Non Nel Nostro Nome – Recensione

Pubblicato il 9 luglio 2026 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Non nel nostro nome. Cento poeti italiani in difesa della dignità umana
A cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro, Edizioni Mondo Nuovo, 2025

Recensione di Matteo Veronesi

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https://incrocionline.wordpress.com/2026/07/07/non-nel-nostro-nome-cento-poeti-italiani-in-difesa-della-dignita-umana/

C’è qualcosa di dichiaratamente corale nel titolo di questa antologia. Non nel nostro nome è una prima persona plurale che rifiuta il singolare del potere, una voce che si vuole molteplice quasi che la molteplicità fosse, in sé, una resistenza. Il gesto dei curatori — raccogliere cento voci poetiche italiane in risposta ai genocidi, alle guerre imperialistiche, al deterioramento della polis — si compie in un volume percorso, come da un brivido, dal vitale attrito tra il manifesto e la poesia, tra la dichiarazione programmatica e la risonanza del testo.
Si ha, innanzitutto, una fotografia ampia e non provinciale della poesia italiana contemporanea. Vi sono voci già consacrate, come Magrelli o Conte, e altre meno note ma non prive di tensione, consapevolezza, vigore. Significativo spazio (più di quello che il sistema editoriale è di norma disposto a concedere) è dato alla poesia del Mezzogiorno. Siciliani, pugliesi, calabresi, abruzzesi dialogano con milanesi, veneziani, triestini, in un policentrismo che è già, di per sé, un atto critico. Viene in mente il richiamo di Gennaro Manna al “sapienzialismo” delle culture periferiche come “espressione di valori reali, vissuti, onorati”: anche qui, nelle voci dei margini, risuona qualcosa che il centro tende a rimuovere e rigettare.
Il pericolo maggiore di un’antologia costruita attorno all’impegno civile è quello di scivolare nell’elegia pubblica, nella denuncia che si accontenta di sé stessa, nella parola che addita il male senza incarnarlo. È un rischio che questa antologia, in molte delle sue voci migliori, affronta con soluzioni che meritano attenzione. A tratti la crudeltà padronale, l’arbitrio del potere, l’iniquità delle forzate migrazioni emergono proprio come in certi esiti del migliore realismo meridionale — da Vittorini a Scotellaro — con quella composta fermezza che è più tagliente del grido.
Proprio in questo scarto tra l’istanza etica e la sua codificazione si inserisce la tensione più feconda dell’opera. Se, come scrive Ivan Pozzoni nei suoi versi inclusi nel volume, dovremmo quasi «giustiziare l’idea stessa di giustizia» per strapparla ad ogni enfasi, ad ogni ridondante oggettivazione, l’antologia sembra precisamente raccogliere questa provocazione. La scivolosa indefinibilità, l’insidiosa natura sfuggente del tema diventano linfa vitale. Senza risolversi in trattato morale o teodicea utopica, l’idea di “dignità umana” trae forza proprio dalla sua polisemia, dalla sua forse usurpata plasmabilità fra le dita sottili o risolute dei poeti. Il magma è solcato da molteplici vie. La “resistenza” passa per l’esplorazione di un vuoto dove il «titolo d’artista» non è fregio, ma viatico che solca l’incertezza.
Questa sfida all’incerto che non rinuncia alla testimonianza documenta, quasi involontariamente, il registro forse dominante della poesia italiana di oggi. Il tono prevalente è quello di una dizione discorsiva, vicina al parlato ma non sbadatamente colloquiale, che rinuncia tanto agli eccessi del realismo più crudo quanto alle acrobazie dello sperimentalismo più radicale. La sintassi è tendenzialmente lineare, il lessico moderatamente sorvegliato, il verso libero costruito sull’andamento del pensiero più che su architetture metriche. È la lingua di chi ha assorbito la lezione del Novecento e l’ha, per così dire, cartografata e resa abitabile. Si tratta, potremmo dire con Baudelaire, di una modernitas che ha già metabolizzato le proprie avanguardie e lavora, con strumenti sobri, a “rendersi degna di divenire antichità”.
Tanto più significativo, allora, quando il registro del tono medio viene incrinato da una sorta di lirismo mitologizzante, un residuo archetipico che riaffiora qua e là come se la crisi del presente riattivasse, per reazione, più profondi impulsi di sublimazione. Come in una spirale di secoli, certe immagini primarie ritornano trasfigurate: il mito, la Madre, la caverna, il fuoco.
Questo soprattutto nelle voci femminili. Annamaria Ferramosca, ad esempio, discende nella preistoria — “ero là abitavo quella grotta / lavoravo l’amigdala” — per poi risalire nel presente con l’intera catena delle sue stragi, come se solo l’origine rupestre della parola potesse reggere il peso della storia. La movenza ricorda, se vogliamo, la discesa al Porto Sepolto che pure è nutrimento della modernità. Gabriella Galzio porta in dote una densità simbolica radicata nel mito femminile arcaico — Ishtar, Sofia, la Grande Madre — che nel contesto circostante risuona come una memoria lunga, ostinata, sciolta dalla contingenza.
Lino Angiuli scrive addirittura in uno spagnolo arcaico, quasi sognato — “A veces septiembre apparese muy lindo / y eterno para este pintura de vidrio” — quasi una lingua della memoria mitica che precede la storia: una nenia adulta, una lingua d’invenzione che cerca, nell’artificiale arcaismo fonetico, la purezza di un sentire anteriore alla Babele del presente. Marco Guzzi porta la tensione escatologica della sua ricerca spirituale. E qualcosa del Sacro affiora, come un preesistente e persistente fondale, anche in alcune delle poesie più laicamente impegnate e vibranti.
L’essenza dell’antologia dimora nella tensione viva tra voci diverse, riunite da un comune imperativo etico che ciascuna declina a modo proprio. Il risultato è un volume che vale come specchio fedele di una stagione della poesia italiana: non verginosamente sperimentale, né marcatamente lirica; ma intenta, in queste pagine, a cercare, sia pur con misura e compostezza, di non tacere davanti al mondo. La parola si nutre di ciò che l’ha preceduta. Nei momenti più alti, la memoria si fa forma, e la forma diventa, essa stessa, “resistenza”.

Matteo Veronesi

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