25 aprile e oltre

Pubblicato il 27 aprile 2010 su Saggi Società da Adam Vaccaro

25 aprile e oltre: le finzioni in una repubblica che non c’è più

Di Franco Romanò

Intervengo su quello che un po’ tutti stiamo leggendo sul 25 aprile. Lo spunto mi è dato da una serie di piccoli ma significativi fatti che, a Milano, hanno fatto parlare di ‘settimana nera’, ma ho in mente anche altri interventi che leggo in facebook e altrove.

Non mi va di tacere il mio imbarazzo e anche un po’ la mia irritazione di fronte al reiterarsi di denunce del revisionismo imperante perché le ritengo sempre più generatrici di ulteriore frustrazione. La denuncia è una pratica essenziale e lo è sempre stata, ma se a questa non seguono analisi, mobilitazioni vere e non fasulle, tentativi di comprensione del perché siamo giunti a questo punto, credo che finiscano per sortire una sorta di rassegnata assuefazione alla lamentela senza sbocco.

Viviamo di fatto in un regime dittatoriale soft, che ha trasformato la repubblica italiana in una repubblica afascista (forse), ma non certo antifascista. Le istituzioni repubblicane nate dalla resistenza non esistono più e quindi l’atto stesso di rivolgersi a un Consiglio di zona governato dal centro-destra al fine di proporre una celebrazione congiunta dell’antifascismo e del 25 aprile in questo contesto politico e culturale, lo ritengo un gesto di subordinazione culturale e di sudditanza che viene giustamente preso a pesci in faccia come si merita.

So benissimo che queste parole avranno poco ascolto e susciteranno imbarazzo, ma a stare zitto e a fingere io non ci sto più. Quando Giorgio Vittorio Emanuele Terzobis (Napolitano) viene a celebrare il 25 aprile il giorno 24 alla Scala di Milano e nel modo più anodino possibile qualunque cosa gli chiedano, in altri contesti istituzionali siamo sconfitti in partenza dal momento che colui che dovrebbe essere il massimo presidio della legalità repubblicana ne ha già rimosso la resa. Berlusconi e altri caporioni della destra razzista attuale andranno oggi alla scala perché hanno già vinto, possono benissimo andare a una manifestazione di vertice svuotata di ogni significato e poi colpire in basso negli stinchi ovunque si voglia celebrare il 25 aprile come se esistesse ancora il patto costituzionale.

La Resistenza non è mai in realtà stata metabolizzata come fatto positivo dall’insieme della società italiana: è stata in parte subita, poi accettata come male minore fin dalle sue origini dalla Chiesa cattolica (le minoranze cattoliche di opposizione sarebbero rimaste tali se la gerarchia non avesse deciso di appoggiarle in funzione anticomunista), seppure esaltata per merito del Pci e del Psi fino all’involuzione craxiana. Tuttavia i processi ai partigiani furono molti nel dopoguerra e il mancato inserimento dei quadri partigiani nell’esercito regolare italiano ha lasciato sostanzialmente intatta la gerarchia militare più compromessa con il fascismo (il generale Roatta, mandante dell’assassinio dei fratelli Rosselli è il più fulgido e criminale esempio di questa continuità). Si è ripetuta con la resistenza la stessa ferita storica del risorgimento (l’esercito garibaldino emarginato e l’inserimento degli alti gradi dell’esercito borbonico (per esempio il capo di stato maggiore Aranjo Ruiz) nell’esercito nazionale.

Patrimonio di una minoranza sia la Resistenza sia il Risorgimento, la prima osteggiata da una maggioranza silenziosa che non attendeva altro che di potersi finalmente esprimere nell’unico modo che conosce e che Gramsci aveva ben descritto: con il sovversivismo delle classi dirigenti italiane, la loro ostilità alla legalità, la propensione criminale del capitalismo italiano, diventata dilagante negli ultimi decenni in una misura sconosciuta a qualsiasi paese civile e paragonabile soltanto all’America di Al Capone.

