L’Onda e il Raccolto di Mario M. Gabriele
Adam Vaccaro
Mario M. Gabriele, Every Life, Mixage, Storytelling, Poesia Report, New Art, Campobasso,
Febbraio-Dicembre 2025
Per una restituzione della sintesi tematica e creativa che innerva anche queste ultime quattro pubblicazioni del 2025, di Mario Gabriele, devo riprendere il filo rosso evidenziato nelle mie recensioni di Red Carpet (2023) e di Reperti metropolitani (2024). Titolavo la prima, “Essere o Morire – moltiplicando sensi e realtà”, e la seconda, “Moti d’Essere tra Tempo e Nulla – Entro gli orizzonti distopici contemporanei”. Ora, queste quattro raccolte pubblicate nell’arco del 2025, sono un frutto del tutto inusuale, che evidenzia una urgenza che si traduce in testi, al tempo stesso autonomi e interconnessi, come le dita di una mano, che vanno a dare forma a un bisogno di ripresa auto-antologica del proprio percorso, corredati da consistenti introduzioni e note di riflessione storico-critiche, oltre che (in Poesia Report e soprattutto in Every Life) da appendici e consuntivi della critica, accompagnati da elenchi di volumi pubblicati e opere pittoriche dell’Autore. Un arco riassuntivo di un percorso espressivo, che vuole riaffermare, pur senza ansie egocentriche, una sorta di foto identitaria per chi la conosce poco o per nulla.
Nello sviluppo della propria ricerca espressiva, ogni autore ribatte su tasti che replicano in forme diverse lo stesso testo. Ossessione creativa che anche in Gabriele tali accenni si confermano. In primo luogo, ogni sua raccolta tende a una struttura tematica auto-antologica, connessa alla tensione a uno sguardo totalizzante della realtà vissuta, su entrambi i versanti, emozionale e razionale, con conseguenti tonalizzazioni che vanno dall’empatia al distacco critico, ironico e sarcastico. Con al centro una mozione critica, senza la quale il moto di canoscenza del poièin più ricco rimane aleatorio. Evidenziavo infatti rispetto a sul primo testo (Red Carpet) la sua “summa del lungo percorso dell’Autore…con echi più tesi a sommità che somma…di un ossimorico canzoniere-oratorio entro l’orizzonte distopico della totalità tempo-spaziale in cui stiamo vivendo, fase di hybris che, mentre rovescia in ottimismo idiota l’ironico avviso leopardiano di Magnifiche sorti e progressive, ci degrada in crescente e inesorabile disgregazione”. Il che implicava la domanda imposta da ogni realtà; “Che fare e dire in tale contesto?”.
Alla quale, Gabriele – come fa sempre in coerenza con quanto detto – rispondeva con una Nota dell’autore in apertura del libro, con cui sentiva il bisogno-dovere etico di sintetizzare per il lettore “la sua visione e la relativa azione creativa”. In cui, da un lato riaffermava, sull’incessante crinale tra nuovo e tradizione: “Esistiamo perché esiste la tradizione: è la nostra madre. Il nuovo non può cancellarla. Deve solo integrarla e mutarla.”. Dall’altro innestava la propria scelta, di un linguaggio che definisce “tecnologico ed extra territoriale”, cercando in tal modo di dare corpo a ciò che oggi “manca…la coscienza del poeta nello scrivere”, non in astratto, ma in rapporto al contesto di una “società commerciale” fondata su “sfruttamento economico”, in cui “il Tempo annienta l’esistenza riducendola a perenne Vuoto”. Ne scaturisce, per l’Essere heideggeriano, “un chiuso perimetro all’interno del quale non vi è salvezza”.
Sono nuclei di senso approfonditi poi, leggendo il libro del 2024, lungo la personale circumnavigazione dell’orizzonte contemporaneo, ancora più focalizzato sul suo vuoto distopico e la relativa percezione “del Tempo, nomos…di una ricerca di pensiero critico rispetto ai degradi in atto, nella lucida coscienza che ogni identità collettiva è definita in primo luogo dalla percezione del tempo…radicalmente diversa entro i caratteri…di ogni forma di Civiltà. La quale crea un sistema di valori…come orizzonte migliore e non superabile, nel tempo presente e nel futuro.” Un orizzonte globalizzato e metropolitano, dominato da tre principali teste imperialistiche (USA, Russia e Cina) che tendono a cancellare il valore di ciò che lo ha preceduto. Ne deriva la pretesa di un punto Zero, da parte di una delirante onnipotenza finanziaria e tecnologica che, con una malsana assonanza col termine greco (hybris) delle derive di onnipotenza, fa dell’ibrido uno dei suoi illusori marchi di progresso”, fino a “progetti di transumanesimo in mano a un domineiddio che cambierà ogni connotato umano finora conosciuto.”
