silenzio creativo/ Ho posato la penna e non ho scritto più nulla/ Finalmente vivevo come avevo sempre sognato/ Conseguito silenzio!”
Milano, Novembre 2020

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Anticipazioni – Filippo Ravizza

Pubblicato il 1 dicembre 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa
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Filippo Ravizza

Poesie inedite
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Nota di lettura di Adam Vaccaro
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DICHIARAZIONE DI POETICA
Vi sono alcune tematiche che io riconosco essere capisaldi di tutta la mia produzione poetica: la riflessione sui rapporti tra vero poetico e vero storico; sull’enigma del tempo; sul destino e sulla mancanza di un destino; sul ‘grande mai più’ ovvero l’annientamento che ci attende. Spero che, a livello formale, nei miei versi sia sempre avvertibile l’andamento ritmico, la cadenza timbrica che deve distinguere a mio parere la parola della poesia, che deve continuare ad essere diversa ed altra rispetto alla parola della prosa. La poesia in fondo è un’emozione che trova una forma. Il lavoro sulla parola, la ricerca della forma che sola può esprimere al meglio un particolare contenuto, mi paiono essere elementi portanti del lavoro poetico.

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Anticipazioni – Alice Serrao

Pubblicato il 12 novembre 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Alice Serrao

Poesie inedite
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Nota di lettura di Laura Cantelmo
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Nota poetica
La poesia è per me uno sguardo sulle cose: i versi sono uno strumento delicato e prezioso con cui raccontare la realtà ed entrare in relazione con essa. Il mondo stesso è definito dalla lingua che usiamo, dalla precisione delle parole che sviluppano e leggono il reale e il nostro sentire in relazione ad esso. La potenza della parola poetica risiede nella sua funzione creativa e adamitica; segna la traccia di un passaggio umano e lo salva.
Nella mia poesia sono centrali i temi del femminile e della maternità. La donna, infatti, condivide con la poesia e il divino, il segreto della creazione: può mettere al mondo, conoscendo, a sua volta, il passaggio da figlia a madre secondo una linea ereditaria al femminile. In “PadreMadre”, questo tema assume però nuovi risvolti, in quanto la donna arricchisce la propria identità anche in relazione al ruolo di moglie e al dialogo imprescindibile con l’altro sesso. “PadreMadre” racconta il venire al mondo e i suoi tre attori – madre, padre e figlia – attraverso una lingua a tratti lirica e a tratti vivificata da punte di concretezza espressiva.
“Dietrolacattedra” è invece il mio lavoro più nuovo: non condivide nessuno dei temi intimistico-esistenziali delineati nel precedente “A piene mani”, ma si propone di guardare alla realtà quotidiana della scuola e di descriverla anche alla luce della straordinarietà del tempo storico che stiamo vivendo. L’aula vista dalla cattedra offre un ribaltamento di prospettiva e costituisce un punto di osservazione privilegiato dell’umanità in formazione, della magia dell’adolescenza.

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Anticipazioni – Francesca del Moro

Pubblicato il 1 novembre 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa
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Francesca Del Moro

Inediti

Con commento di Luigi Cannillo

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DICHIARAZIONE DI POETICA
Se dovessi individuare una parola per definire la mia poesia, questa sarebbe ‘testimonianza’. Negli ultimi anni stavo mettendo insieme un libro di argomento politico incentrato sul crescente individualismo e sulla digitalizzazione (già in epoca pre-covid) ma il recente suicidio di mio figlio mi ha portata ad abbandonare il progetto, perché in questo momento non c’è altro che possa toccarmi, altro di cui possa dire. Propongo quindi alcuni testi tratti da un possibile libro futuro, il cui titolo provvisorio Da dove sto parlando viene dal fatto che ho iniziato a pensare i primi versi al cimitero, dal basso in cui mi trovavo emotivamente e fisicamente, seduta su un gradino e sopraffatta dal viso giovane e sorridente della sua foto nell’ultima e più alta fila di lapidi. Il titolo, che si può leggere o meno come domanda, allude anche alla sensazione di non essere più parte di questo mondo, di essere passata oltre, dalla parte dell’orrore, delle tragedie riportate nei trafiletti di cronaca che a volte, con più o meno superficiale empatia, gli autori fanno proprie nella scrittura. La parte di chi ha vissuto, nelle parole della mia terapeuta, “un’esperienza estrema”, che forse vale la pena testimoniare poeticamente nella sua crudezza, nella sua verità.
Francesca del Moro

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Anticipazioni – Riccardo Olivieri

Pubblicato il 1 ottobre 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Riccardo Olivieri

Poesie inedite
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Nota di lettura di Laura Cantelmo
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Dichiarazione di poetica
Leggendo con la passione di chi ha trovato nella poesia una cura, nel senso più concreto e chimico del termine, qualcosa che ti cambia i passaggi dei fluidi, elettrici, tra le sinapsi, e ti cambia la giornata, in questi trent’anni di letture, nei quali ho portato dentro di me tutto il Novecento e non solo, sono arrivato gradualmente a cercare sempre più una poesia “fedele alla vita”, aperta e luminosa, pur dura. Ecco, credo, perché dopo tutti questi anni, se ora mi si chiedono i miei poeti di riferimento (tolti i grandi, che tutti amiamo, in particolare Sereni, Caproni, il Bertolucci di “Viaggio d’inverno, e Penna) io posso dire almeno tre nomi: Mario Benedetti (Uruguay), Alberto Nessi, Giuseppe Conte (chi non ha letto, rispettivamente, “Inventario”, “Ladro di minuzie” e “L’oceano e il ragazzo” ha perso un gran regalo dalla vita). Non mi interessa più – sarà perché sono arrivato a 50 anni e lo sguardo sulla vita è cambiato – non mi interessa più, dicevo, una poesia – magari anche alta in termini lirici/musicali – ma disillusa, dove il disincanto (in parte giusto) diventa assenza di speranza.

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