Su Percorsi di Adiacenza – Paolo Gera

Pubblicato il 4 dicembre 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

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NOI CONTENIAMO MOLTITUDINI

Di Paolo Gera

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In Percorsi di Adiacenza di Adam Vaccaro

Antologia di ricerca critica dei linguaggi della Poesia e dell’Arte

Introduzione e cura di Donato Di Stasi – Postfazione di Elio Franzini

Marco Saya Edizioni, Milano 2025, pp 604, 30€

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Il materiale raccolto da Adam Vaccaro non vuole costituire una raccolta antologica in cui si vogliano fare stare insieme, per ordine e memoria, più di quaranta anni di attività critica. Questa propensione rivelerebbe un tracciamento di bilancio e un’ansia commemorativa legata prettamente al passato, mentre l’intento progettuale di questo volume esprime ancora come impellente la volontà di un dialogo volto al presente e l’apertura di brecce relazionali creative per il futuro prossimo. I percorsi di adiacenza di Vaccaro non terminano – ora mi riposo – con la seduta su un masso muschiato dopo un faticoso, ma spettacolare cammino nel bosco della scrittura, ma con l’accoglimento di innumerevoli passi-voci che abbiano dimostrato un’affinità elettiva con la sua ricerca, si siano dimostrati appunto ‘adiacenti’, a formare con lui una cordata, un gruppo di trekking, forse un corteo. Per rialzarsi insieme e non per stare seduti: “l’Adiacenza implica una concezione dinamica e continuamente metamorfica, biologica, per cui tutto esiste, ma non resiste.”(p. 598)

La storia inizia nei primi anni Ottanta, da un senso di insoddisfazione, da un ‘astratto furore’ alla Vittorini, in cui si riconoscono i segni di stasi nella realtà letteraria, ma ancora non si è predisposto un piano per affrontare e superare l’immobilità e l’impaludamento. In Introduzione all’Adiacenza (2000), Adam Vaccaro riflette su quel momento critico: “Avvertivo, circa 20 anni fa, alcune insofferenze ed esigenze, rimaste pressoché intatte, se non aggravate, ancora oggi. Molti dei formidabili contributi innovativi che si erano succeduti in campo letterario nel corso degli ultimi cento anni, avevano come perso la loro spinta propulsiva – e la cosa può far ricordare i sensi, anche se qui i referenti sono diversi, del famoso strappo di Berlinguer rispetto a Unione Sovietica e Rivoluzione d’Ottobre.

Più d’uno è stato comunque spinto a dire che il ‘900 avesse già concluso (…) la sua tempesta e il suo attimo; che l’ultimo secolo avesse in effetti graffato gli anni ’80 dell’otto-novecento, anticipando in entrambi le scadenze del calendario; che le esplosioni (vitali o tragiche) della vita reale non venissero più incorporate e tra-dotte in forme circolanti d’invenzioni autentiche, ma rimanessero distanti e virtuali, frenetici ed effimeri ultimi fuochi d’artificio – di festosità un po’ macabra – di una non bene identificabile fine.” (p. 39) Il reflusso degli anni Ottanta, la contestazione diventata lotta armata, l’abolizione della scala mobile, il pensiero debole di Gianni Vattimo, il postmoderno, l’inizio dell’eterno ritorno di stili in ogni settore dell’arte e del costume…

Questo periodo contingente, per opposizione, stimola quella che poi sarà la ricerca assoluta di Vaccaro, nei suoi due punti fermi: la scrittura, non come luogo neutro o di autocompiacimento, ma come campo magnetico di movimento e trasformazioni, gli atomi-parole che si vibratizzano in onde, e la Storia che quel campo magnetico determina e non può, per sua natura, fermare. Testimonianza, stimolo a fare verbo, non ripetizione degli idola fori, delle parole d’ordine del consumismo, ma crogiolo in cui la deposizione dei linguaggi esterni, viene elaborata in invenzione e le invenzioni, anche quelle del linguaggio, trasformano la vita.

Vaccaro è attentissimo agli aspetti metamorfici dei segni che convenzionalmente appaiono statici e non degni di analisi. Le lettere dell’alfabeto si susseguono eguali, una a è una a e una zeta è una zeta, e poi tutte le altre fra l’inizio e la fine. Cosa di più stabile, immobile e in fondo mansueto di questi segni-pecore che brucano sulle pagine bianche? Ma già qui, riferendosi allo studio di Alfred Kallir, Segno e disegno. Psicogenesi dell’alfabeto (1994), Vaccaro riferisce di come vocali e consonanti dell’alfabeto occidentale abbiano ricevuto un rimodellamento millenario, che ha dato conto dell’evoluzione del segno originario sino all’attuale formalizzazione. Kallir è convinto che la scrittura alfabetica sia testimonianza di un legame fortissimo con l’inconscio collettivo e il principio materno, e che dietro la consuetudine si percepisca il suo aspetto filogenetico, il pozzo profondo delle origini.

