Anticipazioni – Davide Romagnoli

Pubblicato il 1 marzo 2020 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: https://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

*****

Davide Romagnoli
Inediti

Con una nota di
Adam Vaccaro

Nota dell’Autore

Questi componimenti inediti sono da considerare parte di una raccolta intitolata Curênt (Corrente) di – si spera – futura ultimazione. Insieme, questo pugno di testi sono comunque da intendersi come integrati in un discorso che prosegue quello della raccolta El Silensi d’i Föj Druâ, raccolta uscita per Marco Saya nel 2018 e che sarà ri-edita nel corso del 2020. Balen amò i föj, resciâ dal vent de tangensiâl è infatti uno degli inediti che verranno inseriti in questa prossima ri-edizione. Vento di tangenziale è un riferimento ad una sceneggiatura per un lungometraggio che – si prosegue con il “si spera”- futura messa in scena.

Davide Romagnoli

Balen amò i föj, resciâ da vent de tangensiâl.
Cume lûr me mövi anca mi, buffâ den reful
slisâ denter na quaj finestra, e scapüssâ ne l’anema.
Inscì se möv la materia, quand la tröva el vöj
e i curnis de chel quader enn i ann che passa
i bej tusann, j partî de balun, i man che te tegnü in man
almen una volta, setà giò in una quaj quièta futugrafia,
de cursa me’n fiâ che’l se deslingua in sül vèder
in svelt. No perché sun mi. E neanca un quaj nümm.
Viv, inscì, cume el g’à de vess el viv, in chi ann chi
de quajvun, el respirà -e’l sugnà amò- sensa savel.

Ballano ancora i fogli, sgualciti da venti di tangenziale. / Come loro mi muovo anche io, mosso da un soffio / scivolato dentro una qualsiasi finestra, e inciampato nell’anima. / Così si muove la materia, quando trova il vuoto / e le cornici di quel quadro sono gli anni che passano, / le belle ragazze, le partite di pallone, le mani che hai tenuto tra le mani / almeno una volta, seduto in pace in qualche fotografia, / di corsa come un fiato che si scioglie sul vetro / alla svelta. Non perché sono io. E neanche un qualsiasi noi. / Vivere così come deve essere il vivere, in questi anni qui / di qualcuno, il respirare – e il sognare ancora – senza saperlo.

*
Due te sè, anema del freg?
Me spias dumà vèss no lì cun ti
nel gir del ciel e de la lüna
el mar che’l birla avant’e indrè
el sû che’l turna, dedrè i muntagn
i stagiun che vegnen e’j vann.
Due te sè, fög del silensi?
Savè poi che sèmm nel velen
de chel mund che guardum de fianc:
truàss insèma nel truàss del temp
ne l’unica mitologia che sèmm
anca quand a lè, cume semper,
tròp prest, tròp tardi, mai.
o dumà na quaj volta qualsiasi,
slisà n’j ven del sò passà.

Dove sei, anima del freddo? / Mi spiace solo non essere con te / nel giro del cielo e della luna / il mare che vaga avanti e indietro / il sole che torna, dietro le montagne / le stagioni che vengono e vanno. / Dove sei, fuoco del silenzio? / Sapere poi che siamo nel veleno / di quel mondo che guardiamo di fianco: / trovarsi insieme nel trovarsi del tempo / nell’unica mitologia che siamo / anche quando è, come sempre, / troppo presto, troppo tardi, mai / o solo una qualche volta qualsiasi, / scorrere nelle vene del suo trascorrere.

*

Temp passâ a resegà niul föra del specc
cume spetà de vess rivâ a ‘na quaj fin d’un viâg:
parol strusâ e pö lassà andà in svelt
und sui filament de l’alta tensiun, alt e bass,
cûr sui rutàj che purtaven indrè a Milan

ù desmentegà una man per tegnìtt nò ferma
ma dumà per sentì visin un paseger ch’el ghe nò
mentr’i rob j vulen via in svelt, trop in svelt,
föra del veder del treno, luntan, pussè in là,
luntan, slüngâ driss vers un alter pianeta.

Tempo passato a perder tempo fuori dallo specchio / come aspettare di essere arrivato alla fine d’un viaggio: / parole sfiorate e poi lasciate andare via alla svelta / onde sui filamenti dell’alta tensione, alte e basse, / correndo sulle rotaie che portavano indietro a Milano / ho dimenticato una mano: non per tenerti qui ferma / ma solo per sentire vicino un passeggero che non c’è / mentre le cose volano via in fretta, troppo in fretta, / fuori dal vetro del treno, lontane, più in là, / lontane, allungatesi dritte verso un altro pianeta.

*
Fantasma l’è futugrafia. Lampadari de l’umbra
ai mür, rümûr del frêg nel batt d’i man de la nêv.
Cerchi amò’n quaj segn, una presensa, una nota
de müseca ne l’atmusfera faja d’i tò pass scapà
d’i tò man perdü n’i guant de l’indiferensa.
Sugnà che’l salta e el scûnd in del lett de l’inverna
desideri che’l bagna i lensò e i fiûr d’i primavêr
rifless de fata, vâs presiûs d’i vent de Bibia.
Fass vedè, e ne la tristessa d’i lün e d’i strâ
vîv, inscì cume vürarìum, vîv amò stasera,
nel balà vivid d’i stell pioüü n’i nott di Sant.

Fantasma è fotografia. Lampadario d’ombra / ai muri, rumore del freddo nei battimani della neve. / Cerco ancora qualche segno, una presenza, una nota / di musica nell’atmosfera fatta dei tuoi passi scappati / delle tue mani perdute nei guanti dell’indifferenza. / Sognare che salta e si nasconde nei letti dell’inverno / desiderio che bagna lenzuola e fiori di primavera / riflesso di fata, vaso prezioso di venti biblici. / Fatti vedere, e nella tristezza delle lune e delle strade / vivi, così come vorremmo, vivi, ancora stasera / nel ballare vivido delle stelle piovute nelle notti dei Santi.

