G. Galzio

G. Galzio – Ricerche di paradigmi di un Nostos molteplice

Pubblicato il 17 luglio 2022 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Nostos senza Odisseo (*)

 Ricerche nel campo aperto di nuovi paradigmi

 Adam Vaccaro

(*)Una prima versione di questo scritto è apparsa sulla Rivista Odissea, vedi a https://libertariam.blogspot.com/p/liber.html

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Gabriella Galzio, Ritorno alla Dea, Agorà &Co, Sarzana-Lugano, 2022 – pp. 72.

Questo saggio di Gabriella Galzio nasce e viene da lontano, come ricorda nella Premessa, l’Autrice. Un lontano, nel tempo e nello spazio, che riguarda sia gli scambi vitali e culturali avuti nel corso della sua vita, sia testimonianze, riflessioni ed elaborazioni nel corso dei millenni, ripresi e fatti linfa della propria poesia e visione del mondo. Tutti lasciti elencati nella bibliografia in fondo al libro, del quale alcune parti sono già apparse su riviste.

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NELL’ORO DELLA QUERCIA – Un’Antologia da non perdere

Pubblicato il 7 luglio 2022 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Inoltriamo grati questa recensione di Massimo Pamio dell’Antologia curata da Gabriella Galzio, NELL’ORO DELLA QUERCIA, frutto di un percorso collettivo di circa tre anni di scambi tra Voci e Autori nel “Salotto” Galzio, che la Curatrice ha cucito e reso tela unica.

Ne emerge una sorta di Arazzo, intessuto nell’Oro della Quercia, simbolo di vita resistente quale offerto dalla plurisecolare quercia che troneggia al centro della Piazza 24 Maggio del Ticinese, quartiere milanese dell’appartamento che ha ospitato la serie di incontri.

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ANTOLOGIA GALZIO – NELL’ORO DELLA QUERCIA

Pubblicato il 22 aprile 2022 su Senza categoria da Maurizio Baldini

Primo Comunicato relativo all’Antologia

NELL’ORO DELLA QUERCIA, INCONTRI TRA AUTORI

A CURA DI GABRIELLA GALZIO
Puntoacapo Editrice

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Una Antologia scaturita da una serie di incontri organizzata dalla curatrice e svolta nell’arco di oltre un triennio, tra Autori che con linguaggi dIversi hanno perseguito l’obiettivo condiviso, e consono alle linee fondanti Milanocosa, di dare vita a un nucleo di relazioni circolari e resistenti alle tendenze disgreganti in atto, ancor più acutizzate dagli eventi di questi anni ’20. 

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A partire da Dante – Online e In presenza

Pubblicato il 1 novembre 2021 su Eventi Milanocosa da Adam Vaccaro

La Presenza di Dante a 700 anni dalla morte.
Testimonianze di voci contemporanee.

Progetto proposto da Rinaldo Caddeo e sviluppato da un intenso lavoro collettivo, con ricchi contributi corredati da voce e apporti visivi e sonori di B. Gabotto e G. Guidetti. Sono contributi ri-creativi dedicati non solo a Dante Poeta, ma anche alla sua visione critica, letteraria e sociale, che a 700 anni dalla morte sono per noi presenza viva rispetto ai complessi problemi che affrontiamo oggi, appunto, A partire da Dante. (A. Vaccaro)

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A partire da Dante – 5a Tappa Zoom

Pubblicato il 3 ottobre 2021 su Eventi Milanocosa da Adam Vaccaro

Grazie a tutti i partecipanti, autori e pubblico.

E faccio seguire, come con i precedenti incontri, un sintetico resoconto di questa 5a Tappa, che ha confermato approfondimenti tematici, ben oltregrazie a Dante – il letterario. Un Oltre (metafora centrale del suo viaggio) ogni collocazione strumentale, ideologica o teologica, che dona a noi contemporanei sollecitazioni di pensiero critico, oggi penosamente carente entro gli appiattimenti ideologici, identitari e mercantili, interconnessi al capitalismo globalizzato.

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A partire da Dante – Progetto Bookcity 2021 – 5a Tappa

Pubblicato il 13 settembre 2021 su Eventi Milanocosa da Adam Vaccaro

La Presenza di Dante a 700 anni dalla morte.
Testimonianze di voci contemporanee.

