Anticipazioni
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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo.
Redazione di Milanocosa
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Testi inediti di Pasquale Vitagliano
Con una Nota di lettura di Adam Vaccaro
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Nota di poetica
In un momento di drammatica crisi della cittadinanza, nazionale, internazionale e forse persino umana, la poesia sente più urgente la necessità di non consentire alla parola di evaporare. L’afasia e l’autismo sociali chiedono alla lingua di trovare la strada del proprio significato e di ristabilire una connessione con l’azione umana. La poesia quale linguaggio del fare e lingua del cambiamento non deve cedere al ricatto accomodante della consumabilità, oggi più che mai deve invocare la propria dissonanza. La poesia è una forma di logopedia. Ci permette di riconoscerci cittadini e cittadine dell’unica patria legittima, il mondo intero.
Pasquale Vitagliano
La legge fondamentale
Ancora canta questa carta sporca
Dell’orma montana col tempo scolora
Che l’orma montante da tempo calpesta
Allo scopo ferale di entrare in gioco
Tiene già pronta la propria carta
Che senza spartito ogni canto è sfumato
Il grido ne ha preso il posto sul palco
Del torto che il successo veste di ragione
Più rumorosa di tante piccole ragioni
Che la confusione ha mutato in torti
Che i tamburi spaventano chi è fuori dal coro
Già pronto per lo stigma e l’imballaggio
Dentro il condominio della pace sociale
Che non ha bisogno di cardini fondamentali
Ma di semplici tabelle millesimali
Eppure in questa notte italiana davvero
Più delle idee che vanno a morire
Saranno i ricordi di quando eravamo scolari
A insegnarci che la libertà è solo una canzone
Ma noi la dobbiamo cantare senza stonare.
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Una vita in coda
Dalla culla alla bara
Quante file abbiamo dovuto fare?
Per riempire la gavetta di pane e di rose
Senza necessità di aspettare un decreto
L’attesa è lo stemma di questo consorzio
Dietro e avanti a un altro che non salti la fila
Che pure questo scansare è il nostro destino
L’ombrello ti viene in faccia sotto la pioggia
Sotto il sole più stretta è la calca
Ti scopri amico del tuo vicino sempre che
Non sia lui a saltarti perché questa è una guerra
Cosa c’è di più fredda di una sala d’attesa?
O più desolata di una coda senza rimedio
Ciascuno con in mano il suo numerino
Noi sans papier come i sans papier
Ci affidiamo alle carte e confidiamo
In un lascia passare che resti universale
E non un Jolly che alla bisogna
qualcuno tiene nella manica
finché l’educazione civica è un gioco da tavolo.
*
Il re è matto
L’abbiamo provato davvero,
ce l’hanno persino cantato dal palco
che il re è matto e non perde mai
perché cambia le regole come vuole.
Tutti giocano ai quattro cantoni,
mimetici, ora lupo, ora rondine,
a confondersi a seconda del seggio
occupato, attoniti per non restare fuori,
Io invece ho lasciato la mia sede vacante
e mi ci sono seduto di fronte
per vedere com’ero a distanza.
Non è rimasta vuota per molto
perché come in natura anche
tra noi abbiamo orrore del vuoto.
Ho sperato di rivedermi nel doppio
in mio luogo e invece era un altro che
vanamente si è messo là dove stavo io.
Abbiamo aspettato invano
uno di fronte all’altro, senza guardarci
entrambi sorpresi, meccanicamente pronti
a scambiarci di ruolo.
*
Giustizia
La poesia senza giustizia
lascia più sola la parola .
Se ciò che resta del panorama
è solo un letto tra le macerie
il cielo sopra una stanza
lancia un grido che zittisce
qualsiasi canzone.
*
Nota Biobiblio
Pasquale Vitagliano, nato a Lecce nel 1965, vive in Puglia. Poeta e critico letterario. Scrive per le pagine culturali de Il Manifesto. Ha pubblicato numerose opere di poesia, ma anche romanzi e saggi critici.
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Nota di lettura
Questi testi offrono epifanie di coraggio e sfida, qui ed ora, “In un momento di drammatica crisi della cittadinanza, nazionale, internazionale e forse persino umana”, di una poesia che “sente più urgente la necessità di non consentire alla parola di evaporare”, per cui invita a non tacere, a non sfociare in supponenze intellettualistiche conniventi – consce o inconsce – che credono di volare alto, mentre rimangono a crogiolarsi in patetici arzigogoli fuoriscena al pari de “L’afasia e l’autismo sociali”. Sono livelli diversi, ma tutti consustanziali ai risultati dei fondamenti voluti dall’ideologia e dagli interessi neoliberisti, tesi a un tessuto sociale disgregato.