Va aggiunto credo anche un altro particolare: i pochi momenti positivi della storia patria sono sempre avvenuti come conseguenza a valle di grandi tragedie internazionali e sconvolgimenti epocali: il Risorgimento non solo ha alle spalle la Rivoluzione Francese, ma anche lo scontro fra grandi potenze sfruttato abilmente da Cavour; il biennio rosso, ha alle spalle l’ottobre russo, la resistenza antifascista la guerra hitleriana e la disfatta del terzo Reich. Se Mussolini non fosse caduto anche lui vittima per una volta di una furbizia da guappo che lo spinse in guerra nella convinzione che Hitler avesse già vinto, avrebbe governato fino alla vigilia degli anni ’60. Il ’68 è forse l’unico momento che nasce qui come in tutto l’occidente con ragioni anche autoctone e non soltanto importate. Infine tangentopoli è la conseguenza della caduta del muro di Berlino e non di una autoriforma della politica italiana.

Il problema di fondo è che anche in questi momenti più o meno alti, la minoranza che ne fu protagonista, non fu mai in grado di unificare il paese, di esercitare una stabile egemonia intorno alle istanze che aveva agitato e organizzato, cosa che è sempre riuscita alla destra. Quello che non era prevedibile è lo squaglio morale e politico dello stato maggiore del Pci dopo la fine dell’Unione sovietica e un revisionismo che, caso unico in tutta Europa, non viene solo da destra ma anche da sinistra (Ci siamo dimenticati di Violante?). Il ceto politico del Pci cresciuto nel pieno degli anni ‘80 si è comportato come i personaggi di Dostojevskj: questi ultimi proclamavano che con la morte di dio tutto diveniva lecito. Anche per i nostri, tutto diveniva lecito (anche il peggior liberismo e il revisionismo), nel momento in cui finiva l’esperienza storica del socialismo reale: la minoranza del Pci che dice di non avere accettato questa deriva è in preda a continue convulsioni che ne impediscono un’azione politica capace di andare oltre i problemi interni dei propri gruppi dirigenti. Vendola, con molti errori, sembrerebbe poter rappresentare un punto di coagulo più serio, ma ho l’impressione che sia solo o quasi al di fuori della Puglia.

Dal momento che non vedo sconvolgimenti profondi all’orizzonte e considero tutto sommato poco rilevante lo scontro politico in atto fra Berlusconi e Fini (il quale più che un Badoglio mi sembra un Dino Grandi fallito), anche perché nessuno pensa realmente al dopo e a che cosa fare. Credo che da questa situazione non usciremo e che ha ragione l’avvocato Taormina a dire che Berlusconi, se non muore di morte naturale, governerà per altri dieci anni. Tutto questo viene ignorato e si assiste così a questa pantomima grottesca per cui tutti fanno finta di non vedere: la Repubblica antifascista non esiste più ma si continua a credere che ci sia, ci si strappa le vesti quando un Consiglio di zona commemora una criminale come la Ferida e il suo compare Osvaldo Parenti; poi, passato il momento, tutto come prima, una volta incassato il no la cosa finisce lì. Il gioco delle parti della indignazione impotente e del governo reale continua.

Le finzioni, in politica, sono a volte assolutamente lecite e così pure i compromessi: fu un compromesso, nel ‘43 appoggiare da parte delle forze antifasciste il governo Badoglio e addirittura quel simulacro di stato che era la monarchia del Sud fondata a Bari! Ma quando si chiede oggi al centro-destra di celebrare insieme il 25 aprile non si cerca un accordo con un Badoglio (che peraltro non c’è) ma direttamente con Mussolini!

Un esempio di finzione fu da parte del Pci il dirottare la furia popolare successiva all’eccidio di Reggio Emilia in una direzione antifascista piuttosto che antidemocristiana, perché il Pci sapeva di non poter forzare i patti di Yalta.

Ma fingere di vivere in una repubblica nata dalla resistenza significa fingere e basta. È caduta al legittimità come ha scritto Marco Revelli recentemente a proposito del voto e della legittimità dell’astensionismo e la legittimità riguarda l’insieme del patto democratico, non semplicemente il centro destra. Se non si esce da questa gabbia non si va da nessuna parte, non si vince oggi ma non si vincerà neppure domani e ci si scordi di poter recuperare voti e credibilità.

C’è un non detto nella situazione politica di oggi: che la fine di Berlusconi assomiglierà molto di più alla fine del fascismo che non a un cambio di maggioranze elettorali e lo dimostra il fatto che pur avendo perso due volte Belusconi non ha mai smesso di governare anche quando formalmente c’erano altri governi perché non avendo capito nulla del blocco sociale che si è formato, di che tipo di aggregazione è e perché può reggere anche quando viene sconfitto nella sovrastruttura politica, il centro-sinistra non capiva neppure da dove cominciare a scompaginarlo: da qui l’incapacità sia a governare sia a opporsi.

È questo che il ceto politico di sinistra non vuole sentir dire perché ne ha paura e non ha il coraggio di affrontarlo e quindi traccheggia su tutto; mi sembra però che siano pochi anche fra la gente di sinistra a pensarlo e quindi sostanzialmente questo spiega la mancanza di una sollevazione morale e politica degna di questo nome. C’è una difficoltà reale, solo che invece di affrontarla tutti si fa un po’ finta di non vederla. Ho sempre pensato che non esistono i vertici cattivi e le basi buone: altra favola, come quella della società civile virtuosa e della società politica corrotta!

C’è un grande compatto isomorfismo fra i gruppi dirigenti attuali dell’arcipelago di centro-sinistra e la sua base. L’impotenza di entrambi è frutto di un rimosso da parte di tutti, cioè di un impedimento ad agire in un certo modo che deriva da una censura a priori, che esclude certi comportamenti politici per definizione: per esempio tornando a dire che lo stato deve controllare le fonti energetiche strategiche e i settori portanti dell’economia e che le privatizzazioni sono state un errore, per esempio riprendere in mano tutta la questione dell’antifascismo in modo del tutto extra-istituzionale, ripensandolo profondamente anche nei suoi limiti, invece di continuare a tirare per la giacca e a farsi sbeffeggiare dalla nomenclatura politica del centro-destra attuale, che ha di fatto rifondato la repubblica su altre basi, che liquidano al tempo stesso l’unità risorgimentale e la tradizione antifascista.

Non è la conseguenza dell’ignoranza o dell’analfabetismo politico del ceto leghista (che esiste ma non è a questo livello), ma di un disegno peraltro neppure tanto nascosto. Bossi è il perno perché racchiude in sé, anche meglio di Berlusconi, la sintesi necessaria fra queste due necessità: liberarsi contemporaneamente dell’eredità risorgimentale e di quella della Resistenza. Fini non può opporsi a questo progetto perché da un lato non può riconoscere nella Resistenza un secondo Risorgimento e dall’altro perché la sua difesa dell’unità è del tutto formale, avendo abbandonato la lotta contro i poteri criminali del Sud, lasciandolo di fatto al suo destino, mentre non riesce a contendere alcuna egemonia alla Lega al Nord. Potrebbe farlo la sinistra se ripensasse insieme i due momenti, se avesse un’idea di Europa dei popoli e non delle multinazionali, se organizzasse sul serio i ceti sociali che stanno fuori dal mercato elettorale, se facesse sul serio e non a parole la lotta ai poteri criminali (sulla spazzatura di Napoli tutte le forze di sinistra hanno lasciati soli i comitati che si battono da anni per la raccolta differenziata e hanno proposto soluzioni assurde), se denunciasse la nuova alleanza fra cattolicesimo tridentino (Cielle con il suo braccio economico-sociale della Compagnia delle opere, Opus dei, Formigoni) e nuovo fascismo, ancora una volta garantito dalla Lega – che non riscopre affatto il cattolicesimo in senso opportunista e di potere perché le fa comodo, come pensano in tanti anche a sinistra, ma lo riscopre dopo avere fatto una battaglia (probabilmente anche ricattatoria in alcuni momenti), per emarginare totalmente il cattolicesimo conciliare.

