Voci di utopia resistente nella tempesta in atto
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La catastrofe e necessità di lotta contro di essa
Eros Barone
Nei prossimi dieci anni ci saranno tuoni e fulmini, ossia grandi tempeste: la previsione sgorga con un’evidenza inoppugnabile dalla “XIV Degnità” vichiana: «Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascon le cose». Del resto, la borghesia internazionale non sembra affatto interessata, nella sua maggioranza ormai apertamente bonapartista e guerrafondaia, a ripristinare un regime liberaldemocratico accantonando il progetto di quella svolta oligarchica e reazionaria che essa si adopera a realizzare da oltre un trentennio, di cui la fascistizzazione è il prodotto e di cui il trumpismo è il modello internazionale.
In realtà, attardarsi a coltivare questo genere di interpretazioni significa o sperare in una sconfitta del sovranismo e del populismo bonapartista senza una lotta reale o vagheggiare un impossibile ritorno ad un passato ormai remoto in cui le ‘forme belle’ della dittatura della borghesia si sposavano, all’insegna del compromesso socialdemocratico e riformista, con un clima di relativa pace sociale e di relativo miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita del proletariato. Le classi dominanti italiane, ad esempio, non possono tornare al periodo “costituzionale”, alla “centralità del parlamento”, alle riforme e alle concessioni, perché non esistono più i margini economici con cui il combinato disposto del saggio medio di profitto e dello sfruttamento imperialistico permetteva di mantenere quel clima.
Da ciò nasce la crisi che attanaglia il sistema socio-economico del capitalismo monopolistico e lo spinge irresistibilmente, in un’unica soluzione o “a pezzi”, verso la catastrofe bellica, come nel grande romanzo di Émile Zola, «La bestia umana», suggerisce la scena, ripresa da Rosa Luxemburg per il suo valore descrittivo ed esplicativo rispetto ad un’analoga crisi storica, della lotta all’ultimo sangue tra il macchinista e il fuochista, che si svolge nella locomotiva di un convoglio ferroviario il quale, privo di controllo, è lanciato alla massima velocità verso l’inevitabile disastro.
Quello che si prospetta dinanzi a noi è pertanto un futuro senza avvenire, che non prevede un nuovo periodo di sviluppo progressivo del capitalismo monopolistico, giacché è ormai dimostrato, sia a livello teorico sia a livello empirico, che questo sistema economico e sociale non può mantenersi senza ricorrere alla trasformazione reazionaria di tutte le istituzioni politiche, alla distruzione dello Stato di diritto, alle guerre di aggressione e di rapina. Dal canto loro, il proletariato e le grandi masse lavoratrici non sono disposti a tornare nel putrido pantano della politica trasformista dei vecchi partiti borghesi e socialdemocratici, pantano da cui, come conferma la crescente astensione elettorale, si allontanano sempre di più.
La conclusione che discende da queste considerazioni è che la lotta contro il capitalismo monopolistico e contro il fascismo, suo immancabile prodotto, non può essere efficace se si basa sulle fallimentari politiche socialdemocratiche. Parimenti, non è possibile condurre la lotta per gli interessi di classe, contro l’imperialismo americano, l’Unione Europea e la NATO, imbellettando le opposizioni piccolo-borghesi e spingendo i lavoratori sul terreno del nazionalismo borghese per strappare misere concessioni. Solo il proletariato unito, autoctono e immigrato, può assolvere il compito di una lotta conseguente e dirompente contro l’offensiva capitalistica, la reazione politica e le guerre imperialiste. Solo il proletariato, unito attorno ad un partito comunista degno di questo nome, può liberare il paese da ogni governo borghese e piccolo-borghese, aprendo la via ad un nuovo e superiore ordinamento sociale. Chi, all’interno della sinistra, non capisce questa verità e non ne trae tutte le conseguenze è soltanto una mosca cocchiera che fa il gioco (non di una “borghesia di sinistra” che non esiste più ma) della borghesia ‘tout court’.
Quello che politicamente è necessario quanto l’acqua è allora un vero fronte popolare che non solo includa nel suo seno i rappresentanti della classe operaia con le loro vitali rivendicazioni politiche ed economiche, ma li veda anche alla sua testa, nel vivo della lotta. Questo aspetto fondamentale è del tutto ignorato nelle formule e nelle proposte che oggi vengono sbandierate, tutte rinchiuse nei limiti angusti di generici “movimenti per i diritti civili”. In buona sostanza, le formule di “alternativa” o “frontiste” che oggi vengono lanciate da un’opposizione subalterna non s’inscrivono dentro una strategia che miri alla realizzazione di un potere popolare, ma mirano esclusivamente ad una gestione più o meno efficiente, più o meno autoritaria, più o meno ‘illuminata’ del sistema esistente e dei suoi vincoli.
La domanda è allora la seguente: quale vantaggio possono rappresentare per le masse sfruttate ed oppresse formule e proposte che si esauriscono nella costruzione di coalizioni o alleanze egemonizzate da esponenti politici i quali puntano alla sconfitta del governo Meloni nelle urne per sostituirlo con un governo di tipo socialdemocratico che gestisca la crisi del capitalismo italiano e attui la politica guerrafondaia del capitalismo europeo e statunitense? La risposta è: nessun vantaggio, poiché risulta evidente che il vero obiettivo del “campo” più o meno largo è quello di recuperare sul piano elettorale sia i settori dell’opinione pubblica progressista delusi dalla sinistra borghese sia taluni settori dell’astensionismo, per ottenere qualche scranno parlamentare spargendo illusioni sul mito della Costituzione borghese “inattuata” e sulla possibilità di governare a favore delle masse sfruttate e oppresse un sistema che è antitetico ai loro bisogni e alle loro aspirazioni.
Per questo motivo, prima ancora di discutere formule, proposte e programmi che altro non sono se non fumo negli occhi, nel caso peggiore, o pie illusioni nel caso migliore, è necessario chiarire da quale parte della barricata si sta: se da quella di coloro che sfruttano o da quella di coloro che lavorano, se da quella di un aggressore che possiede le nostre chiavi di casa o da quella di chi intende sbarrargli il passo, se da quella di chi fa il gioco della borghesia monopolistica o da quella di chi comprende che l’unica vera alternativa ai mali del capitalismo è il potere popolare sotto la direzione della classe operaia.
Eros Barone
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Nota Bio
Eros Barone, docente di filosofia e storia nei licei, ha curato il libro collettaneo Ripensare la forma-scuola. Analisi e proposte, Franco Angeli Ed. (2006). Nel 1995 ha costituito il Centro Italiano di Studi Engelsiani, promuovendo convegni e iniziative su temi filosofici, scientifici e letterari. Collabora con il quotidiano La Prealpina e con la rivista telematica VareseNews. Ha pubblicato nel 2001, Le armi della critica, prima sintesi del proprio percorso politico e intellettuale, cui seguirà Una guida per l’azione, di prossima pubblicazione.

Capisco perfettamente il punto sulla tempesta come manifestazione del cambiamento inevitabile, come descritto da Barone.