Sogni e Fantasmi di Mauro Macario

Pubblicato il 18 giugno 2026 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Solo i fantasmi sognano, cortometraggio.

di Mauro Macario e Andrea Castagna (2025)

Nota critica di Laura Cantelmo

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https://pubblicazioniletterarie.altervista.org/nota-critica-di-laura-cantelmo-al-corto-solo-i-fantasmi-sognano-di-mauro-macario-e-andrea-castagna/

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Il talento artistico di Mauro Macario fa dei suoi molteplici linguaggi un campo di continua esplorazione. Questo cortometraggio che lo vede attore, voce narrante, regista, autore dei testi e della sceneggiatura lo riporta alla professione per la quale si era formato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, operando poi a lungo in Rai e nel cinema. L’intento di ritirarsi dalla scrittura e da altre forme d’arte lo fa approdare a questo originale lavoro, sintesi della sua poetica. Attraverso i temi e i diversi linguaggi in cui si è cimentato egli sembra qui voler estendere i confini dell’esperienza passata, rimodellandola e dilatandone il mistero.

La sua storia di artista versatile e di sognatore è caratterizzata dall’intensità dello sguardo che sa indagare le profondità dell’umano sia nelle esperienze più intime che nella complessità degli eventi storici. Sentendosi sempre non-contemporaneo rispetto a un presente inaccettabile, Macario ha attraversato la Storia del suo tempo come “figlio del secolo “, consapevole del disincanto e della tragedia che spesso si cela tra le pieghe di ogni forma di aspirazione alla felicità. La passione per l’assoluto che lo caratterizza lo ha indotto ad immergersi senza limiti nella felicità e nel dolore e l’impeto vitale gli ha fatto bere fino all’ultima goccia il calice dell’esistenza, trovando nell’arte il solo strumento valido ad affrontare un mondo in cui non si identificava. Pur accettando con perplessità l’assunto “La vita è una festa” che troviamo sia all’inizio che a conclusione di questo film, egli sembra aprirsi al bilancio finale come interprete del fallimento del sogno utopico di una intera generazione, che fu sconfitta perfino in amore, scegliendo sempre “la più inaffidabile”.

La centralità del sogno e il senso di perdita – tra i temi fondanti della sua poesia- dominano le immagini dolcemente malinconiche o distopiche del film, come sfondo alla narrazione della classica metafora del viaggio che consente al fantasma, suo alterego, di “festeggiare la vita, anche quando se ne va” munito di una valigetta di sogni che custodisce le opere di alcuni autori a lui affini, Bukowski, Rimbaud, Pasolini, Verlaine…L’immergersi nella poesia che si dispiega lungo le sequenze significa per lo spettatore individuare le muse e i demoni che la ispirano, la vita che palpita tra le immagini, le musiche e le poesie. Ci si trova attoniti di fronte a uno spettacolo di immagini straordinarie, che si intrecciano emotivamente con i versi, immersi in un mistero da rivivere pienamente solo nell’intimità del cuore. Come spettatori possiamo semplicemente seguire la fabula che scorre sotto lo sguardo e l’intreccio che la connota: la storia di un poeta segnata dalle ferite e dai sogni che ne compongono l’ordito e la trama.

Quattro sono i personaggi: il fantasma protagonista, il Maestro, il clown e la donna. “E la nave dei sogni va”: la crociera prende il largo per festeggiare la vita che declina verso il tramonto. Nella scena iniziale alcuni colpi di pistola uccidono il protagonista: morte necessaria per intraprendere, come fantasma, un eliotiano “viaggio per acqua” sulla nave dei sogni, attraverso le passioni e le disillusioni del passato.Per il fantasma, quella primavera di illusioni e di delusioni che fu la contestazione giovanile traeva ispirazione dalle idee anarchiche – un sabba libertario- coltivate dal suo Maestro, Léo Ferré, noto cantante, poeta e autore-interprete di origine monegasca. Personaggio fondamentale per la sua formazione civile e artistica, la cui geniale intuizione consentì il dispiegarsi della sua prorompente vena poetica che doveva condurlo verso un altrove senza ritorno.

Il fallimento dell’utopia che alla fine degli anni ’60 voleva forgiare “l’uomo nuovo” aveva trascinato con sé anche altri sogni. Un refrain sconsolato – “ma non è andata così” – scandisce quel ricordo, che voleva ripetere le imprese di Gandhi e di Che Guevara. E del resto “troppa nostalgia” di quel sogno fa male al cuore. Declinando dall’elegiaco cimiteriale al tragico, le bellissime scene sono illuminate da un cielo percorso da bianchi cirri raminghi che volgono in minacciosi nembi, incombenti sopra i relitti tossici post-industriali, simboli di un capitalismo predatorio ormai vincente. Nel rievocare le perdite più brucianti – quella del padre adorato- famoso attore comico, rappresentato come pagliaccio di circo e quella, ancor più straziante, del giovane figlio, vittima di un tragico incendio, i testi che commentano sono scelti tra i più profondi e commoventi della sua carriera poetica. Anche la voce, con la dizione e l’intensità dell’attore, è la sua. Particolarmente commoventi i versi dedicati a quel padre immenso e mitizzato, dolorosamente frementi quelli di “Autopsia d’amore”, ispirati dalla furia blasfema dell’impassibile anatomopatologa, che con fredda precisione di burocrate compie lo strazio del corpo del figlio Massimo, sangue del suo sangue. Il grido del poeta diviene un’accorata sfida d’amore: “Quel corpo è il corpo del mondo […] Mi guardi / si fa così/ raccolgo / non asporto /raccolgo tutta l’età/ anno dopo anno/ lo sguardo che aveva/ la tristezza di solitudini sconosciute/il suo sopravvissuto odore di latte/”.

Alla fine, nel Giardino delle delizie, come figura angelicata d’ispirazione preraffaelita -appare la moglie, “la donna della casa sommersa”. A lei il fantasma affida le ultime volontà: coerentemente con le sue scelte di vita dovrà essere seppellito a Wounded Knee come l’ultimo pellerossa, superstite di una popolazione sterminata. Finché, avanzando lentamente tra le onde, la moglie/sirena, si riunirà in eterno a lui, ormai squalo guizzante nell’alta marea. La poesia come consegna immortale non può essere raccolta da chi la riceve se non per lampi ed emozioni, spesso intraducibili. Questo il lascito di un grande poeta, autore di questo film straordinario. Ed è anche il limite che si presenta a chi quelle emozioni vuole umilmente raccontare.

Milano, maggio 2026

Laura Cantelmo

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