Civette e Container – Edoardo Piazza

Pubblicato il 9 agosto 2025 su Resoconti Esperienze da Adam Vaccaro

Edoardo Piazza, Civette e container, Edizioni Ensemble, 2025

 Letttura di Margherita Parrelli

Civette e container, ultima raccolta di Edoardo Piazza, è un lavoro sul silenzio detto e il rumore taciuto. Seguendo la dichiarazione con la quale l’autore ci lascia nella nota finale, la sua ricerca poetica esplora il mondo pre-razionale e cerca una forma espressiva che stia nel flusso di coscienza, nella quale l’atto premeditato sia solo nella postura iniziale. Più che una dichiarazione, in effetti, si tratta di uno statement, un atto linguistico che tiene etimologicamente insieme la verbalità e la postura

Il poeta dà parola mostrando, il suo oggetto poetico non vuole lenire né circuire chi legge, ma risvegliare la sua capacità di accedere a una visione capovolta, sovrapposta, inaspettata del reale, scardinandone i riferimenti e i miti.

La parola poetica di Piazza è diretta, indagatrice, empirica nel senso del rimanere ancorata alla realtà, pur facendola risuonare dell’altrove, stratificata, ricca di riferimenti, ma è anche una parola sonora, che non cerca il senso logico a ogni costo quanto il ritmo.

I suoi componimenti trasudano della sua città, sanno di Roma, ne sono impregnati, ma senza che egli ne sia limitato, così lo vediamo muoversi in altri luoghi, nei molti non luoghi, nel luogo dell’inconscio. Fra tutti vi sono quelli statunitensi, mediati dalle opere della beat generation, degli artisti della pop art e della street art.

La civetta di Keith, il testo che segue, respira, è animato dai temi cari a Piazza e la civetta porta il nome dell’artista statunitense Haring, uno dei maggiori rappresentanti del graffitismo metropolitano. Sono tanti gli indizi che bisogna saper decodificare per apprezzare a pieno una scrittura che si propone di essere una poetica.

La civetta di Keith respira

canti e metropolitane

sta appesa a una strofa su foglio di carta

certa e non morta vigila su Sparta

e sul traffico moderno.

Adora l’incanto di adorno bosco che sarà mobile

quando la costellazione virerà

al tempo dei furgoni.

Mano proverà a trattarla e le consentirà

il volo

binocolare e astuto –

nella dolce corazza di piume –

sul fiume astuto occipitale

e sulle Esperidi di cemento arboreo.

In La noia di Polifilo dal cuore di Roma più glamour, Trinità dei Monti che affaccia su piazza di Spagna, uno sguardo spietato e surreale sui palazzi storici e le vie dello shopping di lusso.

 Dovrei imparare ad annoiarmi come tuo padre –

sacro cuore di Trinità de’ Monti –

siamo disabituati a stare bene.

L’azzurro cane a tre zampe

dice che il lavoro è una droga.

L’acre palazzo di turpitudini

sostiene che è per non pensare,

per non avere i sandali dei coraggiosi.

I cani dei ricchi fanno più rumore dei cani dei poveri.

Agar e l’angelo mi han detto che il vuoto è il costume,

la tavola sciaterica dell’esistere,

la consunzione di Polifilo,

decalcomania per cipressi.

In Summer ’17  un esempio di parola sonora.

Grandi, grondanti, intensi

umori pesanti,

magici e iniqui,

sorprendenti.

Gonfio, rimbombo, implodo,

medico ferite inesistenti,

imprecise,

caotiche.

“Denti più bianchi di così non si può,

se fumi”,

e la bocca ne ha gli aromi,

del fasto maligno

del calidio.

Dietro le spalle due chiodi immaginari

che mi tengono su,

altrimenti cado.

Madido,

unto di pozzanghere e schifo,

finalmente vibro

e mi contento.

Margherita Parrelli

One comment

  1. Edoardo ha detto:

    Grazie mille per lo spazio e per l’attenzione! Un caro saluto poetico.

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