Anticipazioni – Francesco Sassetto

Pubblicato il 14 maggio 2026 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo.
Redazione di Milanocosa
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Testi inediti di Francesco Sassetto

Con una Nota di lettura di Laura Cantelmo

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Nota dell’autore

San Servolo: l’isola dei matti. Su Il Manifesto dell’11 agosto 2016 si ripercorreva la storia dell’isola di San Servolo, l’isola dei “mati” di Venezia. Ne riporto una parte: “quando il governo napoleonico, nel 1804, trasforma l’ospedale in «Manicomio Centrale, per entrambi i sessi, di tutte le province venete, della Dalmazia e del Tirolo», San Servolo continua a lungo a internare, al fianco dei «mati», piagati e militari infermi. Per quell’epoca il malato è infatti indistintamente un paziente da curare e un prigioniero da sorvegliare e reprimere, se non da punire.” Il Museo del Manicomio di San Servolo, inaugurato nel 2006, raccoglie i reperti appartenuti all’ospedale psichiatrico attivo in isola fino al 1978. Lo scopo di tale Museo, già implicito nella sua denominazione (La follia reclusa), è quello di mettere in evidenza la dimensione emarginante e segregante dell’istituzione manicomiale.
Ho pensato che quel luogo ora inutilizzato avrebbe potuto ospitare i sopravvissuti palestinesi, concluso il genocidio, in fuga dal loro Paese, cacciati, sfollati, braccati da “coloni” e soldati. Un luogo adatto – nato e pensato – per gli emarginati, i disperati senza più terra né casa né identità, un luogo per i “matti” che credevano di avere una patria, un’appartenenza. Ma vi si è opposta da decenni la volontà espansionistica neocoloniale di un Israele feroce, armato di soldati e scritture, determinato nella distruzione del popolo palestinese. Loro i “giusti”, “matti” (e terroristi assassini) i palestinesi. Ora il genocidio è quasi compiuto, restano i superstiti in fuga verso chissà dove. Come i nativi americani. Come molti altri popoli in una storia troppo spesso sbagliata.
Ho voluto provare a scrivere versi su questa immane atrocità, in italiano e dialetto veneziano spesso mescidati, sovrapposti. Lo “scivolamento” dall’italiano al dialetto penso possa avere un valore specifico nella sequenza di queste poesie, alcune integralmente in italiano o in dialetto veneziano, altre, appunto, “mescidate”, un linguaggio “liquido” per rendere in modo nitido e, insieme, indefinito gli accadimenti passati e il compimento della vicenda, l’humus dal quale trasmettere la voce e/o il silenzio delle vittime, cogliere/fissare momenti del loro dolore (e, per contrasto, della nostra indifferenza o distrazione). Un sermo humilis, per tentare una vicinanza – umana e artistica – alla tragedia vissuta dal popolo palestinese.

Francesco Sassetto

L’isoła dei màti
da Gaza in laguna

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale, di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità, di verità

… e l’acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.

Eugenio Montale

I ga portài ne l’ìsoła dei mati, quéi
che xe restài, quéi che ancora se movéva,
taconài ła gamba el brasso che mancava
dopo el fógo. ła tèra sciopàda.

Nissùn i voéva

e qua el posto xe tanto
vódo da ani,
el magnàr xe bon e l’aria sana
che par de star al mar.

Basta coràn, tobe e kefià, stràsse
de un tempo passà, i ghe ga mésso
indòsso i vèci camisóni bianchi
cóe màneghe łonghe da giràr da drìo
e łigàr, se pól servìr.

Òci destuài i gira imbambołài par el giardìn
a vardàr e onde i sìghi dei cocài.

No i dise gnente
no ghe xe gnente da dir.

E paròe xe finìe, sepeìe sototèra.

Ghe vorà tempo co łori e pasiénsa
i dotòri ło sa, medissìne e cure bóne
’na caréssa sui cavéi ogni tanto
come se fa cói vèci fóra de testa.

