Nel tremore degli anni – Filippo Ravizza

Pubblicato il 25 gennaio 2021 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Filippo Ravizza

Nel Tremore degli anni, puntoacapo Editrice, Dicembre 2020

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Adam Vaccaro

Avevo ricevuto e inserito quattro testi di questo ultimo libro di Filippo Ravizza, nella serie di Anticipazioni (https://www.milanocosa.it/anticipazioni/anticipazioni-filippo-ravizza). Leggendolo ora nella sua interezza, ritrovo validi i rilievi fatti allora, per cui li ripropongo con alcune integrazioni, in particolare sulla tematica del Tempo, filo rosso della sua ricerca espressiva.
Nella poesia contemporanea è spesso difficile enucleare una visione e un pensiero critico, alimento per me fondante un poièin capace di dire e darci contributi di conoscenza della complessità della vita, di cui il Tempo è tematica primaria. Sono premesse scontate entro la visione metodologica della mia Adiacenza, per la quale l’Atteggiamento generale o quella che Elio Franzini (Rettore Statale di Milano e prefatore di Ricerche e forme di Adiacenza) chiama Intenzionalità fungente, fonda e connota il punto di partenza. Seppure, per una adeguata analisi testuale, è decisivo il punto di arrivo.
Nel percorso poetico di Ravizza c’è un pensiero forte quale fonte epifanica di espressione, di ri-creazione di realtà e dei suoi infiniti piani, visibili e invisibili. Un piede-anima, come detto, non molto rintracciabile nel panorama poetico odierno, rispetto a quello innervato in esperienze affettive.
Nei testi di Ravizza c’è un Io che ribolle nella caldera vulcanica costituita dal complesso sistema concettuale di Hegel, di tesi-antitesi-sintesi tra Natura e Ragione, in cui, in ultima analisi, è lo Spirito che crea la Storia. Fondamenti della hegeliana Fenomenologia dello Spirito, che consentì a Marx di costruire il suo Materialismo dialettico, per il quale, in ultima istanza, è decisiva la struttura socioeconomica e storica e non lo spirito. Sono sistemi imprescindibili negli sviluppi del pensiero delle “teste occidentali” (p.18), che ricomprendono etica, arte, religione e ogni altra area della totalità antropologica.
Se dunque l’Io e le sue Modalità di controllo del linguaggio (Mod-Io), sono forze primarie nelle forme di cui ci stiamo occupando, come agiscono le altre modalità (Es e SuperIo)? La matassa espressiva dell’Autore conferma in primo luogo i detti fondamenti di pensiero e cultura, con la domanda sul “vero” della scrittura poetica, distinto da ogni altro vero. Talché ne consegue che la Verità (assoluta) è mito ideologico e falso.
Da questo tronco portante, si dipartono rami tesi ai mille ansimi, attimi e forme della vita, con i loro terminali sensitivi di gemme e foglie, sciolte al vento come capelli: immagini e flussi che trovano ritmi consonanti e danzanti, capaci di far sentire ”la carezza del mondo”, di cui però la ruvidezza del tronco smaschera subito la dolcezza, necessaria quanto precaria “maschera impossibile”, che “abbraccia questi capelli/ bianchi questi occhiali queste teste/ occidentali…” (p.18); “La vita la matita del tenere/ intatta e lieve l’ondulante/ carezza la carezza del tempo! (p.38).
Sono qui tracciate linee che sanno far librare e vibrare il poièin, in una musica che congiunge spazio-tempo quali nomi diversi della stessa Cosa. Ed è la forma a dirlo, ribattendo come chiodi aggettivazioni dimostrative, che intrecciano ritmi ripetizioni e significati (tra Mod-Io ed Es), grumi verbali di più aree mentali che chiamo gatti di Schroedinger. E che tra carezze e lucori dell’occhio, superfetano il qui e ora. In cui il tronco trema insieme ai rami, conscio che l’invisibile è più forte del visibile, in una tensione adiacente tra radici ed emozioni-pensiero che in-forma versi e flussi che paiono promettere punti di arrivo, anche se ansimi di enjambementes annunciano significati che lo negano: “arriveremo, arriveremo senza/ mai pensarci, senza mai pensare,/ la fine inaspettata coglierà/ mentre staremo cantando mentre/ staremo stringendo nelle braccia/ il nulla”.
Ma non è disegno né pianto nichilista; “qui a Milano/ qui sulla terra intera tra/ un giorno tra un mese/ tra un milione di anni/…/ verrà finalmente l’uguaglianza/ …una comune/ dimensione umana.” (ultimi versi del libro, p. 47). È una punta che incide la pietra del tempo, e insieme un puntello per proseguire nella lucida coscienza del destino naturale: “se verrai vita mia a bussare/ alla mia porta in un giorno di sole/…/…oh sì oh sì qui/ qui dove ora io ti guardo/ vita mia quando mai ti amerò/…carezza…della pagina bianca nella/ tua illusione che chiamasti ‘amore’”. (p.20). L’Io, dalla sua torre di avviso e resistenza di coscienza critica, non smette di misurarsi col Tempo, pur sapendo che il proprio decadrà come uno yogurt; “In questo abito chiamato tempo/ della mia Milano Novecento/…/ con Vladimir e Natascia la Storia/ già era con me ma io non lo sapevo.” (p.24); “crudele cecità oh viltà viltà/ del tempo mio tempo tuo tempo/ tempo nostro povero e breve”, “superficie/ falsa…/ verità che in realtà non esiste” (p.39). Coscienza critica che si riafferma con forza rispetto alle sirene della “allucinazione: tutto ci/ sarà finché ci sarò io, poi/ il niente che non ha parole”. (p.40).