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A partire da Dante

Progetto di Milanocosa per BookCity Milano 2021

Proposto da Rinaldo Caddeo e definito con contributi di:

Claudia Azzola, Rinaldo Caddeo, Laura Cantelmo, Luigi Cannillo,

Gabriella Galzio, Giacomo Graziani, Paolo Quarta,

Fausta Squatriti, Adam Vaccaro

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Realizzazione a cura di Adam Vaccaro

con

Letture e Intermezzi a cura di Barbara Gabotto e Giacomo Guidetti

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A partire da oggi e fino a ottobre, pubblicheremo post dedicati ai contributi degli Autori partecipanti. A ogni post,

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Spazi di Poesia a Bonefro

Pubblicato il 15 agosto 2021 su Resoconti Esperienze da Adam Vaccaro

Spazi di Poesia a Bonefro

Il progetto Spazi di Poesia, che ho ideato e organizzato per Bonefro, mio paese di origine, e che è stato molto ben esposto in un Articolo (che riallego) di Rosalba Le Favi per la Voce di Mantova, sintetizza il mio percorso di ricerca di una poesia intesa come linguaggio totale, fondato su due termini: Identità e Adiacenza. Poesia cui non basta dare forma a giardini di suoni e immagini (ricordando anche la lezione di Antonio Porta) chiusi e appagati di sé, ma aprirsi a scambi vivificanti con l’Altro e l’Oltre il Sé, che pure è la casa del senso cercato. Sono nuclei di senso, che l’attuale fase di sviluppo del capitalismo globalizzato tende a negare alla radice, e implicanti quindi ricerca di visione altra e pensiero critico. Non a caso ho scelto e coinvolto al mio fianco voci di critica come John Picchione (da decenni fonte di scambi vivificanti) e di poesia (come Gabriella Galzio e Tiziana Antonilli), nonché autrici di immagini, in foto e pittura (come Carmen Lalli e Mirella Sotgiu), al fine di comporre un caleidoscopio di linguaggi multimediali.

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Giuseppe Cinà – ‘A macchia e ‘U Jardinu

Pubblicato il 23 luglio 2021 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

