Dignità umana e Antologia Non Nel Nostro Nome

Pubblicato il 25 marzo 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

La Dignità umana e l’Antologia Non nel nostro nome

Francesco Sassetto

Un’opera necessaria e decisiva la splendida Antologia Non nel nostro nome, curata con passione da Massimo Pamio ed Adam Vaccaro. Necessaria perché molta, troppa letteratura si sta chiudendo sempre più in una bolla di autoreferenzialità, di autocompiacimento narcisistico estraneo alla tragica realtà che sconvolge e distrugge quotidianamente l’esistenza di milioni di persone, ed estraneo all’importante nozione di Adiacenza sviluppata dall’amico Adam Vaccaro, Adiacenza che questa Antologia realizza pienamente, accomunando i battiti sincroni di 124 poeti in un comune sentire, una condivisa rivolta, un desiderio di opposizione in nome della dignità umana, della verità.

Adiacenza come categoria critica ma anche dimensione etica e morale nutrita di relazione tra autori, autore e lettori a costituire un gruppo/collettivo, una comunità con intenti e aspirazioni comuni, soprattutto il desiderio di trovare spazi di espressione e presenza in questa desolante temperie storica segnata da una decadenza epocale (penso a un artista come Ivano Fossati e al suo ultimo disco-concerto, La Decadenza), politica, civile, socio-culturale, artistica, un’epoca attraversata dall’indifferenza, l’abulìa, la solitudine. La civitas polverizzata in una miriade di monadi, di schegge distanti, egoiste e diffidenti, in una sorta di anestesia collettiva della sensibilità che sembra impregnare l’aria stessa che respiriamo. Un’atmosfera da “fine impero” che risente anche della gravissima assenza di punti di riferimento, di Guide e Padri ormai scomparsi insieme ai valori che incarnavano, dissolto ogni sentimento autentico di appartenenza, solidarietà e civiltà.

Le tragedie e le ingiustizie di un presente sempre più cupo e degradato, attraversato da violenze, sopraffazioni ed ingiustizie, da guerre e genocidi, dalla corsa di molti Paesi (compreso il nostro) al riarmo, ad una nuova risorgenza della “guerra” (con tutti gli orrori che comporta), vocabolo che, dopo e malgrado decenni di canzoni di De Andrè, poesie di Brecht, manifestazioni per la Pace, sembra aver trovato nuovamente cittadinanza non solo nelle tasche dei Potenti, degli ”Oligarchi” della globalizzazione – come amaramente li appella Mauro Macario – ma purtroppo anche tra la gente, nei discorsi al bar, sul lavoro, negli incontri, come fosse un fatto “normale” e non l’esito purtroppo ben noto delle vomitevoli esigenze del neocapitalismo.

Allora qui, in reazione e controcanto, una poesia come “utopia resistente” tesa a denunciare la disumanizzazione in atto, la corrosione progressiva della dignità umana e dei valori che sembravano saldi e consolidati, fuori discussione. Penso che i poeti abbiano il dovere morale di indicare, denudare i mali del tempo in cui vivono, farne materia dei loro versi, in una volontà di re-azione che, se non cambia il presente, genera forse consapevolezza, risveglia coscienze assopite, spinge all’emozione e alla riflessione.

La poesia cosiddetta “civile” – che pratico da molti anni – vuole mostrare le offese, le ferite, i segni del dolore che portano negli occhi e nel corpo i più deboli, i cosiddetti “diversi”, le vittime dei cosiddetti “conflitti”, lo straniero, l’omosessuale, il tossicodipendente, l’anziano, il bambino, la donna. Una poesia alimentata da un dolente, risentito senso di umanità, da una pietas (quella pietas sempre invocata da Fabrizio De Andrè) che è comprensione del dolore degli altri. Una poesia oggi, ripeto, necessaria, che si oppone e prende posizione, chiede un nuovo umanesimo, una nuova società, con parole nette ed affilate perché, come scrive con vigore Nadia Cavalera: “la dignità si aggrappa al respiro / di chi rifiuta l’ordine ingiusto, / di chi non volta lo sguardo, / di chi scrive, e non acconsente.”

Il poeta dovrebbe essere una sorta di “sentinella” – vocabolo tanto amato e vissuto da Gianmario Lucini – che lancia un allarme, senza giudicare e nemmeno “spiegare”. Suo compito è osservare, testimoniare, raccontare ciò che vede e vive giorno dopo giorno. E’ proprio qui che la poesia può far sentire la propria forza, essere strumento di conoscenza e resistenza.

Vorrei chiudere questa riflessione ricordando, quale esempio della funzione che può svolgere la vera poesia, il valore che assunse, tra le due guerre, la lirica montaliana, il Montale degli Ossi di seppia, lontano dal considerarsi poeta “civile” e tuttavia artefice di una poesia che, proprio in forza del rigore della tensione etica si opponeva all’idiota ottimismo fascista, alla vuotezza delle sue mitologie, e costituì, per tanti giovani, una guida ed un sostegno, una lezione di forza morale, come ricorda Carlo Salinari: “Nella situazione storica del fascismo e del progressivo addensarsi delle nubi della seconda grande tragedia mondiale, la disperazione di Montale ci appariva congeniale, senza mai presentarsi come una forma di evasione dalla realtà che ci circondava […] la sua poesia dava voce alla nostra profonda infelicità ma ci ammoniva a guardarla in faccia con coraggio […] apprezzavamo il suo valore di poesia-testimonianza, di poesia, cioè, che aveva bandito ogni elemento di liberazione e di sfogo, che non voleva più avere una funzione di confessione o di commento a determinati stati d’animo, ma era sempre la narrazione diretta e precisa di un documento di vita”.

Il Montale antifascista, mai “chierico rosso, o nero”, mi sembra uno degli esempi più alti di ciò che la poesia può essere, dell’opera di formazione che può svolgere nella società e nelle coscienze individuali, la sua capacità di riaffermazione, sdegnata e vibrante, oltre ogni propaganda ed ogni falsità, della dignità umana, della giustizia e della verità.

22 marzo 2026                                                                                                                                                                                                                                       Francesco Sassetto

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