Traduzione in italiano: “nell’isola dei matti, quelli/ rimasti, quelli che ancora si muovevano,/ rappezzati la gamba il braccio mancante/ dopo il fuoco, la terra scoppiata.// Nessuno li voleva// e qui il posto è tanto/ deserto da anni, / il cibo è buono e l’aria salubre/ che sembra di stare al mare.// Basta corano, tobe e kefià, stracci/ di un tempo passato, li hanno vestiti/ con i vecchi camicioni bianchi/ con le maniche lunghe da girare dietro/ e legare, se vi è necessità.// Occhi spenti girano imbambolati nel giardino/ a guardare le onde le strida dei gabbiani.// Non dicono niente/ non vi è niente da dire.// Le parole sono finite, sepolte sottoterra.// Ci vorrà tempo con loro e pazienza/ lo sanno i dottori, farmaci e cure adeguate/ una carezza sui capelli ogni tanto/ come con i vecchi fuori di testa.”

*

Ła łagùna sófega come un cussìn i s-ciòpi łontani
dei droni dei cariarmati che vien ancora vanti.

Qua nissùn sìgo nissùn pianto
el fógo xe finìo.

Ràntoi in sordìna come
péssi de łaguna come
ła tivù col vołùme basso
cussì basso che no se sente gnente.

Ombre che gira tra muri bianchi
màme dal ventre giassà
come rane d’inverno.

I camìna piàn in tondo
el posto par łori xe qua
’sta cornìse de purgatorio che no va a nissùn ciéo

no s-ciàra nissùn redentór.

Traduzione in italiano: “le esplosioni lontane/ dei droni dei cingolati che avanzano ancora // Qui nessun grido nessun pianto/ il fuoco è finito.// Rantoli in sordìna come/ pesci di laguna come/ la tivù a volume basso/ così basso da non sentire niente.// Ombre che si aggirano tra mura bianche/ madri dal ventre gelato/ come rane d’inverno.// Camminano piano in tondo/ il luogo per loro è qui/ questa cornice purgatoriale che non sale a nessun cielo// non rischiara nessun redentore.”

*

No smarìsse ła memoria, un bùso nero
tuto sbréghi e sfése spórche de sangue
brassi gambe man svołài in alto
e cascài zo missiài a sènare e fango.

Se sente łontàn el sìgo nero déa mama
in sérca de so fìo.

El cechìn ciàpa ła mira
ła testa salta par aria

e Fahim destirà sòra e pière
come che ‘l dormìsse.

Tuto se fa caìgo de pièra, òci nel vódo, un lampo
se slàrga ogni tanto dal fondo come
’na foto sfogàda
’na paròa sensa vose
mastegàda fra i denti.

Traduzione in italiano: “un buco nero/ tutto spezzato da strappi e fessure sporche di sangue/ braccia gambe mani volate in alto/ e ricadute a terra insieme a cenere e fango.// Si sente lontano l’urlo nero della madre/ in cerca di suo figlio./ Il cecchino prende la mira/ la testa esplode salta in aria// e Fahim disteso sulle pietre/ come se dormisse.// Tutto diventa nebbia di pietra, occhi nel vuoto, un lampo/ si allarga ogni tanto dal fondo come/ una foto sfocata/ una parola senza voce/ masticata tra i denti.”

*

Ciao mæ ‘nin l’eredítaë
l’è ascusa
‘nte sta çittaë
ch’a brûxa ch’a brûxa
inta seia che chin-a
e in stu gran ciaeu de feugu
pe a teu morte piccin-a.

Fabrizio De André

I bambini a Gaza non giocano alla guerra

no i zóga e no i ride più
ła guèra i ła ga dentro e case
i camìna su e strade ténti a ogni fìs-cio
che sbréga l’aria
prima del s-ciòpo

gnànca el tempo de sigàr e svoła nel ciéo de fumo
tòchi de muri e de carne
come un fùlmine de temporàl

svelti a scampàr

come noi a spegnere il televisore
rapidamente.