A partire da tali crinali, quale orizzonte continua e cambia questo ultimo gruppo di testi del 2025? Mario Gabriele, oltre che amico e corregionale molisano, è un caso letterario che vive appartato a Campobasso, ma dal suo fortino illumina e restituisce il mondo, con occhi al tempo stesso distaccati e partecipi, posti su un corpo d’onda creativa e critica, “per ampliare il tetto delle conoscenze estetiche nel campo della semiologia, dallo strutturalismo alla linguistica, tra il sapere quotidiano e il sapere scientifico, tra ideologia e scienza”, come ribadisce col suo consueto approccio totalizzante, nel lungo saggio introduttivo de Il pensiero critico nella società di ieri e di oggi, pp.5-29, in EVERY LIFE, febbraio. 2025, testo più esteso rispetto a quelli inseriti anche nelle altre dita della mano. Con i quali continua a ribadire le sue linee portanti, pur sottolineando altre tappe significative, tra le quali (in Storytelling) ricorda ad esempio la sosta e la collaborazione con la poesia kitchen, di cui inizialmente apprezza la “piattaforma poetica, come desiderio di cambiare le carte in tavola”, ma poi non riesce a condividere testi ”senza un fine logico” di un “automatismo lessicale” e disarticolazioni verbali in cui l’io è più spettatore che operatore.
In ogni caso, il corposo testo critico di Every Life rimane padre e madre, androgino, di un’Onda creativa che nel 2025 sfocia in queste quattro pubblicazioni. Con esso viene offerto al lettore uno sguardo-piedistallo di poetica, su cui si fondano i testi poetici, non solo, come detto, delle raccolte in oggetto. Le quali, nonostante le specificità, con capitoli e tappe ricapitolanti un lungo percorso, tendono ad assumere nell’insieme caratteri poematici. Al fine perciò di illuminare i sensi espliciti e impliciti delle poesie, è bene riprendere almeno i tratti più significativi del filo rosso del suo pensiero critico, che ripercorre le vicende letterarie dell’ultimo secolo con appassionata ricerca delle proprie ragioni e scelte formali. Le quali sfociano nella tensione evidenziata a una totalità conoscitiva dell’orizzonte contemporaneo, di un Occidente che si pone come vertice di civiltà dell’Universo-mondo, mentre continua a generare condizioni di distribuzioni della ricchezza prodotta opposte a una accettabile e più giusta ripartizione sociale, con poche decine di persone che ritengono civile l’appropriazione della ricchezza prodotta da miliardi di esseri umani.
La quale è peraltro la fonte, da un lato di deliri di onnipotenza, che continuano a progettare guerre, genocidi e orrori crescentii, dall’altro degradi antropologici di ogni genere, entro una veste ideologica di libertà e democrazia che nella realtà produce disgregazione di ogni senso di comunità (quale è peraltro nei progetti e dettami del neoliberismo), con guerre tra poveri, droghe di ogni tipo, criminalità, abbrutimenti, consumismo demente. Condizioni che generano sensi di vuoto e chiusure distopiche. Se tale orizzonte spinge a una resa nichilistica, quale è la reazione attiva di ogni voce che non voglia arrendersi a tali disperanti condizioni? È sempre stata quella di riaffermare il diritto a un’altra visione di civiltà, degna della migliore umanità, quale incarnata dai suoi vertici del pensiero e dell’espressione, non solo occidentali, a partire da una critica che qui e ora continui a immaginare un altro e oltre antropologico. Credo sia in questa postazione critica la scelta di elezione della lingua inglese, sia nei titoli che in molti nomi dei personaggi che, tra realtà e immaginazione, popolano il mondo restituito da Gabriele.