Un bambino che impara a scrivere individualmente è come se riconoscesse inconsciamente lo sviluppo evolutivo del segno, il suo richiamo ancestrale, il suo valore animistico. Oh, i vecchi abbecedari di una volta, che suscitavano magicamente un’immagine accanto alla lettera! L’alunno chiamato alla lavagna – ne esistono ancora? – scrive col gesso parole di superficie verso il resto della classe, ma entra in vibrazione tellurica con infinite generazioni passate: sì, la lastra di ardesia pulsa, testimone di un tempo primigenio, quando ancora non era strumento di pianificazione scolastica urbana. La protagonista di L’ora di greco, romanzo della scrittrice coreana Han Kang, alle elementari ha l’abitudine di tenere un diario personale per parole speciali, a cui va la sua predilezione extrascolastica: “quella che le stava più a cuore era il monosillabo 숲 (sup, “bosco”), con il suo aspetto fortemente figurativo che lo faceva assomigliare a un’antica pagoda: la ㅍ(p) era il basamento, la ㅜ(u) il pilastro centrale e la ㅅ(s) il tetto a falde curve. (…) Una parola che trovava compiutezza nel silenzio. 숲, 숲…non si stancava mai di scriverla, affascinata da quel vocabolo in cui tutto – pronuncia, significato, forma – era avvolto nella quiete.” (Han Kang, L’ora di greco, Adelphi, 2023, p. 17) Sup, bosco, un nome collettivo che comunica pace.

La direzione indicata da Vaccaro è sempre verso il molteplice e il collettivo, verso l’olistico e il mondo, o per dirla con Walt Withman, “siamo la voce di un numero immenso”: “Su questo dato si fonda la possibilità che l’universo mentale di un soggetto possa scrivere e leggere l’universo tutto. E’ questo che fa della scrittura un mare androgino; in cui la poesia in particolare esiste e resiste con una propensione specifica a ricostruire, come l’insieme dei segni di cui si serve, una non arresa “esperienza della totalità della vita.”(p. 85)

Ma se il linguaggio poetico si assume il compito dell'”esperienza della totalità della vita”, la sua trasmissione dovrebbe riguardare, almeno teoricamente, la totalità dei riceventi. Il tema dell’universalità della comunicazione è precipuo e problematico. Se il materiale della scrittura deve coinvolgere tutti, quale strategia deve mettere in atto lo scrittore per essere né oscuro né scontato, né inutilmente sperimentale, né ossequiente ai canoni consumistici, non al servizio del linguaggio dominante, ma neppure distaccato in elucubrazioni elitarie? Fuori dalla corte di Augusto, ma neppure con il naso all’insù come i dotti dell’isola volante di Laputa?

Prendendo spunto dal pensiero di Antonio Porta, autore sperimentalista, membro del gruppo 63 e poi conscio della necessità di superare lo stallo formale dell’avanguardia, Vaccaro prospetta la possibilità di una via alternativa. Scrive Porta nel 1988: “Tutto accade dentro una cornice che si chiama ‘sfida della comunicazione’ Ma comunicazione significa prima di tutto ‘mettere in comune’…tuffarsi insieme nel mare del linguaggio…la comunicazione non è un piroscafo di linea” è “entrare dentro il cuore della lingua e farmelo rovesciare sul tavolo.”(p. 102) Mettere in comune, dunque. Adam Vaccaro prendendo spunto dalla riflessione di Porta, sottolinea che la sua “è una posizione che risalta per la sua anomalia e inattualità, oggi ancor più minoritaria, che non lascia tranquilli la poesia e il poeta, dentro una stanza solitaria, in un ineffabile pallone sospeso nella presunzione di sé. Una posizione inevitabilmente resistente, che manifesta il forte bisogno di porre al centro del fare poesia la vita nella sua totalità, con tutto ciò che la connota e condiziona, qui e ora, antropologicamente: relazioni sociali, cultura, storia, politica e potere.”(p. 104)