Noi nelle nostre tiepide case, i bambini
della guerra a bruciare
le fiabe sempre più fiabe

noi spettatori malati di pietà a intermittenza,
bravi a passare ad altro canale
nel dopocena occidentale.

Traduzione in italiano: “non giocano e non ridono più/ la guerra è nelle loro case/ camminano sulle strade attenti ad ogni fischio/ che squarcia l’aria/ prima dell’esplosione/ nemmeno il tempo di gridare e volano nel cielo di fumo/ brandelli di mura e carne/ come fulmine di temporale// veloci a scappare.”

*
Notizia biobiblio
Francesco Sassetto risiede a Venezia dove è nato nel 1961 e si è laureato in Lettere presso l’Università “Ca’ Foscari” Insegna Lettere presso il Cpia di Venezia (Centro per l’istruzione in età adulta), nella Sede associata di Mestre. Suoi testi sono presenti in antologie, riviste, blog e siti web ed ha pubblicato sette raccolte di poesia: Ad un casello impreciso (Valentina Editrice 2010), Background (Dot.com Press-Le Voci della Luna 2012), Stranieri (Valentina Editrice 2017), Xe sta trovarse, in dialetto veneziano (Samuele Editore 2017), Il cielo sta fuori (Arcipelago itaca 2020), Discanto, in italiano e dialetto veneziano (Arcipelago itaca 2023), Mart, (Puntoacapo Editrice 2025) con quindici immagini di Manuele Elia Marano.