*
Guàrdi tüti i sêr, de sbies, i lûs di chi pügiö
la mustra de chi strâ de campagna e de mi
andà dai bisogn del dì a quej de la nott
dai pass beüü iêr a quej növ del duman.

Pers nel caminà ciucc e sensa storia
me perdi nel lüssu del sugnà da faula
vöj de veder e silensi, nott cuperton
cità cuerta de lana e majun de nient.

Cità de liber, nott de gesa, museca sacra
sensa stell, sensa nebia, sensa stans
nissön in gir, nissön che’l sculta.

Vardi tüti i sêr, de sbies, i lus di chi pügiö
spetatûr e sergent, omm liber e carcerâ
inamurâ d’i parol e d’i bei trücc d’i cart.

Semm semper in dü, semper perdü
anca de par nüm, nel silensi frêg
e semper noster del fass sera de l’anema.

Guardo tutte le sere, di sbieco, le luci a questi davanzali / la mostra di queste strade di campagna e di me / andare dai bisogni del giorno a quelli della notte / dai passi bevuti di ieri a quelli nuovi di domani. / Perso nel camminare fradicio e senza storia / mi perdo nel lusso del sognare di favole / vuoto di vetro e silenzio, notte copertone / città coperta e lana da maglione di niente. / Città da libro, notte di chiesa, musica sacra / senza stelle, senza nebbia, senza stanze / nessuno in giro, nessuno che ascolta. / Guardo tutte le sere, di sbieco, le luci a questi davanzali / spettatore e sergenti, uomini liberi e carcerati / innamorati delle parole e dei bei trucchi delle carte. / Siamo sempre in due, sempre perduti / anche se da soli, nel silenzio freddo / e sempre nostro del crepuscolo dell’anima.

*
Nota Biobiblio
Davide Romagnoli (Milano, 1988) è stato insegnante di letteratura italiana e filosofia in una scuola privata di paese. Esperto ed appassionato di musica, cinema, arte e letteratura, scrive per giornali, riviste, portali. El silensi d’i föj druâ è il suo esordio poetico. Compone musica, sceneggiature per cinema, teatro e fumetto.

*
Nota di lettura
Dopo tanti versi che sono fluttuazioni di vuoto nel vuoto, anche se parlano di cose, capita un esempio come questo di Davide Romagnoli, che esce dal poetese e ci porta con sé a ballare col suo vento. In primo luogo il canto, la musica, il moto. E siamo presi. Il Vento di tangenziale è una bellissima metafora del nostro sentirci vivi e al tempo stesso marginali rispetto a quel centro che non potremo mai raggiungere, se non per attimi precari, che l’amore e le condivisioni profonde e intense ci donano. Attimi d’infinito di quella fenomenologia vitale che è nostra ma non dominiamo, il punto in cui petit mort e rinascita si baciano e si dicono, alla prossima!
Queste poesie non raccontano, ma danno forma a tali momenti di unione tra cose minime e anima, tra materia e realtà imprendibile, tra visibile e sogni invisibili. Senza di che perdiamo il contatto con la nostra umanità, con quella parte di noi che non vuole “vivere…senza saperlo”. Che vuole godere degli attimi di oblio di sé, se intesi come momenti necessari per la ripresa di coscienza e conoscenza.
Far diventare musica questa concatenazione fenomenologica, al tempo stesso emozionale e riflessiva, totalità che riflette su di sé e sulla nostra esistenza, è preliminare per dare forma alla passione vitale che si fa poesia: “Ballano ancora i fogli, sgualciti da venti di tangenziale” e “mi muovo anche io, mosso da un soffio” “nell’anima./ Così si muove la materia”. È un moto incessante, tra orrori e “veleni”, incanti e bellezze, che ci danno energie per restituire energie alla vita, tra montagne, stagioni e rotaie di una Milano, in cui si cercano contatti, condivisioni, calore umano, necessari quanto difficili. L’importante è la musica, il moto, i ritmi, immessi nel testo, perché è solo attraverso essi che le parole si accendono, non rimangono ombre inerti.
Solo così scatta quel “Sognare che salta” dai “letti dell’inverno” al “desiderio che bagna lenzuola e fiori di primavera”, anche se sosta ancora “nel ballare vivido delle stelle piovute nelle notti dei Santi.” In ogni poesia, Romagnoli riesce, come pochi, a restituire fasci di luce che attraversano l’immensità della vita, l’alto e il basso, il passato e il presente, cercando tracce di un possibile futuro più umano. Anche se lo sguardo disincantato non può non vedere una “città coperta e lana da maglione di niente./ Città…senza stelle, senza nebbia, senza stanze/ nessuno in giro, nessuno che ascolta…uomini liberi e carcerati/ innamorati delle parole e dei bei trucchi delle carte”. Passione e coscienza dei limiti del proprio poièin, ma linfa insostituibile. Che fa sentire la propria energia, sia nel colore vernacolare, che in Italiano.

Adam Vaccaro

2 comments

  1. Adam Vaccaro ha detto:

    Ricevo x email e trasmetto commento di Clauidia Azzola:

    Belle le poesie di Romagnoli, di grande sostanza, commentate con precisa analisi da Adam Vaccaro

    Claudia

  2. Fabia Ghenzovich ha detto:

    Ho letto le poesie di Romagnoli con piacere gustando il dialetto e poi la versione in italiano. Una bella esperienza passare da una all’altra lingua, entrambe intense pur nel disincanto e Adam Vaccaro ce ne da una profonda analisi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *