Ringrazio Ivan Pozzoni di questa lettura della mia poesia, che mette in evidenza i suoi sensi crudi, senza fiocchi filanti, ma con mieie salato che non molla. Una lettura attraverso tre poesie, scelte da Trasmutazioni – Alchimie in Caoslandia, puntoacapo, 2024.
Adam Vaccaro
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LA POESIA ITALIANA: ADAM VACCARO
Avatar Redazione Kolektivne NSEAE 19.07.2026
COSA SENZA NOME
Ora che, anima mia fratella, questi
miei versi di urla dolore e rabbia
non baciano più la tua pelle re
legati fuori dalla tua carne al gelo
che ti spezza le ossa senza più ri
fare la Cosa che carezza e consola
la tua parte angela assetata e fragile
non incolpare me ma senti questa
polvere nera che cade cade e non
riusciamo a renderla pioggia di
quella Cosa ancora senza nome che
aspettiamo aspettiamo come quel
godot rimasto irridente nel nulla
chiuso e perdente nel suo mai
EROI QUOTIDIANI
Pedala pedala eroe quotidiano
al nostro servizio di incapaci
a mettere un pentolino sul gas
cuocere un uovo e un piattino
di pasta o scaldare una pizza
congelata, mammoni senza più
la mamma scodella, analfabeti
adoratori di Google incapaci
di leggere ricette di pronti su!
in 5 minuti – grazie a voi eroi
quotidiani risolutori dei nostri
tormenti di attese di un piatto
che ci sfami – in vicoli ciechi
di gattini appena nati da dove
non saremmo mai più usciti?
Grazie a voi eroi di questo millennio
iena insaziabile che cancella la fame
di vita non arresa a ruote libere irrisolte.
LA CULTURA DEL BRUTTO
In metrò l’occhio è in scatola, penso, mentre guardo
le scarpe a zampone unisex sotto un culotto fasciato
da mini come panettone su cosciotte di prosciutto
con calze a rete che mi fa ricordare lo slogan
del ganassa che spussa ignoransa beota
dentro una vetrina di pellami mentre
appende trionfante un cartello
“A Milano non fa freddo”.
E ride nonostante l’ospite – sotto i portici
lucidati a cera della banca a fianco –
coperto da un mucchio di stracci
ignorato scaldato da due cani.
Non ci fare caso, sussurra il tizio all’orecchio
dell’amica, mentre sale di corsa sul taxi,
sono scelte libere di vita!
Adam Vaccaro (Bonefro, Campobasso, 1940) è poeta, critico letterario e saggista. Vive e opera a Milano da oltre sessant’anni. Ha pubblicato oltre venti volumi tra raccolte poetiche, saggi e libri d’artista. Tra le opere principali figurano: La casa sospesa (Joker, 2003), La piuma e l’artiglio (Editoria & Spettacolo, 2006), Seeds / Semi (Chelsea Editions, 2014), Tra Lampi e Corti (Saya Edizioni, 2019), Identità Bonefrana (Di Felice Edizioni, 2020), Google – Il nome di Dio (puntoacapo Editrice, 2021), Nel respiro del giorno (În respirația zilei), traduzione romena di Alexandru Macadan (Editura Cosmopoli, 2023), Trasmutazioni (puntoacapo Editrice, 2024) e Percorsi di adiacenza. Antologia di ricerca critica dei linguaggi della poesia e dell’arte (Marco Saya Editore, 2025). Ha inoltre realizzato numerose pubblicazioni d’arte con Romolo Calciati e altri artisti e ha ideato spettacoli di poesia e musica insieme a Giuliano Zosi e ad altri musicisti. Come critico e saggista ha pubblicato Ricerche e forme di adiacenza (Asefi, Milano, 2001) e numerosi contributi su riviste, quotidiani e volumi collettanei, tra cui Sotto la superficie. Quaderno sulla poesia contemporanea de «La Mosca di Milano» (Bocca, 2004) e La poesia e la carne (La Vita Felice, 2009). La sua attività critica prosegue tuttora con saggi, recensioni e interventi dedicati alla poesia contemporanea. È presente nell’Atlante della poesia contemporanea curato dall’Università di Bologna, oltre che in numerose antologie, riviste e siti specializzati. Ha ricevuto diversi riconoscimenti in Italia e all’estero; le sue opere sono state tradotte in spagnolo, inglese e romeno.
Cosa senza nome e culotti a zampone: il comportamentismo magmatico nell’ecosistema liquido di Milano in Adam Vaccaro
La poesia contemporanea, incastrata nelle strettoie di un’ermeneutica polverosa, necessita di sberleffi analitici e di una radicale socio-etno-antropologia esteticopolitica. L’opera in esame risponde a questa chiamata demolendo la trita metafisica lirica e scaraventandoci dentro la praxis urbana nuda e transitoria. Siamo di fronte a un capolavoro di spietatezza descrittiva e tenerezza residuale, adeguata a disintegrare l’autonomia estetica per farsi pura interazione comunitaria e spunto etico.
