A puntu strittu a puntu largu – Angela Passarello

Pubblicato il 28 febbraio 2026 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

LE ARDUE CUCITURE

Angela Passarello, A puntu strittu a puntu largu, il verri edizioni, 2024

Adam Vaccaro

Questa raccolta di Angela Passarello risale al cuore della lingua materna, anche se tende a restituirne tutta la complessità androgina dell’intreccio inestricabile di ogni lingua, in cui interagiscono creativamente entrambi i principi, del maschile e del femminile, come ha insegnato tra gli altri, Alfred Kallir (Segno e disegno, psicogenesi dell’alfabeto, pp. 563 – Spirali/Vel, 1994). E tuttavia, l’azione del materno ha un indubbio peso nelle iniziali articolazioni lallanti, che insieme al nutrimento mammario costruiscono interazioni che vanno ben oltre il semplice nutrimento, come recenti scoperte stanno appurando, ad esempio con le indagini sul latte materno condotte negli ultimi decenni dalla ricercatrice Katie Hinde (della Arizona State University). Le quali scoprono interazioni immunologiche e psichiche, per cui la sostituzione del latte materno con suoi surrogati artificiali può fornire solo, nella migliore delle ipotesi, solo sostanze e calorie all’organismo in crescita, ma mai la complessità positiva/negativa di trasmissioni che attraverso il seno diventano prodromi di una embrionale autopoiesi del corpo e dell’anima, sin dai primi mesi, del percorso ignoto dell’identità psicofisica appena iniziato.

La lettura di questo libro, in lingua agrigentina (corredata da traduzione), mi ha spinto dunque a riflettere sulle sue sollecitazioni intorno alla dinamica della complessità biologica di ogni corpo vivente. Sin dai primi versi, che cito – pur con rammarico – nella traduzione in italiano, ma che nella lingua originaria di Girgenti dell’Autrice, offrirebbe con la sua sonorità il sapore e gli echi della sua anima. Il percorso articolato fa comunque condividere la risalita, al pari di quello di un salmone o di uno spermatozoo, verso l’incancellabile memoria dell’origine e del bisogno di rinnovo del personale big bang della propria venuta in vita. Un attimo d’infinito, per innervare nelle vibrazioni di quella lingua, energie di rinascita autopoietica, unite alla restituzione affettiva verso chi ha attivato il momento in cui il cuore ha cominciato a battere.

Questo intreccio è reso sin dai primissimi versi: “ah la lingua la tua lingua/ come quella di tua madre/ un poco inventata/ come quella di tuo padre” (p.9). E il testo continua, ripetendo “ah La lingua la tua lingua/ incarnata… ah la tua lingua cucita dentro/ il tuo petto con il verso breve breve” (ibid)”, con ritmi insaziati di ninna nanna e di una sorta di evocazione spiritica dolorosa-gioiosa, o di un mantra, rivolto alla lingua-parola e alla lingua corpo, per aiutare il perduto-invisibile, conosciuto-sconosciuto, a uscire, per riportarlo davanti al miracolo del parto, di un rinnovato parto.

Ne seguono versi dalla bocca di un “balbuziente”, nome reale e insieme metafora e metonimia del nostro faticoso dire, dal quale “le sillabe non cantano/ ma soffiano la parola/ che a poco a poco esce/ che a poco a poco nasce” (p.10). Poi il testo prosegue suddiviso in cinque Sezioni; muzzicata, ritipuntu, scannaturi, ùmmira d’acqua, Agnus. Le quali assumono un po’ il carattere di stazioni di un calvario verso un Golgota, che se è di crocifissione, è quella della conoscenza, che consente lampi resistenti di un preludio teso a riveder le stelle, di cantica a suo modo dantesca. Ed entro tale sequenza, le scansioni della narrazione inanellano i propri passi personali e collettivi, a partire dalla iniziale cura materna, tra teneri lavacri e soffi di borotalco sulla “pelle bianca come il latte” (p.13), in cui si innescano i sogni del futuro del figlio/a, dipinti come “Rosa fresca aulentissima (p. 12), incastonato tra le immagini edeniche di Cielo d’Alcamo.