TRA CUNTU E CANTU
Giuseppe Cinà, A MACCHIA E U JARDINU, Manni Editori, 2020

di Gabriella Galzio

Nello scandagliare i testi di questo libro mi sono avvalsa principalmente della traduzione, lasciando all’Autore di restituirci la voce della poesia e la poesia della lingua. Seguiamolo dunque nella sua nota conclusiva e addentriamoci nel suo mondo: “L’opera mette in scena una visione del mondo focalizzata su un ristretto territorio rurale denominato Sparauli, posto all’interno della Riserva naturale dello Zingaro, presso Castellammare del Golfo. Essa si sviluppa con riferimento a un luogo, un tempo e un nucleo valoriale osservati sul filo di una svolta epocale venuta a compimento nell’arco delle due ultime generazioni.” E “a queste due ultime generazioni che si sono avvicendate a Sparauli – prosegue l’Autore – corrispondono le due voci narranti delle due sezioni in cui è divisa l’opera. La prima è quella dell’Autore che tratteggia l’ammaliante spettacolo del mondo /_…_/ La seconda è quella di una vecchia contadina che, cresciuta all’interno di Sparauli, ne rievoca alcuni momenti memorabili e fondativi.” Bene, fin qui la nota dell’Autore.
All’interno di questa “architettura del racconto”, in parte ricercata, ma “emersa naturalmente”, rintracciamo due più intime polarità entro le quali il libro si tiene, ossia u cuntu e u cantu, il racconto e il canto – come la stessa poesia “Na vuci surgiva” ci dice – dove “i sentori di terra bagnata /_…_/ si perdono dentro il racconto (u cuntu)” ma anche risuona “una voce sorgiva – un canto di vento -”. Da questa poesia ho tratto alcuni versi, sospesi tra contemplazione ammaliata nel silenzio assoluto e sentimento panico di sentirsi “lapa supra n’alastra (ape su una ginestra)”: “Mmenzu a silenzi assoluti mi fermu/ ammaliatu. Ma a mmia mi piaci puru iri,/ si na vuci surgiva – un cantu ri ventu –/ ri ssutta a timpa m’assàia e mi carrìa/ pi fratta ri spina bianca a tiggnitè,/ a sintìrimi lapa supra n’alastra/ o ragnu ca nnuccenti sempri trama (Tra silenzi assoluti mi fermo/ ammaliato. Ma a me piace anche andare,/ se una voce sorgiva – un canto di vento -/ da sotto la falesia mi assale e mi porta/ per frasche di cardo bianco senza fine, / a sentirmi ape su una ginestra/ o ragno innocente che sempre trama…)”.
Sensibile in questi versi la dimensione lirica che si sprigiona da una macchia aspra e selvatica cui fa da controcanto la memoria sempre viva del padre come nella poesia “Uomini e alberi”: ”Ah, padre mio, se potessi rivederti una volta…/ come antica luce che tremola/ tra il fitto fogliame/ di questi alberi ancora vivi…” In questa poesia la scelta fin dai primi versi di un lessico sacro – parole come santuario, destino, oracoli – non è casuale, a significare il bisogno di eternare padre e giardino, che “sei sempre stato qui, nel giardino/ a vivere e morire insieme a lui …”. In questa narrazione dell’opera dell’uomo nel giardino-santuario di aranci e mandarini, la ciclicità di un continuo morire e rinascere azzera tempo lineare e distinzione di specie, e ci vuole tutti qui compresenti “vivi e morti, uomini e alberi”. In questa visione solare mediterranea la poesia di Cinà è carica di energia vitale poiché la natura, che sia macchia spontanea o giardino coltivato, è ancora intrisa di sacralità, dove spiriti oziosi – quasi tangibili – “mi talìanu (mi osservano)”….”e tutto si accorda, come semplici versi/ di un cantico pastorale, al mare/ e al cielo che lontano si abbracciano/_…_/ e mi raccontano un mondo/ dove tutti siamo re” …come u zu Ninu, “Re e pastore/ che valoroso torna a casa.” In questa armonia cosmica affiora così quasi un’epica pastorale dove gli umili “avanza[no] a testa alta” e si sentono Re. Rientra in questo inno alla natura solare mediterranea la visione ammaliata di creature vivide e animate – “Svirgolando vanno/ una barcata d’acciughe/ per fondali, scogli e a pelo d’acqua/ lanciando bagliori.” …”e scialano la vita così,/ nell’acqua impastata di sale e di sole.” Spesso in queste poesie si condensa nei due versi finali quella semplice saggezza popolare che ci viene dalla natura, come nel caso dei colombacci “[ch]e dal loro paradiso/ ci dicono l’arte di vivere” e infine “tornano” – nel distico finale – “storditi di blu,/ messaggeri di un infinito nostrano”: racchiusa così in questo ossimoro una finitezza nostrana che si apre all’infinito.
In un mondo in cui l’uomo crede di soggiogare la natura, la voce dell’Autore non ha dubbi da che parte stare. In “Lecci in viaggio” gli alberi quasi si ergono antropomorfi a sbaragliare gli uomini: “Ma sono già in viaggio, armati/ d’uno stendardo di poche foglie smeraldo,/ per vincere l’uomo e i suoi mali fantasmi/ e tornare arbusti/ al comando della macchia.” Per questo Autore la natura è un mistero che ancora desta stupore: “E si resta ammaliati a osservare/ in questo perfetto ingranaggio/ il mistero svelato della Natura.” Fin qui la I sezione dove la voce ru cuntu e ru cantu è quella dell’Autore.
Za Rosa è la voce narrante della seconda sezione più incline a u cuntu, al racconto realistico, alla rievocazione di un mondo di usi e costumi destinati ormai all’estinzione, uno spaccato di antropologia che ricapitola il rapporto tra macchia e giardino come è raccontato nella poesia “Era un giardino”: “Quando mio padre comprò la terra di Sparauli/ comprò montagna./ Non c’era niente, pietra e macchia,/ ma quando poi fui grandicella/ c’era l’uno di tutto. Era un giardino.” Un’antropologia contadina in cui la fatica dell’anno agricolo era ripagato da grandi feste – “c’erano tante angustie, sì,/ ma c’era anche tanta festa” -, in cui ogni raccolto veniva festeggiato con gioia, fino a quello delle specie tardive come i fichi che maturavano a novembre ed erano una delizia per la festa dei morti! Esemplare la rievocazione della festa processionale della Madonna del 21 agosto e del coinvolgimento dionisiaco fino alla stanchezza di adulti e bambini: “Ma intanto tra giochi, dolci e tamburini,/ con le luminarie che facevano brillare gli occhi,/ io ero eccitata e esagitata.// Alla fine, a mezzanotte o giù di lì,/ stanchi come eravamo, mulo, giumenta/ [e] scappavamo a Sparauli./ Con la luce a mezza luna e il fresco di agosto/ io mi addormentavo subito, attaccata/ con una corda al petto di mio padre.” E quella bimba attaccata al padre con una corda ritrae un legame d’amore rude essenziale ma carico di poesia.