L’antropologia nomade del brutto e i futures azionari dell’amore
L’autore si muove dentro l’ecosistema liquido milanese come un radar antropologico. Non c’è spazio per le finzioni elegiache o per le idiozie intimistiche dei lirici da taschino. La relazione interpersonale è colta nel momento del suo fallimento comunicativo, ridotta a un future emotivo esposto alle fluttuazioni del mercato quotidiano. In Cosa senza nome, il collasso della stabilità affettiva viene diagnosticato attraverso la scomposizione della parola stessa: «[…] relegati fuori dalla tua carne al gelo / che ti spezza le ossa senza più ri / fare la Cosa che carezza e consola». Questo spezzare la parola («ri / fare») mima la frattura traumatica del legame tardo-moderno, rievocando la nozione di amore transitorio e flessibile di Sennett e Bauman. L’amore diventa un prestito ipotecario su un futuro indecifrabile che sfocia nell’attesa frustrata di un «godot rimasto irridente nel nulla». L’apice di questo sguardo nomadico si raggiunge in La cultura del brutto, dove la reificazione capitalistica e la mercificazione totale dei corpi vengono esibite senza filtri psicologici: «In metrò l’occhio è in scatola, penso, mentre guardo / le scarpe a zampone unisex sotto un culotto fasciato / da mini come panettone su cosciotte di prosciutto». Siamo dinanzi a un’estetica della sgradevolezza urbana che ricorda la brutalità corrosiva delle poetiche di Giorgio Linguaglossa e la dissezione del quotidiano di Georges Perec. L’indifferenza borghese si fa lingua comune quando, davanti al senzatetto riscaldato solo dai cani, il passante anestetizzato taglia corto: «non ci fare caso […] sono scelte libere di vita!». Una critica feroce alla retorica neoliberale della flexibility e dell’autosufficienza coatta individualista.
Pragmatics, neuroestetica e il crollo della critica letteraria analitica
Dal punto di vista dei meccanismi testuali, questo testo sabota intenzionalmente la tradizionale literary criticism basata sulla ricerca del significato radicale, spostando l’asse verso la philosophy of language e le pragmatics linguistiche. Non siamo nell’ambito della representation, ma in quello dell’illocutionary force (la forza illocutoria di Austin e Searle). Il testo non descrive il degrado: lo agisce sul lettore. L’uso dello speech act si palesa nell’ironia feroce di Eroi quotidiani, un inno sarcastico ai rider, unici risolutori dei tormenti di una generazione di consumatori lobotomizzati: «Pedala pedala eroe quotidiano / al nostro servizio di incapaci / a mettere un pentolino sul gas […] analfabeti / adoratori di Google». Il cortocircuito testuale avviene tramite un contextual mismatch: l’elevazione a “eroe del millennio” di un lavoratore sfruttato serve a denunciare l’impotenza biologica e culturale dei «mammoni senza più la mamma scodella». Sotto il profilo della neuroestetica (sul solco delle ricerche di Semir Zeki e Vittorio Gallese), testi simili agiscono direttamente sui mirror neurons (neuroni specchio) attraverso immagini a fortissimo impatto sensorio e motorio («pedala pedala», «calze a rete», «polvere nera»). Il cervello del lettore non compie un’operazione di decodifica astratta, ma vive una vera e propria simulazione incarnata (embodied simulation) del disagio motorio ed emotivo dell’ambiente metropolitano. Qui la sociologia dell’arte trova la sua consacrazione: la poesia smette di produrre oggetti estetici autonomi da esporre nelle vetrine della macroeditoria o nei canoni accademici, e diventa un dispositivo etno-antropologico. Il lessico mescola registri alti e bassissimi («ganassa che spussa ignoransa beota») a scardinare la dittatura del critico e del «Papa-re mondadoriano». L’arte si fa praxis relazionale, un tentativo disperato di creare una «risonanza positiva condivisa» contro la cecità delle filter bubbles digitali.
Conclusione: smettiamola di leggere i libri con la vaselina
Per dirla in modo chiaro, senza troppi fronzoli cattedratici o paranoie da accademia: questa poesia spacca. Prende la Milano del lusso, dei portici lucidati a cera e delle banche, e le piscia sui muri con un’ironia che fa male. Ci sbatte in faccia quello che siamo diventati: degli analfabeti digitali capaci solo di adorare Google, pronti ad aspettare un rider sotto la pioggia perché non sappiamo nemmeno cuocere un uovo, mentre a due metri da noi un uomo muore di freddo avvolto negli stracci tra l’indifferenza generale. L’autore non fa della metafisica da quattro soldi e non canta l’amore eterno come se fossimo ancora nel Medioevo. Ci dice che i legami si rompono, che le città sono piene di solitudine e che la cultura del brutto ha vinto. Eppure, in mezzo a questa polvere nera che cade, c’è ancora il disperato tentativo di cercare una “Cosa senza nome”, una scintilla di umanità non ancora arresa all’abbrutimento. Più schiaffi di realtà e meno sonetti da salotto: questa è la strada se si vuole fare ancora poesia oggi.
Ivan Pozzoni
