Allora ho acceso la luce – Antonio Merola

Pubblicato il 10 aprile 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Antonio Merola
“allora ho acceso la luce”
Taut Editori, 2023

Nota di lettura di Margherita Parrelli

Antonio Merola sfuma nella realtà, riaffiora, scompare, riappare. La sua poesia dice ciò che è, eppure assume sembianze inaspettate, riserva sorprese improvvise, chiuse spiazzanti, conduce in luoghi dove il dubbio si insinua nella normalità ed è al dubbio che il poeta lascia il compito di mostrare.
Se ciò che è detto non è finzione, ma vissuto, i rivoli in cui esso si estende e si fa attendere sono anomale rarefazioni, alternanze di dettagli reali e di sconfinamenti immaginifici.
Non è una poesia di trascendenza la sua, ma di emersione, di ritrovamento a seguito di uno scavo interiore, che ha la forza della costanza, il coraggio di saper cambiare prospettiva sul vissuto. Grazie a tale processo la realtà parla di ciò che nasconde e ha bisogno di svelamento, per essere compreso e fatto proprio.
La ritmica del verso è lunga, consente un abbandono alla narrazione e l’uso della brevità improvvisa ha un effetto di sospensione, di sottolineatura, di stupore, mai di sorpresa superficiale, poiché discende dalla postura di Antonio nei confronti della vita che, sin da giovane, lo ha posto di fronte a privazioni e perdite.
Le cinque sezioni di cui si compone il libro hanno uno stile coeso, che non svela un’appartenenza a scuole poetiche, come viene rivendicato nella seconda di copertina, anche se gli eserghi riportati all’inizio di ciascuna parte, fanno intuire una frequentazione assidua della poesia statunitense, con l’eccezione della Lamarque. E forse qualcosa di più di una frequentazione si può attribuire a Ginsberg che apre “Il compagno di una generazione” con i due versi “I’m with you in Rockland / where you must feel very strange”.

Ti convinci che la vera arte sia
nel sopravvivere ogni giorno del tempo
Iuri Lombardi, La ballata del sopravvisuto

C’era ancora la paura del ritorno:
chiedevamo l’unicità a qualcosa che non poteva ripetersi
una volta sola come tremare gli agguati degli uomini,
piangere l’inverno. Ci avrebbero di nuovo tagliato
la corrente, ci avrebbero di nuovo portato via
la mobilità della casa, finché non saremo piegati alle cose
gettate: allora facevamo la doccia fredda
fino a tracimare il gelo. Non ho mai saputo
meglio la fine: vorrei pagare il mese con le parole,
mangiare la carta – invece ho una fame vera
di trascrivere l’arcobaleno in bianco e nero,
alterare il diluvio: voglio alberare il cielo di caducifoglie.

Vorrei ballare sopra il lago di Nemi
con mio fratello:
lei rideva in una valle di cielo
o subivamo la riva
come una mano per camminare insieme:

cercare l’equilibrio sopra l’acqua

ieri sera ho consumato un prodotto culturale
con lei: anche la poesia è una
merce replicabile. Eppure io
sono uguale a te, ma sono
Antonio. Anche questa poesia si farà
chiamare Antonio: Antonio: Antonio

se puoi richiamami su questa poesia.

C’era tra di noi un muro: il muro anticipa la fine
della città: una città con le mura è una città
che ha cominciato a credersi muta. Oltre il confine,
hai paura: le grida sono arrivate in ritardo,
ma oramai gridavano al nemico il nemico
come una gola dentro cui cresce il cielo.
Così hai cercato una luna piegata dentro ai cespugli.
Hai scambiato le stelle con i girasoli da così: a cosà.
Solo una cometa non è più caduta, non è più caduta,
non è mai caduta: la città è vuota, la foresta spaesata.

Margherita Parrelli

One comment

  1. poet_soul ha detto:

    Ho letto il suo articolo su Parrelli, interessante come sottolinea il modo in cui Merola gioca con la realtà e il dubbio.

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