Anche in queste rievocazioni il sentimento di festa è esteso all’intero cosmo contadino che non fa distinzioni tra umani, animali e acque che insieme scorrono in armonia: “Vicino al pozzo grande costruì/ un lavatoio di cemento/ per lavare i panni/ proprio sotto un albero di gelso/ e a una pergola/ che facevano frutto e ombra.// E là sotto si radunava/ il festino degli uccelli/ ed era una delizia/ tutto questo cantare e volare/ e l’acqua a terra che mormorava/ in mezzo alla verdura.” Ai tanti momenti estasiati non mancano però gli squarci di un mondo feroce che coniuga con la stessa naturalezza amore e morte: “E a sera /_…_/ maschi e femmine che si cercano nella notte./ Ogni tanto urla strazianti di animali scannati.” Anche in questa seconda sezione gli animali sono protagonisti e portatori di sapienza. “Gli animali per me sono stati scuola e compagnia – dice za Rosa e, riferendosi al padre, – /_…_/ lui mi portava ad esempio gli animali.” E così conclude: “…se uno capiva/ che animali e cristiani siamo un poco parenti /_…_/ pure con gli alberi di olivo avrei preso a parlare.”
Così questi versi della seconda sezione richiamano i versi della prima di “Uomini e alberi”, dando ragione all’Autore quando nella sua nota afferma che in riferimento alla prima e alla seconda sezione si pongono a confronto “due racconti della stessa realtà, quello dell’abitante nativa (della seconda sezione) che ne descrive i tesori con forma e contenuto popolare, e quello (nella prima sezione) del nuovo abitante, siciliano ma forestiero, che gli stessi tesori descrive con differente cifra interpretativa. Le due voci narranti s’incontrano in un comune innamoramento.” (p. 103) Che tra le due sezioni ci siano evidenti richiami interni è stato ravvisato anche da Luigi Cannillo (in una precedente presentazione) quando ha indicato nella poesia “La trattativa” un racconto che stilisticamente anticipa la seconda sezione. E a mio avviso l’anticipa anche nella visione non esattamente ottimistica che informa il finale amaro, tanto del racconto “La trattativa”, con un finale a bruciapelo – “ci spararu (gli spararono)” -, quanto dell’intera seconda sezione, che si conclude con un devastante incendio doloso. Nel testo conclusivo “Gente selvaggia”, infatti, è narrata la vicenda paradigmatica del padre che invano “S’ammazzò la vita a spietrare la montagna” perché “Poi il mondo cambiò…” vanificando d’un tratto decenni o secoli di sapienza del coltivare che il padre aveva inutilmente trasmesso ai figli: “questi li pianto per voi perché il loro frutto/ io non me lo potrò godere”. Za Rosa è l’ultima testimone indignata di un mondo che sta sparendo: “penso alle cose brutte/ che succedono oggi…Ma io dico, santo Dio perché incendiano/ la montagna, perché?/
Sono gente selvaggia, vigliacchi!” Così il termine selvaggio che attraverso tutto il libro connota positivamente la macchia, viene qui rovesciato nel suo negativo, nel senso della barbarie, antagonista di quella selvatichezza primigenia della natura, che Cinà intende “come comunità di viventi, nel continuo confronto tra selvaggio e domestico che ha ispirato il titolo, ossia tra l’originaria Macchia mediterranea e il Giardino dell’uliveto e dei mille frutti.” Cinà, architetto e urbanista, è consapevole del paradosso che “quelle divenute ‘protette’ sono diventate le aree più esposte alla calamità degli incendi dolosi” e ai vuoti lasciati da una società c.d. civilizzata. Il libro è infatti testimonianza di quanto, venuta meno l’economia contadina di sussistenza, sia venuto meno anche il presidio e il nutrimento quotidiano del territorio. “Dietro la storia di Sparauli – dichiara nella prefazione Giuseppe Traina – c’è la risentita, indignata percezione di come in Sicilia si sia affermato un modello di sviluppo senza progresso che gli intellettuali, da Pasolini in poi, continuano a denunciare.
Ma questo libro ha voluto salvare, consegnandolo alla memoria, un mondo condannato alla sparizione. E veniamo al dialetto, limitandoci a qualche cenno. Nella summenzionata presentazione del libro, Sebastiano Aglieco ha ricordato che la Sicilia consta di almeno tre aree linguistiche dialettali, laddove la lingua di Cinà rientra nell’area settentrionale dell’isola. In questo libro va detto inoltre che il dialetto di Cinà si diversifica ulteriormente a seconda delle sezioni: nella prima prende voce la parlata palermitana, usata dall’Autore sin da piccolo, nella seconda ricorre la parlata castellammarese più fedele alla sensibilità nativa di Za Rosa che l’Autore ha voluto fare oggetto di recupero; tale scarto ha così “permesso di meglio connotare la diversa coscienza esperienziale delle due voci narranti”. Ma comune a entrambe è la tensione a raggiungere una koinè siciliana che va studiata anche in rapporto all’uso del dialetto nella poesia siciliana dei secoli XX e XXI così come in relazione alle problematiche della neodialettalità nella dimensione sincronica del linguaggio.
È dunque una lingua dialettale permeabile, aperta a contaminazioni espressive della lingua colta e di quella popolare, così come alle influenze delle molteplici lingue e culture dei tanti popoli che hanno abitato la Sicilia. Una lingua che l’Autore in sintesi definisce ‘siciliano di koiné’. Cinà, consapevole della situazione residuale del dialetto nel parlato quotidiano, si avvale della lingua dialettale per “parlare per frammenti forse”, che tuttavia siano “pezzi di vita ancora portatori di un discorso corale e capaci di illuminare il nostro cammino”.
Un’ultima notazione vorrei riservarla al dialetto in quanto lingua madre per eccellenza, evidenziando che in questi versi ho colto come un’eco materna per es. nel doppio degli avverbi “modda modda” …”ruci ruci”… “araciu araciu”…fino al modo di dire “catàmmari catàmmari e a taci maci” che quasi sconfina nella cadenza ipnotica della formula magica…il ricorrente “ammaliare”, del resto, non viene anch’esso da più antica malìa?

