Mauro Sambi, Cura, Ronzani Editore, 2024
Premio Lerici 2025
Nota di lettura di Margherita Parrelli
Nüchtern.
Nella sensazione delle poesie di Cura la parola tedesca nüchtern è arrivata. La poesia di Mauro Sambi è sobria, non nel senso di priva di ebbrezza, anche se l’ebrezza non è la sua cifra, e neppure pienamente nel senso di moderata, controllata, disadorna, sebbene sia il linguaggio, ricercato e colto, che la scelta di rientrare nella rima rendano il ritmo di Cura in certo qual modo controllato, ma nel senso etimologico e delle connessioni semantiche che l’aggettivo nüchtern porta in sé. Nüchtern deriva dall’incontro della parola latina nocturnus con la parola del medio alto tedesco uohta e di quella uchte comune nello stesso periodo nelle lingue parlate nella Germania del nord, che ugualmente significano notturno e notte.
Vi è qualcosa oltre la sobrietà nella parola poetica di Sambi che, a mio avviso, conserva l’atmosfera della notte, non di una notte fonda ma di quel tempo crepuscolare, di quella lenta dolcezza dello spengersi del giorno. Rimanendo in osservazione sull’orlo della parola, nüchtern appartiene a quei vocaboli introdotti nel tedesco dalla lingua dei monaci, i quali indicavano per questo tramite lo stato di primo mattino, che precede l’assunzione di cibo e di bevande e consente una chiarezza di pensiero, propizia alla preghiera meditativa. Quindi uno stato che dalla tenuità della luce fa scaturire il chiarore della visione:
“preambolo, promemoria
Salva, piccolo scrigno,
soltanto qualche traccia
del sapore ferrigno
del male che minaccia
molti (e me) col suo ghigno
di serpe; ma ti piaccia
soprattutto, benigno
con noi prima che faccia
buio pieno, salvare
ogni indizio di festa
che segna la discesa
a fondo valle, presta
ogni attenzione a dare
spazio alla luce illesa.”
Morbida scorre la lingua di Cura mai assopita, lucida: “Più nitido il contorno/ ormai della mia morte,/ meno ambiguo di giorno/ in giorno, meno forte/ lo sforzo disadorno/ a guardia delle porte”, malinconica: “(…). L’uno accanto all’altro/ ora sediamo all’ombra di questi alberi/ grandissimi che hanno visto succedersi/ e finire molte infanzie. (…) Inizi a frantumare/ il tuo macigno. Ti ascolto. Ogni tanto/ annuisco. Vorrei lasciarmi andare/ non so se al pianto o a un abbraccio paterno”, mai rinunciataria, in bilico tra la caduta e l’elevazione, conscia della limitatezza umana e della dimensione eterna che la attraversa, la pervade, a tratti infastidita dal logoramento del quotidiano, dalla mancanza di educazione all’ascolto: “Mi dicono: anch’io/ perdo il filo, dimentico / tutto, m’incaglio, anch’io/ deraglio tra momenti/ di buio e sfinimenti (…) Miei cari, vi comprendo:/ tener fisso lo sguardo/ sul male nella carne/ di un altro senza farne/ uno specchio è un traguardo/ duro – molti si arrendono”, sferzante: “Basta. Fèrmati e leggi/ con occhi nuovi i nuovi/ contorni”.
Sospeso sul “che cosa accadrà” il poeta ha ricordi vivi, intensi, capaci di illuminare il presente e rendere i gesti ricolmi d’un amore che risuona, e conforta:
“Quando la sera, piano,
prima di addormentarmi
si muove la tua mano
dolcemente a sfiorarmi
le mani esauste, a darmi
pace dentro al pantano
che m’impregna di allarmi
il corpo, più lontano
mi appare lo sgomento
e perfino irreale –
se nel gesto pudico
l’avversario del male
dissolve il mio tormento –
della resa al nemico.”
Infine la musica. I richiami espliciti e quelli sottesi alla tradizione musicale classica percorrono l’intera raccolta. Si riverbera la musica nella scelta lessicale, lasciano tracce sensibili nei versi i testi dei Lied. Un ordito complesso che, insieme alla sedimentazione della parola poetica, crea una sensibilità di fondo e permette a Sambi le splendide traduzioni dei sonetti di Shakespeare.
Infine la musica che giunge attraverso i versi del poeta e fluisce nel potente richiamo all’ultimo dei Vier letze Lieder di Strauss, Im Abendrot, nel rosso della sera, piuttosto che nel tramonto, che ci mostra quanto dolce sia perfino il morire, quando tutto sia stato detto. Una musica che interpreta le suggestioni del testo di Eichendorff, lo sospende, donandogli la dimensione del sogno, lo amplifica, lo rende eco, magnificenza, evaporazione. Infine la musica, suono, dissolvenza, poesia.
Margherita Parrelli

Il mio grazie sentito a Margherita Parrelli per una recensione che, nella misura difficile della nota breve, riesce a essere densa di intuizioni originali, intensa e coinvolta. Grazie, infine, per il particolare rilievo dato alla ‘variazione’ sul tema del Lied di Eichendorff/Strauss nell’economia complessiva del libro.