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Nota di Lettura

Orazione per Gaza
“Mai più”: il monito di Primo Levi in riferimento ad Auschwitz, pur disperdendosi nel vento, risuona ancora altisonante. Eppure, della sua efficacia, che presupponeva una rinnovata consapevolezza della dignità umana, forse non era convinto neppure lo scrittore stesso.
Nell’avvicendarsi di disperate catastrofi umanitarie, ingigantite da un immane senso di impotenza che impedisce ogni apertura alla speranza a causa della cancellazione di fatto di strumenti di difesa, come il diritto internazionale, la drammatica vicenda del popolo palestinese assume una valenza simbolica che induce a sconsolate riflessioni filosofiche ed antropologiche. Non trattandosi di una guerra, che di per sé è una tragedia, ma dell’ennesima vicenda di feroce sopraffazione neocolonialista finalizzata a un obbiettivo estremo, genocidario, la furia annichilente che è stata messa in atto dagli aggressori è stata agevolata soprattutto dalla disarmante passività degli stati europei.
A questo proposito, gli inediti di Sassetto si possono definire un’orazione per Gaza, avendo la singolarità ed anche il pregio di rappresentare visivamente, in versi scarni e cadenzati – in prevalenza endecasillabi alternati a versi di varia lunghezza – questa ennesima, incombente degenerazione dell’umano, partendo da un luogo emblematico nella laguna di Venezia, l’ex Manicomio dell’Isola di San Servolo. Divenuto un museo, denominato “La follia reclusa”, vi si trovano reperti e testimonianze di un’istituzione che nel civile Occidente ha costretto per lunghissimi secoli in condizioni di totale emarginazione e abbandono i “mati”, i cosiddetti devianti, categoria estremamente fumosa, alla quale venivano ascritti tutti i cittadini non rispondenti alla norma di vita costituita. Una realtà che racchiudeva abissi nascosti, una sorta di tragica discarica sociale. Non è un caso che proprio lì lo psichiatra veneziano Franco Basaglia pensiamo abbia tratto ispirazione per la sua rivoluzionaria riflessione sulla malattia mentale e sul trattamento che ne conseguiva.
Francesco Sassetto vive in sé la ferita di un tempo atroce, che sembra ripetersi sempre uguale e identifica nell’edificio destinato per secoli a tenere in cattività i “mati” con trattamenti contenitivi di inaudita violenza il corrispettivo della tragedia di Gaza e della Palestina intera. Laddove ogni efferatezza viene freddamente esercitata egli intravede un beffardo ribaltamento di senso e, nello specifico, del ruolo della pazzia: da una parte i folli assassini occupano da vincitori il territorio strappato ai vinti, grazie alla potenza tecnologica e militare del loro esercito e al sostegno di altri stati, mentre dall’altra i sopravvissuti palestinesi, feriti, monchi e privati di ogni diritto, non hanno più né terra né casa. L’ex Manicomio che ancora risuona di urla e lamenti diviene il luogo dove “quei che ancora se movéva, /taconai la gamba, el brasso che mancava/” potrebbero trovare un rifugio appropriato. Il poeta li descrive rinchiusi e coperti da nuovi indumenti, che sono vere e proprie camicie di forza. Ma il climax di questo testo molto coinvolgente è racchiuso in un verso breve e lapidario:” Nissun i voéva”.
“Nessuno li voleva” ha un’eco agghiacciante. I superstiti, benché oggetto- con qualche eccezione – di una pietà impotente da parte del mondo intero, in realtà appaiono soltanto attori di un Grand Guignol in presa diretta per la massa di teleutenti “malati di pietà a intermittenza” che tutto inglobano nell’apatia generale. Eppure, il poeta dichiara: “il luogo per loro è qui/questa cornice purgatoriale che non sale a nessun cielo/non rischiara nessun redentore.” Appare evidente, a questo punto, la connotazione metonimica del Manicomio, con il suo passato di violenza e di pena, a raffigurare la condizione del popolo palestinese deprivato di ogni possibilità di salvezza, condannato alla schiavitù.
Interessante come in questi pochi testi la ricerca linguistica di Sassetto raggiunga una notevole espressività, mescolando lentamente il dialetto veneziano con la lingua nazionale. La lingua madre, la più profondamente spontanea e genuina, come lo è anche il dialetto quotidianamente usato dagli abitanti di quella straordinaria città, autorizza l’ingresso nel proprio mondo interiore all’ufficialità della lingua nazionale, per una condivisione più diffusa del dolore e dell’offesa. Ed è proprio a partire da questo testo che vediamo la lingua poetica scivolare da un idioma all’altro, creando una vicinanza tra l’intimità del proprio strazio e la divulgazione della passione di Gaza. Una scena infernale, dove i bambini non ridono più, sotto i missili che piombano su di loro, facendo volare in aria corpi dilaniati che si mescolano “tra cenere e fango”, tra carne e muri a pezzi, senza distinzione.
Ed allora, l’indicibile si affida alla metafora e l’atmosfera ha la suggestione lirica di un coro da tragedia. La struggente dolcezza del dialetto veneziano, interrotto talvolta da lemmi italiani, assume un’alta potenza emotiva:
“Se sente lontàn el sigo nero déa mama/in serca de so fìo./ El cechìn ciapa la mira/ la testa salta per aria/ e Fahim destirà sòra e pière/ come che ‘l dormisse./ Tuto se fa caìgo de pièra, òci nel vòdo, un lampo/se slàrga ogni tanto dal fondo come/ ‘na foto sfogada/ na paròa sensa vose/ mastegada fra i denti.” (v. traduzione del poeta)
Il grido di una madre in cerca del figlio, lo sparo, la morte. Nebbia di pietra, occhi nel vuoto: la scena è “una foto sfocata, parola muta, masticata tra i denti.”
Il momento cruciale e definitivo si apre con una criptocitazione dalla poesia introduttiva a Se questo un uomo di Primo Levi “Noi nelle nostre tiepide case, i bambini /della guerra a bruciare /le fiabe sempre più fiabe/ noi […]pronti a passare ad altro canale/ nel dopocena occidentale.” Quadro perfetto di una terra desolata: di fronte alla tragedia dell’umano anche la nostra tiepida pietà, intrisa di difensivo distacco è sintomo d’impotenza indotta da assuefazione e di eccesso d’informazione. Un triste dipinto metafisico intitolato “dopocena occidentale”.

Laura Cantelmo

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