La tessitura poematica prosegue e snoda tra tonalizzazioni favolistiche, sequenze di cantilene e filastrocche, con una giocosità infantile intrecciata, tra punti stretti e punti larghi a una sapienza adulta dalla coscienza critica radicale del mondo contemporaneo. Il medaglione che ne risulta è, sì quello di un mondo e di un tempo perduto, che però continua a essere non solo fonte di energie di rinascita personale, ma metro e misura per giudicare le perdite e ignominie umane, frutti malsani dell’orizzonte di menzogne e illusorie magnifiche sorti e progressive, infilzate dal sarcasmo della Ginestra leopardiana.

Il mondo della memoria, col suo punto stretto di limiti e negazioni che tuttavia non cancellavano il largo di sogni e prospettive di uscita (con una esemplificazione simbolica ne la fuitina, p.40). Un punto largo di cucitura che il testo traduce in sensi da quelli storici e sociali a quelli geometrici: “il punto è punto largo o stretto/…aprendo o chiudendo/…/ senza di esso la geometria non si può fare” (p.35). Trasduzione metaforica che ci riporta qui, dove l’illusione di un punto largo di libertà ideologicamente declinata, viene denudata, grazie a tale memoria:

“Una volta a mezzogiorno in punto/ i contadini facevano colazione/ con pane cipolla e primo sale/ …/ la terra era speranza seminata/…/ oggi il frumento non cresce nella terra/ addormentata dal veleno/ gettato ovunque dall’aeroplano/ che impazzito gira sopra il cielo” (spranza-speranza, p.49);

“dalla cucina economica accesa con la legna/…/ sotto la cenere ardevano i nostri sogni// oggi con la bombola a gas con il metano/ anche i sogni hanno cambiato il tempo/ delle loro visite nei nostri sogni” (la cucina economica, p.54);

“l’acqua non era/ privata né minerale /…/ oggi i potenti la rubano/ nella plastica se la vendono/ morta gassata tonica oligominerale/tutta la vogliono anche quella del mare” (oligominerale, p. 74); “’acqua non si ferma mai ne/ l’universo/ facendo vivere o morire scorre” (tsunami, p.79)

È in questo scorrere verso un punto largo, pur invisibile e negato dal presente distopico, che la spranza continua ad appuntarsi. E sberleffi colgano chi non vede nei suoi occhi accecati l’impensato e l’imprevisto di una rinascita, quale quella di un piccolo melo rinsecchito, dell’ultima poesia: “l’albero non cresceva/…/ non era buono a fare frutti/ ma un giorno dai suoi rami vennero fuori/ meline saporite e bellissime/ che il sole tingeva di rosso/…/ il cuore vero di quel giardino” (il piccolo melo, p.111).

Piccoli inarresi segni di utopia concreta, di stelle terrene raccolte in orizzonti di vita, di cose, costumi, lingua e personaggi che, privi di coloriture nostalgiche, si offrono come punto-predella di partenza, non verso voli marziani, ma del superamento di negazioni di vita umana tradita e violata, che ricerca resistenti ardui punti di cucitura, di rinascita e ripresa della propria dignità.

26 febbraio 2026

Adam Vaccaro

One comment

  1. Angela Passarello ha detto:

    Ringrazio Adam Vaccaro, poeta, critico, fondatore di Milanocosa, per l’attenta lettura del mio libro “A puntu strittu a puntu largu”.Le sue parole sono, per me,una occasione di ulteriore riflessione poichè un libro vive se qualcuno lo legge, e, se ne scrive, vivifica la sua presenza. Lo sguardo di Vaccaro, attento, come sempre, alla scrittura di poeti e di artisti, mi riporta, quindial fare poetico, alla lingua, alla “cosa” che ci riguarda nella sua complessità attuale.Grazie ancora.

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