Il saggio suddetto si muove pertanto sui crinali di tale complessità sociale, con cui la più alta cultura occidentale ha interagito dialetticamente e fenomenologicamente, a volte subendola, ma a tratti acquisendo capacità di disegnare la visione critica di un Oltre – capace di “ampliare il tetto delle conoscenze estetiche nel campo della semiologia, dello strutturalismo e della linguistica, tra il sapere quotidiano e il sapere scientifico, tra ideologia e scienza, al fine di rendere capillarmente selettiva l’azione comunicativa della critica, che con la psicanalisi riesce a proporsi attraverso le interpretazioni estetiche di Freud.” L’approccio critico di Gabriele, parte con ragioni, proprio dalla critica alla critica, rilevando che sono “pochi i critici che assolvono alla loro funzione mediatrice con la letteratura”, anche “etichettandola ‘luttuosa’”, per il suo rilievo di “perdita degli oggetti e dei soggetti…amati e poi perduti per sempre”, letteratura “luttuosa”, innervata nelle perdite ingenerate dal furioso moto innovativo del ‘900, formalizzata “in maniera determinante” da “Melanie Klein (1882-1960)”, come già peraltro nell’icona creativa di tale tematica, quale è la proustiana ricerca del tempo perduto.
Da qui l’analisi prosegue con una cavalcata che attraversa tutto il ‘900, ricca di stimoli e riflessioni anche in chi ne ha già fatto oggetto del proprio percorso, perché va oltre ogni poetese chiuso in un Parnaso o attardato in glasse di poesia dei tramonti. Ogni sua faglia e nome, amati o odiati e respinti, sono attraversati per riportaci dove siamo, e sul fare di un poièin capace di dirlo, senza arrendersi alle sue dinamiche antiumane. Uno dei sassi rimasti sulla punta di stivali, che pur cavalcando continuano a far male, è la tappa trionfale de Le plaisir du texte, “affrontata da Roland Barthes”, da cui derivarono, da un lato deliri di un neoliberismo poetante di “speramentalismo tout court”, dall’altro “curatori…sordi e ciechi…promotori di un razzismo etnico-culturale…degli anni Cinquanta-Sessanta”, in parallelo a scritte nel contesto sociale, non solo a Torino, ’Non si affitta ai meridionali’. Col che viene confermata “la tesi di Julian Huxley e Alfred Haddon” sul razzismo, che “non è scritto nei geni, ma è un prodotto della nostra cultura”. Un sasso non piccolo, che il Cavaliere si toglie denunciando l’invisibilità di poeti, “offuscati da pregiudizio meneghino o lombardo-veneto”.
L’analisi prosegue con puntuali richiami, tesi a ricomporre il panorama unitario della poesia italiana, sopra e sotto il “il 40° parallelo” (citando Non due ma cinquanta anni di poesia, di G. Manacorda). E la cavalcata assume, via via, caratteri di volo su un surf liberatorio, sull’onda di un bisogno di conoscenza critica ed autocritica, senza la quale si rimane preda di meschini schemi campanilistici, talché il rifiuto di “ogni tipo di giaculatoria e di sconcertante meridionalismo critico inutilmente recriminatorio”. Rimane il nodo di poteri editoriali, di poche Case editrici, che tendono a costituire cattedre inesistenti di qualità, con cui delegittimano ogni valore al di fuori del proprio circuito di potere. Scenario complesso, di valori e disvalori riscontrabili sia tra le più grandi, che tra le più piccole, case editrici, rispetto al quale non c’è una critica adeguata, dello stato affollato e ininfluente della poesia italiana contemporanea, rimasta senza pubblico (come denunciato da Berardinelli), cui negli anni ’80 Antonio Porta, provò a rimettere sul banco di lavoro il suo Progetto comunicazione.
L’onda cavalcata da Gabriele affronta dunque la complessità attuale sul crinale che congiunge criticamente testo e contesto, con un atteggiamento che ritengo raro e prezioso, perché insieme aperto e impietoso, in primo luogo verso i propri limiti, alla ricerca di superamenti. La scelta della lingua inglese, sopra sottolineata, è connessa alla personale tensione al superamento di ogni provincialismo, rispetto a un orizzonte che con ”L’avvento di internet ha rivoluzionato il mondo della comunicazione” e “una vera mutazione antropologica dai risvolti imprevedibili”. Ritengo si riconnetta a tale orizzonte problematico la scelta espressiva sintetizzata nella Introduzione a Poesia Report: “Questa plaquette… si avvale di eventi storici e contemporanei, citazioni di musica Jazz, di cantanti e scrittori, titoli di romanzi best seller, tra atmosfere colloquiali e itinerari del subconscio, senza alcuna egomania, dati gli impulsi psicodinamici, che arricchiscono l’estetica di un linguaggio Web e anglosassone, attraverso la frantumazione di frammenti e distici della instant poetery. (p.17);
E seguono alcuni versi tratti da ciascuno dei quattro libri.
