M. Morasso

Dal Lazzaretto – Luigi Cannillo

Pubblicato il 17 maggio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Nota su Dal Lazzaretto di Luigi Cannillo, La Vita Felice, 2024
di Massimo Morasso

C’è un modo riduttivo di avvicinarsi a Dal Lazzaretto di Luigi Cannillo: considerarlo un libro di memoria, magari ben scritto, sorvegliato, ma riconducibile a una linea familiare e, in generale, piuttosto sterile della poesia contemporanea – quella che lavora sul ricordo, sull’infanzia o sugli anni dell’adolescenza, turbati o beati che fossero. A tratti, perlomeno all’inizio, si può avere questa tentazione. Poi, però, evidentemente, qualcosa si incrina. E quell’incrinatura è il libro.
Perché nei suoi cinquanta testi incorniciati fra due meravigliosi brani di Manzoni, Dal Lazzaretto ci offre l’esperienza dell’incontro con una memoria agente, non pacificata. Il ricordo non agisce qui come “carità pelosa” (nel senso del Vittorio Sereni de Il muro), ma come una sorta di carburante metafisico. Non è tanto un reservoir dove il poeta ritorni per restare, per dolersene o provare a eternarlo, quanto un dispositivo energizzante, che mette in tensione il suo, così come il nostro presente di lettori.
Se si vuol trovare una chiave di accesso adeguata a quest’opus maius di Cannillo, bisogna uscire dalla categoria della “poesia della memoria” e ricorrere a qualcosa di molto più radicale: per esempio la nozione di costellazione in Walter Benjamin, per il quale le idee si rapportano alle cose come le costellazioni ai corpi celesti di cui sono composte, permettendo di cogliere il vero attraverso narrazioni illineari, capaci di scovare nessi tra i fatti e i misfatti della storia, e di unire passato e presente in immagini folgoranti. Al modo di Benjamin, in questo libro Cannillo non racconta il passato: lo convoca e ri-assembla lungo un asse temporale che non disegna una linea continua, ma genera un cortocircuito fantasmatico. O, detto altrimenti, lo espone e dispone a un’ermeneutica dialogica, nel passo a due fra l’io poetante e gli altri io, nei quali quell’io – la funzione-Cannillo – torna a rispecchiarsi in ciò che chiama fin da subito, già nel primo testo, il “campo di battaglia” del tempo. Io, per me, direi che proprio questo è il punto decisivo del libro, che dà segno insieme della sua qualità e della sua opportunità: la capacità di sottrarre il ricordo alla nostalgia e di restituirlo come urgenza significante. Il macrotesto acquista così una densità che va oltre l’esperienza individuale, senza mai forzare il passaggio al cosiddetto universale.
Il Lazzaretto del titolo, in questo senso, è meno un luogo che un orizzonte critico. Non è semplicemente il nome per dire un’area d’interesse archeo-urbanistico nel centro di Milano, non è soltanto un riferimento storico e/o meramente esistenziale, solo auto-biografico: è uno spazio mentale dove il tempo si stratifica e si rende disponibile a nuove, rivelanti letture. A livello personale, io tendo a diffidare delle topografie simboliche, spesso troppo cariche di intenzione; ma qui Cannillo riesce a mantenerne mobili i confini, aperti, ariosi come per via di un sobrio, e tuttavia fluente, vento di metafora.
Un’altra cosa che colpisce, di quest’intensa raccolta, è la costruzione di un’esistenza minuta che non pretende di diventare esemplare e che proprio per questo lo diventa. Non è un risultato ottenuto per forza di volontà, ma attraverso una piena fedeltà a un’attitudine morale risolta in una forma. Questa forma tipica di Cannillo, si affida alla lucida, pacata capacità d’osservazione di uno sguardo laicamente sapienziale, attento al dettaglio “realistico” così come ai resti degli scarti visionari, in grado di produrre un effetto di riconoscimento proprio per quanto sa schivare l’eccesso dell’entusiasmo retorico.
La scrittura accompagna questo movimento con una coerenza da passista, che è anche un modo d’esprimere “per lingua” un’idea di durata. L’uso insistito della virgola, l’assenza del punto fermo, il ritmo che tende alla continuità: tutto contribuisce a creare una temporalità sospesa, una corrente che non si chiude, un quieto flusso di significazione contro-cronologico in cui ogni momento è già abitato da altri momenti, ogni immagine è attraversata da altre immagini.
E infatti, lo ribadisco un’altra volta ancora, la questione centrale è proprio questa: il tempo. O meglio, il modo in cui il tempo viene riattualizzato nei versi. Poiché in questo miglior Cannillo il passato non è mai ciò che è stato per lui – l’osso di seppia, per così dire, della sua nuda vita. E non lascia, perciò, il retrogusto da deposito stantio che potrebbe lasciarci una serie di immagini o rimembranze personali che fossero semplicemente “restitituite” sulla pagina, ma un’esperienza di riattivazione mitopeica. Ecco, mi pare che in questo sottile movimento trasformativo, tutt’altro che enfatico ma non per questo meno agente, nel libro prenda forma, tessera dopo tessera, scena dopo scena, una comunità esplicita e implicita, fatta di “esseri comuni”, fondata sull’“eroismo del convivere” agito contro “l’ordine del tempo”. Ed è così, riconoscendoli per risonanza, che essi restituiscono il quadro di un’esposizione sbigottita e affratellante, sottoposta tanto al nonsenso della perdita quanto al senso possibile della durata. Così che il Lazzaretto del titolo torna a imporsi, anche nell’ultima impressione di lettura, come una sorta di vasto, popolatissimo purgatorio-tutto-in-terra in cui la prova stessa della vita seleziona senza spiegare, e separa senza giudicare. In quest’ambivalenza, che fu già manzoniana, il Lazzaretto può essere visto come la metafora stessa della poesia: un recinto in cui si attraversa il limite fra il vivo e il morto, fra ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà, dove molti soccombono e pochi, forse, si salvano – ma in cui ogni voce, anche la più esile, testimonia di un’ardua, indefettibile resistenza al nulla che incombe.

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