La storia poetico-letteraria del Novecento ha indicato come possibile approdo o la costa dell’iperdeterminazione del significante o quella dell’iperdeterminazione del significato. Vaccaro ha avvistato la terra, io non direi utopica, ma eteropica, a cui si accede dalla terza riva: “La prima disinteressata a scendere dal suo cielo e a trasmettere una visione critica, l’altra appiattita sulla cronaca e su pensieri scontati, priva di ogni lampo di lingua. Rispetto ad esse credo e cerco, invece, forme che sappiano accendere e spiccare il volo verso una utopica terza riva, capaci di coniugare complessità e transitività. Forme capaci di rigettare il lirismo edulcorante, senza buttare con esso quella che Leopardi chiamava “parola materiale e lirica”, parola come materia della totalità del corpo, che con tale parola cerca di esserci (…), rincorre e cerca di far sentire lo zeitgeist e la musica del tempo.”(p. 160)

Le conclusioni per me assolutamente condivisibili di Vaccaro sono sostenute dal discorso psico-scientifico che ha segnato il Novecento, dalle indagini sugli archetipi di Jung, alla fenomenologia di Husserl, alle teorie della fisica quantistica che hanno liberato fenomeno ed osservatore dalla loro schiavitù associativa. A volte i compagni di viaggio sono cronologicamente lontani, a volte prendono gli stessi mezzi pubblici a Milano, anche se portano nella loro borsa il sapere alternativo di un pensiero antichissimo , come quello che ha riportato alla luce Gabriella Galzio con i suoi studi sul matriarcato, alla ricerca come Adam di antichi nuovissimi paradigmi, demistificanti, ben al di sopra dei facili slogan egalitari di oggigiorno: “E’ bene chiarire sin da subito che quando alludo al patriarcato, non mi riferisco riduttivamente alla relazione uomo-donna, ma molto più in generale a un’intera civiltà che si è eretta sul dominio dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla donna, dell’uomo sulla natura.”(p. 193, cit. da G.Galzio, Ritorno alla dea, Agora&CO, 2022). Nel rintracciamento dei suoi compagni di adiacenza, Vaccaro giunge a un autore, eccentrico se vogliamo al discorso poetico, ma non alla demistificazione dei linguaggi. Si tratta di Piergiorgio Odifreddi, con l’articolo Reificazione e deificazione neoliberista del capitalismo globalizzato, dove l’analisi multidisciplinare giunge a una conclusione decisamente e necessariamente politica, senza la benedizione di Dio, ma con la partecipazione sempre più attiva degli uomini.

Percorsi di Adiacenza è ricchissimo di spunti, concentrati nelle oltre 600 pagine del libro. Per capirne i contenuti bisogna apprezzarne la forma: non un egotico continuum discorsivo, ma una ricucitura di frammenti, uniti dal filo del progetto critico e disposti all’interno di un’opera aperta. Il fiato individuale si unisce a quello degli autori che Vaccaro ha voluto con sé, tutti coloro che sono entrati negli anni nel circuito virtuoso e affettivo della messa in comune delle idee. Così, l’ultima parte è suddivisa in analisi testuali che fanno entrare nel libro le opere e le voci di una cinquantina di autori adiacenti alla visione letteraria ed esistenziale di Adam, suddivisi in sezioni che riguardano la poesia, la prosa e la pittura. A far parte della tribù ci sono anch’io, che ho conosciuto Adam Vaccaro solo da qualche anno. Di Ruscio purtroppo non ho potuto incontrarlo, ma l’autore lo vede come ispiratore a proposito del mio libro Ricerche poetiche (puntoacapo, 2022): “sequenze che esemplificano la necessità di ingoiare e vomitare (come diceva di Ruscio) l’intruglio del capitalismo globalizzato, se si vuole essere capaci di rovesciare sul tavolo del mondo un gesto di rigetto e di pensiero critico, non addomesticato dalle illusorie libertà narrate.”(p. 528)

Non ho citato me stesso per narcisismo, ma perché mi sento in pieno chiamato, con le mie proprie armi, a dare un contributo all’idea di una poesia collettiva e resistente, che rifletta sui linguaggi attuali e li rielabori in modo critico e creativo. È il modo necessario per passare dalla meditazione lirica all’azione poetica. È il mio modo di dire presente a questo progetto di nomadismo e di circumnavigazione ed imbarcarmi insieme a chi ci crede, sulla Flotilla, sul Kon Tiki, sul Nautilus, sul bateau ivre, “per farci uscire dal continente e restituirci il mondo.” (p. 600)

Paolo Gera .

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