Da Every Life:
“Ci fu chi disse che la poesia è un mare/ dai molteplici affluenti” (p.37);
“C’era un’avanguardia/ che non credeva nell’immunità di Harry Potter/ nell’ultimo software rimasto su Instagram” (ibid);
“Le periferie sono diventate angoli del Bronx,/ Lory cantante di funeral blues, sembra Woopi Golberg in Sister Act. (p.40);
“Navigazione a vista/ porti occupati./ Coney Island” (p.68);
“Postmoderno./ Battesimo di letteratura/scivolando verso la fine. (p.69);
“La nostra storia non muta/con i violini di Salvatore Accardo/ e Paganini.” (p.130)
Da Mixage:
“L’esistenza? Un problema mai risolto/ dopo il Big Bang e Dio in vacanza” (p.3);
“Su Instagram c’è sempre qualcuno che cerca/ identità ed evoluzione.” (ibid);
“Se rimango in pausa/non pochi sono/ i TikTok che affollano la mente.” (p.7);
!Tempo che passa,/ tempo che torna,/ mi sai dire chi era Gloria Geynor” (p.8);
“Ho pensato molto a ciò che sei;/ frammento,/ neve,/ polline di primavera.” (p.9);
“’Signorina Klipster si accomodi qui./ Lei sa quanti morti si portano dietro Godot/ e la Poesia’?! (p.8 bis);
Da Storytelling:
“C’è motivo di ispirazione in giro/ per Gaza e Haifa.” (p.1);
“Penso a te, in questi giorni di flottiglia aerea/ su città e knesset.” (p.3);
“Milly si era accorta che il vero businens/veniva da Nuova Daly con i pronostici dei guru. (ibid);
“Chi l’avrebbe mai detto/ che una rivoluzione social/ portasse ad una identità mai omologata? (p.10);
“ I selfie che più resistono al tempo/ sono quelli in bianco e nero.” (p.20);
“Quando mi dicesti che volevi fare il Ranger/ pensai subito alle baby gang.” (p.21);
Da Poesia Report:
“Il Big Match era appena cominciato” (p.21);
“La parola viene dalla sfera affettiva e volitiva” (p.30);
“Sarà la psicologia analitica di Jung/ a fornire le caratteristiche di un soggetto.” (ibid);
“Oh my God! Qui restiamo soli/ senza telepass per il Paradiso.” (ibid);
“Termpo che passa, tempi di rivisitazione/ verso le cose perdute-” (p.32);
“Dona qualcosa anche a Save the children,/ Prevedo un anno oscuro.” (p.33);
Sono frammenti, briciole seminate da un pollicino che vuole farsi ritrovare, o piuttosto gocce e spume volanti su un’onda creativa e una sete conoscitiva che costituiscono l’anima e il fare della totalità critica, poetica e umana di Mario Gabriele – ostinato cavaliere su un surf disarmato e resistente sul nulla promesso da un mare distopico, cui prova a resistere immaginando di planare su un pur invisibile Oltre.
Febbraio 2026
Adam Vaccaro

caro Adam,
hai fatto un reportage critico e visivo delle mie opere riportando le copertine dei miei volumi anche su Facebook e nel tuo sito sempre aperto ad ogni presentazione di poeti che trovano una via di accesso fuori dalle egomanie di influencer e di autori monotematici e surrealisti presenti in vari blog. Tu hai fatto molto come critico e divulgatore dei miei volumi, cosa cui nessun altro è stato capace di fare. Ritengo tu e Vincenzo Petronelli i migliori esponenti della critica di oggi, che ha bisogno di recettori dalle ampie aperture rivelatrici del linguaggio occulto, attraverso la psicologia cognitiva. Grazie di tanto impegno che mi aiuta a vedere orizzonti migliori.
Caro Mario, sono felice del tuo riscontro, che moltiplica le energie immesse nella passione comune e condivisa, dando un esempio alle prevalenti egolalie, interessate solo a se stesse. Per tale ragione sarebbe utile inserire questo tuo commento anche nel post in fb.