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Spazi di Poesia – Comune di Bonefro

Pubblicato il 18 luglio 2021 su Eventi Milanocosa da Adam Vaccaro

Comune di Bonefro
Assessorato alla Cultura
in collaborazione con
Associazione Culturale Milanocosa
Presenta alla
Sala Auditorium del Convento S. Maria delle Grazie
12 Agosto 2021 – h. 17,30

SPAZI DI POESIA
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A cura di
Adam Vaccaro
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Il Suono e l’Immagine – L’Ascolto e l’Identità – L’Ego, l’Eco e l’Altro
L’Occhio che conosce e riconosce
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Un percorso nel linguaggio totale della Poesia
con interventi di

Tiziana Antonilli, John Picchione, Adam Vaccaro
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Contributi sonori, testi e immagini di
Barbara Gabotto, Giacomo Guidetti, Gabriella Galzio
Carmen Lalli, Mirella Sotgiu

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Gabriella Galzio – Voglia di partire

Pubblicato il 9 luglio 2021 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Gabriella Galzio, Voglia di partire
Moretti & Vitali, Milano, 2021

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Adam Vaccaro

Questo libro di Gabriella Galzio è raro e prezioso, per il suo risalire alle fonti del proprio dire. Un ritorno sotto il segno del nostos, per me radice originaria del poièin, che non è liquore nostalgico o viaggio a testa indietro, ma necessaria ripresa del proprio nucleo costitutivo, al fine di rinnovare il bisogno di partire per ridare slancio all’incessante autopoiesi e capacità di rinascita, lungo il percorso vitale nell’ignoto, interiore ed esteriore.

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