Un’Italia ridotta a espressione geografica, dove al Nord il modello Formigoni di privatizzazione delle funzioni statali si sposa (certo con qualche contraddizione), con la distruzione dei legami sociali (interpretati a loro modo dai sindaci leghisti) operata dl populismo disgregante e mediatico di Berlusconi; dove al Sud, come sempre nella mani delle mafie che ormai, magari ripulite dei loro apparati militari più scandalosi, sono favorite in qualche modo nel loro inserimento organico nell’economia legale.

In questo senso le intelligenti operazioni chirurgiche di Maroni, agli Interni, andrebbero lette un po’ più attentamente come un tentativo di riassetto e quindi di nuova trattativa non tanto fra Stato e mafia, ma fra poteri forti di un’Italia già smembrata. Esempi luminosi come quello di Libera, fino a quando potranno resistere in questo contesto, se non trovano anche una sponda politica seria e non parolaia?

2 comments

  1. Franco Romanò ha detto:

    Intervengo anch’io di nuovo. Mi scuso prima di tutto degli errori e per fortuna che Adam li ha corretti tutti.
    Sì non mi riferivo al consiglio di zona cinque e trovo che quello che è stato fatto e cioè riprendersi il 25 aprile per quello che è e non per quello che non potrà mai essere sia un fatto positivo e quindi benissinmo quello che avete fatto.
    Sono le manifestazioni istituzionali che non reggono più perchè il discredito è totale, il punto di equilibrio si è rotto e non sarà facile trovarne uno nuovo e diverso. Revelli non è uno snob, oppure lo è anche lui, quando afferma che la legittimità non esiste più? A Roma l’intera iazza inveiva contro a POlverini, Zingaretti può dire quello che vuole e tutti gli altri pure. Non è vero che bisogna sempre partecipare, almeno io non lo condivido, il mio tempo con le convulsioni di gruppi dirigenti (non partiti) che non fanno altro che dividersi e riunificarsi senza andare da nessuna parte non lo perdo e non lo perderò neppure in futuro. Vedo spazi di riflessione libera che per il momento non possono produrre una politica degna di questo nome.

    Quanto alla republbica afascista la definizione non è mia ma di Bertinotti e si riferiva a un giudizio politico che lui dava sull’atteggiamento isitituzionale che il cnetor destra propone e che viene largamente accettato anche dall’altra parte. Un atteggiamento che sostanzialmente accantona la questione come ormai passata e non rilevant eper l’oggi, a differenza invece della destra francese che la ritiene invece tuttora un valore imprescindibile.

    Nel mio scritto, pur nella necessaria mancanbza di articolazione, dal momento che non ho scritto un saggio, non dico che il popolo italiano sia per definizione servile o latro; anzi sottolineavo come sono esistiti punti alti del nostro vivere civile ma che intorno ad essi non si è mnai riusciti a unificare il paese, mentre c’è sempre riuscita la destra. Quesot lo riaffermo. A partie dal risorgimento, anche nei momenti migliori hanno vinto i peggiori: non il ’48 milanese (peraltro miope politicamente), non la repubblica romana, non la spedizione dei Mille, ma il suo adodmesticamento e via dicendo fino ad ora. La lega vince perchè l’Italia non è mai stata veramente unita, neppure quando il fascismo ha cercato di farlo con la forza e non dimentichiamo che la Lega è u na costola del vecchi PCI, il che fa cpaire molto bene quale fosse la cultura antropologica di quel partito nella sua deriva finale.

  2. adam ha detto:

    Ringrazio, oltre a Franco – che, in ogni caso, si messo in gioco riflettendo su una situazione che continua ad andare verso il peggio -, Laura e Adriana che offrono contributi e precisazioni che nascono da esperienze e non da elaborazioni astratte. Forse è il minimo e il massimo che possiamo fare, che cambierà poco o nulla, ma non provare nemmeno a farlo penso sia peggio.
    Adam

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