Uno stato di cose che è consono all’urlo tatcheriano di decenni fa, “la società non esiste, esiste solo gli individui”. Un delirio egolalico che nega alla radice l’essere sociale del singolo, e non può non sfociare nell’orizzonte caotico, distopico e violento in cui siamo, rispetto al quale gli inediti di Pasquale Vitagliano si fanno carico di una voce che è a un tempo, etica, epica e politica, perché rivendica il diritto di cercare accordi di sensi e musica, per restare umani.
Sono versi che chiedono “alla lingua di trovare la strada del proprio significato”, nel sogno utopico ferocemente negato dal dominio in atto, di un medium capace di restituire sensi condivisi di critica e “azione umana”. Si può pensare ancora una “poesia quale linguaggio del fare e lingua del cambiamento”? Non un dolciastro confort food, per alzare serotonina e dopamina, ma capacità di parola, “logopedia” e farmacon di ripresa di una solidale patria sociale?
Questi versi provano con forza a dare risposte e corpo a tale bisogno resistente e inciso nella loro “carta sporca”, bisogno rivendicato nonostante le sopraffatte sordità catatoniche o le supponenze ridicole assise su scranni appartati: se “Saranno i ricordi…/ A insegnarci che la libertà è solo una canzone”, sta a noi “cantare senza stonare”, E “Se ciò che resta del panorama/ è solo un letto tra le macerie”, la scelta è tacere e limitarsi a prenderne atto? O provare a cercare almeno l’urlo vitale di un eros irredento, che continua a “lanciare un grido che zittisce/ qualsiasi canzone.”, se rimane in una gabbia rassegnata e impotente, falsa e connivente?
Adam Vaccaro

Ricevo con piacere e registro per ragioni tecniche per conto di Pasquale Vitagliano, il commento che segue:
Ringrazio Milanocosa per aver ospitato dei miei testi di un percorso civile più esplicito. La poesia quale linguaggio del fare e lingua del cambiamento non deve cedere al ricatto accomodante della consumabilità, oggi più che mai deve invocare la propria dissonanza. La poesia è una forma di logopedia. Ci permette di riconoscerci cittadini e cittadine dell’unica patria legittima, il mondo intero.
E mi ritrovo a pieno nelle parole della nota Adam Vaccaro: “Uno stato di cose che è consono all’urlo tatcheriano di decenni fa, ‘la società non esiste, esiste solo gli individui’. Un delirio egolalico che nega alla radice l’essere sociale del singolo, e non può non sfociare nell’orizzonte caotico, distopico e violento in cui siamo, rispetto al quale gli inediti di Pasquale Vitagliano si fanno carico di una voce che è a un tempo, etica, epica e politica, perché rivendica il diritto di cercare accordi di sensi e musica, per restare umani.
Sono versi che chiedono & ‘alla lingua di trovare la strada del proprio significato’, nel sogno utopico ferocemente negato dal dominio in atto, di un medium capace di restituire sensi condivisi di critica e ‘azione umana’. Si può pensare ancora una ‘poesia quale linguaggio del fare e lingua del cambiamento’? Non un dolciastro confort food, per alzare serotonina e dopamina, ma capacità di parola, ‘logopedia’ e farmacon di ripresa di una solidale patria sociale?”
Grazie ancora
Pasquale Vitagliano
Pasquale Vitagliano pone in rilievo con forza e convinzione un tema fondamentale che dal Novecento rimbalza in maniera prepotente sino ad oggi: il rapporto fra parola e ideologia. La parola attualmente non può essere quella della carta sporca dei giornali italiani, veicolo di menzogna e di propaganda, né la neolingua impoverita e anglicizzante dei social. La parola è un ordigno fra le mani del poeta ed egli deve essere ben cosciente del processo selettivo del suo lavoro di cultura: né una parola asservita ai meccanismi del potere, né portatrice di assurdi ed elitari linguaggi ermetici. Una parola che debba portare con sé germi di giustizia, ecco, che senza essere scontata, ponga nel suo esserci conti pesanti al potere e si apra alla relazione cosciente con tutti coloro per cui la carta dovrebbe cantare nuove originali canzoni. Grazie, Pasquale!