Adam Vaccaro

3 comments

  1. Fabrizio Bregoli ha detto:

    Un libro di grande valore che consolida la poetica dell’autore e sa innovarla introducendo nuove questioni esistenziali di grande intensità e spessore. Grazie Filippo e grazie Adam.

  2. Filippo Ravizza ha detto:

    Grazie a Fabrizio Bregoli, valoroso poeta e critico letterario, per il suo graditissimo apprezzamento del mio lavoro. E grazie ad Adam Vaccaro che ha saputo scendere nel profondo sino alle radici della mia poetica, descrivendone la scaturigine teoretica con affilata interpretazione. Adam ha messo giustamente in rilievo la centralità della Storia e del Tempo. Tempo individuale, interno, attraverso cui si snodano le nostre storie; Tempo epocale, esterno, attraverso cui prende corpo la Storia, che per me altro non è se non un prodotto delle idee degli uomini. Viviamo un’era di transizione tra due secoli, tra due epoche storiche. Oggi quanto mai prima forse è alla parola poetica che può essere affidato il compito di tornare a pensare in termini di totalità. Avere il coraggio di ri-creare ipotesi di realtà, come dice qui Adam Vaccaro, attraverso il corpo a corpo con la totalità. Il corpo a corpo con la totalità: è forse lì il “vero” della parola poetica. Il vero poetico e il vero storico. In un mondo in cui non esiste, non è mai esistita una Verità sola, una verità assoluta, ma sempre una verità dominante uscita vincitrice dallo scontro incessante delle idee degli uomini calate nella materia e nelle cose, inveratesi nella realtà grazie all’azione. La verità di ciascuna epoca è sempre (stata) una risultante di rapporti di forza. L’andamento ritmico, la cadenza timbrica, la fuoriuscita martellante delle passioni e delle pulsioni potenziate dalla forma dei versi, tramutano la poesia, ne fanno, direbbe Percy Bysshe Shelley, “ombra […] che il futuro proietta sul presente”.

  3. Adam Vaccaro ha detto:

    Grazie a Fabrizio, per il suo sintetico segno di condivisione. E sono felice dell’articolato riscontro di Filippo, col quale – come è evidente – condividiamo la stessa visione critica della realtà, tradotta poi secondo le sensibilità ed esperienze personali nella ricerca espressiva poetica.

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